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Emozioni

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Mai dare spiegazioni, mai lamentarsi / Marianne Faithfull, l’arte della resilienza

In una lettera ai fratelli George e Thomas datata 22 dicembre 1817, John Keats scrisse di aver infine compreso qual era il segreto per fare di un uomo un uomo compiuto (a Man of Achievement, l’espressione usata da Keats, maiuscole comprese): la capacità cioè di condursi nell’incertezza, nel dubbio e fra i misteri della vita senza avvertire l’irritante impulso di cercare ogni volta soccorso nei fatti e nella ragione. Riteneva che in questo Shakespeare fosse un maestro. In un poeta, scriveva Keats, il senso della bellezza trascende ogni altra considerazione, o meglio rende superflua ogni altra considerazione. E Keats chiamò questa qualità capacità negativa (negative capability).   Quando nel 2018 Marianne Faithfull decise di intitolare un disco proprio così, Negative Capability, richiamandosi a Keats e facendo sua l’ambizione di vivere con pienezza dentro una condizione di incertezza, si stava predisponendo a uno dei suoi tanti bilanci esistenziali. Dall’accumulo dei guai fisici (un tumore, l’epatite C, l’artrite, un’infezione dopo un intervento chirurgico che l’aveva costretta ad annullare una tournée), unita alla consapevolezza che l’avanzare dell’età e gli abusi di gioventù...

Padri / Andrea Pomella, I colpevoli

«Nelle pagine che sto per scrivere troverai cose che non hai mai saputo. Riguardano ciò che stiamo vivendo ora e ciò che abbiamo vissuto in un tempo remoto. Perché non sempre si sa ciò che si è vissuto. Quel che una volta era vita concreta, oggi è una sostanza fragile e vaga, impalpabile come la neve in un globo di vetro». Lo scrittore argentino Rodrigo Fresán a un certo punto del meraviglioso romanzo La parte inventata (Liberaria 2019, trad. Giulia Zavagna) scrive «La parte inventata che non è, mai, la parte disonesta, anzi è la parte che trasforma davvero qualcosa che è semplicemente accaduto in qualcosa così come doveva accadere.» È una frase alla quale ripenso spesso, non solo rispetto alla narrativa, ma a tutta la letteratura e, di recente, trovo che quel concetto si applichi perfettamente ai memoir. La scrittura autobiografica – lo scrivere di sé – negli ultimi anni ci ha regalato libri belli e convincenti, basti pensare a tutta l’opera di Annie Ernaux, a Olivia Laing, al recentissimo libro di Ocean Vuong, a Ben Lerner e agli italiani Cristiano de Majo, Claudia Durastanti, Michele Mari (almeno per Leggenda privata) e Andrea Pomella.    Qui ci occupiamo di...

II / Quattro domande sul desiderio

La pandemia scatenata dal coronavirus ha modificato, e probabilmente modificherà ancora anche a breve scadenza, i comportamenti che riguardano i corpi e le relazioni fisiche tra gli esseri umani. Ti chiediamo di rispondere ad alcune domande per capire in che modo a tuo parere potrà cambiare tutto questo.   Vittorio Lingiardi, psichiatra e psicoanalista   1. Il desiderio di prossimità, la necessità di abbracciarsi, di scambiarsi segni di reciproco affetto e di amore, sembrano oggi aboliti a causa dei timori che i contatti possano generare veicoli di trasmissione del virus, così che la paura ha preso il sopravvento: possiamo essere gli untori dei nostri partner, genitori, amici. Desiderio e paura si escludono o possono coesistere e con quali conseguenze? Cosa determinerà – in una fase di coesistenza con il virus – l’impossibilità di riprendere la dimensione fisica, corporea, di alcune relazioni, in particolare quelle con gli anziani?   Il rapporto con il corpo, mio e dell’altro, è stato al centro dei miei pensieri della quarantena. Il corpo esposto al contagio e il corpo sottratto al contatto. «Nessun uomo è un’isola», diceva John Donne, ma io mi sono sentito isolato...

Ecologia della Parola / Il piacere della conversazione

Ecologia della Parola. Il piacere della conversazione di Anna Lisa Tota, uscito questo inverno per Einaudi, è un libro impegnato, militante. Arriva come una vera e propria assunzione di responsabilità da parte di una rappresentante del mondo dell’accademia (Tota è professoressa ordinaria di Sociologia della Comunicazione a Roma III) di fronte al dilagare, nelle conversazioni faccia a faccia così come in quelle costantemente rilanciate dai media vecchi e nuovi, di una comunicazione patologica, fomentatrice di divisione e di odio. Prendere la parola, per Anna Lisa Tota, significa, allora, scegliere di mettere in gioco il proprio patrimonio di studi e di letture, per rivolgersi a un pubblico più ampio della nicchia dei lettori di libri scientifici, in vista di una missione civile superiore. Il libro, infatti, si presenta come un invito a riconoscere i segni della disfunzione nel modo di conversare di ognuno. È questo un modo peculiare di agire politicamente nella società, nella convinzione che promuovere un miglioramento della qualità della conversazione dei singoli contribuisca a migliorare la qualità della vita di tutti. Ma cosa significa conversare meglio? Già dalle prime pagine...

“Non t’avvicinare alle persone” / L’ultimo giorno di Roma

Il 9 ottobre 1828, Goethe scrive a Eckermann: “Sì, posso dire che solamente a Roma ho sentito che cosa voglia dire essere un uomo”.  Essere un uomo per Goethe è un’idea che si incarna nel sentimento della felicità, o meglio nella possibilità, che è propria della razza umana, di provare un sentimento complesso, ineffabile e palpitante come la felicità. È Roma a condurre Goethe sulle cime più nobili ed elevate della felicità. Secondo Peter Handke “le poesie di Goethe parlano soltanto a chi in quel momento è disponibile alla felicità”. Dunque per Handke la poesia di Goethe si ridurrebbe a un dialogo tra felici. Perciò il rapporto tra il poeta romantico e Roma dev’essere stato possibile solo perché Roma è una città felice.      A me tuttavia Roma non è mai sembrata una città felice, nella misura in cui essa non mi ha mai fatto sentire goethianamente uomo, ossia non mi ha mai fatto sentire non dico felice, ma neppure disponibile alla felicità. Se a Roma ho sentito che cosa voglia dire essere uomo, l’ho sentito nello stato d’animo di assoluta infinitesimalità, nella scomposizione della mia natura umana, nella dissezione di ogni minima avanguardia che, dentro di me,...

RODARI 100 / La torta in cielo

In una delle interviste raccolte nel documentario Gianni Rodari, il profeta della fantasia, andato in onda nell’aprile del 2018 su Rai Storia – ora disponibile sulla piattaforma Raiplay – Rodari afferma che l’idea per La torta in cielo gli venne in seguito a una conversazione con un collega che aveva vissuto per molti anni negli Stati Uniti. Il libro, la cui storia fu poi elaborata con gli alunni della maestra Maria Luisa Bigiaretti, nelle scuole elementari Collodi della borgata del Trullo, a Roma, venne pubblicato nel 1966 da Einaudi con le illustrazioni di Bruno Munari (qui si cita la ristampa del 2011).    Fu proprio grazie a un’interferenza linguistica di quel collega espatriato che lo scrittore scoprì un’espressione di cui fino a quel momento ignorava l’esistenza. Egli disse in inglese, proprio davanti a lui, “a pie in the sky”, una torta volante che avrebbe volteggiato per mesi nella testa di Rodari. In effetti, riferendosi con quelle parole a qualcosa d’impossibile, una chimera, un castello in aria, un disegno realizzabile solo nelle circoscrizioni della fantasia, l’uomo gli passò involontariamente la miccia per innescare il racconto di quella bomba sbagliata che...

(2) / Imparare tra cervello e macchine

Con i metodi di imaging e risonanza magnetica siamo riusciti a mostrare che fin dalla nascita, praticamente tutti i circuiti del cervello adulto sono già presenti in quello del bambino. Il cervello umano nasce e si sviluppa per auto-organizzazione, spontaneamente, per simulazione interna, imparando per bootstrapping – tirandosi su per il codino, come il Barone di Münchhausen –, da un modello fisico interno e, allo stesso tempo, la struttura precoce non rimane invariata, ma è modificata e arricchita dall’esperienza. Ciò grazie alla plasticità cerebrale. La foresta inestricabile di ramificazioni neurali, composta da migliaia e migliaia di rami sempre più piccoli, i dendriti (dendron significa “albero” in greco), mediante le sinapsi, le unità di calcolo del sistema nervoso, dà vita alla comunicazione tra le cellule cerebrali, i neuroni. Considerando il ruolo di ciò che si impara per comprendere lo sviluppo umano e la produzione dei patrimoni di conoscenza disponibili, è necessario comprendere come agiscono i vincoli spaziali e i vincoli temporali in molte regioni del cervello. Sappiamo che la plasticità è attiva soltanto durante un intervallo di tempo limitato, che è chiamato “...

Design: tre centenari / Franca Helg, la gran dama dell’architettura

Seppure bisestile come l’attuale, il 1920 è stato un anno prolifico per la scuola di Milano di architettura. Ha infatti dato i natali a tre figure di rilievo internazionale, che si sono occupate anche di design: a Franca Helg, il 21 febbraio; ad Anna Castelli Ferrieri, il 6 agosto e a Vico Magistretti, il 6 settembre, tutti e tre allievi del Politecnico meneghino.    Franca Helg (1920 - 1986), "la gran Dama de la Arquitectura", come ebbe a definirla Vélez Catrain nel 1990 "doveva essere una donna molto disciplinata e rigorosa con se stessa. […] Discreta, sobria nella parola e nello sguardo; il suo portamento era deciso, il portamento di una persona che anticipa il passo con lo sguardo, l’udito e l’olfatto. E così era solita procedere nel suo lavoro." (idem, 2006) I collaboratori dello studio che lei ha condiviso con Franco Albini (si legga qui) fino alla morte del maestro, avvenuta nel 1977, la chiamavano con deferenza signora Helg, invece, noi allievi della Facoltà di Architettura del Politecnico, dove lei ha insegnato Composizione architettonica, la chiamavamo la Helg, lasciando sottinteso il titolo di professoressa, come spesso fanno gli studenti, ma con quel rispetto...

20 maggio 1938 – 12 maggio 2020 / Astrid Kirchherr, alle origini dei Beatles

Astrid è una ragazza con un caschetto biondo tagliato corto, è tutta vestita di nero e sta scendendo le scale di un locale chiamato Kaiserkeller, un posto un po’ malfamato per una giovane fotografa neodiplomata alla scuola d’arte di Amburgo. A trascinarla lì è il suo attuale ragazzo, Klaus, determinato a farle ascoltare e vedere il gruppo che si sta esibendo sul palco. È una sera del 1960 e la band che sta suonando porta ancora il nome di Silver Beatles: il loro repertorio è costituito in gran parte di cover rock’n’roll, ma è un tipo di musica che Astrid non ha mai ascoltato prima: “La mia intera vita cambiò in un paio di minuti – dirà molti anni dopo alla Bbc –. Tutto quello che volevo era stare con loro e conoscerli”. È quello che succederà nei mesi successivi, quando Astrid Kirchherr diventerà la prima a far mettere in posa i Beatles per un set fotografico “ufficiale”. I suoi scatti documentano gli anni dei Beatles ad Amburgo, di certo uno dei periodi meno conosciuti dell’epopea beatlesiana. “Il nostro miglior lavoro non è mai stato registrato”, dichiarava John Lennon nel 1970, all’indomani dello scioglimento dei Beatles, in una celebre intervista a Rolling Stone, nel faticoso...

Quali saranno gli esiti? / Il sale della solitudine

Difficilmente uno può scegliere di stare solo per un desiderio vitale, lo capiamo meglio adesso che, per stare al riparo dal virus, ci tocca vivere in una sorta di buio sociale. Perché il buio, qualunque buio, è una condizione insopportabile, tout-court. “Alone is alone, not alive!” dice Robert il protagonista di Company – musical americano del 1970 di George Furth e Stephen Sondheim –, cantando Being Alive il giorno in cui compie trentacinque anni e pensa alla sua solitudine e alla sua paura di non riuscire a trovare nessuno con cui costruire una relazione felice. (Una versione assolutamente struggente ce l’ha regalata Adam Driver – ascoltatela, vi prego, qui – in Storia di un matrimonio, lo straordinario film di Noah Baumbach, candidato all’Oscar nel 2019). Della solitudine, tuttavia, abbiamo bisogno, come della sete, del silenzio, del dubbio, e di tutti quegli elementi costitutivi che muovono le dinamiche del desiderio. Del desiderio di vivere, appunto.    E la storia occidentale ha fatto sì che la solitudine sia diventata una dimensione di vita auspicabile, preferibile ad altre forme di socialità forzata, come la famiglia ad esempio. Mattia Ferraresi in...

Intervista al direttore Patrick Keilty / Il più grande archivio di pornografia

Patrick Keilty è professore associato alla Faculty of Information dell’Università di Toronto, e direttore della Sexual Representation Collection, il più grande archivio di pornografia in Canada, la cui collezione comprende circa “tremila videocassette e DVD, mille riviste, cinquecento romanzi, centinaia di diapositive a 35mm, di film e cassette a 8mm,  documenti personali e legali, report, prodotti artistici, oggetti erotici e pezzi unici databili dagli anni Cinquanta a oggi”, oltre a materiale riguardante le leggi canadesi sulla rappresentazione del sesso. Avrei dovuto incontrare Patrick allo University College, dove è ubicata la collezione, ma la pandemia in corso ce lo ha impedito, e dunque questa conversazione ha avuto luogo su Zoom.    MALVESTIO: Per cominciare, potresti darci qualche dettaglio sulla collezione, sulle aree che copre e sui suoi scopi? Qual è la sua storia?    KEILTY: Dunque, negli anni Ottanta Brian Connor, che era docente di Physical Education all’Università di Toronto, aveva cominciato a scrivere il suo secondo libro, che riguardava la rappresentazione della mascolinità nell’industria porno gay, e dunque aveva cominciato a...

Vedere / El Greco, Vista e mappa di Toledo

Una delle poche cose che sembrano evidenti nella Vista e mappa di Toledo di El Greco è la necessità – immediata e non analitica – di scomporre da subito l’insieme in parti distinte. Ovvero il fatto che la composizione non voglia “stare” insieme. Partiamo allora da una prima identificazione delle componenti principali. Vediamo: a) la città di Toledo, b) il cielo con le nuvole, c) la Vergine con il suo entourage, d) l’allegoria del fiume, e) una grossa nuvola, f) l’ospedale di San Battista (o ospedale Tavera), g) la mappa di Toledo, h) un giovane che regge la mappa. Esistono anche altri elementi più minuti, per esempio, in vicinanza dell’ospedale un cannone (?) e una colonna (della peste?).  Una più attenta osservazione permette una descrizione più precisa. La città di Toledo non è soltanto divisa fisicamente in due parti (una parte entro le mura, una fuori), ma anche scopicamente: la parte bassa, sulla sinistra, appare infatti come distorta. La “mappa” di Toledo nelle mani del giovane è un oggetto plurimo; si tratta, a ben guardare, di un foglio con la pianta della città, munita di didascalie sul lato sinistro e di una scritta. Insomma, più si osserva il dipinto, più quest’...

Nuove forme dell’identità collettiva / Trattoria, Paesello, Territorio. I conti con l’oste

Molte e molti di noi hanno iniziato a cucinare tra l’asilo e le elementari. Chi disponendo di pongo multicolore, magari sassi; chi trasportando sapidi secchi di sabbie adriatiche o tirreniche; fino a chi mesceva insalate di bucce di cipolle e torsoli di mele o, come Tommaso Melilli, «zuppe di fiori», decorate da formiche morte e coccinelle.  Mi guarderei bene dal dire che i nostri intrugli d’infanzia esprimevano alcuni tratti identitari dell’italianità, tuttavia non è ardito suggerire l’inerenza di un elemento generazionale: bimbi di cinquanta, o sessant’anni fa potevano per esempio più spesso essere istruiti, come in un gioco, ad abbattere una gallina o un coniglio destinati alla tavola, e oggi sono in vendita decine di modelli di cucine giocattolo a tema Masterchef.    Forse, poi, la gallina del cortile di casa e la cucina giocattolo con pentole «effetto antiaderente» sono immagini che rimandano a due poli valoriali di un’era post-gastromaniacale (Marrone, Gastromania, Bompiani 2014). Come se una volta ritiratasi la prima grande ondata dell’ossessione nazionale collettiva verso il cibo, ci ritrovassimo cambiati, ci dovessimo pensare naufraghi su una nuova terra...

Straniamento e tempo / Il teatro del virus

La condizione del lockdown è stata una condizione strana. Non lo è di meno quella che è appena iniziata, nella quale siamo costretti a “parodiare” la vita “di prima”: sono infatti gli stessi gesti “di prima” quelli che dobbiamo fare uscendo di casa, come prendere la metro per andare a lavorare oppure bere un caffè, ma lo dobbiamo fare in modo circospetto, rivolgendo ad essi un’attenzione supplementare, quasi li dovessimo recitare piuttosto che effettuare. Se vogliamo essere responsabili, dobbiamo infatti porre attenzione ai gesti più ordinari. Dobbiamo, per così dire, guardarli mentre li facciamo. È come se dovessimo riapprendere a eseguire in modo riflesso delle azioni che prima procedevano spedite, automaticamente, nel sonno della coscienza vigile, la quale era rivolta a tutt’altro.   Mirava all’obbiettivo da realizzare, qualunque esso fosse, ad esempio, il lavoro che ci è stato assegnato e che ci identifica nella nostra identità sociale, e trascurava la microfisica dei gesti su cui esso si “impalca”. Si andava al lavoro senza dover far mente locale al fatto che per andarci bisognasse respirare, camminare, attraversare degli spazi fisici, incontrare degli altri esseri umani...

Verso la “Fase 2” / Ripensare le scene

Oltre lo streaming, per una diversa liveness   Il punto non è se la surrogazione dell'evento performativo via web sia sufficiente – visto che come hanno detto in tanti, compresa la newsletter di gruppo nanou, l'arte è sempre, tutta, dal vivo –, se quello in streaming o via Zoom sia ancora teatro oppure no. La scena ha dialogato da sempre con la tecnologia almeno fin dalla mechanè, che portava nello spazio del teatro incredibili “effetti speciali” già nell'antica Grecia; e non è morta con l'avvento del cinema ma anzi: la sua fluidità le ha consentito di confrontarsi e nutrirsi con gli orizzonti di una continua rimediazione. Non l'ha insegnato solo Walter Benjamin, ma gli artisti e le opere stesse in secoli di lavoro, di cui l'incontro – anche questo estremamente dal vivo – fra video e arti performative nel Novecento è solo l'ultimo episodio di una storia fertile e vivace, ben più lunga (mentre, come hanno ben spiegato Laura Gemini e Giovanni Boccia Artieri proprio su queste pagine, la liveness si esprime attraverso una serie di gradazioni molteplici che abbracciano di fatto anche l'opzione del digitale).    Il “dibattito” – un po' superato e per fortuna presto...

Riposo e lavoro / Una stanchezza senza fine?

L’ha detto bene Silvia Ballestra nel suo diario milanese del Lockdown: “all’improvviso questa immane stanchezza”. Lei l’attribuisce alla primavera incipiente che, uscendo di casa dopo due mesi di segregazione, scopre all’improvviso. Stare segregati rende stanchi? Una delle cose che più colpisce alla fine di questo lungo periodo di confino è proprio la stanchezza. Forse per via delle tante cose da fare: pulire la casa, fare la spesa, cercare le mascherine, telefonare a parenti e amici, guardare i social, e poi stare sempre insieme con moglie, marito, figli, compagna, compagno, eccetera. Così che all’improvviso si capisce che, nonostante il tanto tempo a disposizione, abbiamo combinato ben poco. I volumi allineati sulla libreria, che attendevano da anni, le opere in molteplici tomi, sono ancora lì, al massimo qualche pagina o capitolo, poi più nulla. Naturalmente c’è anche chi ha letto tanto, come un amico cui telefono a cadenza settimanale per sapere come sta, dato che se ne sta tutto solo in appartamento di città abitato di recente.   Le telefonate sono anche un elenco dei libri letti da lui da cima a fondo. Ma, anche se non me lo dice, pure lui si deve essere stancato;...

Navi / Il vino, il mare e le navi

Una nave nel vino? E che nave, visto che è guidata da Dioniso in persona. Sto parlando di una coppa in ceramica oggi conservata a Monaco. Oggetto tutt’altro che ovvio per il nostro sguardo moderno, abituato a pensare che le opere d’arte siano nate solo per essere contemplate a una giusta distanza, in spazi dedicati. Questa invece andava maneggiata, portata alle labbra (era una sorta di calice), magari usata anche per giocare.     Nella Grecia antica verso il 530 a. C., coppe come questa non venivano usate nei pasti quotidiani, ma unicamente nel simposio. Questa parola, symposion, viene spesso tradotta in modo improprio con “banchetto” (anche un film di Marco Ferreri si intitolava Il banchetto di Platone); il fatto è che non abbiamo nella nostra cultura una pratica (e un termine) corrispondenti. Potremmo chiamarla una “bevuta in comune”. Ma anche in questo modo qualcosa non è chiaro, perché subito ci viene in mente un gruppo di amici che bevono allegramente in un posto qualsiasi, e qualcuno si ubriaca anche. Il vino nel simposio greco c’era eccome, ma il contesto in cui entrava era più complesso. L’ha raccontato benissimo Maria Luisa Catoni, pochi anni fa, in Bere vino...

Serie TV / Loop. Cronache terrestri

Una piccola cittadina americana circondata da immensi campi dove i personaggi scompaiono e riappaiono, eventi misteriosi che si dipanano tra le maglie dello spazio-tempo, un laboratorio sotterraneo in cui si svolgono esperimenti oltre i limiti della fisica conosciuta.  A parole suona familiare, anche troppo. Potrebbe sembrare il tentativo di Amazon Prime di replicare formule di successo seriale come quelle di Stranger Things o (peggio ancora) Dark, di casa Netflix. Niente di più sbagliato.      Loop (Tales from the Loop), la nuova serie di fantascienza lanciata lo scorso 3 aprile da Prime Video, è stata creata da Nathaniel Halpern a partire dalle illustrazioni dell'artista svedese Simon Stålenhag, che ha raggiunto il successo grazie ai suoi paesaggi dove straordinario e banale, natura e tecnologia, uomini e macchine si incontrano sospesi in un tempo sconfinato e meditabondo.  Nelle tavole di Stålenhag una quieta tranquillità pastorale avvolge misteriosi elementi fantascientifici; due i volumi illustrati che raccolgono questi paesaggi visionari e malinconici: Loop (2017, già segnalato su doppiozero) ed Electric State (2020), editi in Italia da Mondadori....

Diario 6 / Tutti i giorni sono tempo di bilancio

Prima settimana di parziale riapertura e già è tempo di bilanci. In realtà tutti i giorni è stato tempo di bilanci: due mesi e mezzo di bilanci appesi ai numeri.  Numeri che si sono rivelati non del tutto affidabili ma, pazienza, su qualcosa devi pure basarti. “È solo la punta dell'iceberg,” ci hanno ripetuto. E l'iceberg, minaccioso, sembrava essere proprio lì, fuori dalla finestra, pronto a speronarci.   Nei primi giorni della settimana si scatena di nuovo una polemica: sono stati beccati, fotografati e ripresi in video, dei giovani sui Navigli che bevevano delle birrette. Giovani, birrette, mascherine calate (ti credo, per bere): apriti cielo! Si ri-scatena l'inferno. Il sindaco si ri-incazza, il resto d'Italia geme che tutti stanno chiusi per colpa della Lombardia e i soliti stronzi lombardi se ne sbattono e sbevazzano. Riparte tutta la polemica, come in un format che settimana dopo settimana trova nuovi accusati (ma gli accusatori sono sempre, più o meno, gli stessi). Insomma, si rivedono scene già viste da cui sembra che non si impari mai: da una parte cittadini messi sul banco degli imputati, dall'altra amministratori che non sanno che pesci pigliare ma che in...

V / Cinque domande sullo scenario futuro

Con queste cinque domande ci prefiggiamo di individuare i nodi che la crisi sanitaria del Covid-19 con le sue conseguenze ha provocato a livello mondiale, con l’idea che, come disse anni fa un economista americano, la crisi, per quanto terribile, è un’occasione da non perdere.   Elena Pulcini, filosofa   1. Quali saranno a tuo parere i principali cambiamenti che la pandemia del coronavirus ha prodotto? Provando a differenziare tra aspetti sociali, economici e culturali.   Abbiamo subìto uno shock che ci ha destituiti dalle nostre certezze e dai nostri privilegi consegnandoci a una condizione di vulnerabilità radicale: radicale perché il vulnus, la ferita inflitta sulla parte di noi più esposta e fragile, cioè il nostro corpo, si è allargata al nostro intero stile di vita costringendoci a un momento di arresto, a disfarci rapidamente di tutti gli “ornamenti”, come direbbe Georg Simmel, di tutto il superfluo con cui da consumisti seriali abbiamo agghindato le nostre vite, per concentrarci sullo stretto necessario. Lo shock allora, con tutto il suo inevitabile carico di paura, è stato salutare: perché la paura, se reagisce a un vero pericolo, funziona come la...

Due vite quasi vere / Walter Siti, La natura è innocente

Se c’è un autore in attività che da tempo si è conquistato un posto duraturo nelle future storie della letteratura italiana, questo è senza dubbio Walter Siti. Altrettanto prevedibile – anche se di questo forse l’interessato non si compiacerà – è l’associazione del suo nome con il genere narrativo dell’autofiction, all’insegna del quale egli ha esordito (Scuola di nudo è del 1994). Un tema su cui sarebbe importante ragionare è quale sia il Siti migliore: più esattamente, quale sia il grado di compromissione autobiografica che gli ha consentito o che gli consente di attingere agli esiti più persuasivi. Il punto, a mio avviso – se mi si passa la banalità dell’espressione – è che l’ego è una brutta bestia. Senza scomodare la troppo spesso citata invettiva gaddiana contro i pronomi-pidocchi del pensiero, e segnatamente contro l’Io («il più lurido di tutti i pronomi»), nel corso della sua appassionata, spregiudicata, mai banale ricerca Siti ha corso il rischio di avvitarsi in una spirale introspettiva di auto-compiacimento/auto-denigrazione dove l’egocentrismo tracima, e il respiro narrativo s’accorcia.    Da questo punto di vista, il suo ultimo libro rappresenta una...

Il corpo dell’antropocene / Appunti di Neoecologia

Che la nostra azione abbia modificato l’ambiente è chiaro a tutti, ma la forma che gli abbiamo dato, influenza noi e i nostri corpi? Pare proprio di sì e non solo, determina anche i comportamenti. Ci sono studi che dimostrano che l’inquinamento dell’aria è strettamente correlato al crimine, tanto che si sono sviluppati modelli di previsione di omicidi e furti a partire dalla qualità dell’aria di una città.   Come ha cambiato l’Antropocene il nostro corpo è quello che si è chiesto Vybarr Cregan-Reid, docente di Environmental Humanities alla University of Kent at Canterbury, nel suo Il corpo dell’Antropocene, uscito per Codice Edizioni nel febbraio 2020. Le sequenze di DNA che programmano il nostro corpo sono simili a un testo teatrale, seguono un copione, ma il risultato dipende dal contesto ambientale in cui le istruzioni vengono eseguite. Per circa 2 milioni di anni il tipo di lavoro svolto dal nostro corpo è rimasto pressoché lo stesso, poi qualcosa è cambiato e Cregan-Reid propone quattro grandi punti di svolta da quando la nostra specie è comparsa. Il primo e più importante, è il passaggio dallo stile di vita mobile a quello sedentario avvenuto con l’agricoltura circa 12....

Pensare in verticale / Pavel Florenskij. La prospettiva rovesciata

Condannato da tre funzionari dell’NKDV (Commissariato del popolo per gli Affari interni dell’Unione Sovietica) con la falsa accusa di propaganda trockista controrivoluzionaria, il teologo, presbitero russo della Chiesa ortodossa, fisico, matematico, filosofo, elettrotecnico e poeta Pavel Aleksandrovič Florenskij venne ucciso l’8 dicembre 1937 con un colpo di arma da fuoco alla nuca.   Ritratto di Pavel Aleksandrovič Florenskij in abito talare / Foto segnaletiche di Florenskij scattate dall’OGPU (Direzione politica di Stato generale) dopo il suo primo arresto avvenuto il 27 febbraio 1933. A questo singolare e geniale personaggio, Avril Pyman ha dedicato una biografia (Pavel Florenskij. La prima biografia di un grande genio cristiano del XX secolo, Lindau, Torino 2019). Lo studio delle funzioni discontinue, ma ancor prima la conoscenza del sistema periodico di Mendeleev e le osservazioni dello spettro di Rowland, portarono l’attenzione del giovane matematico sul concetto di discontinuità, venuto a integrare “un modo interamente nuovo di osservare il mondo, un modo che solo allora si stava formando”. Il desiderio di spiegare l’esistenza di fenomeni che violano il principio...

Vampiro virus / Pipistrelli e epidemie vecchie e nuove

In tempi di pandemia, all’inizio dello scorso marzo, alcune specie selvatiche come il pangolino o alcuni serpenti, inizialmente indicate come “responsabili” della genesi del nuovo coronavirus sono state ufficialmente “scagionate” dai media. Le notizie più aggiornate hanno puntato l’indice contro i pipistrelli, già ritenuti probabili “serbatoi” del coronavirus della SARS diffusosi tra il 2002 e il 2003. Il pipistrello non è davvero nuovo a questo genere di accuse. Al di là delle valide motivazioni che vengono addotte per spiegare le ragioni che lo renderebbero “unico” come causa o vettore dello sviluppo di virus, sul piano culturale l’associazione del pipistrello con le epidemie ha una lunga storia in Occidente. In particolare, il pipistrello, in quanto più classica delle metamorfosi animali del vampiro, si ricollega direttamente al nesso esistente tra pestilenze ed epidemie vampiriche in Europa tra Sei e Settecento. Gli argomenti scientifici che analizzano il ruolo dei pipistrelli in questa nuova piaga contemporanea sono stati, almeno in parte, già analizzati e documentati. Nelle ultime settimane un interessante volume divulgativo, Spillover di David Quammen (Adelphi 2014), ha...