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Michel Foucault

(126 risultati)

Il futuro della moda / Fashion Futuring

La pandemia Covid-19 ha spinto stilisti e aziende a riconsiderare la temporalità di moda alla luce dell’indeterminatezza e delle emergenze improvvise. Giorgio Armani, su tutti, ha richiamato l’attenzione sulla dispersività delle collezioni: si sprecano le linee succedanee del marchio principale, mentre tempi e funzioni dei capi non rispondono alle esigenze della vita reale, e, come se non bastasse, i flussi produttivi sono diventati insostenibili per consumatori, ambiente e lavoratori. Il basso costo e la velocità della produzione incidono sul ciclo di vita dei capi e sul ritmo dell’acquisto, considerato troppo veloce, soprattutto se bisogna fare i conti con periodi di lockdown in cui si indossano pochi capi. L’era della moda istantanea, veloce, sembra essere giunta al termine perché, come già illustrato qui, l’eccesso di indumenti comporta la loro distruzione. Troppe collezioni, troppe sfilate, troppo dispendio di risorse inestimabili ormai esaurite ha comportato, complice anche il Coronavirus e il divieto di grandi assembramenti fino a nuovo ordine, la rinuncia di molti stilisti alle pratiche e ai tempi del sistema moda (es. Alessandro Michele per Gucci, Michael Kors, ecc.). L...

OGR. La cura del mondo / Il tempo ultimo

La cura come pensiero   “Cura” è una parola che sta risuonando insistentemente nelle iniziative pubbliche, nei discorsi comuni, negli incontri degli ultimi mesi. Come se ci fosse una urgenza, una fretta, una necessità di comprendere, al di là della pandemia che ha colpito il mondo, quale sia la malattia più profonda che si è insinuata in tutte le fibre del pianeta, e che ha messo in evidenza non solo la fragilità della vita umana, ma la criticità di tutto il sistema di vita sulla terra, e i rischi, forse per la prima volta davvero “fatali”, che stiamo correndo. E, di conseguenza, come se fosse imprescindibile individuare e esercitare una cura. Ma, appunto, su molte, troppe ferite occorre apprestare le cure. È l’intero nostro mondo che appare malato. Di quali e quante malattie? Quali sono i sintomi, quali le diagnosi? Quali procedure, quali farmaci andranno usati per le tante patologie del pianeta? Per ottenere che cosa? Guarigione? E con quali aspettative? E se si trattasse di una malattia “terminale”? Non tutto si può sempre curare. L’esito può essere anche letale. Ma è possibile curare anche la morte? O questa è una domanda priva di senso? La risposta sembrerebbe ovvia. È...

Danilo Montaldi / La letteratura della ligèra

Con il termine gergale leggera (dall’etimo controverso; anche ligèra, lingèra ecc.) si intendeva, fino a circa mezzo secolo fa, il circuito della vecchia malavita padana animato da pescatori di frodo, ricettatori, ex galeotti, macrò, contrabbandieri, ladri di polli, ambulanti e altri pittoreschi dropout attivi soprattutto tra Milano e il contado cremonese. Questo umile microcosmo canagliesco avrebbe trovato il proprio etnografo d’eccezione nel giovane Danilo Montaldi, «geniale figura di sociologo antiaccademico e va-nu-pieds, comunista eretico e attivista instancabile, irriducibile», che dalla metà degli anni ’50 avrebbe raccolto “sul campo”, dalla penna dei diretti interessati, le storie di vita di alcuni di questi antieroi della marginalità, poi introdotte e annotate nelle indimenticabili Autobiografie della leggera pubblicate una prima volta da Einaudi nel 1961. Nel suo recente libretto, Narratori della leggera. Danilo Montaldi e la letteratura dei marginali (Carocci), da cui proviene la didascalia di poco sopra, Fabrizio Bondi ha inteso tracciare una vera e propria «biografia» del capolavoro del sociologo cremonese: dai motivi ispiratori del progetto (il rapporto tra...

Un nuovo volume della collana Riga / Kitsch Kitsch Kitsch, hurrah!

Silvia Bottani   Che cos’è il Kitsch? come potremmo definirlo? vira più verso il cattivo gusto (ossia un gusto differente che a noi non piace) o è semplicemente una mancanza di gusto (una indifferenza verso il gusto)?    Il kitsch continua a evolversi nella forma ma mantiene il suo carattere originale. Possiamo intenderlo come una menzogna che diventa una verità accettata e condivisa ma anche come una strategia di mimetizzazione e di sabotaggio messa in opera dallo scarto, da ciò che è fallato nei confronti di ciò che è compiuto, una forma di contaminazione che fonde high e low brow per creare un prodotto di massa. Possiamo ancora considerarlo come l'opposto speculare dell'arte? Forse no, almeno nei fatti, se una parte consistente di arte established ne è stata parassitata e se non esistono avanguardie.    Si tratta di un fenomeno meramente estetico, o pseudo-estetico, o invade anche i territori dell’etica e della politica? Se sì, in che modo?   Invade certamente i territori dell'etica e della politica, portando in primo piano un approccio caratterizzato da sentimentalismo e ironia che influenzano e orientano il discorso pubblico e la comunicazione....

Le sensate esperienze della DaD / La scuola e il discorso digitale

Premessa: il diritto di lasciare le cose incompiute   C'è un apologo piuttosto noto, anche se non è chiaro chi ne sia l'autore. La storia è questa: il Direttore di una grande società, impossibilitato ad assistere a un concerto nel quale era in programma la Sinfonia N° 8 in si minore di Franz Schubert, nota come l’Incompiuta, fa dono dei biglietti al Responsabile delle risorse umane dell'azienda, un giovane laureato alla Bocconi con master in una London School, ma che non conosce la Grand Musique, nella speranza che Schubert gli apra un orizzonte. Il giorno dopo il Direttore generale gli chiede com'è stato il concerto, e si sente rispondere che riceverà una relazione; che, puntualmente, arriva a mezzogiorno, divisa in punti:   1.Durante considerevoli periodi di tempo i quattro oboe non fanno nulla: si potrebbe ridurne il numero e distribuirne il lavoro fra il resto dell’orchestra, eliminando i picchi d’impiego; 2. I dodici violini suonano la medesima nota: l’organico dei violinisti potrebbe quindi essere utilmente ridotto; 3. Gli ottoni ripetono suoni che sono già stati eseguiti dagli archi, il che appare inutilmente ridondante; 4. In conclusione: se Schubert avesse...

2 / Controversie microbiche

Quel che Bruno Latour ha mostrato in I microbi è che, in materia di scienza, la diffusione di un’idea, pur geniale o salvatrice, non avviene solo in virtù della sua forza, richiede anche l’intervento di altri attori, sia “naturali” che umani, micro-organismi, esperti, amministratori pubblici. Pasteur scatena le sue battaglie in tutti i luoghi dove ampi movimenti sociali sono assillati da un problema, ogni volta asseconda le loro richieste, ma impone loro un metodo per soddisfarle; recluta nuovi alleati, ma attribuisce la sua forza alle ricerche di laboratorio, come se soltanto da lì possa uscire la rivoluzione che modifica la società intera. Quando, negli anni Ottanta dell’Ottocento, l’industria serica entra in crisi in gran parte delle regioni mediterranee a causa di un morbo che colpisce i bachi da seta, le indagini al microscopio rivelano che il male si sviluppa soprattutto nelle crisalidi; basta dunque elevare la temperatura di qualche grado per affrettare l’uscita delle farfalle e poterne controllare la salute. Ancor prima, Pasteur era entrato nel campo della medicina veterinaria debellando una terribile malattia che colpiva pecore e mucche, il carbonchio, provocata dal...

Roberto Esposito / Abbiamo bisogno del potere?

“Non esiste, né è mai esistita, una società che abbia fatto a meno del potere”, dunque non esiste società che non sia attraversata e continuamente trasformata dal conflitto. Così Roberto Esposito nel suo ultimo libro, Pensiero istituente. Tre paradigmi di ontologia politica, Einaudi, 2020, affronta il nodo vitale che nella crisi contemporanea stringe il pensiero filosofico alla prassi politica, ripensa nel segno di Claude Lefort la messa in scena dell’antagonismo nel “governo della società”, propone una teoria dell'“istituente” contro i paradigmi della “potenza destituente” e del “potere costituente” che, nella loro feconda opposizione, hanno dominato la riflessione filosofico-politica degli ultimi decenni. È istituente il pensiero che mantiene un rapporto con la negazione e decostruendo la sostanzialità del potere ne “rivela il centro vuoto, di volta in volta occupabile solo dalle forze che momentaneamente prevalgono, prima di essere sostituite da altre, altrettanto sostituibili” e che sulla scorta di un linguaggio foucaultiano fa subentrare alla categoria di soggetto quella di soggettivazione, o più precisamente, qui, di un movimento, l’istituire appunto, che è un compito sempre...

La cecità come scelta / Covid e la fine del sogno americano

Houston, 16 luglio 2020 L’ultimo giorno normale della mia vita è stato il 6 marzo 2020, l’ultima lezione che ho tenuto in classe. Ciò che ha salvato la mia università dalla pandemia, allora, è stato lo spring break, la vacanza di primavera che cominciava la settimana dopo. Tempo pochi giorni, e si è visto che tornare in classe non era più possibile. Io stavo insegnando un corso sulla biopolitica. Parlavamo e abbiamo continuato a parlare via Teams di Michel Foucault, Hannah Arendt, Giorgio Agamben, Roberto Esposito, Antonio Negri, Michael Hardt, Paolo Virno, Donna Haraway, Judith Butler, Anthony Kwame Appiah, Slavoj Žižek e altri ancora. Ancora prima che la pandemia raggiungesse il Texas, ogni settimana trovavo, senza neanche doverlo cercare troppo, qualche articolo di giornalismo investigativo che mettevo a disposizione degli studenti e sembrava scritto apposta per il mio corso.    Se Achille Mbembe parlava di necropolitica e di necropotere, di schiavitù e di colonialismo come stati di eccezione permanente, e del modo in cui le popolazioni soggette potevano essere controllate verticalizzando il loro spazio (non entrerò in particolari perché non è questo il punto che...

Ognuno di noi / Appunti sulla crisi

Le idee riproposte da Naomi Klein in un articolo dell’8 maggio su Intercept, dove avverte che quello che abbiamo di fronte con questa pandemia è la grande opportunità che hanno i giganti della tecnologia di subentrare allo stato, diventando erogatori di sistemi sanitari, mediatori del sistema educativo, occupando di fatto il luogo tra società e risorse che è delle istituzioni, hanno le loro radici in un pensiero che si è sviluppato in gran parte nella cultura francese e italiana degli ultimi cinquant’anni. Naomi Klein cita lo stato di eccezione ma si potrebbe dire che oltre ad Agamben ci sono nel suo articolo Deleuze e Guattari, Negri e Hardt, Foucault, in una critica del capitalismo che si è sviluppata in Europa a partire dal ‘68.  Le conclusioni di Naomi Klein sono devastanti, perché è vero che la battaglia che si combatte a forza di mascherine, ventilatori e vaccini, non è che uno scaldarsi i muscoli da parte dei giganti del Big-Pharma, pronti a sbarazzarsi dei competitori, delle regole del gioco, per un dominio assoluto del mercato mondiale della salute. Così come le tecnologie che abbiamo tutti adottato per insegnare a distanza e per lavorare, hanno di fatto introdotto...

Schuman, de Rougemont, Foucault: verità e complessità / 9 maggio 1950. L’Europa necessaria

Sono passati settant’anni, dal 9 maggio 1950. In quella data, l’allora Ministro degli esteri francese Robert Schuman, in una dichiarazione scarna e incisiva, proponeva ai tedeschi di porre l’insieme delle rispettive produzioni del carbone e dell’acciaio sotto un’autorità comune, aperta ad altri Paesi dell’Occidente europeo. Con la CECA parte il primo tassello dell’unificazione europea. I sei Paesi che la fondano, si danno appuntamento a Roma il 1957, per ampliarla con un progetto più ambizioso: la Comunità Economica Europea (CEE). A distanza di poco più di sessant’anni, essa annovera ventisette Paesi e, dal Trattato di Maastricht del 1992, si chiama Unione Europea.  Immagino già non pochi storcere il naso o farsi sopraffare dalla delusione per lo scarto tra l’ideale e il reale, tra le fulgide visioni di allora e la realtà di oggi, all’idea di leggere un articolo sull’anniversario della Dichiarazione Schuman e sul futuro dell’Europa. Ma, non demordo, e spero che anche questi lettori abbiano ancora la pazienza e la curiosità di continuare a leggere. Certo, come dare loro torto, se solo proviamo a rivangare il triste momento, allo scoppio dell’epidemia in Europa, in cui uno...

In margine a Cacciari e De Martino / Manierismo e Umanesimo

Manierismo e Umanesimo. C’è un filo sottile che nell’ultimo saggio di Massimo Cacciari (La mente inquieta. Saggio sull’umanesimo, Einaudi 2019 di cui su doppiozero ha riferito Francesco Bellusci) lega questi due termini all’apparenza opposti. Opposti perché alla base c’è quasi sempre un’equazione molto semplice, ovvero, l’identificazione di Rinascimento e classicismo, qualsiasi forma di classicismo essendo per definizione l’esatta negazione del manierismo. Ammesso dunque che si voglia stabilire, per quanto implicitamente, un legame tra manierismo e umanesimo, è da quella fatale equazione che bisogna partire. E da lì parte, infatti, Cacciari. Gli umanisti non furono dunque i grandi riscopritori dei classici? Certamente, a patto però di intendersi su quel termine: “classico”. Di intendersi per non intenderlo, il classico, nel senso della pienezza, dell’armonia, dell’organicità e, insomma, dell’uomo come centro e misura dell’universo. Perché così lo intesero, invece, sul finire dell’Ottocento, una serie di autorevoli filosofi, filologi, storici dell’arte e della letteratura facendone il perno e la sostanza del cosiddetto Humanismus.   Contro questa conformazione discorsiva si...

Pensiero divergente / Svezia e Corea: due modelli

Cosa può insegnarci il modello Svedese? di Simone D'Alessandro   La spinta gentile contro la cultura dell’autoreclusione sorvegliata   Quando è scoppiata l’emergenza Covid-19 in occidente, le nazioni Europee hanno preso strade differenti, condizionate dai propri riferimenti etici, valoriali e culturali: paesi come l’Italia, la Spagna, la Grecia – successivamente Francia, Danimarca, Norvegia e Finlandia – hanno deciso di fare il cosiddetto lockdown, consistente nel chiudere gran parte delle attività economiche e isolare i focolai, invitando la popolazione a restare a casa, optando per un approccio morale deontologico universalista. Si è deciso di seguire la massima universale: tratta le altre persone come fini in sé e mai come mezzi per un fine, perché ogni vita è unica e merita di essere salvata. Nel fare questo le nazioni sono state evidentemente influenzate dal dettato costituzionale, derivato dal retaggio culturale cristiano e dalla teoria morale deontologica kantiana, consistente nella volontà di prendersi cura di tutti, prescindendo da età e condizioni di salute pregresse.     Al contrario il Regno Unito ha, inizialmente, optato per un modello basato...

Metafisica del populismo VI / Teologia del virus

Quando si prova a pensare al cambiamento che il Covid 19 produrrà nel nostro futuro si è inclini ad un certo “apofatismo”. Come per il Dio “al di là dell’essere” della teologia negativa nessuna delle categorie del discorso pubblico alle quali eravamo abituati sembra infatti in grado di rendere ragione della trasformazione che sta operando nelle nostre vite e, soprattutto, di quelle che genererà “dopo”. Del virus, sul piano empirico, sappiamo molto. Con fiducia e riconoscenza ci rivolgiamo infatti agli scienziati e al loro certosino lavoro, ma anche gli scienziati condividono lo stesso nostro spaesamento circa ciò che il virus sta facendo e farà di noi in quanto “comunità umana”. La situazione è strana: da un lato abbiamo la certezza che è in atto un cambiamento radicale, che niente sarà come prima, dall’altro cosa accadrà, quale cambiamento è in corso, resta totalmente indeciso. Il trauma, del resto, ha proprio questa natura. È il sentimento incontrovertibile di un “accadere” che però non ha oggetto.   Il trauma certifica, con la sua dolorosa evidenza, che qualcosa è accaduto, segnando una discontinuità radicale e irreversibile nelle nostre vite, ma non ha un contenuto da...

Il virus tocca anche la stanza d’analisi / Rallentare stanca

Ma che giorno è oggi?, mi chiedo svegliandomi per l’ennesima mattina in un silenzio surreale. Strade e piazze, come nei quadri di de Chirico, contenitori melanconici attraversati da bizzarri viventi, a volte con cani, sempre più spesso con mascherina. Annunciano un tempo né feriale né festivo, che non ha ancora un calendario. Quello di prima è stato cancellato, le sue pagine si sono volatilizzate, la quotidianità fitta di impegni e scadenze rinviata a un futuro che non si può sapere quando inizierà. Il tempo è entrato in un’altra dimensione, disorienta il vissuto storico al quale siamo abituati.  Rallentare stanca. Immobilizzare organismi abituati a muoversi a velocità supersoniche abbatte e tramortisce, costringe ognuno a inventare un altro ritmo. Intanto il rovesciamento della Weltanschauung è epocale. Ci viene chiesto di vivere… al contrario. Il diktat del rimanere chiusi a casa propria, comprare quanto è essenziale, non frequentare nessuno e lavorare il meno possibile destabilizza chi è cresciuto con l’imperativo categorico di dover socializzare/produrre/consumare. Un mondo che pulsava da estroverso si ritrova in pochi giorni a dover celebrare le virtù dell’introverso....

Non un augurio ma un impegno / Dare inizio

Non sono tra quanti considerano il 31 dicembre un giorno come gli altri, ne vivo anzi, anche emotivamente, la forza simbolica di rito di passaggio tra ciò che termina e ciò che ha inizio (quest’anno esteso al primo decennio del XXI secolo). E come in occasione dei compleanni, la rammemorazione degli avvenimenti che, in maniera largamente imperscrutabile, inanellandosi mi hanno condotto proprio dove sono, serve a chiedermi verso dove intendo orientarmi. Insomma la mia attenzione – e non semplicemente la mia aspettativa – è rivolta molto di più su ciò che potrebbe avere inizio che su ciò che termina. Ma non si tratta né della negazione dell’irriducibile caducità di tutto ciò che esiste né dell’illusoria speranza che l’anno nuovo, per intrinseche proprietà magiche, spazzi via da solo tutto quello che non va, come se il nuovo, di per sé, significasse cambiamento, miglioramento, progresso. Conosco bene la lezione del venditore di almanacchi di Leopardi; il fatto è che sposo appieno questa riflessione di Hannah Arendt:   “Se lasciate a se stesse, le faccende umane, possono solo seguire la legge della mortalità, che è la più certa e implacabile legge di una vita spesa tra la nascita...

Valore, potere, alleanza / Alcune osservazioni sulla "forza della parola"

"La forza della parola" è il tema che gli organizzatori del festival Kum (Ancona, 18-20 ottobre 2019; ideatore e direttore: Massimo Recalcati) hanno proposto al latinista Ivano Dionigi e a me, per un dialogo che si è infatti tenuto la sera del 19 ottobre. Sono qui raccolte alcune delle schede che avevo preparato per l'occasione e alcune annotazioni prese successivamente.    La parola parola. Parola, si sa, è una parola e fra le parole è una delle meno univoche. La parola è il vocabolo ("ossesso è una parola palindromica") ed è l'impegno del locutore nel proprio discorso ("ti do la mia parola"); è la facoltà ("il dono della parola") ed è il diritto di parlare ("do la parola a ..."); è un'affermazione, una presa di posizione nel discorso ("avere l'ultima parola") ed è un indirizzo ("la parola del maestro"); è il vacuo succedaneo dei fatti ("solo a parole") ed è un modo di parlare ("avere la parola facile"): nella sua variabilità semantica, la parola parola allude alle virtù oscillatorie del linguaggio. Data l'instabilità della relazione fra questo unico significante e i suoi molteplici esiti semantici, quando due persone parlano di parola almeno in linea di principio non...

#5 / Perché Freud è ancora necessario

Un sintomo che non guarisce Sergio Benvenuto   Foucault scrisse: "il marxismo sta nel pensiero del XIX secolo come un pesce sta nell’acqua; e cessa di respirare in qualsiasi altro luogo”. Anche Freud stava come un pesce nell’acqua del XX secolo, e non respira più nel XXI? Freud e psicoanalisi restano temi più che mai controversi nella nostra epoca: chi considera Freud un ciarlatano – “la psicoanalisi è spalmarsi miti greci sui genitali” (Nabokov) – e chi gli dedica un culto acritico di massimo genio della modernità. Credo che l’importante di Freud non siano le teorie “freudiane” – l’Edipo, l’eziologia sessuale, la scena primaria, ecc. – ma il setting analitico, una certa relazione tra due persone, uno speciale “gioco linguistico” che la nostra epoca ha inventato e di cui le è molto difficile disfarsi. Dopo Freud abbiamo avuto tante altre ‘chiavi’ psicoanalitiche, e non-psicoanalitiche, ma lui ha fatto il colpo gobbo: il “terzo orecchio” con cui si ascoltano le persone. Non importa che cosa si ascolti con il terzo orecchio – ogni scuola sente cose diverse – l’importante è che faccia capolino l’orecchio in più. Che ci sia un ascolto speciale. Fin quando esisterà il bisogno di...

A cinquant’anni da una conferenza / Michel Foucault: “Cosa importa chi parla?”

Dopo un periodo di distaccamento all’Università di Tunisi durato due anni, dal 1° ottobre 1966 alla fine di settembre 1968, Michel Foucault rientra a Parigi, con l’incarico di insediare il dipartimento di filosofia al Centro universitario sperimentale di Vincennes. Agli inizi dell’anno successivo, si ripropone di fronte al parterre intellettuale francese, presso la Société française di philosophie, con una breve e singolare conferenza, intitolata: “Che cos’è un autore?” (oggi in: M. Foucault, Scritti letterari, Feltrinelli 2004, pp. 1-21). Sulle prime, l’esposizione di Foucault appare una professione di ortodossia strutturalista che intona il mantra dell’irrilevanza dell’autore, già inaugurato dalla “nouvelle critique” di Roland Barthes, che prescindeva dalle referenze biografiche e psicologiche dell’autore a favore dell’analisi delle strutture interne del testo e del gioco della loro articolazione interna, e su cui confessa di avere ancora meno remore di quante ne mostrasse in Le parole e le cose di due anni prima, dove l’archeologo del sapere s’immergeva nello scavo del sottosuolo epistemico per rintracciare le “regole” di formazione di concetti e teorie, dentro grandi unità...

La lotta con l’Angelo / Morte per contenzione

Sono le 11 del mattino di lunedì 19 agosto, ho appena finito di ascoltare la trasmissione Tutta la città ne parla, Radio 3. È il primo servizio giornalistico nazionale che tratta con sufficiente ampiezza l’episodio accaduto sei giorni prima: la morte di una giovane donna “contenuta”, in un reparto di psichiatria, causa un incendio dal quale non ha potuto allontanarsi. Legata al letto e, a quanto pare, rinchiusa sola in una stanza. Il quasi silenzio stampa di sei giorni, se si escludono i giornali locali, mi ha stupefatto e, devo dire, intimorito. Sarà il clima che stiamo vivendo, ma in Italia i poteri forti mettono paura e pochi decidono di metterli in discussione. Non sto parlando solo di ciò che Michel Foucault definì “potere psichiatrico”, ma anche dei legami di questo potere con il potere giudiziario e con quello che Orson Welles chiama “quarto potere”. Non bisogna allestire un processo con sentenza, è un atteggiamento che lasciamo all’irresponsabilità dei governanti di quest’epoca. Tuttavia non possiamo non accorgerci che la versione dei “fatti”, assai contraddittoria, fornita dai giornali locali sembra lo schema della strategia difensiva da portare in tribunale: è stata...

La scuola di Francoforte 4 / Max Horkheimer, Teoria tradizionale e teoria citica

“Il pensiero borghese si configura in modo tale chenella riflessione sul proprio soggetto riconosce con necessità logica l’ego che si presume autonomo. Per natura esso è astratto, e l’individualità chiusa all’accadere, che si atteggia vanagloriosamente a causa prima del mondo o si identifica addirittura con l’universo tout court, è il suo principio. Sua immediata antitesi è la mentalità che si concepisce come espressione non problematica di una comunità già esistente, come ad esempio l’ideologia nazionalpopolare (völkisch). Il «noi» retorico è qui usato con assoluta serietà. Il discorrere pensa di essere organo della generalità. Nella società lacerata del presente questo pensiero, soprattutto nelle questioni sociali, è armonicistico e illusionistico.   Il pensiero critico e la sua teoria si oppongono ad entrambe le specie. Esso non è la funzione di un individuo isolato, né quella di una generalità di individui. Piuttosto ha consapevolmente per soggetto un individuo determinato nelle sue effettive relazioni con altri individui e gruppi, nel suo confronto con una determinata classe e infine nell’intreccio così mediato con la totalità sociale e la natura. Esso non è un punto...

Capitalismo e effetti di morte / Confusione (imperdonabile) tra piacere e desiderio

“Arduo resistere al desiderio. Tutto ciò che esso vuole lo compra a spese dell’anima.” (Eraclito, Frammento 85)     Dal momento che l’Eros è stato separato e opposto al Logos e la ragione storica è stata concepita come una sfera separata da quella del desiderio erotico, la storia è dominata dal principio economico che riduce il corpo dell’altro a uno strumento di accumulazione, anziché un compagno di piacere.   Le ragioni di questa separazione e di questo de-potenziamento dell’amore debbono essere approfondite: la contrapposizione di Eros al Logos discende dalla distinzione tra eros e agape, tra amore etico e amore erotico: qui sta l’origine dell’impossibilità storica dell’amore, e da qui discende la condanna dell’amore a utopia.  Del resto cosa vuol dire la parola “amore” che emerge nel discorso storico con il messaggio di Gesù Cristo, ma acquista tutta la sua forza sociale soltanto in epoca romantica, per divenire un gadget pubblicitario nell’epoca tardo-moderna, quando ogni residua dignità dell’umano è degradata a merce?  Dobbiamo intender l’amore come eros o come agape? Come desiderio oppure come amicizia? Abbandoniamo la parola “amore” troppo carica...

Paradisi / Giorgio Agamben “Il regno e il giardino”

Michel Foucault, nel suo breve saggio (uscito nel 1984) sui “Luoghi altri”, definì il giardino “un’eterotopia felice”: una definizione forse anche troppo positiva, ma comunque indicativa del fatto che il giardino, per il filosofo francese, rappresentava la realizzazione di una serie di caratteristiche utopiche in un luogo reale, assumendo caratteri spaziali e simbolici fortissimi. Del carattere di luogo simbolico, che dà da pensare, proprio del giardino sembra che i filosofi siano da sempre stati ben coscienti: dal giardino in cui si ritiravano (secondo il motto “vivi nascostamente”) gli epicurei, a quello che consigliava – come ricorda nell’epigrafe al suo ultimo libro anche Giorgio Agamben – di coltivare Voltaire alla fine del suo Candide, passando per il giardino di Herrenhausen ad Hannover, in cui non solo Leibniz amava passeggiare e filosofare, ma che egli stesso contribuì a progettare grazie alle sue conoscenze di matematica e di ingegneria, per fare solo qualche esempio.   Si potrebbe addirittura arrivare a dire che, per comprendere come le società antiche hanno immaginato la propria versione ideale – il proprio paradiso – bisogna guardare al modo in cui esse hanno...

Scrivere tra vita e morte / La morte del poeta. Potere e storia in Pier Paolo Pasolini

Fin dalle prime pagine la lettura del libro di Bruno Moroncini, La morte del poeta. Potere e storia in Pier Paolo Pasolini, viene presa dentro a una domanda: può il potere colmare tutto lo spazio della scrittura poetica oppure ci sono delle possibilità sottili, impercettibili, effimere, di manovra per la poesia?  Il grido “È morto un poeta!”, che l’amica Elsa Morante aveva levato durante i funerali di Pasolini, sembra essere rimasto senza lutto in uno scenario storico politico, letto sulla scorta delle analisi di Michel Foucault, in cui la politica del potere ha disarmato tutto e tutti.    Nessuna parola, politica o filosofica, sembra avere qualche possibilità di manovra, diventando invece l’arma più efficace di un potere microfisico. Eppure quel grido di Morante che Moroncini sceglie di porre in esergo alla sua introduzione fa precipitare il lettore e la lettrice dentro l’impasse di una contraddizione fondamentale. Da un lato la forma del potere è radicalmente cambiata: non si presenta più come legge, ma come norma; non è più repressiva, ma tollerante; non stigmatizza il sesso, ma lo promuove purché non sia smodato e non ecceda nella gioia e nel dolore. Tutte le...

Chiesa e omosessualità / Sodoma

Non sono un fautore dell’asetticità delle inchieste, anche quelle più rigorose e scientifiche. La presunta neutralità della scienza l’abbiamo abbandonata senza rimpianti oltre cinquant’anni fa, partendo da una prospettiva politica poi aiutati dalla scienza stessa nel momento in cui ci spiegava che sempre o quasi sempre – in modo spettacolare nel mondo quantistico dell’infinitamente piccolo – l’azione dell’osservare modifica l’oggetto osservato, lo rende ancora più autonomo e “soggettivo” anziché oggettivo e cristallizzato. Dunque anche un’inchiesta piena di numeri, di dati e di riscontri e di fact-checking mostra – poco o tanto – la mano (la prospettiva, l’ideologia, la cultura, la sub-cultura) di chi l’ha condotta. E quella mano, appunto – poco o tanto – modifica l’oggetto indagato, senza per questo negarci verità verificabili anche se orfane del mito dell’assolutezza. E se allora è così, che la mano si veda anzi venga esplicitata è fonte di ulteriore chiarezza e rende la discussione più proficua.   Ricordare queste ovvietà è indispensabile per parlare di Sodoma, la monumentale inchiesta di Frédéric Martel (pubblicata contemporaneamente in otto lingue e in una ventina di...

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