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Emozioni

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Insetti 6 / Calvino, Levi e le formiche tagliafoglie

“Noi non lo sapevamo, delle formiche, quando venimmo a stabilirci qui”. Così inizia La formica argentina racconto lungo di Italo Calvino, pubblicato per la prima volta nel 1952. Una coppia di giovani sposi con un figlio s’insedia in una località della Riviera Ligure e scopre che è invasa dalle formiche; entrano dappertutto fino a ricoprire anche il loro bambino che dorme. Così i due adulti ingaggiano una strenua lotta contro l’insetto. Si tratta della Linepithema humile, una specie originaria del Sud America, e per questa chiamata comunemente argentina (non per il suo colore). Grazie alle piante e agli oggetti trasportati in giro per il mondo nel corso del Novecento la formica argentina si è diffusa in America del Nord, nell’Europa meridionale, in Africa, in Giappone, e persino in Oceania. Una specie molto invasiva, che è classificata tra le cento più dannose esistenti sul Pianeta. Nel sito della Bayer, che produce trattamenti contro gli insetti, è specificato che la più grande colonia al mondo di Linepithema humile s’estende per 6000 chilometri lungo le coste del Mediterraneo. Una enormità. Con ogni probabilità è stato il padre di Italo, Mario Calvino, agronomo, a portare in...

Aaron Sorkin / I Chicago 7 nell’America di Trump

Per chi adotta o si sente vicino a uno sguardo progressista sul mondo, a prima vista potrebbe sembrare inesorabile fare un confronto tra gli Stati Uniti degli anni Sessanta – quelli radical e alternativi dei militanti de Il processo ai Chicago 7 che chiudono il film di Aaron Sorkin col pugno chiuso alzato mentre sta per essere letta la loro sentenza – e quelli del 2020 a pochi giorni di distanza da una delle elezioni presidenziali più critiche della storia recente di questo paese. Gli Stati Uniti stanno infatti vivendo oggi uno dei momenti più bui della loro storia democratica, sotto ricatto di un Presidente eletto da una minoranza e inviso dalla stragrande maggioranza del Paese che solo una legge elettorale folle e un sistematico attacco al diritto di voto di poveri, minoranze e persone di colore ha potuto rendere possibile.   Bisognerebbe fare un riepilogo di tutto quello che sono stati questi ultimi quattro anni, costellati da attacchi senza precedenti a sindacati, afroamericani, donne, immigrati, dipendenti pubblici, insegnanti, operai (e la lista potrebbe continuare ancora a lungo), per non parlare dei conflitti intra-istituzionali, come quello con l’FBI e con l’esercito...

1930 - 2020 / Le mani di Sean Connery

La notizia della morte di Sean Connery ha suscitato nella mia memoria di spettatore una serie di flash improvvisi, che si sono precisati a volte con una discreta dose di fatica. Memorie di film molto amati e di altri visti quasi per sbaglio sono andate disponendosi in una costellazione di gesti, immagini, frasi. Forse non è il modo più ortodosso di rendere omaggio ad una carriera così lunga e rilevante dal punto di vista dell’immaginario culturale, ma vorrei proporre una serie di passeggiate in almeno alcune di queste memorie visive, che hanno finito per accompagnare la mia formazione. Sono certo che questi film non siano tutti fra i migliori cui Connery abbia mai preso parte, ma d’altronde le passeggiate sono fatte anche di incontri imprevisti, incroci marginali che possono però avere un valore imprevisto per qualcuno di noi.     Ricordo il fascino della sequenza iniziale di Agente 007 – Licenza di uccidere (1962), la partita a carte nel casinò e la prima apparizione di James Bond. Rivista oggi, questa scena non finisce di colpire per il modo programmatico in cui Terence Young presenta allo spettatore il corpo, reso già mitico da questa stessa introduzione, dell’agente...

Il modo (verbale) del tempo / Sarà

Non c’è sortita comunicativa pubblica, oggi, che linguisticamente non sia marcata e qualificata da verbi al futuro. Per formulare presagi fausti o più spesso infausti, in ogni campo della comunicazione e per qualsivoglia tema, come si trattasse di un’erba infestante (e di un’erba infestante in verità si tratta), è tutto un rampollare di “si produrrà”, “succederà”, “appariranno”, “crescerà”, “diminuirà”, “finirà”, “arriveranno”, “sparirà”, “aggiungeremo”, “servirà”, “scenderanno”, “avremo”, “saranno”, “diventerà”, “sapremo”, “costringerà”, “vivremo”, “si chiuderanno”, “capiremo”, “verrà”, “si esauriranno”, “si innalzerà”, “mancheranno”, “abbandoneremo”, “esporrà”, “bruceranno”, “colpirà”, “salirà”, “elimineranno”, “creerà”, “toglierà”, “tratteremo”, “spingerà”, “seguiranno”, “potremo”, “dovranno”, “organizzeranno”, “manterranno”, “esisteranno”, “escluderà”, “distruggerà”, “assicureranno”, “si aprirà”, “eleverà”, “forniranno”, “sfuggiremo”, “fuggiranno”, “fermerà”, “estenderemo”, “giungerà”...    Intorno a tali predicazioni e alle mille e mille altre comuni metta ciascuno gli argomenti che preferisce, ad libitum. Avrà così ampia prova, sempre che voglia, che non c’è niente...

Sogni, visioni, profezie

I sogni come orientamento Freud scoprì che il sogno contiene l’appagamento di un desiderio. In un senso più ampio, nei sogni è visibile ciò verso cui ci orientiamo, o da cui fuggiamo. Per un uomo, l’immagine dell’eroe, forte e ammirato, che vorremmo essere; o quella della donna affascinante che vorremmo conquistare; ma anche, in negativo, quella dell’orrido nemico che più ci fa paura. Come sappiamo istintivamente, è pressoché inutile dire di no a questa spinta profonda. Essa precede le cose imparate, appartiene a uno strato della psiche più antico, più vicino all’istinto. La zoologia ci dice che anche gli animali sognano. L’ecografia fetale ci ha insegnato che anche quando non siamo ancora nati facciamo sogni: dunque già abbiamo dei desideri o delle paure fondamentali. La razionalità viene dopo ed è più fragile. Dai sogni si può ad esempio capire precocemente l'orientamento sessuale degli individui. Molte persone si semplificherebbe (relativamente parlando) la vita se facessero attenzione a questo: accorgersi della propria omosessualità a 40 o 50 anni è inevitabilmente complicato.   Immagini interiori Sotto i nostri occhi, il rapporto degli individui con i sogni è...

Una conversazione / Ol’ga Sedakova: il poeta è colui che vuole ciò che tutti vorrebbero volere

Ol’ga Sedakova (Mosca, 1949), poetessa e docente universitaria, è una delle figure di maggior rilievo nel panorama letterario russo contemporaneo. Affermatasi già negli ambienti semiclandestini della “seconda cultura”, pubblica nel samizdat dagli anni Settanta, mentre le sue prima raccolte poetiche e i saggi di critica letteraria vengono pubblicati a partire dagli anni Novanta. Nello stesso periodo approfondisce il legame con l’Italia. È anche una raffinata traduttrice, tra gli altri di Rilke, Celan e, non ultimo, di Dante Alighieri, di cui è in corso la sua versione della Divina Commedia. Nel corso di quarant’anni ha ricevuto numerosi riconoscimenti in Russia e nel mondo; in Italia, in particolare, il premio Dante Alighieri (2011) fino al più recente conferimento del Premio Lerici Pea (2020) di cui i cantieri navali Sanlorenzo sono main partner. L’abbiamo intervistata per questa occasione.   Marco Sabbatini – Ol’ga Aleksandrovna, la ringrazio della possibilità di questo dialogo. Vorrei iniziare partendo dal legame che ha da tempo instaurato con l’Italia, testimoniato anche quest’anno dall’uscita del suo nuovo libro Tradurre Dante (Perevesti Dante, Edizioni Ivan Limbach), con...

Il prossimo salto evolutivo / Da homo sapiens a homo frater

Molte volte nel corso della Storia l'umanità si è trovata a vivere situazioni di tale gravità e oscurità sul futuro da temere che fossero gli ultimi tempi. Ogni volta, finora, ne è uscita e i posteri hanno visto in quella crisi il travaglio della nascita di un mondo nuovo, o perlomeno rinnovato. Noi stiamo attraversando uno di quei momenti. Ne usciremo, come è sempre accaduto, o questa volta i nostri non sono dolori del parto ma un'agonia? Ivan Illich definì il nostro un tempo apocalittico, epoca di crisi e di rivelazione in cui non si deve avere paura, ma consapevolezza e determinazione nell'agire, perché la Storia è in gran parte nelle nostre mani e siccome, ad ogni modo, va avanti, dipende dalle scelte umane la sua direzione.  Oggi la situazione è più complessa di quanto sia mai stata prima, perché il mondo si è fatto piccolo, non esiste più un luogo in cui una parte si possa rifugiare e cercare un nuovo inizio. Il mondo è la nostra barca, o la manovriamo in queste acque di tempesta concordemente o affonderemo tutti. E non so se, in quel caso, vorrei essere tra i sopravvissuti. Il mondo si è fatto piccolo e l'uomo si è fatto troppo potente, e se alla sua potenza non...

Christian Salmon / Trump, Johnson, Bolsonaro: la tirannia dei buffoni

Martedì 3 novembre 2020, gli Stati Uniti d'America torneranno a scegliere il loro presidente. Non è solo una sfida tra democratici e repubblicani, tra l'irruenza del miliardario da talent show e la grigia competenza del politico di professione, tra il populismo movimentista e l'apparato di partito. La riconferma di Trump sancirebbe il trionfo della “Tirannia dei Buffoni”, come la definisce il politologo francese Christian Salmon nel suo recente La Tyrannie des Bouffons, Les Liens Qui Libèrent, 2020. Nella galleria di Salmon, accanto a Trump e Boris Johnson, rientrano il brasiliano Bolsonaro, il filippino Duterte, l'ungherese Orban e l'indiano Modi, nonché l'italiano Matteo Salvini (e di striscio Beppe Grillo, il prototipo del “comicopolitico”). Ultimo arrivato, la star delle serie tv ucraine Zelensky. Per gli studenti ai quali era stato mostrato un video con le sue affermazioni più controverse, Bolsonaro appare “cool, perché è un mito, perché fa ridere, perché dice quello che pensa” (Salmon, p. 63).    Come mai queste figure grottesche (vedi Bachtin) hanno occupato la scena politica e dominano il carnevale mediatico globale? A questi improbabili leader mancano le doti...

Romaeuropa Festival / Anni luce per la nuova scena italiana

L'attrice posa col gomito sul tavolo ingombro di pagine di copioni, caffè, qualche matita, mentre il regista, più avanti sul palco, parla al pubblico. Improvvisamente il gomito le cede di schianto e lei sbatte violentemente il viso sulla superficie di legno, facendo sobbalzare tutta la sala. Le mani corrono al volto, il dolore è squassante. Ora le scosta: ride! Non è niente, era uno scherzo, ha lasciato andare la testa per simulare il colpo e ha percosso il tavolo da sotto il piano. La gag è gretta ma funziona. Il regista, Francesco Alberici, vuole provarla. Si siede al posto dell'attrice e tenta la mossa, ma il risultato non convince, il colpo non è ben simulato. Ci riprova. Niente, non va. Più credibile è la reazione successiva, il grido straziante, teatrale: Alberici in terra, si rotola sul palco, il corpo è percorso da spasmi.   Si tratta di una delle scene centrali di Diario di un dolore, debutto dell’attore/autore milanese (spesso sul palco diretto dal duo Deflorian/Tagliarini oppure con la propria compagnia Frigoproduzioni) al Romaeuropa festival della capitale. Nella settimana dal 6 all’11 ottobre – poco prima, dunque, che le attività teatrali e gli eventi...

Letto in un’altra lingua / Danilo Kiš, La lezione di anatomia

Una questione scandalosa, soggettivamente   Non c’è, nel gioco radicalmente inutile della letteratura, scandalo più preciso e ridicolo dello scrittore allo specchio, intrappolato nella contemplazione della propria immagine. Perché proprio io?, si chiede lo scrittore in questione – esausto, disgustato dallo spettacolo che non può fare a meno di giudicare (lo spettacolo non riguarda la propria immagine allo specchio, ma il suo stesso sguardo tenuto ad osservarla). Perché questo dramma?, si chiede di nuovo. È confuso: rapito dall’intensità del momento, dimentica due fattori essenziali: questo non è il suo dramma ma il dramma di tutti; riflessa allo specchio non c’è la sua immagine, ma la sua opera. La sua immagine non conta niente.    Così, in questo ciclico esercizio di ossequio e obliterazione della vanità si consuma, in condizioni normali, la relazione del nostro scrittore (che è appunto tutti gli scrittori) con la propria opera. Tuttavia le condizioni da cui viene fuori, nel 1978, Čas anatomije (“La lezione di anatomia”,  ancora inedito in Italia), di Danilo Kiš, non hanno niente di normale: lo scherno e la diffamazione, le accuse di plagio (più improprie che...

Speciale Fellini / Cabiria, please, stop crying!

Ogni volta che riguardo Le notti di Cabiria (1957) vedo di più. Così ho aspettato, ho rimandato a lungo prima di scrivere, ma alla fine ho capito che l’incertezza non sarebbe passata mai, perché con Fellini lo smarrimento non è un ostacolo bensì condizione e circostanza creativa della sua opera. Ciò che è reale diventa meno importante di ciò che invece è immaginato o percepito come illusione. Proprio questo disorientamento visionario, che corrisponde alla qualità più speciale delle storie, dello sguardo, dello stile di Fellini, agisce anche da dispositivo spettatoriale costante dei suoi film.  All’inizio, per esempio, sembra tutto facile, come nel disegno fatto da un bambino, o in uno schizzo di regia:    Cabiria in un disegno di Fellini. Andando avanti, però, il mondo vissuto e sognato da una prostituta/folletto, a Roma, alla fine degli anni Cinquanta, diventa una specie di passaggio magico per un bosco incantato. Prima luce, tanta, e poi buio, come succede all’inizio e alla fine di Le notti di Cabiria. Somigliando ai suoi personaggi, anche chi guarda i film di Fellini, allora, dovrà lasciarsi smarrire, camminare tra le ombre, in mezzo allo scintillìo dei...

Fumetti / Lucca Comics, gli ultimi americani

È il 1982, Adrian è un ragazzino di otto anni ed è il suo primo giorno in una nuova scuola a Fresno, in California. È un nuovo arrivato, deve presentarsi alla classe, e lo fa parlando della sua passione: disegnare e collezionare fumetti. Per i suoi compagni, e per la sua maestra, i fumetti sono quelli di Walt Disney (Topolino, Paperino), invece Adrian è un avido lettore di fumetti di supereroi e il suo idolo è John Romita (storico disegnatore dell’Uomo Ragno): i suoi nuovi compagni di classe ci mettono pochissimo a etichettare Adrian come un nerd, uno sfigato e, di conseguenza, a bullizzarlo a ogni intervallo.   Ma nonostante questi inizi turbolenti, Adrian Tomine non ha abbandonato la sua passione e oggi è uno dei più affermati cartoonist americani. Ed è con questo episodio che apre il suo ultimo libro, La solitudine del fumettista errante, uscito a giugno per Rizzoli Lizard. È l’autobiografia ironica e a tratti spietata di un autore di fumetti “indipendenti” negli Stati Uniti. Una nicchia nel panorama dell’editoria a fumetti nordamericana, che ruota attorno a due case editrici di culto, la Fantagraphics di Seattle e la Drawn&Quarterly di Montreal, e ad autori che sono...

Guardare con i propri occhi / Il Covid-19 e la nuova visione del mondo

Covid-19. Pandemia. Coronavirus. Lockdown. Sono termini con i quali abbiamo imparato a convivere negli ultimi nove mesi. Durante questo periodo un virus invisibile è circolato mentre l’uomo è stato costretto a rinchiudersi in casa. Una condizione impossibile da credere prima poiché mai l’essere umano avrebbe immaginato di non poter disporre della propria libertà di movimento a causa di qualcosa che non è possibile vedere. Come è stata vissuta questa esperienza nell’ambito della fotografia, linguaggio da sempre utilizzato per raccontare cosa succede nel mondo? Alcuni festival hanno deciso di esserci. Organizzativamente tutto si svolge garantendo al pubblico una fruizione che non faccia sentire troppo la differenza tra il prima e il dopo, ma un cambiamento appare inevitabile e irreversibile e non riguarda le regole comuni del distanziamento cui ci stiamo abituando bensì un altro tipo di distanza che fotografi e organizzatori non hanno percepito, travolti dall’essere “dentro” gli eventi e dunque non in grado di guardare con il distacco necessario di chi osserva ed elabora.  Cortona On The Move, SI Fest, il Festival di Fotografia Etica di Lodi sono solo alcune delle principali...

Un verso / Guido Cavalcanti. Perch’i’ no spero di tornar giammai

È il verso che apre una delle più note ballate di Guido Cavalcanti, verso ripreso e rimodulato da Eliot ad apertura di Mercoledì delle ceneri. Amante degli studi e della speculazione filosofica, guelfo bianco attivo nell’agone politico fiorentino, Cavalcanti è figura rilevantissima nella cerchia dei poeti che condivisero, in amicizia, quello che uno di loro, Dante Alighieri, definì “dolce stile”: una lingua della poesia che insieme era teoresi d’amore e figurazione fantastica del desiderio. Una lingua che nel verso congiungeva meditazione e canto, pensiero e ritmo, sapere e melodia : un meraviglioso “legame musaico” – per usare l’espressione del Convivio dantesco – che sarebbe stato un modello per il costituirsi di una tradizione lirica italiana, da Petrarca a Leopardi. Il rapporto profondo – di scambio intellettuale, e di dissenso teorico – che Cavalcanti ebbe con Dante appartiene alla storia animatissima delle dottrine d’amore come si disegnarono sul finire del Duecento, tra presenza teologica d’impianto tomistico, fisica dei sensi e razionalismo averroista. Le Rime di Cavalcanti sono, in questa grande scena, l’esperienza singolare e strenua di tensioni diverse che danno alla...

Diario 9 / Fare scuola senza la scuola

Lunedì sono tornato a scuola, ma la scuola non c’era più. Dopo tutte queste settimane, dopo le parole, i sogni, i racconti di questo diario, dopo più di un mese di mascherine, distanze, disposizioni, fatica, incontri e scontri, dopo tutta l’attesa di una presenza, sono entrato in classe e l’ho trovata vuota. Ovviamente accolgo con convinzione profonda qualsiasi provvedimento sia necessario per salvaguardare la salute personale e collettiva, per arginare e per difendere. Ho deciso anche di non chiedermi più se altro poteva essere fatto, se i mesi di attesa potevano vedere altre scelte, altre azioni; esercizio inutile, il passato è una stanza inaccessibile. Ho finalmente preso atto che la scuola non è un presidio condiviso da tutti, che le sue frontiere sono difese da alcuni, ignorate da altri. Non è più nemmeno un pensiero ossessivo, ci abbiamo provato, è andata diversamente. La speranza, sempre, è che sia per poco, un piccolo intervallo spaziotemporale che riguardi solo alcune classi e solo per alcune settimane. Non posso però fare a meno di pensare che dietro un nome collettivo ci sia sempre una sequenza geometrica di individualità uniche, di volti, di occhi, di necessità singole...

Dittatura e contagio / Pandemia: mistero asiatico

Mi chiedono: perché l’Asia orientale (e in buona parte quella del sudest) ha reagito meglio del resto del mondo alla pandemia? Non ne ho la più pallida idea, rispondo esagerando un po’. Ma è vero che da mesi divento matto a cercare risposte che non ci sono, o sono molto generiche, al limite del luogo comune. Mi sembra che la questione sia così misteriosa che nemmeno ci si prova, a sbrogliarla. La Corea del Sud è assurta a sinonimo di buona organizzazione: ricordo Come si batte il virus, una bella intervista di Giulia Pompili sul "Foglio" del 12 agosto 2020 al dirigente della sanità nazionale Song Young-Rae, che metteva in fila tutte le cosette che, in fondo, noi già sappiamo: tracciare, quindi molti test, seguire i cluster uno per uno (ricordo addirittura, lo scorso marzo, una sorta di albero genealogico a partire da vari pazienti zero, o uno). Meglio della Corea del Sud fece Taiwan: consulto il mio amato worldometers.info e mi segnala i soli sette morti su 24 milioni di abitanti, media che la porta al 189° posto nel mondo.   Di Taiwan non si è parlato molto, non è membro dell’Onu, la Cina chiede di obliterarne l’identità, l’Oms di conseguenza obliterò i suoi...

Quaderno 1 / Imparare a salutarci

E così sta ricominciando. Abbiamo ricostruito per un po’ lo scenario di una vita ‘normale’ e ora si ricomincia con l’emergenza, con il non poter più fare come se.  Sono fortunata, non ho mai avuto una vita normale. Sempre fatto tanta fatica in tutto. Quelli come me erano da schivare perché sono quelli scassati che ti ricordano la fragilità e l’andare a pezzi, quelli che vedono il re nudo. Adesso che il re è evidentemente nudo non si può rivestirlo. Da otto mesi vivo in campagna, ma non basta, ho deciso di non tornare. Perché man mano è salita la solitudine gigante in cui vivevo. Quanto mi faceva male passeggiare facendomi timidamente largo tra i corridori. Una volta una signora dietro di me si è messa a sbuffare e poi mi ha detto: “Ma lei non tiene la carreggiata, va di qui e poi di là!” “Ma sono a piedi!” le ho risposto io esterrefatta, pensando mi avesse scambiata per un mezzo di trasporto. Quale poi? Sono piccolissima. Un monociclo?   Ora vivo in un piccolo paese piemontese, un paese senza case di villeggiatura ma con parecchie case abbandonate. In questi mesi ho sentito e pensato tanto e non ho dimenticato niente. Certe volte vedo delle immagini di Milano, strade...

Il saluto / Frank Horvat: un gigante della fotografia

La notte del 21 ottobre è morto, a 92 anni, nella sua bella casa della campagna francese, Frank Horvat. In quell'eroico quotidiano on line di portfolio sulla fotografia internazionale che è L'Oeil de la photographie, Jacques Naudet ha dato come titolo alla notizia che era morto l'ultimo gigante della fotografia francese.  Per la verità le biografie che si trovano su Internet lo danno come fotografo italiano. È nato infatti ad Abbazia, nel 1928, da Karl e Adele Edelstein, entrambi medici, entrambi ebrei. Allora Abbazia era in Italia, ora si chiama Opatija, ed è in Croazia. Lui ha mostrato nel suo sito una carta di identità di grazioso e febbrile studente italiano del corso di pittura di Brera, a Milano, dove visse tra il 1947 e il 1950, dopo un breve periodo in Svizzera.  In quegli anni la storia faceva spesso cambiare nome e nazionalità a molte città.  È sufficiente essere nato in una certa città, in un certo paese, o morire in un'altro, per definirti italiano, o francese?    Horvat ha vissuto e lavorato in molti luoghi, Italia, Inghilterra, Svizzera, Stati Uniti, Francia, dove è stato più a lungo e dove ha deciso di concludere la sua vita. Di ciascuno di...

Che cosa accadrà se Trump vince / L’anima troll dell’America

In Il fantasma della libertà di Buñuel, un medico dice al suo paziente: “Lei ha una malattia incurabile”. Il paziente si offende, gli dà uno schiaffo e se ne va. Immaginate che il paziente sia Donald Trump e il dottore sia Anthony Fauci, e avrete un’idea di quello che accadrà se Trump vincerà le elezioni, o se trovasse il modo di vincerle approfittando della mancanza di precise norme costituzionali in caso di elezione contestata, nonché di una Corte Suprema ora saldamente in mano ai conservatori. In realtà le cose andrebbero ancora peggio. Il dottor Fauci si prenderebbe ben più di uno schiaffo (Trump l’ha già definito “un idiota”), e alla popolazione degli Stati Uniti verrebbe detto che avere una malattia incurabile è la cosa migliore che gli possa capitare (“Il Covid è stata una benedizione di Dio”, ha detto Trump di se stesso). La chiave sta in un documento intitolato Great Barrington Declaration, la cui esistenza al di fuori degli addetti ai lavori è emersa il 13 ottobre, in una conversazione tra giornalisti e due funzionari della Casa Bianca.   La Great Barrington Declaration è un documento steso da tre docenti di Harvard, Stanford e Oxford. Non è stato approvato da...

Seconda parte / Un'altra storia? Conversazione con Igiaba Scego e Carlo Greppi

Continua la conversazione con Carlo Greppi e Igiaba Scego (qui la prima parte) sul tema del colonialismo, nel senso più ampio del termine, e dei presupposti inesplicitati di una immagine del mondo e della storia eurocentrica, bianca e maschile che si riflette nella cultura contemporanea.   Enrico Manera: Il volume Africa antica di Fauvelle rifugge anche dall'esotismo, uno sguardo romantico che è un serbatoio di stereotipi ingenuamente positivi ma in realtà “tossici” nel momento in cui in modo semplicistico e decontestualizzato fanno del continente africano un «santuario naturale» circondato da «società invadenti e minacciose»: tale racconto è inestricabilmente saldato a quello della schiavitù e del colonialismo a sua volta innervato dai molti stereotipi razzisti. L'Africa, più dell'Asia, sembra essere nel nostro racconto storiografico comune e consolidato sempre un'iperbole, un simbolo, un fascio di pretesti che serve come liquido di contrasto per evidenziare quello che l'Europa fa.   Igiaba Scego: Io ho letto anche Il Rinoceronte d'Oro di Fauvelle e mi ha strappato un sorriso quando racconta di Zhenh He, grande ammiraglio della flotta cinese, che raggiunge l'Africa,...

Mario Isnenghi / Ritratto dello storico da vecchio

Occasionata dai vapori delle Terme euganee da lui scoperte di recente, mentre si rilassa tra piscine calde e saune scenografiche, la memoria si scioglie e Mario Isnenghi, il celebre professore di storia contemporanea in pensione, autorità internazionale e quasi star mediatica nel “grandeguerrismo”, torna indietro nel tempo e, con il recente Vite vissute e no. I luoghi della mia memoria (Il Mulino, 2020) ci racconta la sua vita. Ha sempre cercato di viaggiare, del resto, fin da ragazzo, in giro per il nostro paese, e oltre. Stavolta, sfoglia il calendario all’indietro. Ebbene, prendete Il paese dei Mezaràt (2002) di Dario Fo, epopea sulla prima infanzia dell’attore figlio di ferroviere attorno al lago Maggiore, e Il Regno (2014) di Emmanuel Carrère, scrittore francese che descrive la conquista del suo laico disincanto. Mescolate con garbo il tutto ed ecco queste madeleines. Quanto al primo aggancio, qualche perla dialettale alla Meneghello, il “giro del paleto” (dove passa la Regata sotto la sua casa in affitto sul Canal Grande di fronte alla Stazione) “pòpo,” “putelott” e i “piazzaròi” (partigiani comunisti) contrapposti ai “poaréti”, “faso tuto mi", “Oeghel”, ossia Hegel tra i...

Delusione americana / Offutt, Il fratello buono

“La luce della luna si stendeva sulla terra scura. Virgil si ricordò delle sere che era rimasto con Boyd sulla veranda, cercando di seguire l’arrivo del buio. Boyd pensava che ogni molecola d’aria diventasse più scura, e, come quando si guarda la neve che si accumula, fosse possibile assistere in diretta al cielo che diventava nero”. Chris Offutt ha più volte dichiarato la sua ammirazione per Cesare Pavese, lo considera un maestro e fonte d’ispirazione, essendo un lettore di entrambi (nessun paragone tra i due, si capisce) ho cercato nelle storie dello scrittore del Kentucky qualche riferimento pavesiano e, qualche volta, mi è parso d’averlo trovato. Le descrizioni, pressoché perfette, dei paesaggi collinari, dei boschi, e poi, naturalmente, le poche parole e le solitudini di questi personaggi malinconici e cupi che saltano fuori dai racconti, dai romanzi, fino al memoir sul padre; in tutto questo c’è qualcosa di Pavese mista alla cattiveria del racconto americano. Ma è nel romanzo appena uscito in Italia, Il fratello buono (minimum fax 2020, traduzione di Roberto Serrai) che ho visto delineati alcuni meccanismi di Pavese.  “Quando il sonno lo colse fu come se annegasse”....

Accademia Unidee / Immaginazione, creatività e progettualità

“L’immagine fantastica ha la sua verità, con la conseguenza che essa reagisce realmente, e realmente e potentemente resta imbrigliato chi si lascia vincolare…”, dice Giordano Bruno (1986, p. 175) nel De Magia. Il margine è lo spazio dell’immaginazione, della pensabilità, della progettualità. Non può essere inteso come una linea, come un confine, pena la perdita della sua stessa generatività. La zona smilitarizzata nell’esperienza della guerra è un margine che consente di interromperne la distruttività. Le strategie non violente di interposizione sono una via per valorizzare il margine, inventando una possibilità dove non sembrerebbe pensabile. Il margine è perciò uno spazio e un tempo per il movimento e il movimento è uno dei caratteri costitutivi del vivente. È determinante per riconoscere la vita e distinguerla dalla morte, così come è strettamente connesso all’apprendimento e alla creatività umani. In quanto connesso al movimento il margine è il luogo del gioco, dove si può entrare e uscire, consentito a chi gioca per far emergere qualcosa che prima non esisteva.   Ricreare il gioco è infatti un modo per evitare la scomparsa del margine di relazione, di emancipazione, di...

Virus / Seconda ondata: l’angoscia

La seconda ondata è quella dell’angoscia. Lo è proprio perché non ci coglie impreparati. Era, infatti, attesa. Per essa ci si era attrezzati, come i francesi avevano fatto dopo la prima guerra mondiale, erigendo ai loro confini una sofisticata linea difensiva (la cosiddetta linea Maginot). Quella linea, come è noto, fu poi aggirata con irrisoria facilità dall’esercito tedesco all’inizio del secondo conflitto. Il suo crollo è diventato paradigmatico, assumendo un senso supplementare, un senso, direi, “metafisico”, che è quello che più concerne la situazione emotiva che stiamo vivendo. Il fallimento della ciclopica impresa difensiva è divenuto segno della discrasia che sempre sussiste tra l’attesa angosciata di un evento e il suo insorgere reale. Per quanto metodica, sofisticata e lungimirante possa essere l’attesa, tra di essa e l’evento pare esservi la stessa incommensurabilità che sussiste tra la diagonale e il lato del quadrato. Nessun numero intero o frazione di numero intero è in grado di portare quel rapporto ad espressione. L’angoscia è allora la Stimmung, la “tonalità affettiva”, generata dalla scoperta che c’è qualcosa di massimamente reale che però eccede l’ambito del...

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