Il patrimonio nascosto del bosco
Il bosco è il luogo della nostra immaginazione. Il luogo del mistero, della scoperta di noi stessi e del nostro rapporto con la natura. Lo è sempre stato. Nell’ottocento i boschi erano rifugi dove abitare nella conquista dell’ovest americano, nelle lotte di sopravvivenza tra genere umano e animali predatori, come ha evidenziato molto accuratamente il cinema. Ma è la fotografia e prima ancora la pittura ad aver lasciato segni su carta e tela, nel raccontare una atmosfera. Il bosco è anche uno spazio buio, in cui la luce viene modulata dall’intensità dei fusti degli alberi che lo rendono impenetrabile, inaccessibile. Ma la luce ha il potere di entrare nel bosco, dematerializzarlo in frammenti. I pionieri fotografi lo ritraevano con le loro macchine di grande formato. Lo faceva Carleton Watkins quando si aggirava nella Yosemite Valley con la sua “mammouth plate camera” (45,72x 55,88cm), e la camera oscura portatile. Proprio la dimensione delle lastre di vetro consentiva di riprodurre dettagli delle texture del paesaggio, dagli alberi alle formazioni rocciose. Gli alberi sono delle vere e proprie architetture, definiscono uno spazio, un volume, che cambiano con il sole e il vento. Gli alberi fanno parte di noi, a tal punto che li mettiamo anche nei terrazzi delle architetture contemporanee come se ci mancasse il contatto con la natura, ma niente è forte come stare dentro a quell’insieme di alberi che si fa bosco.

È il bosco il soggetto delle fotografie del milanese Marco Introini, esposte fino al 15 marzo nelle sale del Palazzo del Marchese Cesare Cuttica di Cassine, costruito ad Alessandria nell’ultimo quarto del XVIII secolo. Bosco come patrimonio, è il titolo della mostra organizzata da ASM Costruire Insieme che nel biennio 2024-2025 ha dedicato, per la curatela di Giovanna Calvenzi, esposizioni personali a Gabriele Basilico, Gianni Berengo Gardin, Vittore Fossati, e Maurizio Buscarino. Un viaggio dove Introini accompagna lo spettatore nell’immaginario del bosco. Luogo dove la nostra mente rimanda ad altre immagini e storie. Quando siamo bambini il bosco è uno spazio da esplorare, in cui perdersi ed avere paura del buio. Ma il bosco è quello attraversato dai geografi che mappano i territori come nelle spedizioni del nordovest americano del XIX secolo, in cui la presenza dei fotografi è essenziale nel descrivere all’opinione pubblica e alla politica la bellezza. Infatti, proprio la fotografia ha contribuito alla costituzione di Yellowstone. Questa area fu istituita come primo parco nazionale dal presidente Ulysses S. Grant il 1º marzo 1872. Per molto tempo si credeva che fossero state le fotografie di William Henry Jackson a favorire la fondazione del parco, lo furono in parte. Come ha sottolineato nel 1981 Howard Bossen, all’Annual Meeting of the Association for Education in Journalism, in cui presenta il saggio A Tall Tale Retold: The Influence of the Photographs of William Henry Jackson upon the Passage of the Yellowstone Park Act of 1872, nel quale scriveva:

“Esaminando lo sforzo volto a persuadere il Congresso ad approvare la legislazione sul parco di Yellowstone, si scopre che furono coinvolte molte persone. Le fotografie di Jackson rappresentano solo un tipo di dati raccolti […] Diverse persone della spedizione Washburn (1870) svolsero un ruolo nel fare pressione per l’approvazione della legge su Yellowstone. La figura più importante fu N. P. Langford che, oltre a scrivere il suo articolo “The Wonders of Yellowstone” per Scribner’s Monthly, viaggiò per il paese tenendo conferenze sulle meraviglie di Yellowstone”. Indubbiamente, la fotografia, più della pittura, divenne progressivamente un mezzo per valorizzare le bellezze naturali e sconosciute del territorio americano. La stessa sorte accompagnò la creazione del Parco Nazionale di Yosemite, istituito nel 1890 dal presidente Abraham Lincoln. Il riconoscimento istituzionale del parco avvenne grazie alle campagne fotografiche di Carleton Watkins e all’impegno politico di Frederick Law Olmsted, progettista di Central Park (1858) e membro della commissione per Yosemite. Questi due fatti ci fanno capire la forza persuasiva della fotografia e la sua capacità, molto più delle parole, di convincere la politica ad agire in funzione della conservazione del paesaggio, di cui il bosco fa parte, considerandolo come un patrimonio collettivo e non come un luogo di sfruttamento per rendite personali. Possiamo affermare senza essere contraddetti che l’ambientalismo sia nato a Yellowstone e Yosemite, due secoli fa. L’opera di Introini si inserisce in questo contesto culturale, un grido per salvare il bosco. Una mappatura dei boschi iniziata nel 2018 che “preserva identificabilità geografica – scrive il fotografo nel libro che accompagna la mostra – e raggruppa esemplari per quote altimetriche. L’analisi evidenzia le diverse essenze di bosco e sottobosco, i disturbi subiti dal territorio e la straordinaria capacità di rigenerazione”. L’inizio del processo creativo avviene con il disegno degli alberi, come una prima mappatura mentale che si fa fotografia. Una fotografia di grande formato, seppur con il banco ottico digitale, che viene restituita con le stampe in bianco e nero realizzate dallo stesso autore, come dire cambia la tecnologia ma non i modi. Questa ricerca spazia tra il romanticismo di Caspar David Friedrich e L’architettura degli alberi disegnata da Cesare Leonardi e Franca Stagi, passando attraverso la letteratura e le definizioni di selva, come quella oscura dantesca, foresta come territorio non antropizzato, bosco “dal medievale buscus/boscus – continua Introini – designa un terreno coperto di alberi e arbusti, legna da ardere… il passaggio da natura selvaggia a natura abitata, da selva a casa dell’uomo”. Francesco d’Assisi predica e parla con gli animali nel bosco, inteso come luogo spirituale dove avere una relazione con Dio

Una ricognizione che attraversa i luoghi: dai paesaggi marini della Puglia salendo su fino alle Alpi. In questo modo si possono leggere le differenze e le similitudini tra paesaggi geograficamente distanti, morfologicamente diversi, ma che hanno in comune la struttura spaziale che la natura predispone. In questo senso lo sguardo del fotografo si insinua tra gli interstizi degli alberi affiancati gli uni agli altri a formare delle installazioni di land art, ma senza l’artista. Così leggendo in profondità la serie dei filari di alberi, invasi di luce e perpendicolari al terreno, non si può non immaginare una foresta architettonica composta da questi esili pilotis, richiamando la memoria delle architetture di Le Corbusier. Tuttavia, questa ricerca fotografica insiste nel farci riflettere, in maniera ossessiva, su questo ambiente ma ci mette di fronte alla distruzione del patrimonio boschivo. Così, fuori dalla spettacolarizzazione che molti fotografi hanno fatto della tempesta Vaia, avvenuta nel 2018, lo sguardo di Introini ci porta dentro la devastazione evitando la sua estetizzazione. Questo insieme di fotografie si colloca nel solco della fotografia dei pionieri e appartiene in misura maggiore alla cultura fotografica americana piuttosto che italiana. Infatti, la fotografia italiana non riesce a parlare di temi attuali (il cambiamento climatico ad esempio), perché ha virato verso temi intimi e sono poche le ricerche che appaiono utili a ripensare il nostro rapporto con la natura, tra queste emergono i lavori della fotografa Marina Caneve. Il resto è un rincorrere i “maestri” con mostre, convegni, e libretti autoreferenziali che non superano i confini nazionali.
La fotografia di paesaggio riuscirà come nel XIX secolo a condizionare l’attività politica per preservare i nostri boschi e considerarli come un bene culturale? Di una cosa siamo certi, che i fotografi insieme ai pescatori e i cacciatori sono gli unici che attraversano gli spazi naturali, comprendendone le problematiche, questo significa che occorre cambiare il paradigma con cui tutti noi, cittadini, attivisti, intellettuali e politici, guardiamo all’ambiente.