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Gabriele Pedullà

(11 risultati)

Politica parlamentare / De Roberto, L’imperio

È toccato a L’imperio, il romanzo meno compiuto e più debole di Federico De Roberto, il trattamento critico maggiore, non solo per la densità del saggio introduttivo, esteso all’opera complessiva dell’autore catanese, ma anche per la sua natura di editing. Curandone l’edizione Garzanti (pp. 528, euro 20), Gabriele Pedullà ha infatti dato alla vicenda di Consalvo Uzeda una veste da dirsi definitiva, risolvendone l’inconcludenza col mettere mano al testo per correggere errori materiali, refusi, incongruenze, nomi propri, date storiche e riferimenti toponomastici entro un intero apparato che pure è arrivato fino a noi con tutte le sue mende originarie: a riprova della tesi secondo cui De Roberto, chiamato a tornare necessariamente sul romanzo per rifinirlo, ma non proponendosi neppure di farlo, lo abbandona per sempre dopo averlo accantonato già una prima volta per quasi quindici anni. Nelle sue intenzioni sarebbe stato una bomba, che però gli è rimasta nelle mani insieme con il manuale di istruzioni.   Ma non è la versione ripulita che premia maggiormente il lavoro di Pedullà, riuscito in un’opera di restauro che se non ha potuto rendere il testo più bello, dovendosi fermare...

25 aprile 2017 / Ancora e sempre Il partigiano Johnny

Quando nel discorso del 26 luglio 1943, quasi atto fondativo della Resistenza, Duccio Galimberti definiva “pena atroce” il conflitto che si sarebbe scatenato, i giovani volontari e i soldati sbandati avranno subito pensato al duro combattimento contro i nazifascisti, fatto di raid. Ovvero di rapide azioni, di danneggiamento o di sottrazione, da parte di pochi uomini che agiscono in netta inferiorità di forze nel campo nemico e che configurano un’andata e un ritorno, aggiungendo che esse sono una figura tipica della guerriglia di resistenza. Nel più importante romanzo resistenziale, oggi ancor più completo e splendido nella versione critica offerta da Gabriele Pedullà con il titolo Il libro di Johnny, la parola ricorre due volte come del resto il fatto; ben più frequente un'altra forma che probabilmente chi ascoltava le parole di Duccio non si sarebbe aspettata, quella dell'Anabasi. L'opera, scritta dall'ateniese Senofonte, racconta nel primo capitolo dei diecimila mercenari, provenienti da varie parti della Grecia, messisi al servizio di Ciro il Giovane che andava preparando una coperta guerra per scalzare dal trono il fratello Artaserse II. Alla morte di Ciro nella battaglia di...

Un attore nell'Italia degli abatini / Il corpo di Pannella

Dopo Mussolini, Marco Pannella è il primo politico italiano del secondo dopoguerra che ha affidato al proprio corpo un ruolo determinate nella comunicazione. Dagli scioperi della fame ai sit-in, dalle candidature stravolgenti di porno star ai bei giovanotti di cui si è circondato e che ha lanciato sulla scena pubblica, il leader radicale ha messo in primo piano il corpo, a partire dal suo, e ne ha fatto uno strumento di lotta politica.   Non ha inventato nulla, perché lo sciopero della fame è una creazione precedente, viene dal Mahatma Gandhi e dalla tradizione indiana, e prima di lui l’aveva usato un antesignano delle lotte popolari e d’immagine, Danilo Dolci, che aveva importato il modello negli anni Cinquanta in Sicilia. Pannella è stato sin da subito un leader nazionale, dal 1963, quando divenne segretario del Partito Radicale. La sua fisicità ha avuto uno sviluppo dopo il Sessantotto, quando l’elemento corporeo è diventato decisivo nella lotta politica delle giovani generazioni, che lo mutuavano a loro volta dalla realtà americana, dalla contestazione californiana, dagli hippy, dalla controcultura dei “Figli dei fiori”. Pannella non ha perciò creato nulla di originale,...

Luoghi comuni: Sardegna

Avevamo conosciuto Aldo Nove con Woobinda, allorquando i suoi personaggi smozzicavano attorno a sé interni minimalisti cui Giorgio Falco qualche anno dopo avrebbe dato maggiore corpo, soprattutto illuminati, se non fagocitati, dallo schermo televisivo, confinanti con il supermercato. Oppure nel discontinuo, ma comunque sottovalutato, Puerto Plata Market, dominato da esotismo popolare e a prezzo scontato; ora, in Un bambino piangeva (Mondadori 2015), scopriamo ricordi d'autobiografia infantile in una Sardegna “magica”, secondo risvolto di copertina, “lontana e arcaica”. La sintassi e l'atmosfera sono questi: Le aquile che sparivano dietro le rocce. Le rocce che celavano i più oscuri animali. Ma anche i giganti. Le fate. I morti.   Insomma dal balbettio dei lumpen del nuovo millennio, a quello dell'ineffabile e della metafisica, con tanto di vecchi venditori di formaggi con i vermi un po' sciamani, di versi sanscriti e salmodie, luminescenze nelle grotte. Il piccolo turista degli anni settanta trova un antesignano nell'incanto per la wilderness – si direbbe un po' più motivato, anche se...

Milano terminale

Quando frequentavo l'Università Statale avevo in effetti una certa fretta di tornare a casa, ma se avessi parlato con i miei coetanei divenuti poi romanzieri, non avrei nemmeno osato metter piede a Milano, ci sarei fuggito a gambe levate e con i capelli dritti. Una koinè generazionale ci offre un'immagine terrificante del capoluogo lombardo (e dintorni) che dovrebbe consigliare Pedullà e Luzzatto a un aggiornamento dell'Atlante della letteratura italiana, magari sotto il nome di Milano terminale o Lombardia agonistica e agonica.   Aveva cominciato presto Giuseppe Genna, con Assalto a un tempo devastato e vile, a usare le tinte più cupe per tratteggiare alcune zone di Milano, in particolare legate al lavoro (il racconto Fatica) o del circondario (“Centoventi all'ora, a nord di Milano, forando una foschia tossica, che si alza da campi grigi e inerti, la terra coperta di letame chimico, accanto a filari di legni incarboniti e secchi, alberi intrisi di smog e pappi ingrigiti, cartelloni pubblicitari anneriti dagli scarichi”). In più vi era già nel titolo l'impostazione del legame tra il luogo e il tempo...

Letteratura lacustre

Gabriele Pedullà, introducendo la prima sezione novecentesca del suo Atlante Letterario Italiano (Einaudi 2012), scrive che le categorie geografiche di linea lombarda, matti padani, barocchi siciliani, scuola romana, piemontesi e einaudiani sono “fondate su criteri spesso incompatibili […] affinità stilistiche, tematiche ricorrenti, appartenenze editoriali o anche solo vincoli affettivi”. Da qualche anno si assiste ad una proliferazione e cristallizzazione di grappoli di opere attorno a un luogo, che molto spesso però sa di non luogo creato su spinta editoriale, per sfruttare un ancipite di successo.   Il caso più clamoroso, più tracimante si direbbe, la vogue e vague del lago. Alla base stanno probabilmente i numeri di vendite di Andrea Vitali i quali vanno a loro volta spiegati. Le trame ben costruite, qualche volta (vedi La signorina Tecla Manzi, Garzanti 2004) con l'oggi inevitabile aggiunta dell'indagine poliziesca, seppur sorridente ed inserita nel contesto di voci, pettegolezzi e invidie, relazioni segrete e ugualmente palesi del piccolo paese; e di seguito i personaggi caratteristici, l'atmosfera da...

Campioni # 1. Gian Maria Annovi

La Signora # 1 me la mettono in casa per forza ad aspettare che muoia una non italiana una troia io che insegnavo il latino che traducevo il greco e ora una cosa che sbatte le ciglia che appena mugugna un sacco di ossa e respiro e lenzuola […] La Scolta # 2 mattina lava Signora con carozina. lava tutta. con saponetta. con spunia. lava capelli anche. lava là in fondo che Signora non vuole e mi grida. ma io volio profuma di buono non quello suo odore di donna che more.   da Id., La scolta (Roma, nottetempo, novembre 2013, pp. 33, € 4), p. 11 e p. 13   Già col primo dei nostri «Campioni» poetici tocca contravvenire a una delle regole che ci siamo dati per questo gioco: la scelta cioè – per ciascun libro a sua volta eletto a «campione» della «vera contemporanea poesia» – di un solo componimento che appunto faccia da «campione» della sua lingua e del suo immaginario. Il fatto è che sempre più, nella poesia di Gian Maria Annovi, si assiste al significativo passaggio da un «iniziale sperimentalismo astratto», nel quale i testi figuravano «...

Atlante della letteratura italiana Einaudi

Benché non costituisca più il crogiolo di idee che è stata per gran parte del secolo scorso, la Einaudi è ancora in grado di produrre progetti collettivi di sbalorditiva portata e ambizione, come testimoniano i tre poderosi volumi di questo Atlante della letteratura italiana.   Curato dall'italianista Gabriele Pedullà e dallo storico Sergio Luzzatto, e scritto in gran parte da una giovane generazione di studiosi, il progetto dell'Atlante si colloca accanto – e, per certi aspetti, rappresenta un'energica risposta e correttivo – a una lunga serie di fondamentali storie della letteratura italiana: dal capolavoro di Francesco de Sanctis, quella Storia della letteratura italiana (1871) che ha contribuito a definire l'identità nazionale attraverso la formazione d'un canone, fino alla Letteratura italiana (1982-2000) curata da Alberto Asor Rosa per la medesima casa editrice.     Come si evince dal titolo stesso, e in linea con una recente ondata di studi nelle discipline umanistiche, l'Atlante si ripropone di sostituire alla tradizionale storia letteraria una geografia della...

Letteratura e vita provinciale

Queste sono o vorrebbero essere le riflessioni di uno scrittore di provincia circa le relazioni che intercorrono tra il luogo in cui si vive e ciò che si scrive, detto in maniera più pomposa: riflessioni sul nesso tra geografia e letteratura.   Sarà bene chiarire che io, io che scrivo, sono un provinciale a tutti gli effetti. Vivo in provincia di Bolzano, una provincia autonoma, e sono, in quanto insegnante, anche un dipendente provinciale. Inoltre mi sento proprio provinciale nella particolare accezione del termine che ricordava Walter Barberis in un suo bell’articolo su “la Stampa” del 6 agosto, e cioè “attardato culturalmente” e “periferico”. Mi sento davvero così. Non ci posso fare niente. Soffro del tipico complesso del provinciale. Ed è anche per ricostruire la genealogia di tale complesso, per tracciarne l’archeologia, in certo senso, che sto vergando queste note. Esse quindi non hanno tanto una valenza conoscitiva, quanto piuttosto esistenziale.   Non so poi se le mie riflessioni estemporanee possano avere o meno a che fare con l’attuale dibattito sull’...

25 aprile | Cosa significa resistere, cosa significa ricordare

È il 1968 quando esce La Beltà di Andrea Zanzotto. I muri del mondo, in quei mesi, sono pieni di scritte che rappresentano, e insieme performativamente sono, la rivoluzione in atto. Durerà poco, quel momento di sospensione e trascendentale rilancio della storia; ma ciò non toglie che sia stato (lo dimostra il fatto che fa ancora incazzare tanta gente). E in effetti le scritte sui muri – attraverso le quali, aveva profetizzato Lautréamont, un giorno saremmo stati tutti poeti – non cessarono allora di esistere. Sono rimaste un luogo simbolico e performativo di grande importanza, nella formazione e nella vita politica delle generazioni più giovani; nonché, a ben vedere, un efficace tramite di memoria intergenerazionale. Cioè di storia.   In quel libro atroce e sublime di Zanzotto – il più importante, se non il più bello, della nostra poesia contemporanea – si rincorrono non a caso diciotto grandi poesie-tableaux che recano il titolo complessivo di “Profezie o memorie o giornali murali”; poche pagine prima, invece, si legge un grande componimento dal titolo “...

Marco Belpoliti. La canottiera di Bossi

Esce in questi giorni il volume di Marco Belpoliti dedicato a Umberto Bossi (Guanda, pp.112, già disponibile su ibs.it in versione cartacea e su amazon.com in versione kindle) di cui anticipiamo di seguito il capitolo dedicato alla Voce del Capo. L’autore rilegge il capo leghista attraverso i suoi gesti, esplorandone l’origine e il significato, mostrando come il suo eloquio e i suoi atteggiamenti abbiano profondamente condizionato il comportamento morale dei politici e degli italiani in genere. Da queste pagine emerge il “vitellone”, per dirla con Fellini, il cantante rock e non solo capo di partito, il predicatore scomposto piuttosto che sottile tessitore: un ragazzotto di paese che arriva in Parlamento e incarna quello che Sciascia chiamava “l’eterno fascismo italiano”, acquattato nel grembo stesso della provincia, al Nord come al Sud, e di cui la nostra cultura è impregnata. Fa parte di noi, per quanto ce ne distanziamo, lo rinneghiamo, cerchiamo di strapparcelo di dosso.   Umberto Bossi, Manifestazione della Lega Nord, Novembre 1993 (ANSA).     La voce del Capo   C’...