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Pietas / Vita e teatro, arte e terapia

Non ci sono officine che riparano il cuore dolorante degli umani, non ci sono luoghi dove ripararsi quando l’individuo si ritrova braccato dalla Grande Storia. L’incontro con la distruttività – l’appartenere a una specie implicata in storie di male nell’espressione di Paul Ricoeur – non lascia scampo, ma il “mondo in frantumi” dell’esistenza può essere trasfigurato. Trasformato in immagine e parola, nell’armonia del canto. È quello che riesce a Charlotte Salomon con la sua opera omnia Vita? O teatro? (Castelvecchi, 2019). L’arte non ha salvato la sua vita, ma ha permesso la sua resurrezione. E noi oggi siamo di fronte a questo Grande Libro, un oggetto che si avverte sacro e un po’ si teme di toccare, un oggetto pesante da tenere in mano, che ha in copertina un autoritratto dell’autrice che ci osserva con sguardo sapiente, figura femminile dalla potenza archetipica. 796 fogli, difficili da classificare, da leggere e da guardare, una partitura di testi e disegni, associata a un’aria musicale. “Qualcosa di speciale, totalmente folle”, un Singspiel lo chiama lei: “La creazione delle pagine seguenti dev’esser immaginata così: un uomo siede davanti al mare. Dipinge. D’improvviso, una...

23 aprile 1929 - 3 febbraio 2020 / George Steiner. Perché la bellezza non ha salvato il mondo?

George Steiner si considerava – non del tutto a torto – l'ultimo intellettuale. A caratterizzarlo, in apparenza, era prima di tutto l'amore per il libro e per la cultura “alta” nelle sue varie forme, nella certezza che la grande letteratura, la grande arte, la grande musica, la grande filosofia avessero da dirci qualcosa su di noi, su ciascuno di noi e sulla nostra civiltà. A sostenere il suo sguardo critico era una enorme erudizione, la conoscenza delle lingue: era nato a Parigi, figlio di un banchiere, aveva studiato negli Stati Uniti, dove era fuggito, perché ebreo, e in Inghilterra. Oltre che in inglese e in francese, si vantava di poter tenere conferenze (e di fare l'amore, come ha raccontato con autoironia in I libri che non ho scritto, 2008) anche in tedesco (compresa la variante Schweizerdeutsch, almeno per quanto riguarda l'amore) e persino in un forbito italiano, dove riaffioravano reminiscenze colte: per lui l'“anima” era l'“alma” e il “postino” diventava “postiere”. Leggeva i testi in profondità, con un senso di sfida e quel piacere fisico, quasi sensuale, che trasmetteva ai suoi allievi quando si lanciava in quell'avventura che è il confronto ravvicinato con la “...

Angélica Liddell a Parigi / Al padre e alla madre morti, nella carne della figlia

La capitale francese è avvolta da un’atmosfera sospesa a causa del perdurare degli scioperi contro la riforma previdenziale proposta dal governo di Emmanuel Macron. Il discorso politico si mostra in tutta la sua necessità di essere pubblico, condiviso e agito. Le manifestazioni nelle strade di Parigi sembrano ancora evocare l’eco distantissima della Rivoluzione. Questo è un momento in cui tout le monde, in un certo senso, è in strada. In questi stessi giorni il Théâtre National de La Colline ha presentato due spettacoli della drammaturga, regista e attrice spagnola Angélica Liddell, Una costilla sobre la mesa: Padre e Una costilla sobre la mesa: Madre. Queste produzioni, date in alternanza, fanno da contraltare all’atmosfera politicizzata di Parigi presentando un discorso estremamente introspettivo e intimo. Non si tratta di requiem ai genitori scomparsi, ma di affondi di natura puramente teatrale che scavano nelle radici del processo di individuazione umana, nei modi in cui questo si scioglie, o si cristallizza, quando il corpo del genitore non è altro che una dolorosissima materia fredda davanti agli occhi dei figli, e allo stesso tempo il segno di una maggiore prossimità del...

Satira e politicamente corretto / Ridere di Dio

Da quasi un mese una serie di Netflix sta infiammando l’opinione pubblica brasiliana, mettendo a dura prova la giurisprudenza, e addirittura provocando disordini di piazza. La prima tentazione di Cristo, del collettivo di comici Porta dos Fundos, ricostruisce in modo dissacrante la vita di Gesù, osando scherzare su una presunta relazione omosessuale del profeta di Nazareth. La scorsa settimana un giudice di Rio de Janeiro ha ordinato la rimozione della serie, con motivazioni che vanno dalla protezione dei minori a quella della religione cristiana. Nel giro di pochi giorni il Tribunale Superiore (la corte costituzionale brasiliana) ha risposto all’appello di Netflix invertendo la decisione e ordinando il ripristino della serie. Nella sentenza si legge che “non si deve presumere che una satira umoristica abbia il potere magico di minare i valori della fede cristiana, la cui esistenza risale a oltre duemila anni fa”.   Sempre negli stessi giorni in Italia è scoppiato il caso di Checco Zalone, attaccato per presunto razzismo a causa di una clip del nuovo film Tolo Tolo; poi, svelato il malinteso, boicottato dai movimenti di destra per presunto buonismo pro-migranti. Zalone ha...

La cura dell’io è cura del noi / L’uomo ha tre dimensioni

È un crescendo, ma anche un diminuendo o il ritmo piano di una spirale che si può aprire e poi sprofondarci. L’io-tu-noi forma un triangolo esistenziale in ogni individuo, dà vita a una costruzione originale: una trama di effetti sliding doors e “conseguenze non intenzionali di azioni intenzionali”, come il filosofo e psicologo Wilhelm Wund definiva l’eterogenesi dei fini. La convivenza della molteplicità dei nostri io con il tu insondabile di un altro, con il noi di un ambiente esterno che per ognuno è diverso, insieme reale e mentale, rende il collettivo una dimensione della psiche individuale. In Io, tu, noi. Vivere con se stessi, l’altro, gli altri (Utet, 2019) Vittorio Lingiardi dichiara di voler “raccontare un’intersoggettività ideale immaginandola come una sfera armillare composta dall’intreccio dei tre anelli dell’io, del tu e del noi”. Un soggetto elastico e dinamico, in dialogo, disposto a correre l’azzardo del con, capace di inseguire i collegamenti tra le barriere sociali e politiche e i muri in testa. Come nei precedenti Mindscapes (Raffaello Cortina Editore) e Diagnosi e destino (Einaudi), la scrittura va sempre veloce, la riflessione psicoanalitica spazia tra molti...

Responsabilità / Diventare umani

  In quello che è uno dei romanzi chiave del Novecento e del nostro tempo, Atlante occidentale, Daniele Del Giudice, parlando delle relazioni tra persone e del rapporto tra loro e il contesto, scrive: “Pensò che tutto questo teneva in piedi un individuo, come un’impalcatura, e se fosse venuto a mancare, chiunque sarebbe crollato, come quelle persone decapitate in movimento il cui corpo fa ancora qualche passo e cade giù” [p. 13, Einaudi, Torino 2019; prima edizione 1985]. Ci individuiamo diventando quello che siamo con gli altri e grazie a loro. È la nostra intenzionalità congiunta e collettiva, la caratteristica unicamente umana che sembra distinguerci come specie. È dinamica, quella caratteristica, e fa di noi quegli esseri che siamo perché è divenendo che esistiano, pur essendo noi principalmente concentrati sulla nostra essenza stabile, impegnati a difenderla e ad affermarla, come facciamo soprattutto in questo tempo, in cui brandiamo l’identità come se fosse un’arma.   Una tipica deformazione, una forma di autoinganno della nostra mente, dei tanti che ci caratterizzano e ci affliggono, pur se allo stesso tempo sono fonte del nostro modo di essere umani. Si tratta...

Carmelo Rifici al Lac di Lugano / L’inconscio di Macbeth

A volte, di fronte a un lavoro teatrale, si ha la netta impressione che, al di là dell’operazione, spesso meritoria e interessante, manchi un’architettura solida, che sappia far dialogare le parti e perimetri – in qualche modo – la ricerca, sottoponendo la stessa a tagli, sacrifici anche dolorosi ma necessari. Quando uno spettacolo riesce a far dialogare le due istanze, quella feconda ma pericolosamente proteiforme dell’intuizione e quella contenitiva della forma, esso gode di un’incidenza, una forza diversa: si imprime. Questo capita con il nuovo lavoro di Carmelo Rifici, Macbeth, le cose nascoste, presentato la settimana scorsa in prima assoluta al LAC di Lugano e frutto di un lungo lavoro di meditazione e decodificazione durato ben due anni. Scopo di Rifici era capire quanto di quel testo risuonasse ancora nell’uomo contemporaneo, che, come Shakespeare, si trova a vivere una svolta storica fondamentale. Lo scrittore inglese viveva infatti a cavallo di un’epoca che stava definitivamente voltando le spalle al mondo primitivo, quello popolato da fantasmi, streghe, quello in cui l’inconscio era ancora legato alla natura e non si percepivano divisioni nette fra il mondo interiore e...

COMPLEX TV / Unbelievable: odissea nello stupro

Le serie televisive che si ispirano a un fatto storico o a un caso di cronaca sono le più difficili da scrivere e realizzare: penso alla polemica piuttosto manichea che si è scatenata recentemente su Chernobyl; i bias cognitivi ci spartiscono in modo netto tra coloro che non accettano che uno storytelling prenda strade originali sul sentiero della “verità”, e gli altri che invece apprezzano lo sforzo di attualizzazione e reinvenzione del plot che indirizzi a una riflessione etica o emotiva dell’accaduto: “se accadesse a me, oggi?”. Pensiamo a quei videogame che ci danno opzioni nello sviluppo della narrazione: giro a destra o a sinistra? Prendo questo jewel o quest’altro? Quest’arma o quest’altra? L’episodio unico degli autori di Black Mirror, Bandersnatch (2018) ha fatto il salto, concependo l’interattività delle svolte con la attitudine del programmatore del gioco; lì si arrivava addirittura a finali completamente diversi, che oltre il “divertimento” (letterale, di-vertire, cambiare strada) permettevano al giocatore-spettatore di farsi autore di catene causa/effetto alternative e sbalorditive.   Un’inchiesta realizzata nel 2015 dai giornalisti americani Christian Miller...

Su Sigmund Freud / Ama il prossimo tuo

“Amaci, delinquente!”          (Voi)                                                                                                                        Nel quinto paragrafo del saggio intitolato Il disagio della civiltà (Das Unbehagen in der Kultur, 1929), Sigmund Freud prende in esame una di quelle che chiama “pretensioni ideali della società incivilita”, il precetto “Ama il prossimo tuo come te stesso”, e propone di adottare verso di esso “un atteggiamento ingenuo, come se ne sentissimo parlare per la prima volta”. L’analisi critica che ne discende ha provocato in me, fin dalla prima lettura, un’alternanza di inquietudine, entusiasmo, riso, spavento. Con quel passo, e con le mie reazioni, ho cercato nel corso degli anni di fare i conti. Vorrei provare, qui, a ripercorrere le mie riflessioni. Non avendo io alcuna competenza in materia di psicanalisi, esse...

Addii: Carlo Quartucci / Ecco Carlo sulla soglia del teatro

Eccolo.  Siamo al Teatro Manzoni, a Milano, febbraio 1965. Alla fine di Troilo e Cressida, regia di Luigi Squarzina, appare in scena Carlo Quartucci e dice mulinando le braccia lunghe: Sono Margarelone, il figliolo bastardo di Priamo!  Quanto mi hanno parlato di lui Lisetta Carmi fotografa e Giannino Galloni studioso di teatro. Di Carlo e del suo Aspettando Godot con Leo de Berardinis, Rino Sudano, Anna D’Offizi, Maria Grazia Grassini. So che lui mi vuole incontrare, ha visto la mostra Genova-Porto, ha ascoltato La fabbrica illuminata e letto Padrone & Servo. E anch’io lo voglio conoscere, sento che c’è in lui vento e avventura. Alla fine del Troilo sono in quinta – ci abbracciamo. È mezzanotte, usciamo per Milano, Cammina cammina si va per le vie più dentro le visioni che nella realtà – viene l’alba, viene l’aurora, vengono le otto, vengono le nove. Adesso, diciamo, è l’ora di andare a dormire.  Ma io appena a casa comincio a scrivere un testo e fin che non lo finisco sto sveglio.  Lo chiamo All’improvviso. È il frutto dei dialoghi con Carlo – di quel sentirci un solo discorso in due corpi, in due voci.   Carlo mi ha svegliato il teatro degli attori...

Elogio della rabbia e della disobbedienza / Incazzarsi

“…abbiamo bisogno di un’educazione sentimentale per gestire e indirizzare l’affetto e la passione – e spesso non basta un’esistenza per venirne a capo…”. Così scrive Salvatore La Porta in Elogio della rabbia. Perché dovremmo incazzarci di più e meglio, Il Saggiatore, Milano 2019; p. 50.     Ma come, verrebbe da dire, se non si assiste ad altro che a gente arrabbiata? Dai talk-show televisivi al linguaggio della politica, agli stadi, alla gente per strada, alla vita familiare, ovunque si sentono imprecazioni e incazzature. Allora cosa può voler mai dire che “dovremmo incazzarci di più e meglio”? Le rabbie che si vedono in giro quasi mai sfociano in progetti e in forme efficaci di emancipazione e innovazione. Nella maggior parte dei casi si esauriscono e implodono in esiti rancorosi e in conferme dell’esistente. Viviamo un tempo in cui ognuno deve esaltare la propria dimensione pubblica e teatrale esibendo la propria vita. È un dovere a cui non è facile sottrarsi. Ce lo impone una certa struttura a dominanza nelle nostre relazioni sociali odierne. Nella posizione affettiva e relazionale in cui si ritrova oggi ognuno di noi, non sollecitiamo con quel "deve" una...

Bilanci 2019 / Lo spettacolo dell’anno

Per la quarta volta abbiamo chiesto a critici e artisti di raccontarci il loro spettacolo dell’anno, ovvero cosa di importante è successo nello spettacolo, nel teatro, secondo loro nel 2019. Questa volta abbiamo ridotto il numero degli interpellati (delle interpellate). Negli anni precedenti erano una decina, ora sono solo due. Un’artista di cui molto si parla, Daria Deflorian, emersa con la potenza dei lavori creati insieme ad Antonio Tagliarini e ad altri compagni dopo anni di classica “gavetta”; una critica e studiosa giovane, Rossella Menna, autrice di un bel recente libro conversazione con Armando Punzo, sufficientemente pronta a prendere a colpi d’ascia (direbbe san Thomas Bernhard) le troppe comodità e le asfittiche apparenze. Due soli sguardi, ci sembra affilati, impegnati a rompere i recinti. A voi il giudizio, con gli auguri della redazione teatro di “doppiozero”. (Ma. Ma.)   Frammenti 2019 (Daria Deflorian) Gli spettacoli, i cambi di direzione artistica, i grandi temi, le polemiche, i premi, le stagioni. Le novità, le conferme, le delusioni. Non ne parlerò, posso raccontare solo alcuni frammenti di questo 2019 teatrale, chiarendo al lettore che ho visto poco avendo...

Letteratura, flash mob e studi critici su identità e violenza di genere / Non siamo mai stati femministi

“Com’è la casa dei tuoi sogni, bambina?”, “È tutta bianca e rosa!” Una famosa immobiliare ci ha bombardato per mesi, se non per anni, con questo spot in cui tutte le stereotipie di genere venivano confermate all’ennesima potenza. In questo periodo si vede continuamente, nella televisione cosiddetta generalista, lo spot di una marca di cioccolata italiana in cui bambino e papà, sullo sfondo, sono chini sui quaderni di scuola mentre la mamma, in edonistica solitudine, sgranocchia la sua tavoletta. Per non parlare della fastidiosa denominazione che viene data alle ragazze che coadiuvano Flavio Insinna nel popolare gioco a quiz L’eredità, tutte le sere su Rai Uno. Al gruppetto di giovanissime donne, selezionate chiaramente in base all’avvenenza, è dato come unico compito quello di leggere brevi schede che spiegano il senso di alcune risposte. Ma il format prevede per loro, come spesso sottolineato vivacemente dal conduttore, la definizione di “professoresse”, etichetta che forse gli autori trovano spiritosa e ironica ma che non è altro che la trita riproduzione di un cliché odioso: la donna, specie se giovane e bella, non deve dimostrare nessuna competenza reale e, se messa a contatto...

Piccolo di Milano / Latini, Mangiafoco, il ghiaccio, il teatro

La scena è bianca. La luce opaca. Da una masnada di attori con mascheroni di Mickey Mouse attraverso un sipario a strisce viene introdotto uno scivolo, che lancerà nell’ampia arena gli attori-personaggi, maschere di sé stessi e del loro amore per il teatro.  C’è il ghiaccio e c’è il fuoco, la confessione, il silenzio, la citazione, l’urlo, la rabbia mitragliata a un microfono ad asta. C’è la passione e il pericolo nell’ultimo spettacolo di Roberto Latini, andato in scena al Piccolo Teatro Studio di Milano fino a poco prima di Natale, una coproduzione Piccolo Teatro, Compagnia Lombardi-Tiezzi, Fondazione Matera 2019, Associazione Basilicata 1799 / Città delle 100 scale Festival in collaborazione con Consorzio Teatri Uniti di Basilicata.    Mangiafoco – come lo chiamava, alla toscana, Collodi, nel suo Pinocchio a puntate, poi riunito in un unico romanzo nel 1883 – è uno spettacolo sul rischio di recitare, di vendersi l’abbecedario per il teatro, sulla possibilità di finire in brace per arrostire un bel montone e saziare una pancia già debordante o sulla liberazione che alla fine di un lungo processo di trasformazione e riconoscimento può arrivare, se si sanno...

Quando i racconti da soli non bastano / Storia di un matrimonio

È come quando, in un brutto incidente, le persone coinvolte perdono conoscenza e al risveglio sono piene di dolori e traumi, ma senza riuscire a ricordare e ricostruire nulla, come se il loro corpo appartenesse a un altro. Al termine della visione di Marriage Story, Nicole (Scarlett Johansson) e Charlie (Adam Driver), i protagonisti della vicenda di separazione narrata nel film, ci fanno vivere una sensazione molto simile di estraneità sgomenta: perché mai si sono lasciati? Contro quale muro ha sbattuto la loro storia d’amore?  «You’ve got so many reasons for not being with someone, but you haven’t got one good reason for being alone» canta Charlie, verso la fine, recuperando la canzone di un famoso musical. E quelle parole continuano a risuonare anche oltre i titoli di coda. Ma cosa mai è accaduto, e perché? Il film non offre una risposta chiara.    Proprio questa opacità è uno dei segreti dell’energia narrativa di Marriage Story, anche se la traduzione italiana Storia di un matrimonio rischia di portarci su un terreno sbagliato. Non era facile, difatti, ma forse non era neppure necessario tradurre un titolo così originale, per la capacità che ha di mettere una...

Muri e solitudine / Massimo Recalcati. Le nuove melanconie

L’ultimo libro di Massimo Recalcati, Le nuove melanconie, si apre con un esergo tratto dal Vangelo di Giovanni, lo stesso esergo che Giacomo Leopardi scelse come ingresso a La ginestra: “e gli uomini vollero le tenebre piuttosto che la luce”. Il godimento senza limite, cifra del capitalismo, ha assunto oggi un nuovo volto, complementare al primo, diventando godimento della chiusura: dall’iperattività all’autoreclusione. Così i confini – porosi, aperti, essenziali perché si produca relazione – sono diventati muri. L’esito di questo essere-per-le-tenebre sarebbero dunque i disturbi melanconici sul piano della sofferenza individuale – l’esistenza come peso da trascinare, l’assenza del sentimento della vita, il culto del denaro e del possesso –, e la difesa a oltranza dei propri confini identitari sul piano del vivere sociale – una nuova pulsione securitaria che separa gli uni e gli altri.    L’espansione maniacale capitalistica, scrive Recalcati, ha lasciato attorno a sé solo un mucchio di ceneri, e quello cui assistiamo è una nuova deriva melanconica. Il rapporto solipsistico con l’oggetto ha prodotto una chiusura autoconservativa del soggetto su se stesso, spezzando...

Il Čechov di Licia Lanera / Il gabbiano: guarda d’estate come nevica

Nella campagna ghiacciata, con una scansione musicale ripetitiva, inizia il viaggio nell’inverno di Schubert, Winterreise. I primi versi ricordano il maggio benevolo, i fiori, l’amore, e ora tutto è finito, gelato, pietrificato, mentre la musica culla con l’incalzare senza scampo di un marciare che sembra un’immobile ninna nanna. Il Gabbiano secondo Licia Lanera, al contrario, fotografa un’estate estenuante, calda come il bacio perduto della canzone di Bruno Martino, estate sfibrante passata su lettini in vite senza movimento, che all’improvviso viene sepolta da una fitta nevicata. Cade la neve, dilaga sulla compagnia di borghesi riuniti in campagna a discutere di tutto e soprattutto di niente, a riempire i vuoti di una vita estenuata, vestiti di scuro “per il lutto che porto per la mia vita”. Il Gabbiano è quello di Čechov, una tessitura di frasi asfittiche scritta nel 1895 da un uomo malato nei polmoni, che doveva passare gli ultimi tempi della propria vita in Crimea, per curarsi lontano dalla capitale fredda e umida, sentendosi abbandonato nella provincia come in una prigione. E proprio con la lettura a sipario chiuso di una lettera dall’‘esilio’ dello scrittore russo alla...

Ogni cosa al suo posto / Oliver Sacks e le cellule dell’Aston Martin

Ho ascoltato di recente una conferenza tenuta una decina di anni fa da Oliver Sacks, intitolata Che cosa rivelano le allucinazioni alla mente. Sacks mette in guardia gli psichiatri e gli psicologi dal considerare tutti i tipi di allucinazione come fenomeni psicotici, l’idea che propone è che il cervello possa vedere anche senza il supporto degli occhi e dei recettori oculari; al di là dei fenomeni psicotici e per ragioni assai diverse. In quella conferenza, Sacks sostiene che, poiché una diagnosi psichiatrica è ancora un’etichetta spaventosa, sarebbe bene rassicurare la maggior parte delle persone che hanno allucinazioni che non sono affatto folli. Molti infatti tengono segrete queste esperienze visive per il timore di essere psichiatrizzati. In quella conferenza Sacks cita affascinanti ricerche neurologiche, risalenti agli anni Settanta, che designano cellule che riconoscono forme specifiche e dettagliate, designate a osservare, per esempio, paesaggi, oppure edifici, volti, persone, automobili. Forse persino cellule dedicate al riconoscimento delle Aston Martin.   Il rinnovato ricordo di Oliver Sacks, neurologo romantico e romanziere d’eccellenza, viene da una nuova...

Massimiliano Civica rilegge la tragedia greca / Antigone e il corpo del fascismo

Nel 1977, in Germania, un volo della Lufthansa viene dirottato da alcuni militanti del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina. Nei giorni successivi, tre membri detenuti della RAF (gruppo terroristico di estrema sinistra, legato al Fronte) si suicidano nelle loro celle. Nel clima politicamente incandescente, nessun cimitero tedesco accetta di accogliere i tre cadaveri: per giorni i corpi dei terroristi rimangono senza sepoltura.  L’anno successivo a questi avvenimenti, un gruppo di autori tedeschi – tra loro anche Fassbinder – dà vita a un film collettivo (Germania in Autunno, 1978). Nell’episodio Antigone rinviata, scritto da Heinrich Böll e diretto da Volker Schlöndorff, si mette in scena una discussione fittizia in un emittente nazionale; qualcuno propone di trasmettere una riduzione per lo schermo dell’Antigone di Sofocle, ma si decide poi di non correre il rischio di infiammare o influenzare l’opinione pubblica. La tragedia greca non andrà in onda: la parola di una delle più celebri eroine tragiche viene ritenuta troppo pericolosa per il contesto politico nazionale.    Il diritto alla sepoltura appartiene all’essere umano? È un diritto inalienabile...

Per una vecchiaia meno seria / OK, BOOMER!

Fermo restando che “rendere la vita meno seria è una fatica immane e una grande arte”, come dice John Irving, vale comunque la pena insistere nella riflessione sulla vecchiaia per la semplice ragione che solo facendolo possiamo pensare di riuscire a escogitare qualcosa di meglio che ce ne possa difendere. Chissà, magari proprio nella vaghezza del qualcosa sta il “meno serio” di cui abbiamo bisogno.  “Ok, boomer!” si è sentito rispondere sarcasticamente un anziano deputato neozelandese qualche settimana fa dalla sua giovane collega venticinquenne Chlöe Swarbrick che intendeva dire “Adesso tocca a noi”. E così il baby-boomer diventa il nuovo soggetto sulle spalle del quale dovrà compiersi il salto evolutivo della concezione della vecchiaia, piaccia o no. Con la cultura disinvolta, spregiudicata e ribelle della sua umanità rock dovrà affrontare la sfida. E, per questo in particolare, sono convinto che François Jullien abbia ragione quando dice che “quel che viene prima è la dimensione culturale”, che ciò che si pensa, oggi, può essere più determinante di ciò che si fa, più di quanto si creda. Personalmente sono convinto che la nuova vecchiaia ne sia un’importante verifica....

Camera, Torino / Wo | Man Ray

Di mostre su Man Ray se ne sono viste molte, anche recentemente, quindi plaudiamo alla bella idea che rende originale e anche questa volta non ripetitiva l’esposizione, Wo | Man Ray, a Camera, Torino (fino al 19 gennaio 2020): l’Uomo Raggio e le sue Donne Raggio, il Fotografo e le sue Donne, non solo modelle ma soprattutto assistenti e allieve. L’idea non è scontata, non è pettegola o furba, come certe biografie in cui di un artista si raccontano solo le avventure e relazioni amorose come un brutto romanzo d’appendice, ma perché qui il rapporto è valorizzato nei suoi apporti all’arte, alla fotografia. Dell’uomo infatti, delle sue vicende si dice solo quel che serve e che non mortifica né lui né la donna, mentre al contrario ecco che proprio della donna viene ad emergere il ruolo attivo, interattivo, creativo. Anche della modella, aspetto a cui si pensa solitamente poco.     Così Kiki de Montarnasse, la prima in ordine cronologico, Man Ray appena sbarcato a Parigi dagli Stati Uniti nel 1921, diventa una cocreatrice con il Fotografo. Mettiamo l’iniziale maiuscola perché qui si vede bene che Man Ray si autoritrae sempre come fotografo, più che come individuo, insieme all’...

Marcello Marchesi/Cardillo – Teatro delle Ariette / Due pezzi sull’apparizione

Racconto due spettacoli diversi che hanno in comune il giocare con l’ambiguo, per portare alla luce qualcosa all’inizio celata nell’ombra, con la forza rivelatrice che dovrebbe avere il buon teatro.    Il sadico del villaggio   Maurizio Cardillo è un attore che se ne è stato sempre piuttosto appartato, a Bologna, coltivando un’attività di autore che lo ha portato a creare alcuni affilati spettacoli dedicati a testi come La passeggiata di Robert Walser o Il male oscuro di Giuseppe Berto e a scrittori come Canetti, Bernhard, Brancati, Palazzeschi. La sua cifra è un umorismo sulfureo, la ricerca dell’astrazione poetica, che tocca verità profonde partendo da un apparente distacco cinico, da una postura di uomo del secolo automatico che cerca vie di fuga dal disagio, dalla ripetizione.  Con ll sadico del villaggio – presentato al Festival della Letteratura di Mantova in settembre e di recente al teatro delle Moline di Bologna; una produzione dell’associazione Liberty ideata da Elena Di Gioia per la stagione di Agorà, creata con lo sguardo esterno di Paolo Nori e con gli interventi sonori e luministici di Alessandro Amato – affronta l’opera di Marcello Marchesi (1912...

La Giornata internazionale delle persone con disabilità / La violenza della parola pura

Ricorre, nel discorso dei Disability Studies, l’omologia tra la forma dell’affermatività disabile e ciò che viene chiamato minority model, la modalità di lotta iniziata negli anni Sessanta da gruppi minoritari, donne, afroamericani, LGBTQI+, e in qualche modo è così: una rivendicazione su base identitaria vincolata a un’interpellazione parziale determinata dal genere, dall’origine etnica, da condizioni esistentive particolari. Forse però il modello andrebbe predatato di quasi due secoli, per coglierne la matrice nella nascita e nell’affermazione della comunità Deaf. Non sto dicendo che vadano predatati i Disability Studies, e ciò per una ragione semplice e insindacabile: le persone Sorde non si considerano disabili, ma minoranza linguistica.   Lennard Davis, teorico dei Disability Studies, udente ma legato alla comunità Deaf, in Enforcing Normalcy: Disability, Deafness, and the Body (1995) sostiene la tesi “in qualche modo assurda che l’Europa sia diventata sorda nel Diciottesimo secolo”. La sordità, nel tempo dell’Illuminismo, viene ad assumere una valenza simbolica centrale in ragione di un evento, la codificazione del linguaggio dei segni da parte di Charles-Michel de L’...

Un lemma al giorno per trentuno giorni / Calendario dell'Avvento di Oz

Frank Lyman Baum, autore delle storie del Mago e di Dorothy, amava gli anniversari. A intervalli più o meno regolari nei suoi quattordici Libri di Oz (Einaudi) organizza per i suoi piccoli e grandi lettori feste di compleanno sontuosamente dettagliate. A essere celebrata di solito è Ozma, la principessa di Oz e ai suoi mirabolanti party lo scrittore invita sempre, nel suo bulimico amore per la promiscuità, schiere di personaggi affini o incompatibili, passati, presenti o futuri, tratti dai suoi libri e dalle sue storie, non solo quelle di Oz. A una delle feste fa il suo ingresso trionfale addirittura Babbo Natale. Ognuno di questi personaggi porta con sé un dono enigmatico, ma soprattutto l’alone esotico dell’unicità del suo mondo: la seduzione di origini inconsuete, l’ombra di un’ossessione sempre particolare, sempre irripetibile e agli altri sconosciuta. Il vero arcano di Oz è infatti che chiunque, perfino chi vi è nato, è destinato a restarvi per sempre straniero. Cento anni fa l’ostinato autore delle storie di Oz lasciava questo mondo. Si trovava nella sua casa, in California, a Hollywood: Ozcot, il “giaciglio di Oz”, così l’aveva chiamata. La casa aveva un rigoglioso giardino...