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Roberto Saviano

(23 risultati)

Rich Kids / Milano-Napoli: dalla Riccanza alla Paranza

Se ti chiami come una macchina devi andare a tutto gas, soprattutto se il tuo cognome è Lamborghini e hai il sedere leopardato perché mette in risalto il tuo innato sex appeal. Basta storie tristi di precari che non sanno arrivare alla fine del mese o di patetici vecchietti attanagliati dalla solitudine. Se la vita quotidiana è uno #sbatti, l'antidoto è una parentesi televisiva "goliardica", a tutto bling bling, ovvero costellata di luccicanti orpelli, etichettata come compete a tutti i fenomeni para-social con #Riccanza, in onda il martedì, in seconda serata, su MTV. #Riccanza è un docu-reality sulla vita quotidiana di sette giovani italiani il cui segno particolare in comune è il conto in banca a sei zeri.     L'appartenente alla riccanza eredita il suo status, perciò lo conosciamo anche come “figlio di papà”, un mammifero che è possibile incontrare nelle principali strade dello shopping, tipo via Monte Napoleone, nei locali notturni della Milano da bere, sulle spiagge di Formentera, o ancora nei salotti televisivi. La riccanza ha una dieta molto limitata, basata pressoché su sushi, gelato e champagne, tanto che si definisce sushitariana, anche se a volte fa prevalere...

Roberto Saviano e Mimmo Borrelli in scena al Piccolo teatro / Sanghenapule tra mito e rito

Con il teatro in Italia non si diventa famosi. Il drammaturgo Mimmo Borrelli ha vinto tutti i premi del settore e conquistato senza sforzo il favore unanime della critica: provate però a nominarlo a qualcuno che non sia assiduo spettatore teatrale, e vi accorgerete di quanto flebile possa essere l’eco della scena.Se la fama segue vie traverse, il talento dell’autore e attore napoletano non è però sfuggito a due vere e proprie star dello spettacolo italiano: Toni Servillo e, più di recente, Roberto Saviano. Servillo ha dato pubblica dichiarazione di stima per il collega, ha interpretato i suoi testi e incluso alcuni brani in un fortunato recital dedicato a Napoli. Anche Roberto Saviano è rimasto profondamente colpito dalla immaginifica lingua di Borrelli: da questo vero e proprio innamoramento è nato il progetto di Sanghenapule, una produzione del Piccolo Teatro di Milano, firmata e recitata da entrambi per la regia di Borrelli. Si tratta, dopo tutto, di una notizia sorprendente. In primis perché una celebrità che potrebbe facilmente ottenere il tutto esaurito – come già accaduto proprio al Piccolo, nel 2009 – decide di condividere la scena con un compagno ingombrante e...

Africo di Corrado Stajano

Africo di Corrado Stajano è un libro paradigma: senza Africo non ci sarebbe stato Gomorra ha detto Roberto Saviano. Perché? Provo anch’io a dare una risposta. Certo perché ha inaugurato un certo tipo di letteratura di denuncia mafiosa. Non solo. Direi piuttosto perché ha inventato quello che Italo Calvino nelle sue quarte di copertina avrebbe potuto definire un Libro-paese (qui, a proposito, nella riedizione per il Saggiatore è riportata quella che nella edizione einaudiana del 1979 è firmata da Giulio Bollati).   Un libro-mondo che a un paese emblematico del Sud più misero – abbandonato nel 1951 in seguito a una violenta alluvione e poi ricostruito in un’area anonima del territorio di Bianco sulla costa calabra col nome di Africo Nuovo – Stajano ha ridato una forma, un volume storico, volti e parole. Tutti aperti al dubbio. Ambivalenti. Così che Africo, questa la forza dirompente del libro ancora a tanti anni di distanza, assurge, si può dire, a emblematico equivoco italiano. Un paese-mondo fuori dal mondo si può dire (“out of Joint”, fuori dai cardini, è l...

La realtà disturbata da Cartongesso

Cartongesso di Francesco Maino (Einaudi 2014) è come uscire dall’acqua dopo una lunga non voluta immersione e tirare il fiato tutto d’un colpo e riconquistare l’ossigeno. Una salutare esplosione nervosa, un urlo totale. Io credo che non si possa dire di meglio di un romanzo. Maino ha saputo costruire una drammaturgia speciale, giocata su un solo personaggio, un’unica corda tesa attorno a cui si disgrega una realtà che negli ultimi trent’anni era andata assumendo le mostruose proporzioni di una impresa colossale e folle che ha rischiato di risucchiare in sé le molte energie del Veneto, cioè di una parte cospicua della popolazione italiana. Ecco, già dopo poche righe la mia narrazione se ne esce dal contesto finzionale di un romanzo e si caccia immediatamente nella chiacchiera “contenutistica” che riguarda tutt’altro. Io vorrei parlare di Cartongesso come romanzo, non del Veneto e delle sue recenti vicende storiche. Io vorrei provare a dire come “l’inesorabile potenza” (dalla quarta di copertina) di questa storia stia nel come l’autore ha saputo affrontare il tema e non nel...

Gomorra

Tutto il male che vediamo è da capire. La violenza brutale e spietata dei camorristi così come l’orrore estetico dei palazzoni trasformati in brulicanti piazze dello spaccio, in alveari sovrappopolati in cui la funzione abitativa è inesorabilmente sovrastata da un formicolio di attività criminali, di leggi parallele e gerarchie di comando definite da un codice non scritto ma inviolabile.   Gomorra è la serie italiana che, come altri prodotti di Sky, più si è avvicinata ai modelli della serialità televisiva americana (se ne parla anche nel libro “Tutta un’altra fiction” uscito recentemente per Carocci, curato da Massimo Scaglioni e Luca Barra): frutto di un ingente investimento produttivo, non ha concesso sconti al racconto del Male, sempre mostrato nella sua piena crudezza. Difficile costruire un allineamento emotivo con i suoi personaggi: anche quelli che, almeno inizialmente, sembrano ritratti in modo più positivo, commettono presto o tardi un atto di brutalità tale che diventa impossibile mantenerne il rispetto. Per esempio Ciro l’Immortale si conquista nel prologo una...

Mama Afrika

«Mazi, che stai cucinando?», Zenzi mi si avvicina e mi mette la mano sulla spalla. È curiosa, la mia bambina, è bella, intelligente, ha piedi lunghi e snelli, buoni per affondare nella terra e mettere radici. E ha sempre fame: è una fortuna che rimanga magra con quello che mangia: «Che cos’è, ha un buon profumo, mi fai assaggiare il sughetto con un pezzo di pane?».   «È il pojiekos. Tieni, su, assaggia. Da piccola ti piaceva molto». Glielo porgo su un pezzo di dombolo. Mentre Zenzi mastica assorta, spio dalla finestra un grigio mattino fiammingo e mi perdo negli aromi della mia terra che salgono dalla pentola.   «Anche adesso mi piace tanto, Mazi bella, posso abbracciarti?»   «Sono tutta sudata.»   «Non m’importa.» Zenzi mi stringe con le sue braccia esili e forti, mi stampa un bacione sulla guancia. Poi mi guarda pensierosa.   «Che c’è piccola? Sei triste?»   «Stavo pensando a Stokely, Mazi. Non ti sei mai pentita di averlo sposato?»   «Mai, bambina, è stato il...

Barolo: Collisioni 2013

Collisioni è il festival musicale e letterario che da cinque anni si tiene tra le colline delle Langhe, nel cuneese. Inizialmente a Novello, la kermesse ha preferito successivamente appoggiarsi all'ospitalità del Comune di Barolo e ha progressivamente aggiustato il tiro rispetto alla propria natura di festival, passando, nel giro di poche edizioni, da momento dedicato prevalentemente alla letteratura a rassegna musicale in grado di richiamare nomi di altissimo livello della scena nazionale e internazionale. La particolarità di questo festival è quella di contaminare tra loro pubblici diversi, appartenenti grossomodo alle tre aree di interesse di Collisioni, quella letteraria, quella musicale e quella enogastronomica. Per centrare questo obiettivo la strategia degli organizzatori è puntare tutto sulla popness dell'evento, declinando i tanti appuntamenti in calendario di conseguenza. Questo vuol dire, per quanto riguarda i concerti, scegliere nomi di richiamo come Jamiroquai, Gianna Nannini, Elio e le storie tese, Fabri Fibra, Elton John (il cui concerto è stato annullato per motivi di salute). Stessa cosa dicasi degli incontri...

Roberto Saviano: intervista sulle merci

Le merci ci sono sempre sembrate il tema dominante di Roberto Saviano. Anche "Zero Zero Zero" tratta di un ennesimo prodotto di consumo: la cocaina. Merce debordiana per eccellenza, che contiene in se' anche lo spettacolo. Dalle merci però nasce anche il linguaggio pubblicitario. In cerca di nuove verità sulla pubblicità abbiamo quindi chiesto a Saviano un incontro proprio su questo tema. Quella che segue è la sintesi di una più ampia intervista, registrata in aprile e pubblicata su Bill 7 in luglio.   Hai cercato la verità sulle merci fin dal racconto sul porto di Napoli che apre "Gomorra". Oggi parli di quella contemporanea per eccellenza: la cocaina. È un tema che ti eri prefisso fin dall’inizio? O ti ha attirato man mano? Mi ha attirato man mano, mentre mi interessavo ai meccanismi del reale. La merce mi è sembrata innanzitutto un elemento di sintesi. Nella complessità del vivere, una lattina o una penna sono la sintesi di un percorso infinito, che è culturale, è chimico… il tutto, sintetizzato poi da un comun denominatore: ISO. Ossia i container...

A piede Lìberos

Lìberos ha un anno di vita, ma solo da sei mesi è una vera start up. Quando siamo nati eravamo una buona idea tutta da sviluppare, un gruppo di lavoro su base volontaria che si muoveva a tentoni e una road map puramente ipotetica, che certo non prevedeva che arrivassero risorse economiche forti in tempi brevi. Grazie alla vincita del premio cheFare quei soldi sono arrivati subito, ma la nostra vera fortuna è che meritarli non è stato per niente facile: c'è voluta una lunga fase di riprogettazione che ci ha permesso di mettere meglio a fuoco gli obiettivi da raggiungere, le azioni da intraprendere e i tempi e le risorse non solo economiche di cui davvero disponevamo. Abbiamo scoperto così che l'organizzazione di queste informazioni si chiama business plan ed è uno strumento banale nella progettazione delle aziende; solo che noi non siamo un'azienda e se non ci fosse stato richiesto per la partecipazione al premio non l'avremmo probabilmente mai fatto, né creduto ci servisse; che se ne fa un'associazione no profit di una cosa che si chiama business plan? Con il senno di poi ci siamo chiesti quante sono le...

Empatia

Nel 2006, parlando agli studenti della Northwestern University a Chicago, Barack Obama stigmatizza l’esistenza di un “empathy deficit”. Il riferimento all’empatia come fatto positivo è assai frequente nei discorsi del presidente americano, mentre sembra quasi assente nel frasario del suo predecessore, George W. Bush. Tre anni dopo il primatologo Frans de Waal pubblica un libro L’età dell’empatia, e nel medesimo anno esce il libro dell’economista e futurologo Jeremy Rifkin, La civiltà dell’empatia. Da quel momento in poi il tema si diffonde a macchia d’olio e diventa sempre più consueto parlare della capacità di immedesimarsi in un’altra persona fino al punto di coglierne i pensieri e gli stati d’animo. Ma cosa significa esattamente “empatia”? Perché e come è possibile “mettersi nei panni degli altri”?   Uno studioso di estetica, Andrea Pinotti, spiega in un ampio studio apparso da poco (Empatia. Storia di un’idea da Platone al postumano, Laterza), che il termine viene dal greco empatheia, composto da en, in, e pathos, affetto;...

Viaggio in Italia

Per oltre cent’anni l’immagine dell’Italia è stata quella fissata dalle fotografie dei Fratelli Alinari: monumenti, piazze, strade, palazzi, case, fotografati in modo frontale, con qualche rara persona nel rettangolo in bianco e nero, o virato in seppia. Un’Italia oleografica, prigioniera del suo nobile passato. Mai che vi figurasse uno stabilimento industriale, le torri di un petrolchimico, i distributori di benzina, le costruzioni moderniste. Questa immagine è continuata intatta durante il Fascismo, e oltre. Era “Venezia unta di piccioni”, come ha scritto una volta Carlo Arturo Quintavalle, insomma il nostro amato Bel Paese. A interrompere per un momento questa oleografia c’era stato il neorealismo, ma nel profondo l’idea visiva che gli italiani avevano del propria terra restava la medesima. Poi all’improvviso è successo qualcosa, uno di quei miracoli la cui potenza si percepisce solo a distanza di decenni. Nel 1984, nel mese di gennaio, appare un sottile volume che accompagna una mostra di ben trecento immagini presso la Pinacoteca Provinciale di Bari. L’editore è Il Quadrante di...

Futile

Please allow me to introduce myself I’m a man of wealth and taste … Pleased to meet you Hope you guessed my name, But what’s puzzling you Is the nature of my game … Rolling Stones, Sympathy for the Devil   Certo non inventava niente Walter Siti nel teorizzare, e ampiamente praticare, un “io sperimentale” quale narratore, punto di vista focalizzante e protagonista indiscusso dei suoi primi romanzi. Si ricorderà come già Italo Svevo, a proposito del suo Zeno, scrivesse a un ammirato Montale: “pensi ch’è un’autobiografia e non la mia”. Ma, se si avvicina al vero quanto sostiene (esagerando) il Daniele Giglioli di Senza trauma (Quodlibet 2011) – che proprio quella che è invalso definire autofiction, insieme al noir “politico”, sia il genere egemone della narrativa italiana degli ultimi anni – ciò si deve principalmente a lui. All’esemplarità cioè che – presso i narratori più giovani, unico termometro fededegno d’autorevolezza quando i media guardano solo alle classifiche di vendita – s’...

Andrea Cortellessa. Narratori degli Anni Zero

A dispetto di ciò che si potrebbe pensare di un’antologia, il poderoso volume Narratori degli Anni Zero (numero triplo della rivista L’illuminista, Ponte Sisto, pp. 704, € 30), curato da Andrea Cortellessa, non è solo una fotografia dello stato attuale del genere romanzo in Italia. È qualcosa di diverso: un flusso ininterrotto di testi e riflessioni critiche, dalla cui prossimità scaturisce l’impressione di un moto perpetuo.   Il saggio introduttivo è il vero motore dell’antologia. I modelli da cui Andrea Cortellessa trae ispirazione e da “mis-interpretare”, come direbbe Harold Bloom, sono due: il volume curato da Angelo Guglielmi nel 1981 dal titolo programmatico: Il piacere della letteratura. Prosa italiana dagli anni 70 a oggi e quello posteriore di Antonio Franchini e Ferruccio Parazzoli del 1991, Antologia dei nuovi narratori.   I “narratori degli anni zero” (Pincio, Nori, Cornia, Pascale, Permunian, Lagioia, Raimo, Pica Ciamarra, Pugno, Arminio, Morelli, Trevi, Falco, Samonà, Baroncelli, Vorpsi, Ricci, Rastello, Saviano, Jones, Bajani, Pecoraro, Vasta, Pedull...

Stoccolma | Editori svedesi e narratori italiani

Una delle novità più rilevanti nel mondo editoriale svedese è costituita dalla nascita, nel giro di soli due anni, di almeno tre nuove piccole case editrici dedicate quasi esclusivamente alla letteratura italiana contemporanea.   Come mai i nuovi editori svedesi scommettono sui narratori italiani? Una delle ragioni va certamente ricercata nel fatto che, negli ultimi anni, i grandi gruppi editoriali, come Bonniers e Nordstedts, appagati dal dilagante successo internazionale del “giallo nordico” (come dimenticare i 50 milioni di esemplari venduti nel mondo dalla trilogia Millenium di Stieg Larsson?), sono stati assai avari di proposte nel settore delle traduzioni da lingue straniere, in particolare, dall’italiano, ma anche dal francese. A tale immobilismo ha fatto riscontro, per reazione, a partire dagli inizi del nuovo secolo, un pullulare di iniziative da parte di nuove, piccole ma molto agguerrite, casa editrici. In primo luogo, verso le letterature d’area francofona: festeggia quest’anno i suoi primi dieci anni l’Elisabeth Grate förlag, che con grande lungimiranza e intelligenza (unita a un pizzico di...

La generazione peggiore

Quando il contratto non c’è, i topi ballano. Stanno tutti in fila davanti al nuovo Trony di Ponte Milvio, i topi, fanno rumore puntando al formaggio, sgomitano, rosicchiano altri dieci centimetri verso la linea gialla, perché quella è la cosa più vicina alla pensione a cui possono aspirare: è la dignità dell’arrivo, il conseguimento del legittimo risarcimento per tutta quella fatica fatta. D’altra parte si sono presentati lì alle cinque del mattino e quando hanno girato l’angolo si sono accorti di non essere né i primi né i soli. Hanno dormito in macchina, hanno accampato tende, si sono portati i fornelli da campo e sul farsi dell’alba hanno riscaldato fette biscottate col burro: se la meritano la linea gialla, se lo meritano di guardare negli occhi l’addetto alla fila che ne fa entrare due o quattro alla volta. Sono anche loro lavoratori, tutto sommato: devono arrivare a timbrare il cartellino per tempo e devono riuscirci da soli. Non si possono dare il cambio, altrimenti non vale: a uno che ha provato la carta della furbizia hanno urlato tre vaffanculo e hanno rotto gli...

Tre domande a Matteo Melchiorre

La banda della superstrada Fenadora-Anzù (con vaneggiamenti sovversivi) è uscito nella scorsa stagione letteraria da Laterza ed è stata una delle sorprese più belle e una conferma del talento di Matteo Melchiorre (classe 1981), già autore di Requiem perun albero (Spartaco, 2006). Abbiamo rivolto qualche domanda a Matteo che sarà oggi alla Libreria Utopia di Milano (ore 18.30) per inaugurare “Italia piccola”, un ciclo di incontri sulla realtà italiana organizzato dalla Libreria in collaborazione con doppiozero.       Qual è il motivo che ti ha spinto a scrivere la storia della costruzione di una superstrada, peraltro continuamente rimandata?   Perché il cantiere era sotto ai miei occhi, e perché sono convinto che l’osservazione del presente sia urgente, senza gerarchie in termini di luoghi, senza che i centri valgano più delle periferie. Scrivere è un atto civile, non una implicazione commerciale – come purtroppo, lo sappiamo tutti, avviene di norma. Oltre a questa componente conoscitiva, però, c’è stata una...

Elena Ferrante, L’amica geniale

Le due bambine si tengono la mano su per la scala buia e polverosa della vita. Il loro mondo è quello di un rione povero di Napoli, pare un paese sperduto, la città è appena dietro la collina ma sembra già un’altra realtà. Nelle strade, fra i palazzi la voce della violenza impesta l’aria, memorie di tempi lontani che affondano le radici ben prima della nascita delle due protagoniste di quest’ultimo libro di Elena Ferrante, L’amica geniale (edizioni e/o, pp. 329, € 18). L’infanzia di Lila e Lenù è un’infanzia di brutalità, di pietre in faccia, di sangue, di urla contro i genitori, di voli fuori dalla finestra scaraventate da padri imbufaliti. I bambini riproducono i comportamenti degli adulti, delle proprie famiglie, l’odio si rigenera nei figli eppure una strada alternativa sembra spalancarsi di fronte alle due ragazzine: la scuola, se sei bravo, se brilli la maestra ti apprezzerà e così l’intero rione, e chissà, forse potrai andare via, scrivere un romanzo e diventare ricco e famoso. E Lila era bravissima, aveva imparato a leggere da sola, sapeva...

Saviano a Occupy Wall Street

Stringe il cuore a vedere Zuccotti Park com’è ridotto adesso. Non c’è più l’accampamento e gli occupanti di una volta ora sono diventati i frequentatori, un centinaio, di un giardino pubblico. Di polizia ce n’è meno di una settimana fa, ma tutto il parco è transennato che ci sente in gabbia, e per entrare bisogna passare per un corridoio sorvegliato dalle guardie private.  Al centro della piazza c’è un mucchio umano avvinghiato attorno ad una cerchia di smart phone protesi nella registrazione, tre grosse videocamere, una piccola selva di giraffe: lì in mezzo c’è Saviano.     Inizia a parlare a mezzogiorno, puntuale com’è nella tradizione del posto. Se la cava bene con l’inglese ed è a suo agio col sistema di amplificazione umana della voce, che forza gli oratori a staccare frasi brevi, di pochi secondi, per permettere alla staffetta dei ripetitori di diffondere le parole verso l’esterno. Elogia il movimento perché vuole imporre una nuova legalità all’alta finanza, unico modo per impedire alle Mafie di incistarsi...

Ho creato un incubo. Un caso studio di teoria letteraria applicata

“Ho creato un incubo”, lamentava il dottor Frankenstein sui ghiacciai di Chamonix, osservando la rivolta della sua creatura, “e morirò della sua mano.” “Ho creato un incubo”, piangeva fra i fumi di crack il Bret Easton Ellis di Lunar Park, perseguitato dal protagonista di un suo romanzo precedente, “e morirò della sua mano.” Anche io ho creato un incubo, mi sono reso conto l’altro ieri, leggendo Il Buon Inverno, il primo romanzo tradotto in Italia dello scrittore portoghese João Tordo – e della sua mano muoio. Questo testo – che è a metà strada fra l’autobiografia e la teoria letteraria, e si chiude con un sondaggio – è la storia del mio mostro di Frankenstein, che, curiosamente, è una classe narratologica nota come autofiction.   Una premessa teorica   L’autofiction è una categoria letteraria sviluppata negli anni settanta da Serge Doubrovsky, in polemica con la “morte dell’autore” sbandierata, negli anni precedenti, da una famosa e agguerrita coorte di pensatori capitanati – nella fama e nell...

Confidare ancora nei galantuomini?

L’articolo di Repubblica dello scorso 21 agosto era un perfetto tappabuchi di stagione, un petit rien da ombrellone. Il titolo suonava Rivoluzione a Miss Italia: nel nuovo decalogo per aspiranti reginette è raccomandata, si leggeva, la lettura di “almeno tre libri l’anno”. Fra i titoli consigliati Madame Bovary, Orgoglio e pregiudizio e Acciaio di Silvia Avallone. Facendo assurgere a classico con stupefacente rapidità – a un anno e mezzo dalla pubblicazione – l’ennesimo monnezzone scala-classifiche fabbricato da quell’industria del cinismo in cui da tempo s’è trasformata l’editoria italiana. Canonizzazione a tappe forzate che aveva previsto altresì, nel furor promozionale della volata (persa per un soffio) allo Strega 2010, l’oltranza di un editoriale avallonesco imposto alla prima pagina del quotidiano di scuderia, il Corriere della Sera (un temino di poche righe d’impostazione debitamente reazionaria, pour épater col pasolinismo degli stenterelli che tanto si porta in questi casi). Questa primavera è seguita la proposta d’un raccontino della medesima scala-...

Senza trauma

“Qualche volta, bisogna riconoscere, il saggio vale più del libro che l’ha provocato”, diceva Luigi Malerba negli anni ottanta, infastidito dal proliferare di una “critica letteraria del tutto fantastica, anche inventiva, ma che considera i libri come puro pretesto per i suoi esercizi di scrittura”. Viene da pensare, leggendo il saggio di Daniele Giglioli Senza trauma (Quodlibet, 2011), che la critica esercitata nel libro sia priva di oggetto, o di un oggetto degno di un qualche interesse e considerazione critica, e che il critico, alla fine, sia il vero (s)oggetto di quelle “scritture dell’estremo” cui il sottotitolo rinvia.   La tesi del libro è duplice, o meglio, una è tesi vera e propria, l’altra è un suo corollario, o legittimazione. Innanzitutto, la constatazione che esista una generazione non più emergente ma oramai compiutamente emersa di scrittori, a far data dagli anni novanta (e dunque di scrittori nati tra gli anni cinquanta e i settanta, grosso modo), storicamente smarcata dai grandi traumi degli scrittori delle generazioni precedenti, confrontatisi forzatamente con l...

"Politiche dell’irrealtà" di Arturo Mazzarella

Pubblichiamo in anteprima un estratto del libro Politiche dell'irrealtà di Arturo Mazzarella, in uscita presso l'editore Bollati Boringhieri il 19 maggio, qui commentato in esclusiva per doppiozero da Andrea Cortellessa.   L’opera del fantasma Questo libro si presenta uno e bino. Il libro numero Uno – che contrappone la poetica di Roberto Saviano (la poetica, si badi, più che l’effettivo esito testuale di Gomorra) a quella di altri autori di non-fiction di lui meno condizionati dalle retoriche della testimonialità (dal prototipo di Capote, A sangue freddo, ai più recenti esempi del Franchini dell’Abusivo e del Balestrini di Sandokan, passando per un’innovativa lettura di Sciascia – giustamente indicato quale archetipo italiano del genere) – animerà senza dubbio le discussioni più virulente e, c’è da scommettere, meno interessate alla prospettiva teorica che spinge l’autore, invece, almeno quanto la sua vis polemica e il suo gusto per la provocazione intellettuale (entrambi indubbi). Il libro numero Due, che si annida all’ombra del pamphlet con...

Lamezia Terme, 3 marzo 2011

È così che è cominciata. Nella primavera del 2010 il sindaco di Lamezia Terme, Gianni Speranza (un nome che è tutto un programma, e una scommessa), chiede a un suo vecchio amico, Tano Grasso, presidente onorario della Federazione nazionale dell'antiracket, di diventare assessore alla legalità nella giunta di Lamezia. Lamezia è una città che tempo prima lo stesso Grasso aveva additato tra le tre roccaforti del pizzo in Italia (le altre due erano Gela e Napoli), ma che negli ultimi anni aveva visto crescere al suo interno una forte associazione antiracket. E questo è il motivo che convince Grasso ad accettare: accetto, risponde al suo amico sindaco, ma preferirei fare l'assessore alla cultura. Se c'è un terreno sul quale sperare di battere il crimine, questo il suo ragionamento, è la cultura, e in particolare la relazione con le nuove generazioni. Diventato assessore, mi chiama. Ci incontriamo a Napoli in maggio, al Gambrinus, sotto gli occhi della scorta: Tano ce l'ha da vent'anni. La sua è una storia esemplare, commerciante di scarpe e laureato in filosofia, è tra i primi...