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Mark Zuckerberg

(20 risultati)

Bergen Barokk Suite Life / Gli algoritmi sessuofobici di Facebook

Quale mai può essere la ragione per cui un CD di musica classica viene bandito dalle pagine di Facebook come è accaduto il 25 aprile scorso all’album Bergen Barokk Suite Life, prodotto dall’etichetta norvegese LAWO?   La musica?  Ne dubito, troppo astratta e soprattutto strumentale.    I titoli?  Forse quell’offensivo “Les calotins” seguito da “et les calotines” (bacchettoni, baciapile, bigotti) di Couperin? Oppure l’allusivo “Plainte” (lamento, gemito) di Marais o, per analoghe ragioni, il lascivo, insinuante “Rondeau Le Plaintif” (lamentoso) di Hotteterre?   No, ci dicono l’intelligenza artificiale e le altrettanto selettive e selezionate intelligenze umane al servizio del giovane Mark Zuckerberg, il punto dolente del prodotto è la sua copertina, dove figura nientedimeno che la riproduzione “deemed to be sexual” (da ritenersi sessuale) di una Still Life – altrimenti detta Natura morta, Bodegón, Stillleben, Nature morte… – del pittore olandese Jan Davidsz De Heem, nato a Utrecht nel 1606 e morto ad Anversa nel 1684.   Per la combinazione di IA e IU di cui sopra, qualcosa, in quel dipinto, entra in rotta di collisione con l’impegno del marchio...

La caccia all’ideologico quotidiano / Decostruire Zuckerberg

C’era una volta e ora non c’è più, una trasmissione radiofonica che andava in onda su Radio Popolare di Milano. Si chiamava La caccia all’ideologico quotidiano, ogni domenica mattina prendeva una dichiarazione di un politico o un’editoriale che aveva fatto discutere e la sezionava per farne emergere il discorso ideologico che si annidava in quelle argomentazioni. Voglio provare a fare lo stesso esperimento con le parole usate ieri da Zuckerberg per celebrare i vicini 15 anni di Facebook e difendersi da varie accuse.  Prima di tutto, il semplice fatto che l’inventore e padrone del più grande mezzo di comunicazione del pianeta senta il bisogno di comprare dello spazio nei giornali di tutto il mondo per difendere il modello di business della propria azienda, è già un sintomo della odierna fragilità della reputazione di Facebook, a 15 anni dalla sua fondazione. Ma prendiamo alcuni frammenti della sua difesa e proviamo a farne cadere il velo ideologico:   Zuck: “La possibilità di mostrare pubblicità a gruppi mirati esisteva da molto prima di internet ma, oggi, la pubblicità online permette di raggiungere il proprio target in modo più preciso e, quindi, con annunci più...

Cambridge analytica e le responsabilità / Facebook: il Re (era già) nudo

Sono molte ormai le cose che pensiamo di sapere rispetto all’affaire Facebook-Cambridge Analytica. Sono certezze che derivano dall’avere letto sui quotidiani e ascoltato nei mass media, con una certa continuità lungo l’arco di tutta la scorsa settimana, approfondimenti e opinioni di diversa natura a partire dalle “rivelazioni” fatte dal whistleblower Christopher Wylie, un ex impiegato di Cambridge Analytica  all’Observer e al New York Times. Si tratta di certezze che hanno a che fare con la manipolazione elettorale, con il furto di dati e con la possibilità di una nostra sempre più elevata profilazione a causa dei contenuti, commenti ma soprattutto reazioni (i like) che lasciamo su Facebook. E sono molte le cose che vogliamo ancora sapere. Ad esempio come i regolatori nei diversi Paesi pensano di agire nel futuro, quali contromisure assumerà Facebook dopo il tardivo post di scuse da parte di Mark Zuckerberg, per quale partito italiano Cambridge Analytica ha lavorato ecc.     È da questi dubbi e da queste certezze che nasce una reazione “di pancia” da parte degli utenti online, raccontata anche dai mass media, che si è andata costruendo attorno all’hashtag #...

Goethe Institut Turin / Testimoni del terrore

  Prosegue la riflessione attorno al tema delle immagini e della violenza al centro del dibattito svoltosi a Torino il 15/16 marzo. Come dobbiamo e vogliamo rapportarci a tutte queste immagini che pervadono e ossessionano la società occidentale? Che effetto ha il predominio dell’immagine sulla costruzione e tradizione del nostro canone culturale? È possibile formulare un’etica dell’immagine per il XXI secolo? Doppiozero riprende qui un articolo di Massimiliano Coviello per contribuire a costruire un dibattito attorno al tema, urgente e fondamentale.   Dagli autoscatti ad Abu Ghraib alle video-decapitazioni dell’IS: una “carrellata” delle principali immagini della guerra al terrore che dal 2001 sta affollando i nostri schermi, accompagnata da alcune riflessioni sulle modalità di coinvolgimento dello spettatore nella circolazione di queste immagini all’interno di un sistema di riproduzione sempre più inter e crossmediale.   A febbraio del 2004 Mark Zuckerberg e i suoi compagni universitari di Harvard lanciano Facebook, a oggi il social network più frequentato. L’anno successivo viene fondata YouTube, la più vasta e visitata piattaforma di video sharing. Un biennio...

Like or Dislike

In una recente sessione di domande pubbliche Mark Zuckerberg ha esplicitato che Facebook sta lavorando all’introduzione di un bottone “Dislike” usando queste parole: “le persone hanno chiesto il pulsante Dislike per molti anni ... oggi è il giorno in cui posso effettivamente arrivare a dire che ci stiamo lavorando e che siamo molto vicini a testarlo.”   Mark Zuckerberg   Il dibattito emerso in Rete e nella stampa – sia specializzata che generalista – ha da subito ipotizzato una realtà binaria fatta di Like/Dislike, in cui un’umanità connessa si contrappone a colpi di voti a favore e contro. La riduzione del discorso in pubblico ad un sistema di voto emotivo fatto di pollice alzato o abbassato è la prima immagine mentale che molti hanno abbracciato. Il dato culturale che va sottolineato è come si sia trasformato negli anni il nostro immaginario sull’umanità connessa che prima, nell’epoca dei blog, ha visto descrivere l’ambiente emergente come una realtà conversazionale e che oggi guarda al web sociale come un terreno caratterizzato fortemente dalla...

Storie che svaniscono. Ontologia di Snapchat

I nuovi media, social network compresi, per dirla con Jean Baudrillard, compiono continui omicidi del reale, o meglio lo epurano dalle scorie dell'imperfezione, creando una dimensione vuota sotto il loro controllo, riempita con qualsiasi cosa si desideri.   Scrollando le home page di Facebook, Instagram e Twitter, tutti gli utenti vogliono apparire al meglio della loro intelligenza e prestanza fisica, come se si fosse continuamente sotto i riflettori sul palco del Metropolitan Opera House di New York, il teatro d'opera più grande al mondo. Non c'era bisogno di Zuckerberg e compagni per giungere a tale conclusione, visto che già William Shakespeare, in As You Like It, faceva affermare a Iacopo “tutto il mondo è un teatro e tutti gli uomini e le donne non sono che attori”, la tecnologia ha solo potenziato ulteriormente questa velleità del genere umano, offrendogli ulteriori strumenti, comodamente accessibili dalle mura domestiche, nello specifico tastiera, videocamera e filtri fotografici. Il mondo virtuale, però, come quello reale, è comunque soggetto all'imponderabile, all'incognita del tag o della...

Prigionieri nella rete?

L'ampia letteratura sul tema del rapporto tra libertà e controllo in Rete si è recentemente arricchita di un nuovo interessante capitolo, mi riferisco al saggio che Giovanni Ziccardi ha pubblicato per Raffaello Cortina. Va subito detto che non siamo di fronte ad alcuna novità sostanziale, nulla dunque viene aggiunto alla narrazione dei fatti che hanno condotto all'affermarsi dell'attuale sistema onnipervasivo di controllo, così come non viene proposta alcuna nuova mappatura del potere e del contropotere in Rete. L'elemento che rende prezioso il saggio di Ziccardi va dunque cercato altrove; si tratta – a mio avviso – della capacità di inserire quei fatti e quelle mappe in un quadro di riferimento giuridico. Proprio l'attenzione alle categorie giuridiche rende l'opera dello studioso italiano un utile approfondimento di altre letture come, ad esempio, del bestseller internazionale nel quale Glenn Greenwald racconta le vicende che hanno trasformato l'informatico statunitense Edward Snowden nel più famoso whistleblower al mondo. Ne rappresenta un completamento ideale, riesce infatti a sistematizzare in un...

Architettura condivisa

Ho letto l’open_book di Carlo Ratti (con Matthew Claudel) Architettura Open Source con una domanda sempre più assillante: ma se fossi ammalata e dovessi farmi operare, vorrei al capezzale del mio letto operatorio un chirurgo di riconosciuto curriculum o una pletora di consiglieri globali dalle più variegate esperienze pronti a intervenire sui miei malanni?   Il chirurgo indubbiamente; tuttavia sarebbe anacronistico trascurare la possibilità che tra gli anonimi consiglieri ci possano essere altrettanti chirurghi in grado di contribuire alla risoluzione del problema. La rete è un luogo straordinario, ma non trasforma me in un chirurgo né qualcuno in un architetto se non ha studiato per diventare tale. Questo è il primo equivoco che il libro dovrebbe sciogliere: per essere architetti (nella sua più ampia accezione) serve aver studiato in una scuola apposita, aver conseguito una laurea e, per professarne il mestiere, anche aver superato un esame di Stato. Occuparsi di architettura invece è una questione che deve coinvolgere tutti e il distacco di un popolo dalla sua cultura architettonica è una perdita...

Condivido, ergo sum

La legge di Zuckerberg. Durante il summit Web 2.0 del novembre 2008, Mark Zuckerberg espresse la propria versione della celebre legge di Moore. Secondo quest'ultima il numero di transistor su un chip raddoppia ogni due anni: la legge di Zuckerberg, invece, suona così: "Ogni anno la gente condivide il doppio dell'informazione condivisa l'anno precedente". Tre anni dopo, Zuck mostrò dati alla mano che la predizione era stata confermata: la curva dello sharing sul suo social network aveva un andamento esponenziale.   Il fondatore di Facebook è tornato di nuovo sul tema in un'intervista a Wired pubblicata nell'aprile 2013, sottolineando come il fenomeno sia un trend globale. E aggiungendo un dettaglio importante: "La condivisione […] è fatta di molti trend diversi. All'inizio, le persone condividevano inserendo delle informazioni base nei loro profili. Poi abbiamo fatto in modo che potessero modificare lo status. Poi arrivarono le foto. E ora la gente condivide anche con applicazioni come Spotify." Questa frase getta luce su un aspetto ancora poco studiato: una possibile storia della socialit...

Normcore, il nuovo abito del potere

In un articolo di qualche mese fa del New York Magazine, la giornalista Fiona Duncan ha contribuito alla diffusione di un nuovo termine nel discorso sulle tendenze contemporanee, all'incrocio tra moda e comportamenti: normcore. La fusione di normal e hardcore, una sorta di convinta adesione alla banalità del vestire, è stata introdotta da una società di ricerca americana, K-Hole, per dar conto di una tendenza sempre più diffusa tra gli americani cool, ovvero i giovani di estrazione urbano-creativa: quella di vestirsi nella maniera più piatta possibile, “come un turista”, scrive Duncan.   L'abbigliamento al quale viene adesso attribuita l'etichetta di normcore è ben lontano dalle tendenze contemporanee del mix'n'match, quella sapienza compositiva del look dettata da un'approfondita conoscenza dei brand e degli stili, competenza maturata in decenni di consumo di immagini e oggetti. Il normcore sembra l'imitazione, senz'ombra di ironia, del modo di vestirsi dei nostri padri colti in una situazione di ordinaria rilassatezza: jeans slavati o pantaloni a vita alta dalla linea anni '90,...

Su Facebook

Su Facebook (:duepunti) è il nuovo ebook di deep, la nuova collana tutta digitale di duepunti edizioni. Un saggio agile e veloce che permette di lanciare uno sguardo trasversale sul social network più famoso di sempre e che in questi giorni festeggia i suoi 10 anni.   L'autore del libro è Flavio Pintarelli, classe 1983, digital strategist, blogger, redattore per Lavoro Culturale, collaboratore di Medium (e di doppiozero).   L'ebook, che da un punto di vista del concept e della composizione introduce alcune interessanti novità formali, si presenta come un saggio di teoria dei media e ci aiuta a comprendere come, facendo leva su interfacce e su un'organizzazione delle informazioni ben elaborata, Facebook contribuisca a informare i nostri legami sociali, disegnare la nostra esperienza on-line e ridefinire la relazione tra sfera pubblica e sfera privata.   Su permesso dell'autore e della casa editrice ne pubblichiamo qui un breve estratto.   Soggettività e fisionomia delle relazioni sociali In un volume intitolato Per una genealogia del virtuale. Dallo specchio a Facebook (2011) la filosofa Maddalena Mapelli...

La cultura delle Start Up

Negli anni Novanta Manuel Castells, l’autore della Nascita della società in rete, osservò come Joseph Schumpeter e Max Weber stavano iniziando a collidere nello pazio dei network di imprese: “la cultura della distruzione creativa accelerata alla velocità dei circuiti optoelettronici che processano i suoi segnali”. All'epoca si trattava di un  fenomeno tipicamente statunitense, che nel corso di quasi due decenni ha dato vita ad un contesto economico, tecnologico e culturale nuovo la cui influenza si è estesa a molti aspetti della nostra vita quotidiana, digitale e non.   I punti di riferimento della cultura delle start up si distribuiscono lungo un arco ampio, che include ad un estremo i grandi capitalisti tecnologici Steve Jobs, Jeff Bezos di Amazon e Mark Zuckerberg di Facebook e dall'altro i nuovi paladini delle libertà digitali, come Julian Assange di Wikileaks, Chelsea Manning (il soldato statunitense condannato per aver passato 750.000 documenti riservati a Wikileaks), Edward Snowden (protagonista dello scandalo Prism) e Aaron Swartz (programmatore e imprenditore, morto suicida a 27 anni sotto la...

La condivisione all’epoca della crisi

All’inizio di ottobre, stando al “Wall Street Journal”, Facebook ha superato il miliardo di utenti. Quante volte viene cliccato il pulsante “condividi” da questo numero esorbitante di persone? Non ci è dato saperlo. Ma è certo che, anche grazie al social network di Zuckerberg, l’idea della condivisione è entrata in modo prepotente nella vita di una persona su sette su questo pianeta, che quotidianamente usa quel pulsante per mettere in circolazione un numero incalcolabile di link, immagini, testi e video. Nel giro di pochissimi anni, “condivisione” è divenuta una della parole-chiave della contemporaneità.   Il successo del pulsante di Facebook è solo la consacrazione presso il grandissimo pubblico di una pratica di condivisione dell’informazione che è la colonna portante delle culture digitali fin dalla loro nascita. È proprio la condivisione attraverso Internet che ha decretato la fine delle industrie culturali novecentesche così come le conoscevamo, tramite le piattaforme di “file sharing”. Queste strutture distribuite (Gnutella, Bittorrent...

Non farti domande, sii felice e condividi!

Prendi in mano un libro su Facebook e ti aspetti un po’ di netiquette e qualche rivelazione scandalosa sul suo fondatore. Invece ti ritrovi proiettato lungo l’intuizione che soggiace a tutto il libro, in un mondo dove non c’è più spazio per desideri e immaginazione. Dove il potere è appannaggio di società private che gestiscono sofisticati algoritmi. Inevitabilmente ti viene da osservare nuovamente il libro tra le mani, rileggi il titolo, ne sfogli ancora le pagine alla ricerca di qualche indizio che hai tralasciato. Invece no, è proprio così. E non se ne va quella sensazione di avere a che fare con un romanzo cyberpunk degli anni ‘90 dalle atmosfere dark, in cui le corporation sono molto, molto più satanicamente malvagie di quello che sembrano, i buoni a un secondo sguardo si rivelano cattivi e non c’è nessuna via d’uscita (a dispetto del sottotitolo). Impossibile salvarsi. A meno che non accada qualcosa di quasi impensabile e inaspettato: qualcosa di invocato in momenti di limpida paranoia e feroce utopia, un cambio di paradigma sociale, il diffondersi capillare di pratiche comunitarie,...

Condivisione senza attrito

La cronaca della politica estera dell’ultimo anno è stata dominata dalla contesa per la libertà e il controllo delle informazioni sulle reti digitali. In questo ambito ha assunto un ruolo centrale la definizione dei limiti del concetto di “privacy”. Un osservatore attento delle implicazioni dei più recenti orientamenti legislativi è Evgeny Morozov, analista politico e giornalista di origine bielorussa nonché autore di Net Delusion (L’ingenuità della rete). Morozov rileva che spesso i pericoli maggiori per la privacy in Rete non vengono dalle incerte e spesso contraddittorie politiche estere dei governi occidentali ma proprio da alcune aziende del Web 2.0. Un esempio emblematico in tal senso è quello offerto dal cosiddetto “frictionless sharing”, un progetto promosso da Mark Zuckerberg (fondatore di Facebook) nell’autunno 2011 in virtù del quale non sarà più necessario condividere gusti e preferenze: Facebook, infatti, li registrerà automaticamente rendendoli così disponibili ai contatti (agli “amici”) di ciascun utente. Tale sprone al...

Gladwell, scrittore post-Apple

Malcom Gladwell ha poco meno di cinquant’anni, scrive articoli brillanti e acuti sul “New Yorker”. Nelle foto che compaiono nei suoi libri – quattro sin qui – appare come un giovane con i capelli crespi e la pelle leggermente scura; somiglia, seppur vagamente, a Michael Jackson. È figlio di una giamaicana, psicoanalista, e di un inglese, professore di matematica, e rappresenta in tutto e per tutto l’anti-Tom Wolfe, ovvero quello che è diventato il giornalismo americano di punta negli ultimi vent’anni. Gladwell ha un grandissimo talento, quello di insinuarsi nei luoghi comuni e di ribaltarli, o almeno di farli ruotare di novanta, o più, gradi. Da poco è stato tradotto in italiano il suo ultimo libro, What the Dog Saw (Avventure nella mente degli altri, Mondadori), una raccolta di suoi pezzi apparsi sul “New Yorker” tra il 2000 e il 2006, piccole e saporite indagini: perché ci sono tanti produttori di maionese mentre il ketchup della Heinz è unico e risulta insuperabile? cosa voleva davvero fare John Rock, il cattolico che ha creato la pillola anticoncezionale? come è stato...

David Fincher. Millennium - Uomini che odiano le donne

La logica del remake della quale i produttori hollywoodiani di oggi, molto più che in passato, non sembrano essere in grado di fare a meno, è senza dubbio la più facile delle risposte, ancorché decisamente reazionaria, alla scarsità di idee che pervade il cinema contemporaneo. Ma è anche, a ben vedere, una sorta di reazione a basso costo al mercato del 3D e delle attrazioni digitali cui la settima arte, filone mainstream, punta sempre più di frequente. Millennium (remake dell’omonimo film di Niels Arden Oplev del 2009) in tal senso rappresenta l’archetipo di un certo atteggiamento del cinema d’oltreoceano, venutosi a creare negli ultimi tempi, in funzione del quale la selezione dei film di cui fornire la reinterpretazione viene a cadere, nella quasi totalità dei casi, su pellicole contemporanee e di importazione. Ma se quella svedese si è dimostrata per gli americani una cinematografia piuttosto ostile con la quale confrontarsi – il recente flop del remake di Lasciami entrare, film dalle potenzialità enormi, lascia sbalorditi –, la scelta illuminata, da parte della MGM di affidare...

Gente senza frizione

Prima della rete, prima che la tecnologia per agirla giungesse ai più, vivevamo in un sistema media-centrico, in cui la tv costruiva l’immaginario comune e chi lo controllava ne vendeva gli sfavillanti surrogati agli “utenti”. I due principali “prodotti mediatici”, “intrattenimento” e “informazione” si sono poi appiattiti sul primo andando ben oltre l’idea dell’ibridazione (“infotainment”).   Con la diffusione della banda larga e la rivoluzione dei costumi socioeconomici, la struttura gestore - medium - utente che fin lì aveva retto, con la TV a fare da fulcro, tenta una sovrapposizione se non proprio un assalto “normalizzatore” alla rete collezionando una serie di clamorose disfatte. La rete non è la tv! Non è colonizzabile, non è regolamentabile, né compatibile coi vecchi modelli economici.   Ciononostante approcciare il web come luogo di nascita di nuovi mercati e nuove opportunità commerciali è un’ottima idea per comprenderne a fondo le dinamiche sociali, vero motore del web. Gerd Leonhard, Guru USA dell...

Facebook e i Signori Grigi

Avete presente Momo, il romanzo per ragazzi scritto da Michael Ende? C’è una ragazzina con il dono di ascoltare le persone che vive in una piccola città senza nome. All’improvviso questa città viene invasa dagli infidi Signori Grigi – uomini senza identità, tutti vestiti di grigio, con sigaro in bocca e bombetta in testa; i quali conti alla mano convincono gli abitanti che stanno sprecando il loro tempo a chiacchierare, a passeggiare, a occuparsi degli altri; e dopo averli persuasi gli fanno un’offerta che nessuno rifiuta: smettere di oziare, e mettere questo tempo risparmiato in una fantomatica Banca del Tempo. In realtà i Signori Grigi sono dei truffatori, vivono letteralmente del tempo degli altri, glielo rubano, se ne nutrono parassitariamente. Quei sigari che fumano sono degli orafiori: ossia la concretizzazione del tempo che gli abitanti turlupinati pensavano di risparmiare – e difatti se uno gli toglie il sigaro dalle labbra i Signori Grigi spirano, si spengono, diventano fumo.   La storia di Momo, datata 1973, è una storia per i nostri tempi: la rappresentazione perfetta del meccanismo...

Personal computer

“S-a-l-v-e p-r-o-f-e-s-s-o-r F-a-l-k-e-n”. La voce, metallica e monocorde, si diffonde nella stanza da un piccolo altoparlante dalle forme talmente retrò che oggi si potrebbe trovarlo facilmente in un negozio di design. Alla scrivania, un giovanissimo Matthew Broderick guarda preoccupato l’oggetto che ha davanti e comincia a digitare su una tastiera. Nessun codice particolare, solo parole del linguaggio comune con cui il piccolo genio dell’informatica dialoga con il potente mainframe del Pentagono, cercando di dissuaderlo dal proseguire un “gioco” cominciato qualche sera prima che risponde all’inquietante nome di “Guerra termonucleare globale”. Il punto è che il computer, da brava macchina, ha preso molto seriamente la cosa, portando effettivamente il mondo sulla soglia di un vero conflitto. È il 1983, e la scena che abbiamo descritto è una di quelle del film WarGames. Se abbiamo deciso di aprire questo articolo evocandola, non è perché negli anni Ottanta prospettare che un computer intervenisse sulla realtà, pilotasse dei missili o si connettesse a un altro calcolatore fosse...