festival scarabocchi 2020

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Virilità / I maschi di Colleferro e noi

Se la vicenda di Colleferro sta avendo ampia risonanza mediatica, non è solo per la brutalità dell’omicidio o per il commovente eroismo di Willy. Colleferro colpisce potentemente la nostra immaginazione perché ci offre una rappresentazione del mostro perfetto: brutale, spietato, arrogante, senza possibilità di redenzione. In tal senso i fratelli Bianchi – ritratti a torso nudo, muscoli e tatuaggi in bella vista e sguardo da bullo – assolvono perfettamente a questa funzione. I loro corpi coincidono con la tradizionale iconografia del villain che ha popolato l’immaginario di tanti gangster movie: una via di mezzo tra la cinica crudeltà di Al Pacino in Scarface e quella mascolinità un po’ buffonesca del coatto romano, così bene raccontata dall’ultimo e commovente film di Claudio Caligari Non essere cattivo – e in parte ripresa nelle serie tv Romanzo Criminale e Suburra.    I fratelli Bianchi sono epitome della mostruosità perché ci permettono facilmente di prenderne le distanze. In un certo senso svolgono una funzione rassicurante, dal momento che ci indicano chiaramente dove risiede il male. D’altronde la radice della parola latina monstrum è la stessa di monstrare, ma...

A cinquant’anni dalla morte / Jimi Hendrix, la matrice

Per alcuni ha cambiato la faccia del rock. Per altri è il maestro assoluto della chitarra elettrica, colui che per primo ha saputo indagarne le prerogative e sondarne le potenzialità, facendole combaciare con le inquietudini di una generazione. Jimi Hendrix – o più semplicemente Jimi, come lo riconosce e venera il popolo del rock – è scomparso giovanissimo, il 18 settembre del 1970, a soli 27 anni. Ricordarlo oggi, a cinquant’anni dalla morte, significa anche fissare in qualche modo una prospettiva: cinquant’anni di musica dopo di lui, cinquant’anni di musica rock senza Hendrix. Una vertigine, per chi lo ha amato. Da questa prospettiva emerge un musicista immenso, che si avventurò verso l’ignoto sperimentando direttamente sul pubblico la coincidenza perfetta fra un suono infine liberato e una mente collettiva che ambiva a fare altrettanto.   Partirei, provocatoriamente, da ciò che un maestro di solfeggio inquadrerebbe con ogni probabilità come un difetto, una tara da correggere prima che la negligenza assuma carattere cronico. Provate a mettere sul piatto del giradischi una canzone di Hendrix e a far partire un metronomo al tempo con cui Jimi attacca il pezzo. E poi...

Rodari 100 / Dove finiscono le favole senza fine

A un bambino dei nostri giorni il titolo Favole al telefono deve sembrare qualcosa di incredibilmente inattuale, quasi quanto quello delle Favole al telefonino con cui Fabian Negrin ha omaggiato il capolavoro rodariano nel 2010, a quasi cinquant’anni dalla sua uscita (1962). Oggi il termine telefonino è sempre meno utilizzato, forse perché chiunque si è reso conto che gli oggetti che teniamo con noi la maggior parte del tempo sono solo accidentalmente dei piccoli telefoni, e nonostante le inesauribili possibilità di comunicazione sembrano incapaci di restituire la strana sensazione di prossimità caratteristica di una telefonata. D’altro canto, non deve trarre in inganno il fatto che il telefono di cui parla Rodari sia in realtà una molteplicità di apparecchi pubblici, adoperati da un venditore di medicinali in giro per l’Italia: come mostra il disegno di Bruno Munari in copertina, il telefono delle Favole è un modello fisso e coi numeri disposti a rotella, alla cui estetica pare connaturata una precisa idea di ritualità. «Ogni sera, dovunque si trovasse, alle nove in punto il ragionier Bianchi chiamava al telefono Varese e raccontava una storia alla sua bambina.» Ed è chiaro che...

Un'annata di transizione / Venezia 77: un Leone prevedibile

In fin dei conti, in un anno imprevedibile come questo 2020, è bello aggrapparsi alle certezze. Una delle certezze è questa: cominciare il festival, incontrare i conoscenti, ed essere d’accordo sul fatto che sì, ovviamente, questa settantasettesima edizione la vincerà una regista. Ma quale delle tante di quest’anno? Qualche secondo passato a sfogliare il programma (anche per dribblare l’imbarazzo che sempre, in qualche misura, accompagna l’incontro con chi non vediamo da molti mesi), ed ecco che gli interlocutori di questo quadretto ricorrente si accordano, immancabilmente, su Nomadland di Chloe Zhao. Quale modo migliore, del resto, per riprendersi gli americani a partire possibilmente dal 2021, e farsi strada a capocciate dentro la micidiale striscia estivo-autunnale di festival d’Oltreoceano (Telluride, Toronto, New York eccetera eccetera), di un film noiosamente calcolato al millimetro per colpire tanto il cerchio del mainstream hollywoodiano quanto la botte del cinema indipendente, in maniera diametralmente opposta dal capolavoro autenticamente femminista di questo festival, The World to Come di Mona Fastvold, impossibile da racchiudere in categorie merceologiche e target...

Accademia Unidee / Il lavoro dell'immaginario

Darwin in The Descent of Man, 1871, afferma: «La differenza mentale fra l’uomo e gli animali superiori, per quanto sia grande, è certamente di grado e non di genere». Una progressione nei risultati di ricerca che ci aiutano a comprendere un poco meglio cosa significa essere umani, conferma sistematicamente l’ipotesi del grande naturalista inglese. Antecedenti evolutivi delle nostre attuali distinzioni di specie che presidiano all’antropogenesi si ravvisano in altre specie. Dal canto dei fringuelli alla parola; dall’affettività primaria di una mamma scimpanzé al caregiving di una mamma della specie homo sapiens; dall’eusocialità tra i primati di ordine superiore alla cooperazione tra noi umani. E l’immaginazione? E l’immaginario? Abbiamo prove evidenti dell’attività onirica degli altri animali e anche della loro capacità immaginativa. È opportuno allora chiedersi se producono, come noi, mondi immaginari. Sappiamo che gli altri animali sanno ma non sappiamo se sanno di sapere. Ipotizziamo di no, anche se è verosimile supporre che dispongano anche nel campo dell’immaginario di antecedenti evolutivi, magari rudimentali. Pare che le loro conoscenze siano operative, immediate e pratiche...

Pasolini, Comisso, Parise / Nico Naldini e i suoi grandi amici

Il vero Nico Naldini si nascondeva più nelle risate che nei silenzi. Quando superava la sua ritrosia tutta friulana, quando si lasciava dominare da quella “corda pazza” individuata da Raffaele La Capria in Goffredo Parise e Giovanni Comisso, da quel lampo di follia creativa e umanissima tutta veneta, diventava il più straordinario narratore che si potesse incontrare. Perché lui, che non si è mai adagiato nel ruolo di cugino prediletto di Pier Paolo Pasolini, conosceva il dritto e il rovescio degli scrittori, dei registi, degli intellettuali che hanno attraversato il ‘900. E spesso, era proprio esplorando il versante segreto del personaggio raccontato che riusciva a scoprire la sua vera essenza. Accompagnando sempre ai ricordi quel ghigno che Dacia Maraini interpretava come una sottolineatura “sprezzante della goffaggine degli amici”.      Le sue risate, in realtà, erano piccoli fari disseminati sulla strada di chi lo intercettava. Luci intermittenti pronte a rivelare la sua profonda timidezza, la sua sferzante e, al tempo stesso, delicata capacità di raccontare gli altri senza nulla nascondere. E, soprattutto, senza mai mettere in ombra loro per innalzare un...

Giulio Bedeschi / L'8 settembre degli Alpini

8 settembre 1943: Badoglio, successore del da poco deposto Mussolini, annuncia in modo ambiguo l'armistizio con Stati Uniti e Gran Bretagna e la conseguente ostilità verso l'ex-alleato tedesco; una data capitale della nostra storia che i militari interpretarono in senso opposto: nel generale sfaldamento dell'esercito, attraversato dalla prepotente spinta dei soldati al ritorno a casa, ci fu chi seguì, magari in modo contraddittorio come a Cerfalonia, le indicazioni del governo, pagando con la vita, e chi ritenne di restare fedele al Patto d'acciaio, per esempio Junio Valerio Borghese e la sua X Mas. L'interpretazione opposta prevede una fine contro un inizio. La Monarchia fornisce al fascismo una straordinaria occasione per rifondersi artatamente alla patria, morta seconda una lunga tradizione che va da Salvatore Satta a Galli Della Loggia, e farsi portabandiera della sua rinascita rinascendo esso stesso a Salò sulle ceneri del tradimento e il mito del riscatto. In quei giorni Duccio Galimberti a Cuneo chiede di poter arruolare i suoi volontari tra gli Alpini, usando subito contro i Tedeschi le armi dei magazzini, ed offre agli alti ufficiali il comando delle formazioni pronte...

Carteggi amorosi / Hannah Arendt e Martin Heidegger: le lettere

«Il démone mi ha colpito...non mi era ancora mai capitato niente di simile». Lo scrive in una lettera il professore di filosofia alla studentessa, che subito comprende. Il grande démone è quello del Simposio di Platone, Eros.  Con questi toni inizia, nel febbraio del 1925, la corrispondenza amoroso-filosofica di Martin Heidegger – che sarebbe divenuto il filosofo di fama mondiale e all’epoca aveva trentasei anni, una moglie e due figli piccoli - con Hannah Arendt – anch’essa qualche decennio dopo non meno famosa del maestro e amante – mentre entrambi si trovavano nella piccola città universitaria di Marburg nel centro della Germania, tra Kassel e Francoforte. A Marburg l’università vecchia è una specie di costruzione massiccia, sorta di castello-chiesa-fortezza nel cuore della città (la nuova università, un po’ fuori, è di uno squallore e di una bruttezza insostenibili, ma ai tempi per fortuna non c’era). Lì la studentessa venuta dal nord (Königsberg) incontra il docente venuto dal sud (Meßkirch); è colpita dal suo pensiero, pensa che la filosofia sia tornata a vivere, che finalmente qualcuno abbia ridato la parola ai tesori del passato che sembravano morti.   Anch’egli...

Una conversazione / Joachim Schmid: cataloghi caotici

Sara Benaglia, Mauro Zanchi: Nel 1989 Lei ha dichiarato «Nessuna nuova fotografia finché non siano state utilizzate quelle già esistenti!». Quest’ottica “ecologica” in un contesto in cui la proliferazione di immagini è iper-accelerata come ha cambiato il suo modo di pensare la fotografia, anche dei grandi autori? Perché qualche anno più tardi ha affermato «Per favore non smettete di fotografare»? E che cosa direbbe oggi?   Joachim Schmid, The Artist’s Model, 2016, courtesy of P420, ph C. Favero   Joachim Schmid: Il primo slogan è stato il titolo provocatorio di un saggio sull'enorme sovrapproduzione in fotografia, che indicava le masse di immagini esistenti che sono potenziali materie prime per tutti i tipi di opere. Questo in un momento in cui una nuova generazione di fotografi si batteva per far riconoscere la fotografia come una forma d'arte a tutti gli effetti legittima. Avevo forti dubbi su questo approccio incentrato sulla macchina fotografica. E a quanto pare il mio titolo era una frase così orecchiabile che da allora mi perseguita.  La seconda è la ricostruzione di un'istantanea trovata. L'ho usato come una sorta di motto per il mio Bilderbuch, che si...

Scarabocchi 2020 / La via del Disegno Brutto

Dal 18 al 20 settembre torniamo con Scarabocchi: distanti e cauti con il nostro festival a Novara. Lo abbiamo pensato con lezioni online e laboratori, per bimbi sopratutto, in presenza. Per esserci. con i corpi, che è il tema di questa edizione. Qui il programma.    1 L'inizio Tutto nasce da un punto.  L’universo stesso in cui siamo immersi e di cui siamo parte attiva e vivente, nasce dall’espansione ininterrotta di un punto astronomico, fatto di energia compressa e di materia condensata.  Lì stava il Tutto quando era conoscibile con un solo sguardo.  Bastava un battito di ciglia per vedere ogni cosa, ma le ciglia non esistevano ancora. La vita nel cosmo si generò da un primo impercettibile movimento, come se una sorta di smania facesse vibrare di impazienza la materia.   Tutto nasce da un piccolo segno, da un unico tratto, da un movimento della mano, da un’intenzione della mente, da una scintilla dell’ispirazione, da una figura dell’immaginazione, da una voglia di agire che da sempre ci muove e mai si esaurisce. Da quell’unico segno originario, da quella prima motivazione, sembra muoversi uno "spirito creatore” che in un continuo e...

Fantasia / Rodari, Munari e il binomio fantastico

Diciamolo subito: lo scopo di Grammatica della fantasia, celebre saggio di Gianni Rodari del 1973, è quello di comprovare che il suo titolo non è un ossimoro. Generalmente si pensa la grammatica come un arido insieme di regole da mandare a memoria, e la fantasia come la capacità umana di creare senza alcuna direttiva prestabilita, un capriccio fine a se stesso. Da una parte ci sarebbe l’ordine pregresso delle norme comunicative, le abitudini linguistiche, le poetiche prescrittive, le leggi. Dall’altra la creatività, l’estro della genialità che rompe gli schemi, la fantasticheria più o meno trasognata, l’originalità. Si tratta, come è noto, dell’ideologia del senso comune, nutrito per decenni di quell’idealismo e neoidealismo, romanticismo e spiritualismo, storicismo e sentimentalismo semplificati dalla cultura scolastica diffusa. Un senso comune, pertanto, che pensa una grammatica della fantasia come contraddizione in termini: come un’assurdità, una spiritosaggine. Niente di più lontano dal pensiero e dall’opera di Rodari che, dopo aver trascorso gran parte della sua carriera a scrivere storie per bambini, svecchiando i metodi educativi e ottenendo un notevole successo, decide di...

La corrispondenza di una vita / Camille Claudel e Auguste Rodin: parole come pietre

“Monsieur Rodin, ho appena iniziato un appunto per M. Gauchez, impantanandomi totalmente, come può vedere, e mi pare senza alcun dubbio il più stupido del mondo. Voglia usarmi la cortesia di correggerlo e di aggiungervi una bella tiritera sul movimento e sulla ricerca della natura, ecc. mi è stato impossibile trarmi d’impaccio. Mi rimandi l’appunto corretto al più presto, altrimenti M. Gauchez mi sgriderà di nuovo, lei lo sa.”   Questa sembrerebbe la prima lettera inviata da Camille Claudel ad Auguste Rodin, o almeno la prima a noi pervenuta, risale al maggio o giugno del 1886. Claudel e Rodin si sono incontrati cinque anni prima quando lei aveva 17 anni e lui 45: lei piena di passione per la scultura da poco trasferita a Parigi con la famiglia, lui ormai riconosciuto come scultore ma ancora a un passo dalla grande notorietà. Camille a 11 anni già mette le sue sculture di terracotta nel forno di casa, manifesta un temperamento entusiasta verso la natura e lo studio, così tanto che di fronte a una madre piuttosto severa riesce a farsi sostenere dal padre nel suo desiderio e impegno verso l’arte, con l’aiuto del fratello, Paul Claudel, anch’esso desideroso di lasciare la casa...

28 agosto 1920 - 28 agosto 2020 / Il partigiano Giorgio Bocca

Giorgio Bocca è nato il 28 agosto 1920 a Cuneo. Un attacco quanto mai vieto per introdurre un anniversario, ma le coordinate spazio-temporali appaiono decisive per il personaggio: il radicamento profondo e caratteriale nella terra d'origine, l'appartenenza ad una generazione nata e cresciuta nel fascismo. Bocca è certo stato uno dei maggiori giornalisti del dopoguerra, dagli esordi precoci del 1938 fino a «Il Giorno» di Italo Pietra, all'«Espresso» e alla «Repubblica», dotato di una penna incisiva e inconfondibile, capace di firmare un'infinità di articoli sulla politica e la società italiane, ampliati a volte in reportage e riversati in libri di successo: tra i molti Miracolo all'italiana (1962), Il terrorismo italiano (1978), Napoli siamo noi (2006) per l'attenzione persistente e controversa al Meridione, le biografie di Nenni, Mussolini, Togliatti, Moro, Berlinguer. Tuttavia gli anni cruciali, su cui Bocca è tornato più volte da una molteplicità di prospettive, restano quelli dell'adesione alla Resistenza, della quale si è fatto presto pregevole storico. Tra il volume originario di Roberto Battaglia, quelli di Claudio Pavone e Santo Peli per la fondamentale innovazione e l'...

Marche / Osvaldo Licini e la regione delle Madri

Bella e importante la mostra in corso nelle Marche del sud intitolata “La regione delle madri”, incentrata sul rapporto strettissimo fra il lavoro di Osvaldo Licini e il suo paesaggio. Bella perché ricca, con le opere inserite in un percorso che si snoda dal Centro Studi alla casa dell'artista (ottimamente ristrutturata qualche anno fa con un sapiente recupero), e importante perché significativa per comprendere il prima, la base, il lavoro di elaborazione su cui poggia il salto verso il figurativismo fantastico per cui è famosissimo e amato in tutto il mondo il pittore marchigiano e che, qui, può apparire come l'ancoraggio al terreno prima di spiccare il balzo verso i cieli, i voli, i sogni, le visioni e gli enigmi suoi caratteristici.  Ed è un viaggio da compiere, quello verso Monte Vidon Corrado, paese natale dell'artista (Licini ne fu anche sindaco nel dopoguerra), perché già nell'addentrarsi fra valli e colline in questa estate 2020 particolarmente spettacolare per il giallo dei girasoli e il verdone dei prati, fra dolci curve e ombre improvvise di alberi dalle chiome molte fitte, ci si prepara all'incontro con i quadri che quei paesaggi raccont ano (non si può non...

James Romm / Alessandro Magno e il fantasma sul trono

Che differenza c'è tra Alessandro (Magno) e un pirata?  Quasi nessuna, almeno a giudizio del pirata, il quale infatti così rispose ad Alessandro che gli chiedeva come mai gli fosse venuto in mente di infestare i mari: facciamo lo stesso mestiere io e te, Alessandro; solo che io lo faccio con una piccola imbarcazione e perciò mi chiamano “pirata”, tu invece lo fai con una grande flotta e sei definito per questo “condottiero”.   Questo celebre aneddoto è riferito da Sant'Agostino nel quarto capitolo del quarto libro del De civitate Dei, ed è ricavato a sua volta dal terzo libro del De re publica di Cicerone. Lo menziona anche James Romm, professore di Classics al Bard College di Annandale-on-Hudson, nel suo Il fantasma sul trono (a pagina 281), appena uscito per i tipi di Keller. È la storia, affascinante, di ciò che successe all'indomani dell'undici giugno del 323 a.C., giorno in cui Alessandro morì, a Babilonia, e che si protrasse fino al 308 a.C., anno in cui, non si sa bene esattamente quando, morirono – uccisi per ordine di Cassandro – Alessandro IV, figlio di Alessandro il Grande, e sua madre Rossane, sancendo in tal modo l'estinzione della dinastia degli Argeadi che...

Le fotografie al Castello Sforzesco / Cesare Colombo. L’occhio di Milano

Un enorme tavolo occupa la sala del Castello Sforzesco dove si tiene la mostra di Cesare Colombo. Tante piccole lampade sono disposte sulla sua superficie. Sembra un immenso piano di lavoro costituito da due pannelli sostenuti da alcuni cavalletti che fanno venire in mente quelli usati dagli imbianchini. Lo sguardo ne è immediatamente attratto. Chi si avvicina e lo scruta con curiosità non ne rimane deluso, anzi, ne subisce un moto di empatia.   Su un lato è stampata la biografia di Cesare Colombo e sull’altro si possono leggere molti dei suoi scritti, legati all’attività di critico e curatore. La luce delle lampade crea un’atmosfera di intimità e favorisce una prossimità con l’autore. Sono lampade disegnate da Philippe Starck, le Miss Sissi, “quasi un grottesco ricordo del policarbonato delle abat-jours di un tempo”, dice l’ideatore del tavolo, Italo Lupi che con Colombo ha una lunga storia di collaborazioni. Sotto quella luce anche lo sguardo si fa caldo, aperto e disponibile a conoscere la storia del fotografo e di Milano, la sua città. Al tavolo non ci si avvicina con lo sguardo, è necessario spostarsi con il corpo ed è richiesta anche la postura del raccoglimento, quella...

Lettere a don Julio Einaudi / La prammatica della fantasia

La casa editrice Einaudi è nata nel 1933: nel 1983 festeggiò il suo anniversario con varie iniziative, fra cui la pubblicazione del suo catalogo storico. Il volume uscì con il titolo Cinquant’anni di un editore nella collana Pbe ed era dotato di un apparato iconografico, che riproduceva le immagini di una mostra allestita per la ricorrenza. Erano copertine di libri, documenti storici (come l’informativa che la polizia torinese mandò a Mussolini già il 3 marzo del 1934 in merito alla nuova, e certamente antifascista, casa editrice), ritratti fotografici di autori (da Leone a Carlo Ginzburg, e fra Wittgenstein, Gadda, Benjamin, Beckett anche un indimenticabile Giorgio Manganelli, che esce dalla tenda a strisce di una salumeria di Dogliani, tenendo in mano un goloso pacchettino). A testimonianza del fatto che gli autori Einaudi non erano tutti crucciati professori o profondi letterati, era esposta anche la riproduzione di una lettera di Gianni Rodari a Giulio Einaudi, scritta con una calligrafia minuta ed esatta su carta intestata del quotidiano Paese Sera, favolosamente (ed enigmisticamente) datata “6-1-61”: befane e sciarade, come per un presagio.  L’occasione della lettera è...

16 agosto 1920 - 16 agosto 2020 / Charles Bukowski, il puritano timido

Charles Bukowski, nato cent’anni fa a Andernach, nella Renania Palatinato, e vissuto poi quasi tutta la vita a Los Angeles, dove è morto nel 1994, era un puritano. Lo dice lui stesso in Shakespeare non l’ha mai fatto, appena ripubblicato da Feltrinelli nella traduzione di Simona Viciani e con un corredo fotografico di Michael Montfort: “Serena si è seduta accanto a me. Era un tipo molto vittoriano, ma andavamo d’accordo. Mi conosceva bene. Sapeva che nonostante tutte le mie storie sconce sotto la scorza da stupratore si celava solo un puritano”.  Non era una posa, era la verità. Bukowski era un puritano timido. Sapeva benissimo che ci vuole molta più faccia di bronzo a fare il puritano che a fare il puttaniere, e se ha scelto l’alcol e il sesso è solo perché mai e poi mai avrebbe avuto l’improntitudine di presentarsi al mondo come paladino dell’onestà, della fedeltà, del rigore morale e della buona condotta. Bukowski non è tra i miei scrittori preferiti, posso fare a meno di lui come del vino di pessima qualità che gli piaceva tanto. Non lo porterei su un’isola deserta e soprattutto non lo consiglierei come modello a un giovane scrittore.      Però quando alla...

Virginia Woolf e Vita Sackville-West

Meno male ci sono state Virginia e Vita. Meno male hanno avuto un’esistenza pubblica, grazie a un livello di snobismo talmente estremo da risultare oggi pressoché insultante. Meno male si sono accoppiate, non certo come fosse un gesto normale, ma al contrario una gioia riservata a pochi esseri che si ritenevano intellettualmente superiori. Né borghesucci dalle vedute ristrette, né perverse creature ai margini della società. Ma divini cervelli che avevano pur sempre un corpo. Meno male, soprattutto, che non si sono limitate ad accoppiarsi, con quel corpo, ma lo hanno anche scritto. Con quel cervello. Lasciandone traccia per i posteri: altrimenti come avremmo fatto? Noi, dico, povere lesbiche che siamo venute dopo.    Per questo dobbiamo ringraziare Vita e Virginia. Per aver scelto, circa un secolo fa, di diventare un’immagine: «Da qualche parte ho visto una pallina che continuava a saltare su e giù sul getto di una fontana: tu sei la fontana, io la pallina». Così scrive Virginia Woolf in una lettera a Vita Sackville-West del 7 ottobre 1928, concludendo: «È una sensazione che mi dai solo tu». L’immagine della pallina che salta su e giù, spinta a essere viva dal mobile...

9 agosto 1920 - 9 agosto 2020 / Enzo Biagi, Disonora il padre

Sono passati trent'anni. Nel 1948, dopo le famose elezioni, mi sposai. Nessun rapporto, evidentemente, tra i due fatti: il mio matrimonio e il trionfo della Democrazia cristiana. Feci il viaggio di nozze a Venezia: ho un certo gusto per le cose banali; d'agosto dico spesso: “Che caldo”; d'inverno, quando qualcuno si lamenta per la neve, ricordo il 1929.     “Senti,” diceva il Pompierino “mi pare impossibile che adesso uno si svegli e vada a lavorare, che a mezzogiorno si mangi, che la sera si chiuda la porta, poi a dormire.” “Si è combattuto” dissi “soprattutto per questo.”   Non so perché dei momenti epici io ricordo particolari quasi trascurabili. C'è in me evidentemente, la deformazione del cronista.    Tre citazioni per presentare il carattere del narratore di Disonora il padre, la scelta della Resistenza, il suo stile. Chi scrive questo romanzo autobiografico è Enzo Biagi e le parole d'ordine sono dunque understatement ai limiti della scomparsa di sé, pragmatismo non ideologico (venato da incertezze), occhio attento ai particolari curiosi e rivelatori. Quest'ultimo aspetto appare evidente soprattutto nella parte iniziale, legata alla prima...

Le atomiche sul Giappone, 75 anni dopo / Nagasaki, dimenticata dagli anniversari

La colonna di fumo che si è prodotta dopo l’immane esplosione a Beirut dell’altro ieri ha la medesima forma del fungo atomico generato dalla bomba sganciata dall’aereo americano su Hiroshima, e oggi è il settantacinquesimo anniversario di quell’evento tragico che ha segnato la storia del nostro Pianeta in questo lasso di tempo. Gli anniversari servono a ricordarci eventi lieti e eventi luttuosi, a consolarci e a metterci anche in allarme, questo in un momento in cui sembra che altre nazioni e paesi si stiano dotando di questo immane strumento di morte. Ne avevamo già parlato in occasione delle vicende legate all’atomica pakistana (qui) e il 16 luglio Riccardo Venturi ci ha rammentato l’anniversario della prima bomba nucleare fatta esplodere in un poligono in attesa di usarla direttamente sul campo di battaglia o, come è poi avvenuto, lasciandola cadere su due città giapponesi.    Le cronache ci ricordano che alle ore 8 e 14 minuti e 45 secondi l’aereo statunitense battezzato Enola Gay sganciò la bomba a sua volta chiamata Littel Boy sul centro della città di Hiroshima secondo un meccanismo preventivo che ne avrebbe assicurato la deflagrazione a 600 metri dal suolo. Fatto...

Due studi / Cinema, gesti e corpi

In una foto del 1930 una giovane donna e un giovanotto sono seduti in poltrona, mentre altre persone sistemano dei sensori sulle loro braccia. La didascalia recita: “Testing subjects for their reactions to screen episodes”, in altre parole si tenta di verificare le reazioni dei due giovani davanti a un film (lo schermo non si vede, ma sulla parete di fondo si notano bene piccole aperture quadrate per le proiezioni). La foto è tratta da The Art of Sound Pictures (New York 1930) di Walter Pitkin e William Marston. È proprio quest’ultimo, sul tavolo in fondo, a controllare i dati assieme alla sua collaboratrice Olive Byrne; tra parentesi: pare sia lei ad aver suggerito le fattezze di Wonder woman, il personaggio dei fumetti creato proprio da Marston, non a caso un convinto femminista.     La foto dimostra quanto il tema delle reazioni del pubblico fosse ben presente nella fase di passaggio dal muto al cinema sonoro. Il fenomeno del forte coinvolgimento fisico e psichico dello spettatore non comincia certo coi film: da sempre, come ha spiegato David Freedberg (Il potere delle immagini, 1989), dipinti e sculture (sacri e non solo) possono suscitare inattese reazioni emotive...

Rivolta contro l'ingiustizia / Il Cipollino di Gianni Rodari

Originariamente intitolato Il romanzo di Cipollino (1951), il libro di Gianni Rodari che ho scelto di raccontare è noto come Le avventure di Cipollino, titolo assunto dal 1957 e mantenuto nelle diverse riedizioni. Il protagonista è un ragazzino-cipollotto dal ciuffo e dal carattere vitale ed esuberante, sorto dalla penna di Rodari e dalle matite di Raul Verdini nel 1950 per le pagine di «Il Pioniere», la rivista di area comunista per l'infanzia diretta dallo scrittore stesso: le tavole sarebbero presto diventate un romanzo. Nell'edizione che ho riletto in questi giorni i disegni sono di Manuela Santini (Einaudi 2009, 1980 per il testo). Non ho memorie di infanzia del libro, mentre ne ho di La torta in cielo e delle filastrocche che hanno accompagnato le mie scuole elementari (nella prima metà degli anni Ottanta): è invece una felice scoperta degli anni della paternità, ora nella libreria di mia figlia undicenne. Questo dato biografico, confermato da amici/amiche, è forse una spia di come il “primo” Rodari, apertamente sociale e politico, sia meno noto, in qualche modo messo in ombra da quello maturo, einaudiano e antologizzato, 'decomunistizzato', socialdemocratico e...

L’ultimo Montalbano / Cronache di una fine annunciata

La storia è nota? Forse. Ma ricordiamola comunque – tenendo conto che anche la notorietà e il possibile oblio ne fanno parte. Alla fine del 2004, celebrati e ricelebrati i successi mediatici della saga del commissario Montalbano, appena compiuti gli ottant’anni Andrea Camilleri decide di scrivere un ennesimo romanzo dove la sua creatura, secondo molti critici assai invecchiata, esce definitivamente di scena. Detto fatto. Il libro, provvisoriamente intitolato Riccardino, è consegnato ai primi dell’anno successivo alla casa editrice Sellerio, dove viene secretato, con il mandato di pubblicarlo soltanto dopo la scomparsa dello stesso Camilleri. Lo scrittore, riaffermando in pieno la sua volontà autoriale, decide di far morire il suo eroe insieme con lui. Con una posa alquanto teatrale (da “tragediaturi”, direbbero entrambi), personaggio e autore spariranno nell’identico momento, condividendo lo stesso curioso, enfatico destino. I media gongolano, il pubblico applaude, gli studiosi fremono. E Riccardino diviene leggendario senza che nessuno lo abbia letto, mentre qualcheduno maliziosamente sussurra che, forse, questo libro è pura fantasia fatta circolare a esclusivi fini di marketing...