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Giuliano Da Empoli

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Utile e slow

Fra i criteri (ah, i criteri!) di giudizio degli ultimi concorsi universitari – quelli soprannominati burla delle abilitazioni – ce n’è uno che merita stupita attenzione: è la capacità di attrarre risorse. Che significa, terra terra, portare soldi all’ateneo che deve pagarti lo stipendio. Cioè pagartelo da solo. Ora, al di là delle palesi contraddizioni della maledetta spending review che sta ossessionando i nostri pomeriggi, questo sedicente criterio presuppone una cosa molto precisa. Ufficializza il fatto che una persona è in grado di far bene il mestiere del ricercatore (i professori sono innanzitutto ricercatori), meritando perciò un posto di ruolo, non se sa fare ricerca, se possiede cioè cultura e competenza per saperla fare, magari avendo letto qualche libro in più degli altri, e magari ancora avendone scritto pure di interessanti, ma se sa trovare denaro, in qualsiasi modo ciò accada (e lasciamo perdere i modi in cui accade). Ecco il destino dell’intellettuale contemporaneo: essere manager di se stesso. Una volta era lo Stato, o il mecenate di turno, a pagarti per produrre...

Gli appassionati dilettanti della conoscenza

Felice di aver letto il contributo di Gianfranco Marrone, utile per riproporre un tema di importanza capitale in epistemologia, vorrei entrare con coraggio nelle attuali pratiche di produzione della conoscenza per capire se le proposte di Da Empoli abbiano delle possibilità di successo.   Sono convinto che la distanza tra le ambizioni degli approcci interdisciplinari e la loro effettiva diffusione risieda nel modo in cui è organizzato l’attuale sistema della ricerca. Oggi la conoscenza richiede grandi investimenti nella maggioranza dei campi, e, pertanto, molto denaro. Il modo di distribuirlo poggia soprattutto su bandi pubblici o sulla carriera accademica, i criteri di valutazione sono incentrati su parametri oggettivi, il più importante dei quali è l’impact factor, un indice che misura quanto sono stati citati gli articoli pubblicati nelle riviste peer review [semplifico, naturalmente, per ragioni di tempo; chiunque volesse approfondire il tema potrà consultare l’ottimo testo di Laurent Ségalat La scienza malata? Come la burocrazia soffoca la ricerca, una coraggiosa analisi dello stato della ricerca...

Ignoranti istruiti e dilettanti per professione

L’altro giorno un collega, alla fine di una riunione di dipartimento, mi chiedeva informazioni su chi in ateneo si occupasse delle attività culturali. All’inizio l’ho presa per una battuta. Poi l’espressione bovina del mio interlocutore, conforme e persistente, mi ha convinto del contrario. Si trattava di una seriorissima domanda, la cui risposta, anche perché possibile, non ha qui e ora alcuna importanza. Interessa invece ciò che quell’interrogativo inconsapevolmente presupponeva. La domanda lasciava palesemente intendere che l’università, di solito, non si occupa di cultura ma d’altro. Come la bocciofila di quartiere o il circolo dei civili, l’università appare insomma all’opinione comune come una specie di polveroso dopolavoro dove, fra le altre, possono forse svolgersi “attività culturali”: concerti sinfonici d’antan o balletti similrussi, pièces di filodrammatici o conferenze sulla numismatica antica.   E tutto il resto? Cosa sarebbe quest’altro rispetto alla cultura che l’imponente, imbolsito esercito imbolsito di professori, tecnici...