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Pier Paolo Pasolini

(142 risultati)

Una luminosa resistenza / Nel deserto di Dolores Prato. Intervista a Jean-Paul Manganaro

Nata a Roma dalla relazione tra una vedova e un avvocato che non la riconosce come figlia propria, presto affidata dalla madre a due zii residenti nella città marchigiana di Treja (questa la grafia prediletta dall’autrice per l’attuale “Treia”), Dolores Prato nel corso di tutta la sua lunga vita (1892-1983) si dedica con testarda determinazione all’atto pratico della scrittura, imbastendo narrazioni sempre refrattarie ai confini di genere (racconto, romanzo etc.), nemiche del diarismo come dello sfogo intimo e che spesso prendono il via dalla sua esperienza biografica per fuggire immediatamente altrove: nei territori aspri, solitari e resistenti della migliore letteratura. Il capolavoro dell’autrice, Giù la piazza non c’è nessuno, libro di 1058 cartelle completato a circa novanta anni, è una maestosa, dirompente ricerca sui luoghi i nomi gli oggetti le visioni di un’infanzia che inizia “sotto un tavolino” della casa degli zii cui viene affidata dopo l’abbandono della madre e si snoda per le vie e gli angoli di Treja, le case, i profumi, i cibi, le parole della città, attraversandone i paesaggi umani e naturali, le emarginazioni e differenze sociali ed economiche che si fanno...

L’omicidio Cucchi su Netflix / “Sulla mia pelle”: il fatto sussiste

Coricato sul letto di un carcere ospedaliero, Stefano Cucchi, arrestato per spaccio il 15 ottobre 2009 e morto una settimana dopo, ci appare subito, all’inizio di Sulla mia pelle, come una figura che assomiglia più a una cosa buttata che a una persona. Comincia a esistere, in senso cinematografico, come corpo ormai morto: inerme, pieno di lividi, disidratato, lasciato morire da solo.     Quelle quattro ossa per sempre incapaci di tirarsi su sembrano avverare le parole che ha lasciato Pier Paolo Pasolini in Empirismo Eretico (1972), poco tempo prima che anche il suo corpo fosse massacrato e fissato dalle immagini in testimonianza visiva perpetua di un’esistenza inconciliata. «La morte – aveva infatti scritto Pasolini – compie un fulmineo montaggio della nostra vita: ossia sceglie i suoi momenti veramente significativi (e non più ormai modificabili da altri possibili momenti contrari o incoerenti), e li mette in successione, facendo del nostro presente, infinito, instabile e incerto, e dunque linguisticamente non descrivibile, un passato chiaro, stabile, certo, e dunque linguisticamente ben descrivibile […]. Solo grazie alla morte, la nostra vita ci serve ad esprimerci»....

Romanzi, teatro e canzonette / Umberto Simonetta: un paroliere di lusso

Parlando con un amico, faccio il nome di Umberto Simonetta. Dallo sguardo, capisco che non gli dice molto. “Sai chi è, no? Lo scrittore, quello di Tirar mattina, Lo sbarbato, Il giovane normale…”. Niente. “Ma la ballata del Cerutti Gino la conoscerai…” “Eh! Certo! Giorgio Gaber!” “La musica è di Gaber, ma le parole sono di Simonetta. Come anche quelle di Una fetta di limone, Trani a gogò, Porta romana, Le nostre serate, Il Riccardo…”. Le accenno una dopo l’altra. “Belle! Pensavo fossero di Gaber…” “Te l’ho detto: musica di Gaber, testo di Simonetta” “Ah però, bravissimo! Mica male!”.  Oltre che scrittore e autore teatrale di successo, Umberto Simonetta (Milano, 1926-1998) è stato un paroliere tra i più originali e innovativi dell’epoca in cui nasceva in Italia quella che si sarebbe poi chiamata canzone “d’autore”.    Tra gli anni ’50 e i ’60 del secolo scorso diversi poeti e scrittori, da Calvino a Fortini a Pasolini e altri, si misuravano con la canzone (allora canzonetta). L’intento era quello di dar vita a un prodotto popolare “di qualità”, da contrapporre ai prodotti di consumo (o “di evasione”, come si diceva in quegli anni). Nel caso di Calvino e Fortini, la...

Una macchina dei sogni / A Roncisvalle con Mimmo Cuticchio e Orlando paladino

Carissimi, poiché mi avete chiesto: ma cosa avete fatto a Roncisvalle, eccovi un sunto.   Alti, immensi, boscosi, pieni di d’acqua, gole profonde, pendii dolci, fiumi e torrenti spettacolosi sono i Pirenei. Là, appena dentro la Spagna, nel paese basco, a 1.000 metri d’altezza, c’è Roncisvalle. In basco si chiama Orreaga – che vuol dire, come Roncisvalle, la spinosa, la piena di brughi. A dicembre dell’anno passato ecco che vengono a trovarmi Mimmo Cuticchio ed Elisa sua sposa. Erano a Firenze per quello spettacolo con Virgilio Sieni. A pranzo (dal burattinaio Jellinek, alla Sinagoga) mi hanno esposto l’idea: un’azione in tre tempi, a Palermo La macchina dei sogni, a Roma dal papa per fargli Tancredi e Clorinda coi pupi, a Roncisvalle per fare il cunto là dove la leggenda dice essere morto Orlando. Vieni? Sì che vengo. E sul tovagliolo di carta gialla abbiamo buttato giù schizzi e idee, ed Elisa ha detto quella frase meravigliosa di Totò nelle Nuvole di Pasolini: La straziante meravigliosa bellezza del creato. Il titolo per la trilogia e per i giorni lassù. Negli schizzi sul tovagliolo c’era anche scritto: da Roma ai Pirenei per nave, con veliero.  E sogna e sogna,...

Il Sessantotto. La fascinazione dell'inizio

Milano, inverno e primavera 1968   Acerba intimità con l’impossibile.   Una pioggia di volti lungo il giorno, le strade solidali con il grido. Era cielo, era carne il desiderio.   Prosodia della rivolta, Vietnam, Praga, la lontananza ferita era nei passi, nei pensieri.                                          Stava ognuno dentro il respiro della moltitudine.   Il sogno divorava l’orizzonte.   Qualche tempo fa, ripensando al Sessantotto, mi è accaduto che invece di pensieri ordinati in una riflessione e in un’analisi, mi si accampassero piano piano nella mente e sulla pagina alcuni versi.  Succede che la lingua scelga qualche volta la sua forma un po’ imperiosamente. Quei versi ora possono fare da apertura, e come da esergo, ad alcune considerazioni.   Ho sempre avvertito una sorta di artificiosa dissolvenza e di forzatura storiografica nelle letture che estendono il Sessantotto a un’epoca, a un arco di anni, facendo di  quei pochi mesi una radice, un fondamento, un inizio responsabile di successivi accadimenti. Il grido parigino Ce n’est...

Voci dall’Italian Thought / “Effetto Italian Thought”

Con la fondazione di una collana editoriale (Materiali IT) presso un editore che già si era dimostrato in precedenza particolarmente attento agli sviluppi e alle (auto-)riflessioni della e sulla filosofia italiana, vale a dire Quodlibet di Macerata, il movimento che negli ultimi anni si è consolidato sotto l’etichetta doppia Italian Theory/Italian Thought (quest’ultima denominazione accettata per lo più in Italia da chi riconosce in Roberto Esposito il ‘padre fondatore’ del movimento, la prima, invece, più amata all’estero, in virtù del diretto effetto di risonanza e continuità con la French Theory) trova anche un organo di espressione, per così dire, ‘ufficiale’. Di quanto quest’ufficialità sia all’insegna della plurivocità lo testimonia il fatto che i primi tre volumi della collana sono dedicati a temi estremamente diversi (Machiavelli, i rapporti tra decostruzione e biopolitica, e – appunto – l’‘effetto’ Italian Thought), pur non essendo, tra loro, divergenti. Il tentativo di ‘aprire le porte’ dell’Italian Thought a una serie di contributi che ne pongano in questione l’essenza, potremmo dire, senza però metterne in dubbio l’esistenza, appare essere il compito (e il merito)...

Festival del cinema di Cannes / La spada di Lazzaro

Goffredo Fofi cita spesso una risposta di Elsa Morante a Pasolini in cui si sostiene che l’Italia negli anni del dopoguerra era uscita da un Medioevo per entrare in un altro. La modernizzazione, l’industrializzazione, lo sviluppo capitalistico non avevano avuto alcun effetto emancipativo, in particolare per i contadini e le ancora ampissime zone rurali del nostro paese, ma avevano semplicemente rinnovato – dandogli una forma nuova, ben più subdola – un rapporto di subordinazione antico. L’idea dello sviluppo capitalistico come una barbarie monocolore e del processo di modernizzazione italiana come inizio di una “mutazione antropologica” che ha tolto ai subalterni anche l’ultimo residuo di sapere tradizionale e ancestrale per integrarli in modo definitivo alla società dei consumi, è una tesi ormai molto diffusa in quel vasto arcipelago di posizioni che definiscono il senso comune di sinistra in Italia.  Modernità e modernizzazione però non sono sinonimi – se il primo termine identifica solitamente l’epoca che si è aperta con la scienza galileana-newtoniana e con il soggetto cartesiano, il secondo si riferisce più chiaramente alla transizione al modo di produzione capitalistico...

9 maggio 1978 - 9 maggio 2018 / Ossessione Aldo Moro

Gli anniversari sembrano avere il potere di annullare il tempo. Passa un anno o ne passano dieci e paiono non esser passati affatto. Siamo sempre allo stesso punto. Ritorniamo esattamente là da dove eravamo partiti. O da dove pensavamo di esser partiti, perché con ogni evidenza siamo sempre stati fermi, o quasi. Di decennale in decennale si celebra il cosiddetto caso Moro. E non sappiamo se siamo nel 1988 o nel 1998 o nel 2008 oppure qui, adesso, nella primavera dell’anno duemila e diciotto, a rievocare ancora una volta quei fatti passati che evidentemente non passano mai, sono sempre presenti. Incombenti.   Tornano, associati in un nodo inestricabile alla vicenda Moro, quelli che alcuni chiamano “misteri” e altri “punti oscuri” o “non chiariti”. Citiamoli alla rinfusa anche noi, in un elenco caotico e sommario che persiste attraverso i lustri, aderendo in modo tenace alla memoria: il motociclista cowboy di via Fani, l’agente del SISMI invitato a pranzo da un suo collega che passava di lì, in via Fani anche lui, alle ore nove e zero due o alle nove e trenta, le borse di Moro che non si trovano, il super-killer che balzava indietro per allargare l’angolo di tiro, e la prigione...

Fotografia Europea 2018 / Sex & Revolution! Corpi ribelli

La nuova edizione di Fotografia Europea si pone sotto l’egida della  “rivoluzione dello sguardo e della visione” una delle conseguenze che proprio la nascita della fotografia ha determinato. Rivoluzioni. Ribellioni, cambiamenti, utopie è il tema portante della tredicesima edizione, curata dal Comitato Scientifico della Fondazione Palazzo Magnani.   Ho un ricordo, impreciso nel tempo (l’estate del 1979 o del 1980…), ma vivissimo nella sostanza. È la stagione nella quale gli italiani diventarono nudisti: e mi chiedo quanti condividano con me quel ricordo, perché la cosa – in mezzo ai tanti eventi di quegli anni feroci – sembrò “solo” un curioso fatto di costume. Quello che successe è che di colpo, senza preavviso, le spiagge (tutte le spiagge, e soprattutto quelle tradizionali) videro i litorali calpestati da masse di gente senza niente addosso. Non si trattava di giovani o di gruppi che si rifacevano in qualche modo alle nudità “di sinistra” emerse nel decennio precedente. Erano intere famiglie che si presentavano senza costume da bagno, o al massimo in topless. Sopra corpi di ogni età riconoscevi tipi sociali imprevedibili: casalinghe, salumieri,...

5 marzo 1922 - 5 marzo 2018 / Pier Paolo Pasolini. Verità? O Teatro?

Pasolini dice la verità. Pasolini fa la parte di uno che dice la verità. Tra queste due ipotesi radicalmente contrastanti, almeno in apparenza, s’instaura un dialogo a distanza tra due dei contributi critici più interessanti e acuti degli ultimi tempi sulla figura di Pasolini. È un dialogo pieno di spunti originali, focalizzati soprattutto sull’ultima fase della vita e dell’opera dello scrittore-regista. Entrambi i saggi si concentrano per lo più sulla fase che parte dal 1963, l’anno in cui iniziò a stendere la sua incompiuta riscrittura dantesca, La Divina Mimesis (ma il ’63 è anche l’anno in cui Pasolini conobbe Ninetto Davoli, sul set de La ricotta), fino agli ultimissimi progetti, tra Petrolio, Salò, la poesia friulana rimaneggiata della Nuova gioventù, varie sceneggiature ‘da farsi’, da San Paolo a Porno-Teo-Kolossal, e – momento fondamentale per entrambi – le fotografie scattate da Dino Pedriali, con la progettazione e la stretta collaborazione di Pasolini stesso, tra Sabaudia e Chia, nell’ottobre 1975, alcuni giorni prima della sua morte, foto già descritte e commentate in pagine illuminanti da Marco Belpoliti (Pasolini in salsa piccante, Guanda, 2010). Oltre all’interesse...

Il 5 febbraio 2004 ci lasciava lo scrittore cuneese / Nuto Revelli e i vinti dello sviluppo

Il 5 febbraio 2004 all’età di 85 anni ci lasciava Nuto Revelli. Ha saputo scrivere della guerra come pochi in Italia, una guerra vissuta sia da ufficiale dell’esercito che da partigiano. Ha passato il resto della vita a lavorare sulla memoria e a raccogliere le testimonianze di vita di quella che riteneva la sua gente. Questo articolo riflette su una parte della sua eredità.   Sono rimasto sull’uscio per qualche minuto. Entrando mi pareva di disturbare. Anche se in quel piccolo studio con le pareti rivestite di legno, non c’era nessuno. Non ero mai stato prima nella casa di Nuto Revelli in corso Brunet 1 a Cuneo. Oggi è la sede della fondazione che porta il suo nome. Laddove c’era la camera da letto condivisa con l’amata Anna, sono ora conservati i documenti di una vita che compongono l’archivio in fase di riordino. La stanza del figlio Marco si è invece trasformata in un ufficio. Mentre il salotto non sembra aver mutato destinazione d’uso: gli amici di un tempo lo ricordano come luogo di lunghe chiaccherate. Se una persona l’hai conosciuta esclusivamente attraverso le parole dei suoi libri, fa un certo effetto essere a un paio di metri dalla sua macchina da scrivere. Per...

L’invenzione dei linguaggi / Tre forme di creatività: tecnica, arte, politica

“Pensieri onirici e contenuto onirico manifesto stanno davanti a noi come due esposizioni del medesimo contenuto in due lingue diverse, o meglio, il contenuto manifesto ci appare come una traduzione dei pensieri del sogno in un altro modo di espressione, di cui dobbiamo imparare a conoscere segni e regole sintattiche, confrontando l’originale con la traduzione” (Sigmund Freud, L’interpretazione dei sogni)   Non è un libro su Freud, né un libro sul sogno (o almeno non solo), Tre forme di creatività: tecnica, arte, politica (Cronopio, 2017). Eppure, è attorno a questo passaggio centrale de L’interpretazione dei sogni che si gioca uno degli snodi fondamentali e più originali dell’ultimo lavoro di Pietro Montani. Il sogno e il lavoro immaginativo che esso mette in opera circoscrivono, infatti, uno dei luoghi teorici essenziali (insieme alla tecnica, all’arte, alla politica) per comprendere come vada intesa la creatività, almeno nel modo in cui Montani la descrive nelle pagine del suo recente volume. Un punto d’osservazione privilegiato non solo perché il sogno è l’attività che ci consente di produrre immagini, ma perché queste immagini, prodotte non in stato di veglia cosciente,...

La voce del Corvo / Francesco Leonetti o del pozzo stretto

Com’è possibile dimenticare la voce del corvo in Uccellacci e uccellini di Pasolini, quella parlata dall’inflessione meridionale e insieme bolognese, petulante e vagamente fastidiosa? Francesco Leonetti è la voce del corvo marxista, e lo è stata per tutti gli anni a seguire il film del poeta, tanto che dovendo intitolare nel 2001 la sua autobiografia, aveva scelto il riferimento a Pasolini. Pasolini e Vittorini sono state le figure maschili centrali della vita attiva di Leonetti, nato nel 1924 a Cosenza (scomparso ieri a Milano a novantatré anni), a sua volta indispensabile spalla dei due letterati in alcune imprese editoriali che hanno lasciato un durevole segno nella letteratura italiana del dopoguerra: “Officina”, a Bologna tra il 1955 e il 1959, e “il Menabò”, a Milano, per cui, alla fine degli anni Cinquanta, Leonetti iniziò a preparare un supplemento europeo mai nato, di cui avrebero dovuto essere redattori Blanchot, Mascolo, Bachmann, Enzensberger, Uwe Johnson, e altri scrittori tra Francia, Germania e Italia, intitolato Gulliver (una raccolta dei materiali inediti è uscito in “Riga” edito da Marcos y Marcos nel 2003 a cura di Anna Panicali).     Ma ridurre l’...

Ma perché proprio Pasolini? / Pier Paolo Pasolini come caso di ascesa sociale

Anch’io come innumerevoli altri appartengo alla setta. Sono uno dei tanti adepti. Pratico il culto pasoliniano. Mia moglie dice che P.P.P. è ormai come uno di famiglia, tanto lo cito, a proposito o (sempre secondo mia moglie) a sproposito. Le stesse cose, più o meno, diceva mia madre a suo tempo. Sono infatti un fedele di lunga durata. E di rigorosa osservanza. La notte tra il primo e il due novembre, per me e tutti gli altri aderenti al folto gruppo di devoti, non è solo la notte tra i Santi e i Morti, ma è, soprattutto, il punto di passaggio tra la mortalità e la santità di P.P.P., celebrato ogni anno e per nulla sbiadito dal trascorrere del tempo, da quel fatidico 1975. Anzi vivificato sempre più nel ricordo, quasi (o senza quasi). Ma perché proprio Pasolini? Per quale motivo, questo poeta, romanziere, saggista, regista, uomo di teatro, polemista e personaggio pubblico controverso, criticato, osteggiato, odiato e persino perseguitato in vita, è stato pressoché divinizzato dopo morto?   Me lo sono naturalmente chiesto anch’io. Ce lo chiediamo in parecchi. Sulle prime, la risposta ho creduto di trovarla nella teoria sacrificale di Walter Burkert, quella esposta in Homo...

Storia di un'autonomia / Sopravviverà la Val d'Aosta fino al 2019?

C’era una volta (non moltissimo tempo fa, diciamo un secolo) una regione d’Italia collocata – per volere divino, certamente – agli estremi confini nordoccidentali del Regno. Con il più montuoso dei territori della penisola, con una popolazione abbastanza nettamente divisa fra piccola borghesia del fondovalle e contadini poveri delle valli laterali, con una minuscola capitale che ne riassumeva indole e storia. Valori di riferimento largamente condivisi: fede cattolica, fedeltà a Casa Savoia (di cui amava proclamarsi “figlia primogenita”), secolare tradizione francofona. Problema cruciale dell’epoca: una consistente emigrazione, verso i vicini paesi di lingua francese (Svizzera, Francia soprattutto) ma anche – più audacemente – verso le lontane Americhe. Nome ufficiale della regione: Valle d’Aosta-Vallée d’Aoste, Pays de la Doire.    Se l’esodo di molti aveva iniziato sin dal secondo Ottocento a segnare in modo piuttosto rilevante la fino ad allora sostanziale immobilità culturale e demografica della regione, la Grande Guerra accentuava lo scossone portando (come in tutto il Regno) giovani contadini – altrimenti destinati a vivere e morire nello stesso villaggio – ad...

A cinquant'anni dalla morte / Camillo Sbarbaro

Mezzo secolo fa, alla fine di ottobre del 1967, moriva Camillo Sbarbaro. Se chiedete a qualcuno, chi era Sbarbaro? Vi sentirete rispondere a colpo sicuro: un poeta. Eppure delle 697 pagine di cui consta l’edizione “definitiva” dei suoi testi (cito da quella, Garzanti, del 1985), tolte le ultime settanta che sono traduzioni in versi, ben 488 sono di prosa. Allora, forse, da un punto di vista puramente quantitativo, al quesito sopra formulato, si potrebbe magari dare una risposta diversa: un prosatore. O anche, considerando quanto e da quanti autori stranieri diversi ha volto in italiano – tra cui Flaubert, Stendhal, Eschilo, Euripide e Huysmans – un traduttore, e notevole.   Ma accettiamo il luogo comune e soffermiamoci anche noi sul poeta. Partiamo dalla sua opera più nota, Pianissimo, uscita nel 1914 per la prima volta per le Edizioni della “Voce”. Da qui parte la storia poetica di Sbarbaro, perché la sua primissima raccolta, Resine, uscita nel 1911, quando aveva solo ventitré anni, essendo nato nel 1888, venne poi disconosciuta dall’autore stesso e non compare nemmeno nel volume da cui abbiamo preso le mosse. Ora, di Sbarbaro hanno scritto i più bei nomi della critica...

Identità, sessualità, spiritualità / Erotico vs. sessuale. Una conversazione

Questa conversazione è un estratto dal nuovo numero della rivista aut aut Prove di spiritualità politica.   L'idea di questo fascicolo nasce dal desiderio di condividere una riflessione sul rapporto tra “io” e “noi”: esiste un nesso tra la dimensione soggettiva e quella collettiva? Tra i processi di trasformazione personale e quelli in cui ci si raccoglie e si avanza insieme per provare a cambiare il mondo? Si tratta senz’altro – in ogni caso è l’ipotesi da cui siamo partiti – di uno dei problemi più acuti e sensibili del nostro tempo. Se provassimo per esempio a chiederci se, per fare filosofia e fare politica, sia davvero sufficiente “parlare” o “scrivere” di filosofia e di politica? È così che abbiamo deciso di provarci, cercando di condividere il più possibile questo esercizio attraverso le pagine di “aut aut”. Le prove cui si fa riferimento nel titolo del fascicolo hanno il sapore impreciso, balbettante, precario degli esercizi che precedono l’andata in scena; ma sono anche l’esperienza stessa del provarci, di averci provato o di stare magari ancora lì a provarci. Pur rivisitando alcuni “luoghi” della ricerca foucaultiana, nel fascicolo la presenza di Foucault è una...

Il Colosseo come immagine / Monumento continuo

Un gigante in tenuta da miliardario – cravatta a pois, ghette, cilindro – afferra con mani rapaci un Colosseo che minuscoli operai tentano freneticamente di assicurare al suolo. Così il caricaturista Oliver Herford ritrae nel 1912 John Pierpont Morgan, figura emblematica dell’ascesa economica e politica degli Stati Uniti tra Otto e Novecento e dell’inestinguibile bramosia collezionistica che la accompagnò. Il Colosseo è qui in forma comica il simbolo di qualcosa che neppure la grande ricchezza di Morgan sarebbe riuscita ad acquistare: il valore storico del monumento più imponente della Roma imperiale non è quantificabile né negoziabile. Nella vignetta, l’Anfiteatro Flavio “resiste”, come cercherà di resistere, lungo tutto il corso del“secolo breve”, al fascismo e alla guerra, alle radicali trasformazioni dell’ambiente urbano circostante, alla strumentalizzazione ideologica e alla soffice metamorfosi pubblicitaria, sempre stupefacente, ostinato, ingombrante, salvo ritrovarsi infine ridotto al ruolo irrevocabile di smisurato spartitraffico con cui sopravvive nella distratta epoca contemporanea.   Oliver Herford, John Pierpont Morgan, 1912   Presenza grandiosa e insieme...

Utile e inutile / “Scuola” è oggi una parola della Neolingua?

Una premessa. Tra le cose che si fanno, ci sono le utili e le inutili. Ci sono poi quelle per le quali, semplicemente, l’alternativa non è pertinente e non ha senso chiedersi se, facendole, si fa qualcosa di utile o di inutile.   Riconoscere come ci sia qualcosa che trascende e delimita l’area di applicazione dell’opposizione tra utile e inutile rende più ricca e articolata la prospettiva di osservazione, di descrizione, di spiegazione dell’esperienza umana nel mondo e del mondo. E la impoverisce al contrario l’idea che tutto vada finalmente ridotto al modulo che mette in contrasto l’utile e l’inutile: la rende inoltre intrinsecamente totalitaria; la mette nelle mani di un pensiero unico.   Ciò che non è né utile né inutile non è infatti quel banalmente inutile di cui una superiore scaltrezza (peraltro solo presunta) riconosce infine la meta-utilità. Così a quella prospettiva totalitaria può capitare di opinare, quando, bontà sua, le capita di argomentare di “utilità dell’inutile”.   Non sono del resto argomenti del genere a redimere ciò che non è utile né inutile agli occhi di un mondo capace com’è di pensare solo nei termini di utile e di inutile. Se ne decreta al...

Una polemica e i suoi significanti / Recalcati, Renzi e PPP

Nel mondo intellettuale italiano da tempo covava un risentimento diffuso nei confronti di Massimo Recalcati. “Troppo” successo non può essere perdonato. Almeno in Italia. Niente di nuovo, dunque, nell'attacco concertato di cui è stato vittima e che ha visto come protagonisti colleghi, i quali, per alimentare la loro scarsa potenza di fuoco, hanno chiesto il soccorso  dell'antico maestro di Recalcati, Jacques-Alain Miller, indiscusso punto di riferimento del lacanismo nel mondo. Perché il colpo inferto fosse durissimo sono stati utilizzati strumenti eticamente discutibili. Ad esempio, sono stati resi di dominio pubblico frammenti dell'analisi di Recalcati. Chi scrive non può che rinnovare la sua solidarietà all'amico. Ma la questione che mi interessa sollevare è un'altra. Riguarda i “significanti” che in questa polemica sono stati utilizzati per far coagulare un rancore finora taciuto o comunicato solo indirettamente. Per un lacaniano, ricordiamolo, un significante non è un segno convenzionale apposto su di una cosa. Un significante è una potenza performativa, vale a dire un segno che produce degli effetti sensibili sui corpi, che li costituisce, li trasforma e può anche...

Sessant'anni dopo / Le ceneri di Gramsci di P. P. Pasolini

Giusto sessant’anni or sono, nel giugno del 1957, uscivano per l’editore Garzanti Le ceneri di Gramsci, quello che di solito viene considerato il più importante volume di versi di Pier Paolo Pasolini. Il poeta medesimo lo giudicava una delle sue massime riuscite. Lo scrive esplicitamente nel novembre del 1973, recensendo su “Tempo” Calderòn. Il fatto che si tratti di un’auto-recensione dovrebbe far riflettere. Del resto Pasolini non era nuovo a questo procedimento. Già due anni prima, il 3 giugno del 1971, aveva recensito lui stesso quello che poi risulterà essere il suo ultimo libro di poesie italiane, cioè Trasumanar e organizzar.   Se un autore è costretto a questa pratica, significa che non gode certo del favore popolare, e nemmeno di particolare attenzione da parte della critica. Ma questa è una questione ben nota, che già nel 1980, a soli cinque anni dalla morte del poeta, Arbasino, nella prima edizione di Un paese senza, aveva sintetizzato come meglio non si poteva e una volta per sempre: “Pasolini, vivo, veniva commiserato e insultato proprio dai medesimi che lo proclamano Vate da morto”. Ne accenniamo solo perché, ogni volta che si celebra Pasolini, andrebbe sempre...

Un ricordo / Gianni Scalia. Dionisiaco anche negli errori

In quel periodo il nome che era meglio non fare a casa di Gianni era quello di Franco Fortini, suo acerrimo nemico accademico. Credo che avesse osteggiato la sua nomina a professore di alto livello ma è questione che non so e non voglio definire più esattamente. Non conoscevo il lato accademico di Gianni, sono stato suo allievo de facto anche perché vicino di casa. Da via dello Scalo a via Riva di Reno erano cinque minuti a piedi. Salivo da lui e mi accomodavo tra i libri, che erano l’unico mobilio del grande appartamento. Non c’erano mobili in quella casa, e se c’erano erano coperti di libri, a decine e decine di migliaia, fino al soffitto e dovunque. Era in causa con il condominio per seri pericoli di crolli, tanto che il comune gli aveva offerto una sistemazione altrove.   Non conoscevo Fortini di persona, ma lo avevo letto, e mi era capitato di incontrarlo insieme ad altri aspiranti scrittori. Questo è il ritratto di Gianni Scalia e non voglio fargli il torto di inserirci surrettiziamente quello di Fortini! Ricordo però che pensai: “Ma caro Gianni, proprio Fortini dovevi sceglierti come nemico?!”. Di Fortini in realtà non saprei dire proprio nulla. Mi era sembrato...

Conversazione con Alberto Anile / Totò. Un comico per tutte le stagioni

  Nelle prime ore del 15 aprile 1967, moriva improvvisamente il principe Antonio Focas Flavio Angelo Ducas Comneno de Curtis di Bisanzio, in arte Totò. Da quella notte sono passati cinquant'anni, ma la sua figura è più viva che mai nell'immaginario collettivo. Affrontarla significa  raccontare una porzione consistente della cultura nazionale, sia “bassa” che “alta”, dal ventennio fascista ai prodromi del '68; ma significa anche, dietro le risate, domandarsi quanto sia ancora in grado di parlare a noi (ma soprattutto di noi), spettatori italiani d'oggi. In occasione di questo anniversario, Doppiozero ha deciso di dedicare a Totò uno speciale in più parti, nel quale le testimonianze d'epoca verranno affiancate alle parole dei nostri collaboratori, ciascuno alle prese con una sequenza, un'immagine o una battuta tratte dagli oltre novanta film interpretati dal grande comico napoletano. Per restituire un ritratto a più voci di un artista rivelatosi, nell'arco di mezzo secolo, davvero inesauribile. Come ogni vero classico.   Su Antonio de Curtis è stato detto e pubblicato di tutto. Non si contano gli articoli, le memorie, i saggi dedicati al Principe, alla sua vita, ai...

Pasolini, La lunga strada

“Sono felice. Era tanto che non potevo dirlo: e cos’è che mi dà questo intimo, preciso senso di gioia, di leggerezza? Niente. O quasi. Un silenzio meraviglioso è intorno a me: la camera del mio albergo, in cui mi trovo da cinque minuti, dà su un grosso monte, verde verde, qualche casa modesta e normale”. Così scrive su carta intestata dell’Albergo Savoia di Casamicciola Terme, a Ischia, Pier Paolo Pasolini nel luglio del 1959. Partito da Ventimiglia, sta esplorando le coste e le spiagge italiane scendendo fino in Sicilia per poi risalire a Trieste. Si tratta di una serie di articoli, tre in tutto, che il settimanale Successo dell’editore Palazzi, diretto da Arturo Tofanelli, gli ha commissionato.   L’idea è del fotografo Paolo di Paolo e Tofanelli ha pensato subito a Pasolini quale compagno di viaggio. Nel mese di maggio ha pubblicato Una vita violenta, suo secondo romanzo dopo la scandaloso Ragazzi di vita; il riscontro di critica e di pubblico è positivo, come racconta Nico Naldini in Pasolini, una vita, biografia del poeta riedita da poco in forma accresciuta (Tamellini Edizioni). Si tratta di uno dei primi reportage sull’Italia del boom, che scopre le vacanze e si stende...