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Michael Jackson

(12 risultati)

O della responsabilità dell’essere adulti / Ancora su Michael Jackson

A pagina 68 del libro Su Michael Jackson della scrittrice e premio Pulitzer Margo Jefferson (66thand2nd, pag. 160, traduzione di Sara Antonelli, € 15) ci si imbatte in questa dichiarazione di Jackson: “Ci sono musicisti – Springsteen e gli U2 per esempio – che pensano di aver imparato tutto dalla strada. Io sono un performer fino al midollo. Tutto quel che so viene dal palcoscenico”. Spavalderia e rilievo polemico a parte, la frase consente di distinguere in modo molto chiaro ciò che pone Michael Jackson e la sua arte in una prospettiva diversa rispetto al rock e alla cultura “da strada” che ha determinato molta cultura popolare del Novecento.   Ciò che Michael Jackson sostiene è che in ambito di performance artistica il rock e, per esteso, la controcultura ad esso associata, stanno un gradino sotto l’intrattenimento. L’interprete di rock, anche il più autentico e di successo, come Springsteen e gli U2 certamente erano all’epoca della dichiarazione, può poco nei confronti di chi, come lui, è cresciuto a pane e palcoscenico fin dall’età di cinque anni. Michael Jackson sta cioè distinguendo non solo fra cultura classica (la scuola, i libri) e quella che, parafrasando Mario...

Mostre / Lettera da Londra

Stansted è un orrendo centro commerciale, con i gates nascosti il più lontano possibile dietro infiniti shops pieni di After Eights, gin Beefeater, e tutti gli altri simboli commerciali del folklore britannico, incluse le immancabili tazze dell’ultimo royal wedding. Mentre le persone corrono al volo, annunciato il più tardi possibile, perché non si perda nemmeno un secondo delle infinite opportunità di acquisto offerte al passeggero, sale il caldo, essendo l’anno della più radicale heatwave, dopo quella del 1976, che benedisse, in un panorama urbano sinistro e cosparso di rifiuti (per via di un lungo sciopero delle imprese della nettezza) le profetiche urla del punk. I corpi sono al centro della stagione estiva delle mostre: distorti, aggrediti, mutati, cambiati al punto di essere irriconoscibili, essi sono la linea della stagione estiva delle mostre.   In primo piano, alla National Portrait Gallery, una notevolissima esposizione, curata da Nicholas Cullinan, che scrive nell’ampio catalogo insieme a Zadie Smith e ad altri, sulla presenza nella cultura pop di Michael Jackson, che dalla più tenera infanzia, star assoluta del suo gruppo familiare Jackson 5, fino ai massimi...

Goethe Institut Torino / Horst Bredekamp, Immagini che ci guardano

Il 15/16 marzo a Torino due giorni di incontri sul tema delle immagini e della violenza: come dobbiamo e vogliamo rapportarci a tutte queste immagini che pervadono e ossessionano la società occidentale? Che effetto ha il predominio dell’immagine sulla costruzione e tradizione del nostro canone culturale? È possibile formulare un’etica dell’immagine per il XXI secolo? Doppiozero riprende qui un contributo di Roberto Gilodi per contribuire a costruire un dibattito attorno al tema, urgente e fondamentale.     «Non iscoprire se libertà t’è cara ché ’l volto mio è charciere d’amore.» L’autore di questa frase imperativa, annotata su un pezzetto di carta, è Leonardo da Vinci. L’allusione è alla consuetudine di velare le statue e di scoprirle nelle occasioni festive, a parlare – ed è questo l’aspetto singolare – è la statua stessa che si rivolge direttamente a colui che la guarda. Il monito che proviene dall’opera trasforma la sua condizione di oggetto, che si offre passivamente alla visione dello spettatore, in quella di un soggetto attivo: la visione diventa comunicazione.   Questa annotazione di Leonardo viene eletta da Horst Bredekamp a motto di quello che è...

Bologna, Milano, Torino, Roma, Parma, Cagliari, Andria e Livorno / I repertori dei matti

  Qualche mese fa ero a Genova a fare un seminario di letteratura, e a me a Genova, non so perché, i genovesi, hanno un modo di parlare, mi sembrano tutti un po’ squinternati e poi, tra l’altro, quando vado a Genova mi vien sempre in mente un romanzo di Matteo Galliazzo che si doveva intitolare Il rutto della pianta carnivora, bellissimo titolo, secondo me, che però poi gliel’hanno cambiato è diventato Il mondo è parcheggiato in discesa, che  mi sembra un titolo bello anche quello, e è un romanzo che si svolge a Genova e si racconta che i genovesi, quando hanno aperto il MacDonald’s, il ristorante, ai ragazzi che stavano alle casse gli avevan dato le istruzioni che danno a tutti i ragazzi che stanno a tutte le casse di tutti i MacDonald’s del mondo cioè di sorridere, e i genovesi, racconta Galliazzo, questa cosa che i ragazzi che stavano alle casse del MacDonald’s sorridevano non è che gli piaceva tantissimo, ai genovesi: «Ben ma, – pensavano i genovesi, – perché sorridono, prendono per il culo?».   Allora sembra che dalla sede centrale del MacDonald’s, che dev’essere negli Stati Uniti vicino a Chicago, per la  prima volta nella storia del MacDonald’s abbiano...

David LaChapelle. Dopo il Diluvio

Celebrating di Veronica Vituzzi   La fine di una civiltà porta sempre con sé un cumulo di macerie, cadaveri, rovine semi carbonizzate di un'epoca colma di corpi e oggetti. Dopo il Diluvio, retrospettiva sul lavoro di David LaChapelle in mostra fino al 13 settembre al Palazzo delle Esposizioni di Roma, cattura in immagini il crollo fantasticato della nostra cultura ipermediatica e lo racconta secondo quello che a prima vista potrebbe essere considerato il canone estetico più diffuso del nostro tempo, ovvero quello di una società dello spettacolo estremamente fotoritoccata. La trasposizione nel contesto del presente di un'icona o un topos narrativo sedimentati nella coscienza culturale è un evento necessario per estrapolare dal passato quei dati emotivi o concettuali che continuano ad agire dentro l'essere umano; e la morte di una civiltà presuppone, ben più degli specifici decessi biologici, la fine delle idee, dei pensieri, e soprattutto della capacità di immaginazione di un popolo, lasciando solo i resti dei prodotti culturali da esso realizzati. In Il diluvio, David LaChapelle descrive la distruzione...

San Francisco

Nonostante le spiacevoli traversie dei viaggi andati a male sappiamo che non sarà questo a fermarci. Le esperienze di viaggio ci insegnano che la prossima volta potrebbe andare meglio, anche quando tutte le evidenze volgono al peggio. C’è, nel viaggio, la forza di una sorpresa, l’idea di novità, la deriva profonda dell’avventura, quella che il filosofo Jankélévitch pensava fosse la chiave dell’idea di inizio, di ri-partenza o di qualcosa che “stacca” il tempo normale e lo fa diventare una freccia. C’è, nel viaggio, la busta a sorpresa che una volta si comprava in edicola. Non importava quel che c’era dentro, giornaletti, soldatini, cianfrusaglie, ma era l’aprirla il momento magico. Il viaggio è un avvio. E soprattutto esso è una riproposizione del presente, riporta il presente dove dovrebbe stare.   Adesso che sto ballando in un posto improbabile, nell’unico quartiere off rimasto a San Francisco, Bayview, un ghetto nero in cui la gentrification tarderà ad arrivare, adesso lo sento il presente. In una dark room di un bar malandato all’angolo della...

David Bowie is everywhere

“All art is unstable. Its meaning is not necessarily that implied by the author.  There is no authoritive voice.  There are only multiple readings.” (David Bowie)     All’entrata un fluire di creste gialle e rosse, di eyeliner marcati, di capelli lunghi diventati bianchi. Mamme con figlie di vent’anni di meno, uguali e irrimediabilmente diverse; una ha vissuto anni da celebrare, l’altra forse non ancora. Padri trentenni con in braccio neonati, signori che camminano appoggiati a un bastone. Sembra che non manchi nemmeno una generazione qui all’ingresso della mostra. “David Bowie is everywhere”. Raramente una massa di teste davanti a un quadro o a una foto in una galleria d’arte suscita interesse anziché irritazione. La mostra migliore è quella deserta. Ma ci sono eccezioni e l’exhibition in corso a Londra su David Bowie è una di quelle. Creste colorate, capelli cotonati che si interpongono, si sovrappongono e si stagliano su videoclip anni ’70, le ombre della gente che cadono sui vestiti di scena disegnati da stilisti eccentrici, tutto questo contribuisce a...

Gladwell, scrittore post-Apple

Malcom Gladwell ha poco meno di cinquant’anni, scrive articoli brillanti e acuti sul “New Yorker”. Nelle foto che compaiono nei suoi libri – quattro sin qui – appare come un giovane con i capelli crespi e la pelle leggermente scura; somiglia, seppur vagamente, a Michael Jackson. È figlio di una giamaicana, psicoanalista, e di un inglese, professore di matematica, e rappresenta in tutto e per tutto l’anti-Tom Wolfe, ovvero quello che è diventato il giornalismo americano di punta negli ultimi vent’anni. Gladwell ha un grandissimo talento, quello di insinuarsi nei luoghi comuni e di ribaltarli, o almeno di farli ruotare di novanta, o più, gradi. Da poco è stato tradotto in italiano il suo ultimo libro, What the Dog Saw (Avventure nella mente degli altri, Mondadori), una raccolta di suoi pezzi apparsi sul “New Yorker” tra il 2000 e il 2006, piccole e saporite indagini: perché ci sono tanti produttori di maionese mentre il ketchup della Heinz è unico e risulta insuperabile? cosa voleva davvero fare John Rock, il cattolico che ha creato la pillola anticoncezionale? come è stato...

Videoclip

Rivendicarne la paternità italiana sarebbe scorretto, eppure quando si parla di video musicale è difficile non pensare alla cosiddetta Musica cromatica del futurista Bruno Corra. Anno 1912, così Corra definiva il suo disegno diretto su pellicola, ispirato alla musica di Mendelssohn e Chopin. È trascorso un secolo e il minimo che si posa affermare è che il videoclip è divenuto una forma d’arte ormai a sé stante. L’idea di sviluppare un filmato accoppiato a una musica è in pratica coeva del cinema sonoro. Cosicché il jazz, che alla fine degli anni 20 nel secolo passato andava per la maggiore, cominciò a essere accompagnato dalle immagini. Da Minnie the Moocher di Cab Calloway (il primo vero clip della storia, secondo gli storiografi) a Duke Ellington, dai Beatles a Bohemian Rhapsody dei Queen (il primo videoclip della storia, sostiene a torto la massa di appassionati di musica rock), l’evoluzione di questa “ristretta” forma di linguaggio ha trovato proprio negli anni ’80 il suo massimo amplificatore.     Con lo sviluppo della discografia su scala industriale...

Un possibile grande paese

Un grande paese: si presenta così il nuovo libro di Luca Sofri (Rizzoli, pp. 250, € 10), con un titolo netto e positivo. Persino risibile, come egli stesso sottolinea spesso nel libro, perché è un auspicio, più che un dato di fatto. Un augurio.   Dentro, fra le tante cose, fra Obama, Michael Jackson, Baricco, fra la moglie (le cui frequenti citazioni, è bello dirlo, sottendono una amorosa gratitudine), fra amici, esperienze e digressioni sul presente, ci sono due idee di fondo: la collettività e il cambiamento. Ma queste due parole sono troppo piccole per dire tutto.   La prima è il tentativo di dare un nuovo nome, una nuova forma, a quello che troppo spesso chiamiamo semplicemente patria. E che invece contiene qualcosa in più che è l’io. Il passaggio, non detto ma evidente, sta nel fatto che la nuova identità collettiva contemporanea non passa per l’idea di nazione (vacua e incomprensibile) ma per una più lucida forma di empatia fra se stessi e i propri compagni di viaggio. Non passa per l’idea astratta di un’identità totemica (la patria) ma...

MTV

A mezzanotte del 1 agosto 1981 nasce MTV. La M sta per musica, quindi la sigla si legge Music Television. Al momento della fondazione la library del canale è piuttosto sguarnita: 250 video appena, destinati ad aumentare nell’arco di poco tempo. Il primo videoclip mandato in onda è dei Buggles, ma più che di una canzone si tratta di un presagio: Video Killed the Radio Stars. Mentre in Italia la cosiddetta “musica da vedere” è relegata dentro esperimenti da seconda serata Rai (tipo Mister Fantasy di Carlo Massarini, MTV sarebbe arrivata qui solo a metà degli anni ’90), il primo canale televisivo integralmente musicale assolveva a due bisogni. Da una parte, negli Stati Uniti, l’emergente tv via cavo necessitava di contenuti specifici originali (la musica, in questo caso) per definire meglio l’offerta destinata a nuovi target di consumatori. Dall’altra si trattava di un potente veicolo commerciale per far vendere più dischi. O almeno, così la pensava Robert Warren Pittman, il giovane manager (25 anni appena all’epoca) chiamato a generare un’idea che rendesse redditizio il nascente...

Immateriale

L’aggettivo immateriale copre un arco di significati idealmente compreso fra il tradizionale “spirituale” e il contemporaneo “digitale”, con riferimento all’informatica e all’elettronica. Il progressivo allargamento del campo semantico è direttamente connesso, nei paesi industrializzati, alla diffusione delle nuove tecnologie, alla crescita economica dei settori della moda, del design, della finanza e, in generale, del terziario avanzato. Tali sviluppi hanno comportato, tra l’altro, lo slittamento del senso del “valore” dalla grandezza monetaria e comunque materiale, ai beni immateriali. Questi ultimi, infatti, possiedono valore economico, anche se non hanno consistenza fisica: è il caso del marchio (brand), delle relazioni personali, della cultura, e così via.   L’enfatizzazione di simili aspetti immateriali è un processo lungo che avviene nel quadro della transizione dal fordismo al postfordismo e che trova compiuta espressione proprio negli anni ottanta, di pari passo con l’affermazione della società dello spettacolo e l’esaltazione dell’effimero e...