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William Burroughs

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Due libri di Hubert Selby Jr. / Il Grande Dolore Americano

Il Grande Sogno Americano, dice Hubert Selby Jr. in un’intervista, consiste nel cercare di evitare il dolore. Ecco perché ti uccide.   I suoi romanzi e la sua vita, invece, il dolore lo attraversano continuamente, ruvidamente, spasmodicamente. Selby nacque a New York nel ’28, giusto alla vigilia della prima grossa frattura di quel Sogno. Crebbe non lontano dal Ponte di Verrazzano, lasciando una scuola dopo l’altra fino a entrare nella marina con suo padre, a quindici anni. Navigò per alcuni anni finché nel ’47 gli venne diagnosticata la tubercolosi e fu rimandato in America. Tre anni a entrare e uscire dagli ospedali, operato più volte ai polmoni, imbottito di eroina per placare la sofferenza, senza la forza di trovare un lavoro, con l’organismo strapazzato da medicinali. A lungo, poi, restò a casa, spesso confinato a letto, occupato soltanto a crescere una figlia mentre la moglie lavorava ai grandi magazzini.  Sempre ebbe a che fare con la malattia, mai poté essere completamente padrone del suo corpo, o poté avere sotto controllo il proprio futuro, il proprio american dream.    Il mondo intorno a lui, intanto, era quello della Brooklyn post bellica: sopra una...

A proposito di un 'saccheggio fonico' di John Oswald

Nell’aprile del 1968 la Warner Bros. Records, allora casa editrice dei Grateful Dead, pubblica un 45 giri con la prima versione registrata di Dark Star. Oggi l’idea che i Grateful Dead abbiano potuto incidere anche dei 45 giri è piuttosto sorprendente, sopratutto tenendo presente l’esperienza che abbiamo della loro musica. I Grateful Dead sono infatti conosciuti per pezzi ben più kilometrici, come un flusso senza fine, col solo limite della ‘capacità’ di un lato di LP. E per concerti nei quali le separazioni tra un pezzo e l’altro, come l’inizio o la fine degli stessi, erano dovuti più a questioni di comodità che a vere e proprie ragioni musicali. Come se la musica, idealmente, non dovesse mai interrompersi e mentalmente continuasse, filo conduttore della vita, sempre lì presente, e solo sfumasse, s’assopisse, per concedere al quotidiano un minimo di presenza. Dark star è un po’ il simbolo di questo dilatarsi della musica, dai 3 minuti (2’50’’ per la precisione), un po’ meno della capacità di un 45 giri, ai 23 minuti e 15 secondi di Live/Dead, il...

Intervista con Eva Truffaut

Eva Truffaut è inconfondibilmente riferibile a suo padre François, per fisicità e sensibilità artistica. A Palermo come Presidente di Giuria nell'ottimo Sicilia Queer Film Fest ai Cantieri Culturali alla Zisa, Eva Truffaut si scopre innamorata della Sicilia (“In questi giorni ho fatto tante foto in questa terra di opposti, dall'incredibile fermento. Qui l'ombra è nera e la luce è immensa”) e vive il suo ruolo con consapevolezza e concentrazione:   “Mi piace stare in Giuria. Quale altra situazione permette il confronto di personalità così diverse tra loro per un tempo dato, nella condivisione di un'esperienza comune? Vedo i film più volte e non mi interessano le critiche fini a se stesse, quelle che esprimono un mero giudizio di gradimento, piuttosto amo il dibattito e il confronto di idee. La sensazione è quella di vivere in questo tempo preciso un po' più intensamente, un tempo più appassionato. Vivere i Festival è un'esperienza un po' privilegiata: si sta insieme per scoprire le possibili opere d'arte, perché un film dev'...

Allen Ginsberg. Bloodsong

“Sono troppo poeta per essere un amante! Sono troppo artista per trovare soddisfazione nel tuo letto. L’eco del desiderio per me è l’unica realtà. (…) Se non puoi mettere in salvo la realtà dal desiderio, lascia che la mia solitudine sia il tuo amante!” Il libro Bloodsong di Allen Ginsberg, uscito di recente dal Saggiatore, è ciò che lo stesso autore definirebbe una “accozzaglia di contraddizioni”.   È il tentativo operato da James Grauerholz - noto per essere il curatore delle opere di William Burroughs - di fare ordine nelle scritture private di Allen Ginsberg che risalgono ai difficili mesi del 1944 (non si tratta di carte inedite, bensì tratte dal volume che raccoglie i diari e le poesie giovanili, The Book of Martyrdom and Artifice: First Journals and Poems, 1937-1952, New York, Da Capo Press, 2006). Erano quelli i tempi in cui i membri del Circolo dei libertini della Columbia University, cerchia così battezzata dallo stesso Allen Ginsberg, si ritrovarono a fare i conti per la prima volta con quella commistione di violenza, arte, scrittura e dolore della propria vita...

Il futuro passato di Contemporanea

Büchner mon amour. Il festival Contemporanea di Prato finisce nel nome dello scrittore tedesco al quale ritornano, periodicamente, tutte le inquietudini delle scene di ricerca. A differenza di altre rassegne di questo tipo, quella diretta a Prato da Edoardo Donatini per il Metastasio si confronta non solo con gli ultimi linguaggi, ma anche con la “tradizione del nuovo”.   Epilogo nel buio   Non è un caso che l’ultima opera presentata, a chiusura, sia Woyzeck o l’inizio del capogiro di Josef Nadj, del 1994 (il primo lavoro del coreografo che arrivò in Italia). Uno spettacolo senza parole, in cui i personaggi di Büchner si confondono e sovrappongono in un baraccone impastato nel fango, zombie o memorie kantoriane, echi di avanguardie che sanno di Europe dell’Est, con slanci chagalliani e precipizi postespressionisti nel buio, in una materia, in un’alienazione, in una fissità di marionette degradate, in una ripetizione irredimibile. Spettacolo di altri anni, di altri tempi, che conserva, con trasparenze sulfuree che sarebbero piaciute a Angelo Maria Ripellino, la forza ctonia del misterioso testo...

Conversazione con John Giorno

Scandisce con voce dagli echi profondi l’anziano poeta che è stato amico e amante di Andy Warhol e di William Burroughs, e sembra un mantra: “deluded inside delusion inside delusion, inside delusion, / everything is delusion / including wisdom”, tutto è illusione, perfino la saggezza.   John Giorno in Someone In Hell. Ph. di Ilaria Costanzo   A settantasette anni John Giorno conserva un fisico roccioso, una voce senza tentennamenti, un volto che sembra scolpito nella pietra di una pieve di campagna. A Prato, al Festival Contemporanea, è ospite dei Kinkaleri, una compagnia che ha portato la danza oltre tutti i limiti. Someone In Hell Loves You inizia con una vitale coreografia che poi scopriamo essere un alfabeto realizzato con movimenti del corpo; continua con un’intervista a John Giorno, intorno a uno scheletro, con una spiegazione del codice gestuale; si conclude con il poeta, uno dei primi a sperimentare il reading, che dà corpo, fiato, voce alle proprie parole scritte.   John Giorno. Ph. di Castorp   La danza diventa alfabeto e si smarrisce, di nuovo, nei ghirigori ipnotici del movimento...

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