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Cesare Garboli

(10 risultati)

Su Sogni e favole di Emanuele Trevi / L'uso dell'arte

Emanuele Trevi è uno scrittore vivente. L’affermazione, nella sua perentorietà, dispiacerà a Trevi, lucido indagatore del rovescio di inesistenza di tutto ciò che fa professione di esistere, della sostanziale inconsistenza di quanto ci ostiniamo a chiamare realtà. Ma è proprio per questo che Trevi è uno scrittore vivente, uno dei pochissimi: perché usa la scrittura come una pietra d’inciampo, come un anti-analgesico che costringe chi legge a fare i conti con il fatto abbastanza stupefacente di esistere, e di esistere dentro un impasto compatto di immaginazioni e filamenti organici, sublime bellezza e disperante miseria, spiritualità e biologia.  Diversamente dalla maggioranza degli scrittori e delle scrittrici, che assumono l’invenzione come un dato di fatto, le storie come qualcosa di assoluto e indiscutibile, per Trevi l’immaginario fa problema: e proprio nella misura in cui interagisce con la vita, penetra nella vita fino a costituirne l’ingrediente fondamentale e irrinunciabile. Per Trevi un libro ha senso se brucia passando di mano in mano, e l’esperienza estetica si dà soltanto come un evento che realmente trasforma l’esistenza, le imprime l’unica forma cui la vita può...

Una conversazione / Toni Servillo o del mestiere di attore

Una musica d’altri tempi, lontana, proveniente forse da una radio, forse da un grammofono. La voce di Mistinguette. Francia, anni ‘40, una sala del Conservatoire, la scuola d’arte drammatica, quasi un’isola nel buio. Un giovane attore, compunto, ripassa un copione, Entra un altro ragazzo. Una ragazza irrompe di corsa. Studiano, tutti studiano la parte, finché non arriva il maestro, Louis Jouvet, grande attore, attore raffinato, intellettuale, in cerca d’anima nei personaggi sulla scena e interprete di pellicole popolari. Inizia, soprattutto con la ragazza, Claudia, un vero corpo a corpo per entrare nel monologo che Elvira rivolge a Don Giovanni, nel quarto atto della commedia di Molière, quella meravigliosa parte in cui la donna ammonisce il libertino a temere l’ira di Dio e a convertirsi, trasponendo tutto l’amore carnale che provava per lui, quel fuoco della passione che l’ha portata ad abbandonare il convento, in una nuova passione spirituale, in ammonimento a pentirsi della vita scellerata e a ritrovare una dimensione più umana.   Quell’isola circondata dal buio, quel naviglio in acque tempestose, rivive stasera, 19 gennaio, sul palcoscenico del teatro Bellini di Napoli,...

Talk about noblesse / Courbet e la natura

Passeggiare al Louvre con Barnett Newman: che esperienza fantastica deve essere stata. È capitato a Pierre Schneider. Leggiamo uno stralcio del testo, pubblicato all'interno del suo Louvre, mon amour (Johan and Levi, 2012). L'euforia è contagiosa. Ecco Newman davanti a una battaglia di Uccello: «Grandioso! La totalità assoluta. Un'unica immagine. Suppongo che sia così perché la luce è la stessa da un'estremità all'altra del quadro. Niente riflettori – proprio come Courbet. Monet, per esempio, ricorreva sempre a un'illuminazione teatrale, salvo nell'ultimo periodo. Da qui la sua popolarità. (Silenzio) Fisicamente, è una pittura moderna, una pittura piatta. La cogli subito. Che scala fantastica!»  Nella traduzione italiana è saltato il riferimento a Pissarro («Courbet and Pissarro are like that», riporta l'originale). E non sarebbe stato meglio tradurre "senso di scala" al posto di "scala" (l'originale riporta "sense of scale")? Tradurre "spotlights" con "riflettori" lascia un margine di vaghezza. Ciò che Barnett Newman sottolinea è piuttosto una "luce della ribalta", da palcoscenico, da abbinare alla "teatralità" di Monet. Il termine rimanda chiaramente a Michael Fried. L'...

Odette de Crécy / Crisantemi

Parigi di fine Ottocento. Siamo in casa di Odette de Crécy. La voce narrante della Recherche ci introduce nel suo salotto preceduto da uno stretto vestibolo, alla cui parete, rivestita di un graticcio da giardino, ma dorato, era addossata per tutta la sua lunghezza una cassa rettangolare nella quale, come in una serra, fioriva un filare di quei grossi crisantemi ancora rari in quegli anni, sebbene non paragonabili alle qualità che gli orticoltori riuscirono ad ottenere in seguito. Swann era infastidito dalla moda di cui erano oggetto dall’anno precedente, ma questa volta lo aveva colpito piacevolmente vedere la penombra della stanza screziarsi di rosa, arancione e bianco grazie ai raggi odorosi di quegli effimeri astri che s’accendono nelle giornate grigie. Odette l’aveva ricevuto in vestaglia di seta rosa, con il collo e le braccia nudi. (vol. I, Du côté de chez Swann, trad. di G. Raboni, «I Meridiani» Mondadori)     Brescia. Fine anni Settanta del Novecento, un giorno prossimo al 2 novembre. La ragazzetta che ero, invasata dalla lettura estiva della Recherche di Proust, non si capacitava che a un fiore dal nome così splendente (fiore d’oro recita l’etimo greco)...

Rosetta Loy, Paolo Gervasi / Cesare Garboli: conoscere e agire

I due libri usciti quest’anno su Garboli, Cesare di Rosetta Loy (Einaudi) e Vita contro letteratura di Paolo Gervasi (Sossella), formano in certo senso due figure molto garboliane, cioè “speculari”. Il primo è firmato da una scrittrice che gli è stata compagna; il secondo da uno studioso troppo giovane per averlo conosciuto di persona. Eppure nella Loy i ricordi autobiografici fanno appena da esile cornice alle lunghe citazioni del protagonista, mentre Gervasi – per ragioni teoriche – ne riconduce di continuo la vicenda intellettuale alla presenza fisica. Ma tra le affermazioni che la scrittrice lascia cadere sullo sfumato del suo rapporto con “Cesare”, ce n’è una che mi sembra importante per capire l’uomo umorale, disinvolto fino all’apparente noncuranza e ossessivo fino all’idealizzazione persecutoria di sé stesso, di cui prova a offrirci un ritratto. Parla, la Loy, di “una sorta di schizofrenia” garboliana: termine già usato in un’intervista a Repubblica, dalla quale emergeva un Garboli capace di mandare all’aria una vacanza se scopriva un errore in un suo articolo, e soggetto a scatti di furore manesco degni di una commedia con Sordi e la Vitti. “Penso che fosse un po’...

La gioia della partita / Cesare Garboli

È meno curioso di quanto non si creda pensare come Cesare Garboli si sia prima sottratto alla visibilità e poi abbia occultato le tracce di se stesso. Era per natura molto visibile, in figura e nelle prese di posizione, ma tale natura richiedeva allo stesso tempo una selettività che presentasse quasi una immagine ideale dell’arte della critica (e anche della scienza). Dunque Garboli fu critico molto selettivo, tanto da lasciare parte assai abbondante della propria attività a uno stato gassoso, non avvicinabile, variamente e volutamente dispersa: ora ciò che fu a lungo accantonato, e forse dimenticato in varie sedi viene rimesso in circolazione con La gioia della partita. Scritti 1950-1977 (a cura di Laura Desideri e Domenico Scarpa, Adelphi, pp. 331, € 30,00), che è il primo dei due volumi destinati a raccogliere gli scritti dall’autore mai radunati durante la vita. Non solo si ha così un’idea più compiuta dello svolgersi del saggismo e della scrittura di Garboli, che sarebbe già cosa in sé di grande interesse, ma si può osservare come di scorcio, di lato, il clima di varie stagioni letterarie. Si tratta di un paesaggio per frammenti, con tessere che si intrecciano a quelle finora...

Ricordo di Manlio Cancogni

Era bello scendere in Versilia sapendo che Manlio Cancogni c’era ancora. Certo, aveva 99 anni, tutti i suoi amici più cari erano morti (l’ultimo, Cesare Garboli); l’appartamento di Fiumetto, dove era costretto da tempo, era una specie di punizione dopo anni di girovagare per il mondo (la guerra in Albania e Grecia, gli anni di Parigi corrispondente de «L’Espresso», quelli americani dove insegnò in un college del New England). Ma, quando si andava a trovarlo, oppure si leggevano le interviste che, con cadenza periodica, rilasciava ai quotidiani, si coglieva l’intelligenza viva, la sfida alla noia, l’occhio sempre vigile al presente.   Cancogni appartiene a quell’epoca della narrativa borghese italiana (dagli anni ’50 ai ’70) di grande qualità. Il più intrinseco era Carlo Cassola; la loro amicizia giovanile è rievocata in Azorin e Mirò, il capolavoro di Cancogni, dove è teorizzata la poetica del “subliminare”, un’autodefinizione critica per significare le epifanie, i momenti di poesia del quotidiano che rimandano ai Dublinesi di Joyce. Pi...

Vincenzo Consolo. Cento possibilità, un solo destino

I quadri posti sull’unica parete libera, nello studio della vecchia casa milanese nei pressi di via Solferino – il disegno di un San Girolamo nella caverna immerso nella lettura, un libro aperto posto dentro una teca di plexiglass con le parole cancellate e un solo brandello evidente “raccon” (opera di un artista concettuale), due planimetrie secentesche di Palermo e Messina tirate via dal Siciliae antiquae di Cluverio – aiutano a descrivere e rappresentare l’autobiografia pubblica dello scrittore siciliano; e, peraltro, assai meglio della puntuale e per molti irrinunciabile citazione iconica del Ritratto d’ignoto di Antonello da Messina, paradigma descrittivo tradottosi in luogo comune sull’autore, da quando Sciascia lo usò in quel delizioso articolo intitolato L’ignoto marinaio.   Proiezione di un Consolo, novello San Girolamo, immerso nell’archeologico scavo nei giacimenti della lingua e della storia; l’opera concettuale a significare, e insieme esorcizzare, il pericolo massimo di essere defraudati della memoria (con il connesso rischio dell’afasia); le mappe, infine, a indicare la finisterre tra un Occidente e un Oriente, la storia e la natura, il fatto nudo e crudo e la...

Lea Vergine e Milano

«Scrivendo ho sempre cercato di privilegiare il lettore che nei riguardi dell’arte ha nutrito diffidenza, perplessità, curiosità e speranza. Non ho mai praticato la scrittura come un resoconto elettorale ma neanche come colonna sonora liturgica. Ho prediletto le gioie insolenti dell’intelligenza. Tra i miei desideri c’è sempre stato quello di fare con la scrittura quello che mio padre faceva con il pianoforte. La scrittura è come il piano: bisogna sempre perfezionare i suoni. Non mi sono mai sentita critico, ma una persona che scriveva di cose che non erano manifestamente, ma che potevano essere.»   Con queste parole Lea Vergine parla del suo lavoro di critico d’arte, in occasione della cerimonia per la laurea honoris causa conferitale dall’Accademia di Brera lo scorso 11 dicembre. Milano è infatti la città che l’ha vista costantemente presente sulla sua scena culturale: vi si è trasferita da Napoli a metà degli anni Sessanta, ed a Milano vive tuttora. Qualche giorno dopo sono andata ad intervistarla nel suo studio in via Sant’Agnese, attiguo al suo appartamento...

Antonio Delfini

Riga, una collana che avvicina ai grandi innovatori del Novecento   Riga è nata nel luglio del 1991 senza nessun particolare programma. Volevamo piuttosto fare la rivista «che ci sarebbe piaciuto leggere». Una rivista dedicata al contemporaneo, ad autori e temi che ci sembravano rilevanti nel corso dell’ultimo secolo, ma non solo. Una rivista che conservasse la memoria del passato, e insieme che si protendesse sul futuro.   Marco Belpoliti, Elio Grazioli     Più passano gli anni, più la figura di Antonio Delfini scrittore e moralista cresce d’importanza agli occhi dei contemporanei. Non è infatti un caso che egli, per una parte consistente dei giovani scrittori e non solo, sia un esempio e forse perfino un modello, e non perché ne manchino; tra i contemporanei ci sono infatti scrittori notevoli, ma Delfini è per molti qualcosa di più di un riferimento. Eppure, se c’è qualcosa d’inimitabile, è proprio la scrittura di Delfini, il suo modo tutto particolare di fare «letteratura», senza farla mai. Lo scrittore modenese è in apparenza il pi...