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Silvio Berlusconi

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Il consigliere

Con Il royal baby (Rizzoli 2015) Giuliano Ferrara lancia un'opa, per nulla ostile, sul governo Renzi, o meglio, benché sia una cosa sola, sul giovane premier. A far da coerente termine medio Berlusconi, a cui per vanto e non per scorno viene avvicinato Renzi: «Ha il fuoco nella pancia, il nuovo nato, come l'altro, il babbo, brucia di megalomane ambizione. Ma è anche lui mite, alla fine, e ridanciano e innamorato del suo ostentarsi piacente al populazzo (Ludovico Ariosto)». Non che, quanto a megalomane ambizione, Ferrara sia da meno, quando intitolando capitoli e sottocapitoli Io e Renzi, Craxi. Il Cav. Renzi. E io, si mette ben in evidenza nella foto di famiglia. È proprio la psicologia del consigliere di cui vorremmo fare un po' di filogenesi.   Matteo Renzi e Silvio Berlusconi   Per tracciare il profilo, anche storico, di tal figura, il primo nome che verrebbe alla mente è quello dell’Ulisse dell’Iliade allorché comincia col suggerire le modalità con cui Elena potrà scegliere tra i suoi molti pretendenti (Biblioteca Di Apollodoro) e termina ovviamente in gloria con l’...

Confessioni cine-politiche di due post-adolescenti / Nanni a vent'anni

Questo non è un pezzo su Nanni Moretti. Questo è un tentativo pubblico di autobiografia (forse persino di autoanalisi) da parte di due “spettatori di mestiere” cresciuti, cinematograficamente parlando, a cavallo fra i due secoli. È  un pezzo su quello che Moretti ha rappresentato per noi, e forse per tutti quelli che sono nati alla fine degli anni Ottanta. Non ce ne vogliano quindi i lettori se dentro vi troveranno più del nostro che del suo.   Diciamo subito che per noi, almeno sulle prime, Nanni Moretti non era tanto il regista del sopravvalutato La stanza del figlio, quanto quello dei girotondi contro le “leggi ad personam” e del discorso “contestatario” di Piazza Navona (girotondi, “leggi ad personam”... quante espressioni desuete). In quell'ultimo film, che gli era valso l'incoronazione a Cannes quale Auteur indiscusso, Moretti aveva mostrato un seno di Laura Morante (la “scena primaria” di Caos calmo era ancora di là da venire) e si cominciava a parlare di svolta, di “nuova maturità registica” – anche se, a giudicare dai film successivi si trattava piuttosto di una non richiesta “normalizzazione”. Ancora non potevamo saperlo, ma Moretti si avviava a divenire egli...

Intortare

Se nel nostro paese c'è una parola malata, quella è "comunicazione". Lavorare in comunicazione, studiare comunicazione, fare comunicazione: tutte espressioni che spesso evocano attività indistinte, competenze imprecisate, capacità magiche.   L'inafferrabilità di questa parola consente ogni distorsione del suo senso. In particolare, quando è entrata a far parte del lessico politico e giornalistico, la comunicazione si è tradotta nella miglior dote dei leader. Non c'è dubbio, infatti, che il requisito indispensabile di questi anni sia stato considerato proprio comunicatore, merito attribuito prima a Berlusconi, poi a Grillo, oggi a Renzi e Salvini.   Questo però vorrebbe dire che per comunicare basta affacciarsi nei mass media. Ciò che contraddistingue i comunicatori è invece qualcosa di più preciso. Bernbach fu molto chiaro: il loro compito è consegnare il messaggio. I comunicatori si occupano della delivery di un significato. Se gli artisti non devono dare alcuna destinazione alle proprie creazioni – cosa vuol dire di preciso quel quadro? – i...

Scontri di civiltà

Era il crepuscolo. L’auto era grande, ma allo stadio finale. Troppo vicina al muro: come fanno gatti randagi o colombi, quando in città cercano un angolo per morire. Lungo la parte posteriore l’uomo aveva steso uno straccio e ci si coricava sopra. Ho fatto gli ultimi metri verso casa. Prima di entrare, mi sono voltato verso quei due relitti. C’era qualcosa di incomprensibile: perché non si metteva sulla schiena, perché non scivolava sotto la macchina, perché in mano non aveva una chiave inglese? Su un palmo di vento mi hanno raggiunto le aspirate forti del Corano. Allah, il soffio divino. Salito in casa, ho aperto la finestra; sono rimasto a contemplare quel fossile spirituale che respirava su un marciapiede di Milano, finché si è incamminato con la coperta sotto il braccio. Con una carta geografica, ho traguardato i tetti nella direzione del suo inchino: l’auto non era sua, gli era solo servita da riparo per volgersi perfettamente alla Mecca. Non ci si inginocchia davanti a una automobile, solo davanti a Dio. Chi dice che l’Islam è troppo orgoglioso e assolutista per adattarsi al nostro mondo dovrebbe...

Ritratto di un Presidente e dei suoi applausi

Elezione   A vederlo in piedi nelle fotografie, in casa della figlia durante la sua elezione alle spalle di amici e parenti, si ha la sensazione di un uomo che tiene le distanze e che esterna poco dei propri sentimenti. Non si sprofonda in poltrona o sul divano per gustare il proprio trionfo, resta in seconda fila. Anche la carezza alla nipote, nei medesimi scatti, ha qualcosa d’affettuoso, eppure manifesta una forma di lontananza. Non l’assenza di sentimenti, ma piuttosto una disabitudine a esibirli. A definire la sua figura fisica sono prima di tutto quei capelli, così forti in testa in un uomo della sua età, e soprattutto bianchi. Una bianchezza, che unita agli occhi azzurri e profondi, fa del nuovo Presidente della Repubblica un uomo molto diverso dal personale politico della Seconda e Terza Repubblica. Non ha nulla dei modi brianzoli, spicci e accattivanti di Silvio Berlusconi, con la sua peluria grigia sul capo, niente dello stile pop, alla Fonzie, di Matteo Renzi. Sergio Mattarella è un uomo dell’altro secolo, almeno nella figura fisica, nei modi e nei gesti. Non sarebbe stato troppo fuori posto nella cerchia di don Gaetano, il...

Petronio

Baudelaire nel suo saggio sul dandy (che è poi il nono capitolo di Le peintre de la vie moderne) elenca alcuni antenati di questa capitale figura del Moderno, e precisamente Alcibiade, Cesare e Catilina. Manca Petronio. Ma com’è possibile? Se si pensa poi che Baudelaire definisce il dandy come “uomo ricco, ozioso, scettico” e addirittura come individuo che “non professa altro mestiere che l’eleganza”, la lacuna risulta davvero inspiegabile, dato che la caratterizzazione di Petronio come “arbiter elegantiae”, da Tacito in poi, è passata in proverbio. Se si aggiunge che, sempre secondo Tacito, ciò che realmente distingueva Petronio da altri viveur come lui era una suprema ostentazione di noncuranza o sprezzatura o nonchalance che dir si voglia (quaedam sui neglegentia) e che la sua raffinatezza era talmente profonda da parere naturalezza (species semplicitatis), l’esclusione di Baudelaire si fa ancora più incomprensibile.   Petronio, almeno nel medaglione che gli dedica Tacito, è il Beau Brummel dell’epoca neroniana. La sua figura però è avvolta nel mistero,...

La società facciale

Thomas Macho, filosofo tedesco tra i più acuti e influenti, per quanto ancora poco noto in Italia, ha scritto che viviamo in una “società facciale”, la quale possiede la prerogativa di produrre volti senza sosta. A ogni angolo di strada, su ogni tabellone, la pubblicità c’insegue con volti, così che “senza un volto, nulla osa più invadere lo spazio riservato alle affissioni”. Che dunque la nostra sia una società fondata sulle facce, lo storico dell’arte e iconologo Hans Belting lo dice sin dalle prime pagine del suo ponderoso saggio, Facce. Storia del volto (tr. it. di C. Baldacci e P. Conte, pp. 359). E con ogni probabilità lo studioso tedesco non conosce, o ricorda, la celebre espressione berlusconiana “metterci la faccia”, che ha segnato una intera stagione politica ed elettorale. Ma a noi basta accendere la televisione e guardare un qualsiasi programma, da X Factor a Masterchef, per ricordarci che è così: lo spettacolo come la politica è invasa dalle facce. I volti sono stati commercializzati e politicizzati, ribadisce giustamente l’iconologo nel suo...

Politics is so overrated. Michael Dobbs e lo storytelling

Guida – dice – una “purple Panda”. Perché nel traffico grigiofumo di Londra ama “poter uscire dalla House of Lords e individuarla in un lampo, senza possibilità di errore, tra le file di berline tutte identiche, nere e blu”. E lo ripete divertito, sottolineando sonoramente la casuale allitterazione, resa più gustosa dalla verve consonantica dell’accento “very british” e beandosi del vezzo, tipicamente aristocratico, di fare dell’understatement un assoluto segno di distinzione.   Ma l’aneddoto, raccolto insieme a questa intervista nel corso dell’ultimo International Communication Summit a Roma, non è una semplice trivialità. Michael Dobbs, il creatore di House of Cards, è un furbo, sveglissimo, gioviale lord inglese: a lungo braccio destro di Margaret Thatcher, alla fine degli anni Ottanta, insoddisfatto da letture troppo banali e sfidato dalla sua (ex) moglie a fare di meglio, si scola una bottiglia di vino e scrive il primo capitolo della saga di House of Cards, che diventerà prima una miniserie inglese, poi la serie cult di Netflix prodotta da David...

Pulp Fiction vent'anni dopo

Vent’anni fa usciva nelle sale cinematografiche italiane Pulp Fiction, il capolavoro di Quentin Tarantino. Era il 16 dicembre 1994, nove mesi dopo l’imprevista e straordinaria vittoria elettorale di Silvio Berlusconi, sei giorni prima delle sue dimissioni consegnate nelle mani di Oscar Luigi Scalfaro il 22 dicembre. Nessuno stabilì allora un nesso tra questa storia postmoderna di gangster, sermoni, sodomie, gare di ballo, teste esplose, non-luoghi di Los Angeles, tra il gioco sadico e farsesco istituito dal giovane regista americano e quello che succedeva nel nostro paese, dove una crisi sociale e politica, durata oltre dieci anni, arrivava a compimento segnando un deciso e irreversibile giro di boa.     Pulp Fiction diventò immediatamente un film di culto, premiato a Cannes con la Palma d’Oro e anche con un Oscar, nell’anno seguente, fissando con la sua apparizione nei cinema un punto di non ritorno, sia per il modo in cui era narrato sia per i temi che offriva agli sconcertati, oppure entusiasti, spettatori. Quello che Pulp Fiction rivelava in quel momento preciso era il dominio incontrastato stabilito dalle immagini nella...

Zingonia. Utopia e realtà

Quando nel 1964 Renzo Zingone, imprenditore romano, proprietario della Banca Generale di Credito, e in precedenza – tra l’altro – di miniere d’oro e di rame in Venezuela, decide di fondare una nuova città in provincia di Bergamo, in un territorio agricolo tra i comuni di Verdellino, Verdello, Boltiere, Ciserano e Osio Sotto, ha già alle spalle la realizzazione del Quartiere Zingone, ubicato a Trezzano sul Naviglio, alle porte di Milano. Come nel caso precedente, la scelta del nome della nuova città – Zingonia – rivela la volontà di attenersi rigorosamente all’indicazione del padre Gennaro, che in una lettera del 1930 ai figli Corrado e Renzo aveva raccomandato loro la «sempre maggior valorizzazione del nostro nome».      Zingonia, missile   E come nel caso precedente si avvale, dal punto di vista progettuale, della collaborazione dell’architetto Franco Negri, nato nel 1923 e laureatosi al Politecnico di Milano nel 1956. Pietra angolare di entrambi gli interventi sono i capannoni industriali prefabbricati prodotti dalla Zingone Strutture che, nell’idea del suo...

Putin e l’animo russo. Intervista con Gian Piero Piretto

La casa è piena di libri, ma sono soprattutto gli oggetti – cartoline, souvenir, ritratti, statuine, gadget –, le “cose” sugli scaffali e i ripiani, oltre ai quadri alle pareti, ad attirare l’attenzione. Si tratta in gran parte di oggetti d’origine russa, paese di cui Gian Piero Piretto è studioso. Piretto non è uno storico e neppure un letterato in senso stretto. Si occupa di cultura visiva, una materia o disciplina, che in Italia ha una storia piuttosto recente.   Nel corso degli anni ha scritto molti libri, tutti originali e inconsueti. Il radioso avvenire. Mitologie culturali sovietiche, uscito nel 2001 presso Einaudi, parte dal 1917, dalle utopie d’Ottobre, e arriva agli anni Ottanta del XX secolo, passando per gli anni staliniani, spiega con immagini e riferimenti alla vita quotidiana dei russi la celebre frase di Stalin: “Vivere è diventato più bello, compagni, vivere è diventato più allegro” (1935), insomma racconta la storia visiva dell’Urss e dei suoi miti. Gli ultimi due apparsi si intitolano: Gli occhi di Stalin e La vita privata degli oggetti sovietici,...

A salvare Venezia sara’ ancora l’America...

Sono passati venti giorni dalla fine della Mostra del cinema 71, che se n’è andata in silenzio. L’unico rumore, di fondo, che circola nel Paese è l’eco del Pasolini di Abel Ferrara, un film meglio di quel che si temeva, ma non all’altezza del poeta-regista a cui è dedicato. La Mostra se ne va sventolando la bandiera bianca. Procede verso il futuro con la classe di una matura signora che ha alla guida due signori come Piero Baratta, un pacato presidente della Biennale, e come Alberto Barbera, un direttore perplesso e intelligente. Signori che non amano il red carpet, lo devono fare solo per offrirlo in pasto al pubblico sciolto, con pochi divi e molti divetti in smoking e tacchi come pugnali che bucano la moquette del carpet e gli occhi stanchi dei fans.   La memoria corre alla mia prima presenza al Lido, era il 1968. Nessun red carpet ma i fumogeni della polizia contro i contestatori (mi ci mescolai) e i grandi autori italiani – da Cesare Zavattini a Franco Solinas, grandi sceneggiatori, a Marco Ferreri, Ugo Gregoretti, Citto Maselli, Giuliano Montaldo. Venezia ebbe il brivido del rischio di una sospensione della Mostra,...

Renzi e i gesti

Di ritorno dalla sua recente visita di Stato in Africa, il Presidente del Consiglio si rivolge agli italiani direttamente dalla cabina dell’aeroplano che lo riporta in patria. Un’auto intervista, inframmezzata da immagini del tour, gli incontri con i presidenti dei paesi visitati, i cerimoniali e gli scambi di saluti. Matteo Renzi indossa l’inconfondibile camicia bianca. Ha i primi bottoni aperti, in alto. Parla a braccio, in modo spontaneo. Non si vedono molto le mani, perché l’inquadratura non li include. Sono perciò le espressioni del viso ad accompagnare le parole, e a commentarle.     Quando si concentra, Renzi socchiude gli occhi per un breve istante, alza il sopracciglio e aggrotta la fronte. A colpire sono i movimenti del labbro, che accompagnano le frasi: alza quello superiore quando la frase che pronuncia è particolarmente forte; in quel caso anche il tono della voce è più elevato; mostra i denti, ma per poche frazioni di secondo. Un vero peccato che non si vedano le mani, perché sono la parte del corpo che meglio esprime la sua personalità. Sottolinea sovente le frasi con convinzione...

Il partito-tutto di Matteo Renzi

E un giorno l’Italia si svegliò più europea dell’Europa, più speranzosa degli anglosassoni, e meno estremista e sfiduciata dei francesi. Si svegliò, alla fine di maggio del 2014, tra celebrazioni già unanimi del nuovo Uomo Nuovo e grida (poco convinte, invero) al complotto degli sconfitti, e scoprì di essere il paese che insieme dava la maggiore garanzia di continuità e promessa di cambiamento. Quantomeno, che manifestava una voglia di cambiamento esplicita senza declinarla come scetticismo, paura, o programmatico e concreto anti-europeismo. E vuoi vedere, azzarda qualcuno, che abbiamo perfino chiuso i conti col Novecento?   I dati sono ormai consolidati, e ci dicono di un’Europa in cui dalla Franca all’Inghilterra vince chi dice che l’Europa è la culla dei mali europei, l’incubatore della sconfitta dei popoli, la fondazione genetica di un melting-pot continentale che distrugge le purezze delle origini per darci in pasto alle miserie della storia e agli appetiti dei poteri transnazionali. Di una Germania che continua per la sua strada, sostanzialmente quella di Angela Merkel, e di un...

La parabola del berlusconismo

Con opportuno tempismo, il nuovo e ultimo lavoro di Piero Ignazi (Vent’anni dopo. La parabola del berlusconismo, Il Mulino 2014) tenta un complessivo bilancio critico del fenomeno Berlusconi, proprio nell’anniversario ventennale della sua “discesa in campo” (1994-2014). Vent’anni sono un periodo notevolmente lungo per la durata delle leadership democratiche, se solo pensiamo che le più recenti e significative leadership di paesi democratici hanno una vita politica media che non supera mai normalmente i 15 anni: i presidenti americani 8 anni, poi escono dalla scena politica, la Thatcher 11 anni, Blair 10 anni (13 come leader di partito), Mitterrand 14. Solo Helmut Kohl è un’eccezione con 25 anni di leadership. Viene naturale, dunque, accostare quasi inconsapevolmente il ventennio berlusconiano a un altro ventennio italiano. Al di là dell’evidente forzatura e dell’improponibilità di un tale paragone, è altrettanto evidente l’anomalia del fenomeno berlusconiano.     È vero, come riconosce Ignazi, che il partito creato dall’imprenditore milanese non è mai stato...

Normcore, il nuovo abito del potere

In un articolo di qualche mese fa del New York Magazine, la giornalista Fiona Duncan ha contribuito alla diffusione di un nuovo termine nel discorso sulle tendenze contemporanee, all'incrocio tra moda e comportamenti: normcore. La fusione di normal e hardcore, una sorta di convinta adesione alla banalità del vestire, è stata introdotta da una società di ricerca americana, K-Hole, per dar conto di una tendenza sempre più diffusa tra gli americani cool, ovvero i giovani di estrazione urbano-creativa: quella di vestirsi nella maniera più piatta possibile, “come un turista”, scrive Duncan.   L'abbigliamento al quale viene adesso attribuita l'etichetta di normcore è ben lontano dalle tendenze contemporanee del mix'n'match, quella sapienza compositiva del look dettata da un'approfondita conoscenza dei brand e degli stili, competenza maturata in decenni di consumo di immagini e oggetti. Il normcore sembra l'imitazione, senz'ombra di ironia, del modo di vestirsi dei nostri padri colti in una situazione di ordinaria rilassatezza: jeans slavati o pantaloni a vita alta dalla linea anni '90,...

Estradare un bibliofilo?

Molti di noi, dopo aver subito angherie da professori particolarmente carogna, hanno sognato di vendicarsi alla fine dell'anno o alla fine del ciclo di studi. Poi la vita ti portava da altre parti e quei pensieri fissi, quelle ingegnose macchinazioni, scomparivano da un giorno all'altro. Così, mi pare, per questi ultimi giorni del berlusconismo: dopo aver agognato la fine di un incubo, di aver rimpianto la Prima Repubblica, ora che tutto finisce siamo già immersi in tempi nuovi, in nuovi pericoli, e le vicende del cerchio magico, delle latitanze a Beirut (do you remember Felice Riva?), del salto del fosso degli ultimi fedelissimi, le guardiamo più con un interesse antropologico o letterario che come un momento importante della vicenda politica. Ma forse è utile che non tutto venga dimenticato. Gli uomini più vicini a Berlusconi negli anni dell'ascesa imprenditoriale sono stati Fedele Confalonieri e Marcello Dell'Utri. Il primo oggi rilascia interviste - molto istruttiva quella al Foglio di qualche giorno fa - in cui rubrica a burletta l'iscrizione alla P2 o a leggerezza i rapporti con la mafia, il secondo, non ricandidato alle ultime politiche dopo una scelta sofferta del capo,...

Berlusconi alla Baggina?

Berlusconi alla Baggina? Se è vero che il leader di Forza Italia dovrà scontare la sua pena occupandosi d’anziani disabili, non c’è dubbio che si tratta di un evidente contrappasso per chi ha fatto del corpo lo strumento principale della propria ascesa politica, il simbolo incarnato di una giovinezza senza età e senza mende.   V’immaginate Silvio che si occupa di pannoloni e di cateteri, che spinge carrozzine, che aiuta, come se fosse una badante moldava, una signora con le stampelle a salire le scale o imbocca una nonna inabile? Vecchio tra i vecchi, lui che è ricorso al lifting, si è trapiantato i capelli, ha ritardato in ogni modo il decadimento fisico del corpo, nascondendo sino all’altro ieri le rughe dietro il cerone e il trucco d’abili estetiste. Una condanna maliziosa, dunque, per un settantenne fidanzato con una ventinovenne, una sorta di “memento mori” che dovrebbe servire a rieducare il condannato ad un rapporto più corretto con le persone e con le cose.   Chissà se i giudici che l’hanno affidato ai servizi sociali hanno letto La forza del carattere di...

Shigeru Ban: sonata per L’Aquila

La Paper Concert Hall de L’Aquila è stata inaugurata ufficialmente il 7 maggio del 2011 con un concerto diretto da uno dei più celebri direttori d’orchestra giapponesi, Tomomi Nishimoto. Il concerto e l’apertura ufficiale della sala era stata voluta dall’ambasciatore giapponese che di lì a poco avrebbe finito il mandato e sarebbe rientrato in Giappone. Ci teneva, quindi, ad accelerare la chiusura dei lavori e veder finita la sala prima di lasciare l’Italia.   All’epoca del nostro incontro in un hotel del centro di Milano, durante il Salone del Mobile, dove Shigeru Ban si trovava per la presentazione di un allestimento in cartone commissionato dalla casa di moda Hermès, l’incertezza sulla conclusione dei lavori pesava ancora sull’architetto giapponese. Sapeva che per l’inaugurazione ufficiale l’edificio non sarebbe stato completamente finito: lo preoccupava soprattutto la forma del controsoffitto perché era in gioco l’acustica della sala. Intanto però l’edificio funzionava; qualche mese dopo il famoso concerto l’edificio fu completato con qualche...

L'esperto di comunicazione

I media hanno creato una figura che più di ogni altra dimostra la nostra primitiva soggezione di fronte ai fenomeni di massa: l'esperto di comunicazione. La definizione è in sé stupefacente, di ampiezza tale da incantare: egli può dunque pronunciarsi su una materia pressoché infinita, da internet agli speech dei politici, dai palinsesti tv alla pubblicità, e poi i giornali, gli eventi, le pubbliche relazioni, la radio, i graffiti, le cover... Possibile? Il suo è evidentemente un sapere magico, basato sull'intuizione, su un talento innato. Più che un mestiere: una qualità. Una conoscenza non trasmettibile. Eppure il solo linguaggio pubblicitario moderno ha oltre trecento anni di storia, e si dispiega in un ambito mondiale sconfinato, a oggi così poco censito da rendere ardua qualunque indagine rigorosa, senza considerare la ricchezza delle sue implicazioni (economia, sociologia, estetica...). Così come la grafica esige altre specifiche attenzioni, o la tv, e via dicendo. Di fatto, il nostro esperto è una figura di fantasia. Ma a quale bisogno corrisponde l'invenzione di questo...

Renzi, l'uomo in Smart

L’uomo smart in Smart. Così si è presentato l’altro giorno all’uscita da Palazzo Chigi Matteo Renzi, prossimo Presidente del Consiglio, arrivato a questo incarico senza passare per il bagno delle urne, ma conquistando la segreteria del PD attraverso le primarie. In realtà, la macchina che guidava, la piccola city car, non è sua, bensì di un deputato del suo cerchio. Però a tutti è apparso evidente che quel mezzo di trasporto, agile, piccolo, veloce, malandrino, era l’abito perfetto con cui Renzi si mostrava nel momento del passaggio da leader di un partito a capo del governo nazionale.   Smart è una parola inglese la cui traduzione non è molto facile. Vuol dire: intelligente, abile, brillante, alla moda, ma anche furbo e insieme veloce. Non è più un termine, piuttosto un vero e proprio campo semantico, che copre di sé una vasta gamma di significati, tutti connessi alla novità, alla velocità, alla bravura. Le Smart City sono le città intelligenti, che secondo gli urbanisti crescono senza ledere il territorio circostante, che smaltiscono bene i...

Totem Berlusconi

Su meriti e demeriti di Silvio Berlusconi l'Italia si divide da trent'anni. Fuori da tribunali e dibattiti, però, una certezza c'è: la sua vicenda ha fatto calare sulla parola pubblicità, sul suo semplice suono, un giudizio storico inesorabile, trasformandola in una nuova espressione idiomatica. Pubblicità, cioè inganno. Quando Repubblica ha voluto attaccare Berlusconi con massimo sprezzo, l'ha definito "pubblicitario". Dal suo avvento in poi, gli atti di governo inefficaci ma spettacolari un tempo bollati per il loro "effetto annuncio", sono diventati "spot". Tutto il suo consenso è stato interpretato con un colossale vedi alla voce reclàme. A mo' di esempio, una manifestazione del 2010 contro il governo Berlusconi: prima una rappresentante sindacale dice "dalla crisi si esce investendo sul lavoro e non sulla pubblicità”, poi Vendola dichiara "Berlusconi ha sostituito i valori costituzionali con la pubblicità” e infine Bersani attacca i "miracolistici spot” dell'allora presidente del consiglio. Quell'anno, da destra, anche la...

La quenelle

Il gol è il momento in cui si scarica all’improvviso la tensione accumulata da giorni in attesa della gara (giornali sportivi, trasmissioni televisive, viaggi dei tifosi) e nelle ore immediatamente precedenti (ingresso allo stadio, cori, sventolio di bandiere); sugli spalti il boato è simultaneo, e altrettanto l’agitarsi di bandiere, di sciarpe, di braccia. Da anni i calciatori che segnano una rete ci hanno abituato a un repertorio a dir poco variopinto di atteggiamenti, che vanno dall’affettuoso al muscoloso e al violento: uno alza la divisa della squadra e mostra la maglietta con una scritta (saluti alla fidanzata, battute non spiritose, compleanni dei figli e simili); un altro apre le braccia e corre simulando un aeroplanino (finzione di una gioia infantile?); un altro giocatore porta le mani dietro gli orecchi come per dire «non sento bene i vostri applausi!». C’è chi corre sollevando un braccio e alzando contemporaneamente il dito indice, soluzione adottata del resto dai vincitori anche in altri sport; c’è chi preme l’indice sulle labbra – faceva così anche l’antico dio Arpocrate...

Memento italiano

Una flessuosa linea di continuità ha attraversato la storia politica italiana, almeno nel periodo repubblicano. Eventi rilevanti, cruciali, definiti variamente come «terremoti», «innovazioni», «rivoluzioni», sono stati in realtà rapidamente derubricati a corrente normalità.   Un collettivo fenomeno di rimozione, cancellazione cosciente o acquiescente e interessata, delle vicende dolorose e vergognose della storia patria. Abbiamo superato o meglio saltato con un’alzata di spalle e un misero e incespicante mea culpa rapidamente recitato come svogliati ragazzini in sagrestia. Per passare da una fase – triste e ignominiosa – a una potenzialmente prospera e civile.   Alberto Sordi ne I Vitelloni di Federico Fellini   È possibile individuare quattro momenti in cui il cambiamento, pur significativo, ha coinciso con una fase di continuità, una lunga e indistinta calma come se nulla (o quasi) fosse avvenuto. Gli snodi della Repubblica, salutati rapidamente come «rivoluzionari» o «epocali», si sono trasformati però in una appiccicosa fase di...