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7 ottobre 1991 - 7 ottobre 2021 / Natalia Ginzburg e lo specchio della scrittura

Due encomiabili iniziative editoriali, curate da Domenico Scarpa, celebrano il trentennale della scomparsa di Natalia Ginzburg, morta a Roma l’8 ottobre 1991: con La Stampa e con Repubblica, ogni venerdì, si troveranno in edicola a partire da Le voci della sera 17 titoli firmati dalla scrittrice; da qualche giorno, inoltre, Einaudi ha ripubblicato Vita immaginaria, raccolta di articoli edita per la prima volta da Mondadori nel 1974 e mai più riproposta, se non all’interno del secondo volume del Meridiano delle Opere del 1986.  Quest’ultima appare un’occasione molto propizia per tornare a riflettere ancora una volta sul valore e sul senso che le pagine saggistiche di Ginzburg hanno avuto per lei, in particolare quelle in cui ha raffigurato il proprio autoritratto di scrittrice. Vita immaginaria si può forse leggere infatti come un ‘romanzo’, o come un’autobiografia collettiva e plurale, che si nasconde fra le pagine dei saggi che compongono la silloge, dove la scrittrice racconta le vicende e i destini dell’immaginazione poetica immersa nell’aridità e nella desolazione dell’attualità degli anni Settanta. All’interno di questo paesaggio cupo e desertico la voce narrante scorge...

Una mostra al MAXXI / Amazônia di Sebastião Salgado

“La fotografia è una faccenda di variabili: quando le domini smettono di essere variabili e diventano costanti.” Partiamo così. Salgado è stato il primo a unire l’impegno sociale alla tecnica fotografica di paesaggio e reportage, dando soprattutto a quest’ultimo un valore estetico prima d’ora non ancora concessogli e mantenendo entrambi i generi in linea coi più grandi maestri del Novecento. Quella riportata sopra è una sua frase durante la conferenza stampa del 30 settembre al MAXXI di Roma, unica tappa italiana della mostra Amazônia, che conta più di 200 immagini raccolte in 48 spedizioni eseguite in quasi dieci anni.    Anavilhanas, isole boscose del Río Negro. Stato di Amazonas, Brasile, 2009 - © Sebastião Salgado/Contrasto. Si parla di paesaggio e di uomini, e se ne parla con un chiaro e potente invito ad agire e a prendere consapevolezza del rischio che l’ecosistema più importante al mondo, il “Paradiso verde” in grado di riversare nell’oceano il 20% dell’acqua dolce di tutta la Terra, sta correndo. E lo si fa proprio nei giorni di Pre-COP26 a Milano. Il tema è chiarissimo, i pannelli esplicativi e le mappe ai lati del percorso di visita riportano spiegazioni...

Musei dell'Est (2) / Lo charme della Repubblica Popolare Polacca

Così recita uno degli appellativi che hanno caratterizzato nei suoi non molti anni di vita l’attuale Muzeum Życia w PRL (Museo della vita nella RPP), altrimenti noto (per il pubblico anglofono di turisti) come Museum of Communism. Ma arriveremo gradualmente a dissertare delle sue denominazioni. Il caso mi ha portato in Polonia per visitare questo museo di domenica, domenica 1° agosto 2021, per la precisione. Sei ore di treno diretto (ferrovie polacche) che separano Berlino da Varsavia e poi il primo impatto con la città. Appena fuori dalla stazione centrale il benvenuto mi fu dato proprio dalla gigantesca mole “comunista” di un grattacielo staliniano, il Pałac Kultury i Nauki imienia Józefa Stalina (Palazzo della cultura e della scienza intitolato a Iosif Stalin). Costruito tra il 1952 e il 1955 come dono dell’Unione Sovietica al popolo polacco, cambiò nome nel 1956 in seguito alla destalinizzazione voluta da Chruščëv (cadde il riferimento al dittatore) e restò noto tra la gente come “l’ottava sorella”, vista la sua somiglianza con i sette “edifici alti” (così denominati in URSS per non usare l’equivalente dell’americano grattacielo) che avevano caratterizzato il profilo di Mosca...

Nuovi documenti e un museo / Risarcire Camille Claudel

Il tempo restituisce cautamente spazio e forma, voce e luce alla figura e alle opere di Camille Claudel. Se penso alle vicende di questa artista, che visse sempre controvento a cavallo tra Ottocento e Novecento, mi viene in mente una clessidra in cui i granelli di sabbia determinano luci e ombre, anche sulla sua scultura. Dalla nascita, nel 1864, e per la durata di poco più della metà della sua vita la clessidra ha portato luce a una donna che diveniva una grande artista, con uno sforzo immane in un contesto socioculturale che la voleva altro e altrove, ma lei indefessa perseguì la sua passione di vita, la sua arte, i suoi amori, il suo modo di stare nel mondo. E il suo modo di stare nel mondo era contro ogni convenzione, sempre più non tollerato dalla madre e dal fratello, così chiacchierato e sul filo dello scandalo da costringerla a un lento e senza sosta ritiro dalla società per stare nel suo studio, sola, con i suoi gatti. Ma anche questa sua richiesta minima di vita, complice la famiglia che la ostacolava, era troppo alta, anche per lei stessa che iniziava un cammino nella sofferenza mentale. Così, alla morte del padre, nel 1913, che fino ad allora la aveva sostenuta, le sue...

2 ottobre 1821-2 ottobre 2021 / Nino Bixio, una vita da romanzo

Cominciata a Genova il 2 ottobre di duecento anni fa la vita di Giuseppe Bixio è stata, come si soleva dire, un romanzo. E la racconta gustosamente nel 1875, due anni dopo la morte, il suo primo biografo Giuseppe Guerzoni, a partire dai contrasti con l'istituzione scolastica e familiare: espulso più volte da entrambe, in particolare ad opera della matrigna cattiva che lo fece arrestare perché non voleva sostituire il fratello, in carriera ecclesiastica, sotto le armi. Poi si arrese e annodò su una nave militare i due filoni decisivi della sua esistenza: il mare e la guerra. Il primo lo aveva già incontrato a tredici anni come mozzo per le Americhe e gli donò, tramite i più maturi compagni, l'eterno nome di Nino. Il Risorgimento lo fece per intero dal Quarantotto, come adepto di Mazzini conosciuto a Parigi, fino alla presa di Roma in qualità di generale dell'esercito regio, ferito e decorato un'infinità di volte. L'essere stato marinaio e combattente lo mette di diritto sotto l'egida di chi ugualmente condivideva quelle passioni, Giuseppe Garibaldi, l'uomo del suo destino. E anche per lui l'impresa dei Mille fu L'Impresa, ampiamente testimoniata dai memorialisti garibaldini, dato...

Un'intervista del 2007 / Daniele Del Giudice: Sono uno scrittore senza target

Daniele Del Giudice è stato il mio relatore di tesi. Nel 2006-2007 ho seguito il suo corso di Letteratura Italiana allo IUAV di Venezia, dedicato a Primo Levi, Italo Calvino e Pier Paolo Pasolini. Ricordo che a lezione parlava con calma, cercando accuratamente le parole. L’ho incontrato diverse volte nella sua casa a Venezia. Gli chiedevo di raccontarmi del suo rapporto con Calvino, su cui scrivevo la tesi. Questo lo portava poi a discutere di combinatoria, Oulipo, collegamenti ipertestuali, Internet, Second Life. I media digitali erano un tema ricorrente, credo lo incuriosissero. A volte passavano settimane senza che mi rispondesse, poi all’improvviso mi invitava a casa sua e parlavamo per ore. Con la sua voce dolce e il volto sorridente dietro gli occhiali, conduceva la conversazione con leggerezza ed esattezza. All’epoca non avevo ancora letto i suoi libri, e con sorpresa appresi che amava pilotare aeroplani. Mi raccontò della sua passione per le procedure di decollo ed atterraggio, e di un volo che fece con Federico Fellini.  L’ultima volta che andai a casa sua fu nel settembre 2007, per registrare la conversazione riportata qui sotto (pubblicata al tempo sulla rivista "...

In mostra a Roma / Dino Gavina, illuminato e sovversivo

Per uno come lui, che l'amore per le cose dell'arte l’aveva nel sangue, una mostra dei suoi pezzi alla Galleria Nazionale d'Arte Moderna e Contemporanea di Roma è quasi un atto dovuto e Dino Gavina (1922 – 2007) vi sta, insieme agli artisti che ne animano le prestigiose sale, da ‘inter pares'. Egli, infatti, non è stato soltanto un industriale illuminato, vulcanico e poliedrico, nell'allora nascente mondo del design, ma è stato anche quanto di più simile si possa paragonare a un mecenate. Sebbene gli piacesse definirsi un sovversivo, la sua sovversione ci appare invece oggi, con la prospettiva che gli conferisce la storia, piuttosto un pionierismo, per quella sua straordinaria capacità, poi emulata da alcuni, di mettere in produzione gli oggetti di design progettati dai maestri, taluni già conclamati, come i bauhausler e i dadaisti, altri, invece, che lo sarebbero diventati nel giro di pochi anni, e che egli si può ben dire promosse con il fiuto del talent scout.   In alto: Dino Gavina (a sinistra), Marcel Breuer (al centro) e Maria Simoncini (a destra) a Bologna (1963). Dino Gavina (a sinistra), Man Ray (al centro) e Juliette Browner (a destra) alla presentazione del Centro...

Una conversazione con Toni Servillo / Da Eduardo a Eduardo: Qui rido io

Camerino-palcoscenico-casa (case)-città: Napoli. Teatro: Eduardo Scarpetta, padre legittimo di Vincenzo, Maria (e Domenico), “zio” (padre naturale) di Titina, Eduardo, Peppino De Filippo (e di altri figli). Camerino del teatro. L’acclamato attore Scarpetta al trucco, mangiando la pizza: – Com’è la sala? – Piena. Sottofondo musicale, all’inizio e alla fine di Qui rido io di Mario Martone, con Toni Servillo e con una pirotecnica compagnia di meravigliosi attori, per lo più napoletani: “Famme chello che vuo’ / Indifferentemente / Tanto ‘o ssaccio che só’ / Pe’ te nun só’ cchiù niente / E damme stu veleno / Nun aspettá dimane / Ca, indifferentemente / Si tu mm’accide nun te dico niente”.   Il film presentato all’ultima Mostra del cinema di Venezia è un capolavoro: ritrae un momento del teatro partenopeo a cavallo tra ottocento e novecento, una città, un attore e la sua dinastia, raccontando come lo spettacolo popolare abbia generato quel genio della profondità e del divertimento che è stato Eduardo De Filippo. Un teatro popolare d’arte, verista, drammatico, “vero”, contrappongono gli intellettuali Bracco, Bovio, Di Giacomo, Murolo e altri al teatro comico di Scarpetta, fatto di...

Uno sguardo vigile sul presente / Camilla Cederna. Curiosa come sempre

“Curiosa come sempre”: così Camilla Cederna si descrive a pagina otto in Pinelli. Una finestra sulla strage (Il Saggiatore, 2009), il libro sul ferroviere anarchico morto dopo essere stato fermato come sospettato per la strage di Piazza Fontana. La notte in cui Pinelli precipitò da una finestra della questura di Milano, dopo un fermo di quarantott’ore, Cederna ricevette una telefonata da Corrado Stajano e Giampaolo Pansa. Era passata la mezzanotte e lei non riusciva a dormire, scrive nelle prime pagine del libro, perché aveva assistito ai funerali delle vittime della Banca dell’Agricoltura e ne attraversava ancora l’angoscia: “entrata nelle ossa” insieme alla scighera. In poco tempo raggiunse Via Preneste 2, casa Pinelli, “con quel senso di vergogna che prende un giornalista quando entra nella casa del dolore, a tendere il collo sopra il taccuino, a far domande alle volte anche crudeli a chi piange.” Sapeva che era una notte importante, scrive, e per questo si sforzava “di guardare tutto”.  In Camilla, la Cederna e le altre (Bompiani, 365 pp., Amletica Leggera) Irene Soave ricostruisce proprio questo sguardo raccogliendo circa centocinquanta articoli scritti da Cederna per...

Biennale Musica / Saariaho, la drammaturgia interiore

Intorno all’opera i nervi sono a fior di pelle. A Parma basta un manifesto pop di Verdi e il festival a lui dedicato diventa un calderone ribollente che neanche le streghe nel Macbeth. Battaglie di retroguardia, certo, tanto più se la politica più retriva si mette di mezzo, ma non inedite. E alimentate dal tamtam dei social network spesso oltre il diritto di sciocchezza. Non è un bel viatico, nel momento in cui pare che dopo la lunga eclisse pandemica stia finalmente sorgendo l’alba del ritorno alla normalità per lo spettacolo dal vivo e il traguardo della capienza piena sia a portata di mano. Ma d’altra parte bisogna annotare che certi massimalismi contro la drammaturgia – ché di questo, specialmente, si tratta: una crociata contro i registi – non sono nuovi nel mondo dell’opera “storica” e non si possono davvero addebitare agli effetti delle restrizioni sanitarie.    Intorno all’opera contemporanea, però (e se non altro...), i nervi sono distesi: il genere gode della giusta considerazione ed è coltivato con l’attenzione che si riserva ai linguaggi vivi e capaci di dire ancora molto. Una dimostrazione di grande sostanza, in questo senso, è arrivata dalla Biennale Musica...

Metafotografia. Imagomorfosi e altre ricerche

Il progetto triennale denominato “Metafotografia” è una ricognizione dentro la scena contemporanea italiana – diventata anche una pubblicazione in tre volumi, una trilogia per dare voce a una estensione corale –, che racconta come stia cambiando oggi il modo di fare e pensare le immagini, dentro e oltre i mezzi che le producono. La definizione è un punto di partenza, qualcosa che verrà modificato o sostituito nel corso degli anni a venire, dentro un processo aperto, entro una ricerca iniziata nell’ambito della fotografia italiana a cavallo tra il primo e il secondo decennio del Duemila. Gli approcci metafotografici presi in esame sono articolati e declinati attraverso legami, contingenze o allontanamenti rispetto al medium fotografico. Già vent’anni fa, Rosalind Krauss aveva preso in esame la “condizione post-mediatica” e la necessità di “reinventare la fotografia” ogni volta che si materializza la sua obsolescenza. In ogni epoca si è sempre cercato di reinventare il medium, di spostare ulteriormente nuove questioni, di dare spazio ad altre potenzialità espressive e concettuali, soprattutto dal Novecento in avanti con una velocità sempre più incalzante. In ogni momento...

Lettere 1941-1956 / Beckett dalla clandestinità a Godot

È bello anche solo come oggetto da guardare, questo secondo volume di lettere di Samuel Beckett. Con quella elegante tonalità di blu indaco utilizzata nel fondo di copertina e ripresa a variazioni più chiare nel riquadro contenente la foto dell’autore, pure lui particolarmente elegante e dallo sguardo arcigno dietro gli occhialini rotondi.  Ma naturalmente è il contenuto a suscitare interesse: la corrispondenza tenuta da Beckett nel periodo più intenso e creativamente più importante della sua vita. Quello che ha inizio con la stesura di Watt, avvenuta in gran parte durante il periodo di clandestinità trascorso da Beckett, allora ricercato dalla Gestapo, a Roussillon, nella Francia non occupata, assieme alla propria compagna Suzanne Deschevaux-Dumesnil; e termina con le prime prove di Finale di partita e con un Beckett già famosissimo a livello internazionale, rappresentato in più parti del mondo ma con qualche fastidio ancora da sanare nei confronti della madre patria, l’Irlanda, dove i suoi libri continuano ad essere messi all’indice, e della città che per un irlandese è la sola a sancire effettivamente il successo, ossia Londra, dove la sua opera teatrale, Aspettando Godot...

Musei dell'Est (1) / Comunismo per turisti

Nella capitale della Repubblica ceca un Museo del comunismo esiste già dal 2001 per volontà di un giovane imprenditore americano, Glenn Spicker, laureato in relazioni internazionali, frequentatore dell’Europa fin dagli anni Ottanta, precedentemente cimentatosi con un jazz club e poi una catena di ristoranti detti Bohemia bagel. La prima sede del museo era passata alla storia, prima di ogni altra ragione, per la sua sensazionale collocazione: tra un casinò e un Mac Donald’s su una delle vie più frequentate della città, na Příkopě.   L’ingresso al primo Museo del comunismo (giugno 2008). Pareva voler sottolineare, fin dalla sua posizione topografica, l’assurdità del proprio contenuto in netto contrasto con la realtà post-socialista che la città stava affrontando. Eclatante era pure l’insegna che lo caratterizzava: una matrëška russa dotata di una dentatura che stava tra il pescecane e Dracula, al contempo vampiro succhia sangue e bestia predatrice.   La primigenia insegna del Museo del comunismo di Praga (giugno 2008). Tanto per non lasciare dubbi sull’interpretazione da dare alla storia, fin dall’ingresso e dai primissimi passi. L’oleografico souvenir russo, già...

TOCATÌ / Tocatì. Tutti in gioco

Tutti gli anni, a settembre, per alcuni giorni, un’intera città, Verona, si mette a giocare. Per strada, lungo il fiume, in slarghi e piazze, sui marciapiedi, decine di migliaia di persone, piccole e grandi, convergono nella città scaligera per partecipare a Tocatì, Festival Internazionale dei Giochi in Strada (quest’anno dal 17 al 19 settembre). Tutti a giocare, tutti in gioco. E tutti i giochi, tutti per gioco. E non solo giochi, ma anche spettacoli, convegni, presentazione di libri, esposizioni, incontri, musiche e danze.   Nato nel 2003 da un progetto dell’“Associazione Giochi Antichi” con lo scopo di valorizzare il gioco tradizionale e trasmettere le tradizioni millenarie che caratterizzano i popoli, nel corso degli anni è divento un punto di riferimento mondiale per tutti gli appassionati di gioco tradizionale. Grazie anche alla collaborazione dell’Amministrazione comunale di Verona e delle realtà culturali, associative e imprenditoriali della città, la manifestazione ha potuto allargare sempre di più la partecipazione di ospiti di nazioni europee e mondiali, dalla Spagna alla Grecia, dal Messico alla Cina, una per anno che hanno portato a Verona, assieme ai loro...

Altre visioni a Coltano / Animali Celesti per un canto alla follia nei boschi

Prima di tutto il canto dei grilli. Sotto i pini, “nell’utero della notte”. Poi immagini di primavere seccate, di orchi che offrono la pancia al gioco dei bambini, donne violate dal nostro guardare voyeuristico, dal nostro desiderare, e da un’altra parte la luna in ciel del pastore errante di Leopardi, e un cercarsi, dirsi, mangiarsi, ansimarsi degno del Cantico dei cantici, “io capriolo e tu cerbiatta”. E cavalli nella notte, placidi, grandi, come apparizioni, come calmanti delle ansie notturne generate da Pandemia, e cani illuminati da lucine di fiera, sempre sotto i pini, i lecci, tra i cespugli, con canti d’uccelli notturni. Figure immobili, di re regine profeti e profetesse, in trono o spodestate, di martiri, splendenti solitarie misteriose icone, attori e persone decretate “matte” da qualche dolore della vita, rifulgenti come presenze àncora in spettacoli caleidoscopici.   Oracoli in/versi, ph. Michele Lischi. Provo a sintetizzare così due giorni vissuti a Coltano, presso una villa medicea da dove – si dice – Guglielmo Marconi lanciò il primo segnale radio fino in America, ai margini della tenuta presidenziale di San Rossore, Pisa, già immersi nella meravigliosa...

Sulla nostra specie / Terrestri tra arte, musica e illusioni

Sono un terrestre che per ragioni evolutive ancora in parte non spiegate ha una distinzione: pensare il pensiero e non solo pensare; farsi domande; parlarsi; dubitare e immaginare anche quello che ancora non c’è o non ci sarà mai; dire di no; darsi persino la morte per scelta. Non so quanti degli altri terrestri facciano le stesse cose e uno dei tanti miei limiti è non poter sentire cosa significhi essere contemporaneamente uno degli altri esseri terrestri viventi, di ogni specie o misura. Anche se riesco a immaginare di esserlo e posso illudermi di diventare gli altri, non solo umani, fantasticando persino di sentirmi quasi un pulcino o un ghepardo. Mi sento vicino alla fine del mondo, di quel mondo che a lungo ho creduto essere stato fatto per me e di cui ritenevo di essere il padrone. Per questo mi sono messo a leggere – perché anche questa è una distinzione spesso ossessiva a cui mi consegno – un libro che, tra gli altri, ha un effetto: di spiazzamento.   Mi porta continuamente a guardarmi da fuori e dalla fine di un mondo, per poi ricondurmi alle mie nevrosi e alle mie effettive possibilità. Quell’effetto è forse dovuto al bricolage tra due delle esperienze più...

Gadget / Odradek al Fuorisalone

Molto tempo fa, quando la televisione era in bianco e nero e quando ce n’era una sola, Silvio Noto e Enzo Tortora presentavano un quiz che si chiamava, se ricordo bene, “L’oggetto misterioso”. Si trattava di indovinare il che cosa, cioè di nominare un oggetto incomprensibile di cui venivano fornite immagini parziali o vedute enigmatiche. Da quando il design è diventato un’istituzione culturale, al pari dell’arte e della moda, pare che la maggior parte dei suoi prodotti riprenda questa sfida dell’irriconoscibilità.  C’è però una differenza sostanziale rispetto alla tradizione del Moderno. Quella produceva oggetti originali la cui destinazione d’uso, magari a fatica, risultava comunque comprensibile. La cosa, l’oggetto, erano accompagnati da un nome poetico, ma dietro “Tolomeo” o “Berenice” si poteva individuare il riferimento della parola alla cosa attraverso il mito: un’orbita circolare con la fonte luminosa al centro (orbita tolemaica, appunto), una lunga chioma sottile che accompagna la piccola conca della lampada. E si lodava la fantasia che esibiva dietro il “Pratone” o dietro un gigantesco guanto da baseball un divano (scomodo: il prezzo che la Funzione cominciava a...

Un libro di Maurizio Sentieri / L’ultima transumanza

Di domani non so, non oso immaginare, oggi è un giorno che si ripete e sembra non finire. Ieri era tanto tempo fa. Ci penso senza soddisfazione, senza aspettative.    stinti e consunti i teli tessuti a telaio  dalle donne di casa d’altre età  schermano le finestre.  Filigrane di lana da greggi sempre in viaggio    memore di un vagare in giovani giornate  guardo il mondo com’è  di meraviglie, tragico e infame  belligerante, sublime  Immoto l’intorno, sommesso fragore del tempo  in generica località di montagna    eppure c’era un paese, qui, antico, costruito sulla roccia tra due fiumi, sullo scoglio dell’Archetta. Sassi, piagne e legno di castagno, cerro, faggio. Archi e volte. Funzionale ed austero in ambiente aspro. Ben difeso all’esterno e spazioso all’interno, predisposto al transito e stazionamento di animali e merci caricate a soma. Ogni casa un’aia esposta a sud, indispensabile per il lavoro e la buona compagnia. Intorno orti, coltivi terrazzati, prati pascolo, alberi da frutto e, lontani, i boschi. Una ragnatela di mulattiere selciate.  Ben abitato. Famiglie in salda rete parentale, gente rude, fiera...

Vent'anni dopo / Tempo penultimo

Sedici anni fa ho pubblicato un piccolo libretto intitolato Crolli presso l’editore Einaudi. Riguardava la lettura di quanto era accaduto nell’arte e nella letteratura tra il 1989 e il 2001, anno dell’attacco alla Twin Towers di New York. Buona parte di quel testo è stato poi incluso in un volume più ampio, L’età dell’estremismo, pubblicato da Guanda nel 2014, che conteneva una riflessione ulteriore su quanto era accaduto dopo il crollo delle Torri; ricercava le cause degli eventi accaduti allora nel periodo anteriore agli anni Ottanta sempre ponendo attenzione alla letteratura, all’arte e alla filosofia. Poi è venuto un piccolo libro intitolato Chi sono i terroristi suicidi? (2017), che analizzava le vicende del terrorismo islamico, una raccolta di brevi interventi apparsi sulle pagine di “doppiozero”. Tre anni dopo esplodeva la pandemia in Cina che si comunicava rapidamente al Vecchio Continente, agli USA e ai Paesi di tutto il mondo, nessuno escluso. In questo anno, il 2021, che ha già compiuto il suo giro di boa intorno alla propria metà e s’avvia a terminare lasciando dietro di sé una scia inquietante di problemi irrisolti, arriva la notizia della ripresa di Kabul da parte...

Vent'anni dopo / Le rovine di Wall Street

Sono trascorsi vent’anni dall’attentato alle Twin Towers. È il caso pertanto di domandarsi quali siano le conseguenze di quel catastrofico evento. Oggi appare senz’altro evidente che Al Qaida è stata sconfitta dagli Stati Uniti e dall’Occidente sul piano militare. Su quello dell’immaginario, però, ha decisamente vinto la sua sfida con l’industria cinematografica hollywoodiana, che ha cominciato da allora un lento declino. Su questo non ci può essere alcun dubbio: le immagini televisive dei due Boeing che s’infilavano con precisione chirurgica all’interno delle due Torri Gemelle del World Trade Center di New York provocandone il crollo hanno manifestato una tale forza simbolica che sembravano superare l’impatto suscitato da un qualsiasi film di genere catastrofico prodotto da Hollywood. Si è trattato di un vero e proprio choc culturale per tutto l’Occidente, attaccato dal terrorismo islamico addirittura nel suo cuore pulsante: Wall Street. E Alberto Abruzzese, sulle pagine della rivista Gomorra, ne traeva lucidamente tutte le dolorose conseguenze: «A Manhattan si è spenta la vitalità che Simmel attribuiva alla rovina: il vuoto, che essa lascia aperto a una nuova fertilità dello...

1933-2021 / Jean-Paul Belmondo: quello sguardo in macchina

Dopo la scomparsa di Anna Karina nel dicembre 2019, con Jean-Paul Belmondo se ne va un’altra parte della Nouvelle Vague. Certo, per fortuna ci rimane Jean-Pierre Léaud, che insieme a loro – e a Jean-Claude Brialy, morto ormai da alcuni anni e oggi un po’ dimenticato – è stato uno degli interpreti-simbolo della Nouvelle Vague.  Belmondo ha lavorato con François Truffaut nel capolavoro La Sirène du Mississippi (La mia droga si chiama Julie, 1969) e con Claude Chabrol in uno dei suoi film meno belli, Docteur Popaul (Trappola per un lupo, 1972). Ma il sodalizio più importante è stato quello con Jean-Luc Godard: senza Godard, Belmondo non sarebbe diventato quel che è diventato. Dopo averlo diretto nel corto Charlotte et son Jules (dove è lo stesso regista a prestargli la voce, al doppiaggio), nel 1960 Godard lo sceglie come protagonista del suo primo lungometraggio, À bout de souffle (Fino all’ultimo respiro).    Una scena di questo film mi colpisce ancora oggi. A tre minuti dall’inizio, Belmondo, nel ruolo di Michel Poiccard, è al volante di un’auto rubata e sta fuggendo da Marsiglia verso Parigi. L’inquadratura è complessa, senza stacchi, quasi un piano sequenza. Raoul...

Festival d’estate / Le nuove voci di Short Theatre

Undici giorni di spettacoli dal 3 al 13 settembre in due sedi principali, la WeGil, ex sede di epoca e architettura fascista della Gioventù italiana del littorio, e alla Pelanda-Mattatoio, più varie incursioni in altri luoghi. “Short Theatre – si legge sul sito – è il festival di arti performative che dal 2006 a Roma ricompone i segni del mutevole paesaggio dello spettacolo dal vivo. Una comunità temporanea che si rinnova ogni anno intorno ai percorsi artistici provenienti dalla scena nazionale ed internazionale: spettacoli, performance, installazioni, incontri, concerti e dj set. Una lente con cui interrogare i linguaggi che cambiano, immaginando nuove affinità, oltre i confini disciplinari, generazionali, geografici e culturali”. Quest’anno il festival, ideato da quell’arcipelago mutevole che è Area 06, ha una nuova direttrice artistica, Piersandra Di Matteo. L’abbiamo intervistata insieme a Francesca Corona che l’ha preceduta in questo incarico e l’ha affiancata nella cura di questa edizione.   La prima domanda a Francesca Corona: perché avete sentito l’esigenza di un avvicendamento alla direzione? FRANCESCA CORONA: Short Theatre dalla sua fondazione ha potuto contare...

Una mostra ad Astino / Guido Guidi. Cinque viaggi

Si intitola Cinque viaggi (1990-1998), la mostra di Guido Guidi, a cura di Corrado Benigni, tutt’ora in corso presso il Monastero di Astino a Bergamo. Sulla copertina del catalogo il fotografo ha disegnato un intreccio di linee: sono il fiume Adda, che segna i confini tra Bergamo e Milano, il tracciato dell’Autostrada A4, le Tangenziali Est e Ovest di Milano, l’Autostrada che va a Genova, l’Autostrada del Sole e la Milano-Laghi.     Si pensa subito al Viaggio in Italia ed anche alle Esplorazioni sulla Via Emilia a cui Guidi ha partecipato. Da allora l’Italia non è più stata quella dei monumenti famosi, delle cartoline, dei panorami, ma un paesaggio “emarginato, escluso, (…) dell’ambiguità, del finto, del doppio”, un’Italia  “sostanzialmente esclusa, (…) che però è anche la sola che noi conosciamo, comprendiamo, viviamo perché è la sola che possiamo considerare in diretto rapporto con la nostra dissociata esistenza”, scrive Quintavalle, o  un insieme di luoghi che si vedono solo “quando sbagliamo strada o siamo smarriti o stanchi”, ricorda vent’anni dopo Gianni Celati.    Guido Guidi, Naviglio Martesana Gorgonzola, Milano, 1990. Ma se le...

ELEA CLASSE 9003 / Olivetti: il primo computer italiano

Domenica 8 novembre 1959 nella sede della Olivetti di via Clerici a Milano, Adriano Olivetti pronuncia un discorso davanti al Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi presentandogli la Elea 9003, il primo computer costruito in Italia, un grande momento non soltanto per la Olivetti ma per l’intera società italiana che entra così, per prima in Europa, nell’era dell’elettronica. Erano passati 10 anni da quando Enrico Fermi aveva fatto visita alla fabbrica di Ivrea, dove testimoniò come la calcolatrice elettronica fosse in quel momento il grande problema che appassionava i ricercatori delle università americane e delle grandi aziende di macchine da ufficio (IBM, Hewlett Packard). Negli Stati Uniti, usciti più forti dopo gli sforzi tecnologici degli anni di guerra, viveva Dino Olivetti, il fratello minore di Adriano, sensibile ai venti del cambiamento in un Paese che stava inaugurando una nuova forma di imperialismo. Nello stesso 1949 la Olivetti assume Michele Canepa, un ingegnere che poi trasferisce negli Stati Uniti per capire se l’azienda di Ivrea può avere una propria chance nella produzione di una calcolatrice elettronica: è sempre più chiaro che il futuro delle macchine da...