Categorie

Elenco articoli con tag:

Fotografia

(716 risultati)

Mast Foundation for Photography Grant 2018 on Industry and Work / Fotografare è saper scegliere

Cosa fotografano i giovani selezionati da una giuria internazionale per il premio “Mast Foundation for Photography Grant 2018 on Industry and Work”, assegnato dal Mast di Bologna? Cosa si vede nelle loro immagini, così distanti per provenienza e temi affrontati? Le migrazioni, la corruzione, la vita sul fiume Po, l’uso del colore nella moda. E cosa le rende simili? L’intento di mettere in discussione la realtà. Criticare, o meglio, individuare il punto critico inteso come lo spazio di una instabilità. Poiché una fotografia, sembrano suggerire i giovani fotografi, se non rappresenta anche i confini di una scelta, rimane solo una porzione morta di spazio. Non è più sufficiente chiedersi, come faceva W.J.T. Mitchell, “cosa vogliono “davvero” le immagini?”, ma cosa cerca ognuno di noi nelle immagini che produciamo e che vengono incessantemente prodotte. Poiché guardare delle fotografie non equivale ad accumulare una moltitudine di istanti ridotti alla loro unicità temporale, significa ideare connessioni fra eventi lontani e intuirne le “possibilità strutturali”: tanto la contemporaneità, quanto il futuro del non-contemporaneo, ovvero di ciò che nell’immagine, dopo lo scatto, è...

Tempo di libri - maestri / Henri Cartier–Bresson

Per contribuire a un momento d’incontro, approfondimento e scambio come Tempo di Libri, la fiera del libro che si terrà a Milano dall'8 al 12 marzo, non abbiamo solo creato uno speciale doppiozero | Tempo di Libri dove raccogliere materiale e contenuti in dialogo con quanto avverrà nei cinque giorni della fiera, ma abbiamo pensato di organizzare dieci incontri: maestri che parlano di maestri. Sabato 10 marzo, alle ore 11.00, Ferdinando Scianna parlerà di Henri Cartier–Bresson.   Se penso a una definizione di Henri Cartier–Bresson, la più adatta mi sembra quella di specialista in evasioni. Non c’è prigione, fisica o intellettuale, nella quale abbiano cercato di rinchiuderlo dalla quale non sia riuscito a fuggire. Anche dal campo nazista nel quale era prigioniero evase. Lo ripresero due volte; alla terza riuscì. Un paio di settimane fa ha compiuto novant’anni. Anche questo anniversario, complicato da una celebrità che da oltre mezzo secolo lo accompagna come leggenda vivente della fotografia, lo vive come una prigione e si dibatte in cerca di vie di fuga. Che cosa diavolo significa, si chiede, un compleanno? Si muore e si rinasce ogni giorno.  ...

Ritratto di un quartiere / Palermo Brancaccio (parte terza)

Nota dal diario: Quinto giorno (il 26 giugno) mi trovo in un’altra zona di Brancaccio, quartiere che si espande su una grande area tra le pendici del Monte Grifone e le spiagge di Romagnolo e dello Sperone. Decido di andare a vedere la chiesa di San Gaetano appunto in via Brancaccio, dove era parroco Don Puglisi.   Ph A. Costa. Lungo il percorso avevo visto dei polli per strada che stavano al ridosso di una vasta area chiusa da un grande cancello semiaperto, ma non ero riuscito a fotografarli; si dileguarono mentre stavo per inquadrarli, spaventati da un’auto che usciva in quel momento. Allora proseguii per la mia destinazione iniziale: la chiesa, che però visto l’orario trovai chiusa. Percorsi a ritroso il pezzo di strada, sperando nel frattempo di incontrare i pennuti fuori nel piazzale, ma non si fecero rivedere. Aspettai invano. Tornai così alla parrocchia di Padre Puglisi; non era ancora aperta. Passai circa un’ora facendo avanti indietro tra il cortile dei polli che non uscivano dal loro rifugio per entrare nella mia inquadratura e il portone principale di San Gaetano che rimaneva sbarrato oltre l’orario solito di apertura.   Ph A. Costa. Poi finalmente ero...

Ricordo di un'amica / Angela Ricci Lucchi, artista e filmmaker

All'inizio, tutto si mette in moto grazie a una rosa:   Abbiamo cominciato entrambi come operatori visivi. Io ho studiato con Kokoschka a Salisburgo e nel 1972 ho fatto una mostra a Ferrara, presentata da Renato Barilli. Ero già molto interessata all'uso dei media e ho iniziato una specie di “inchiesta”, poi pubblicata per le edizioni Pari & Dispari, che consisteva nel porre a tutti una serie di domande essenziali: che cos'è la rosa per te? L'ho chiesto tra gli altri a Zavattini, che mi mandò una bellissima lettera. E l'ho chiesto anche a Yervant che avevo appena conosciuto. Lui aveva già fatto degli 8 mm, aveva esposto alla Galleria Cavallino di Venezia. Insieme abbiamo girato, a quattro mani, un film sui “pilastrini”, cioè sui piccoli altari dedicati alla Madonna disseminati nella campagna romagnola. E da lì tutto è cominciato.   Come rendere meglio l'idea di un incontro destinato a trasformarsi in un progetto di vita, sentimentale e lavorativo – le due cose fuse insieme? Il modo migliore è quello schietto di Angela Ricci Lucchi. Lo avete appena letto. Concreto, pragmatico, pronto ad accogliere aneddoti, e magari un po' sbilenco, lasciando trapelare sottotraccia...

Ritratto di un quartiere / Palermo Brancaccio (parte seconda)

Il secondo giorno di lavoro l’ho finito con lo scatto al calesse e i tre ragazzi sopra a condurre il cavallo. Il cavallo è una presenza ricorrente nel quartiere. Alcuni anni fa in questo stesso stradone mi ero trovato nel mezzo di una corsa clandestina di trotto. Stavo in auto con un amico, lui guidava; inaspettatamente sbucò un certo numero di motociclisti con le luci dei fanali accesi che arrivavano in senso contrario al nostro. Volevano fare largo gridando e suonando i clacson dei loro motorini, nessuno aveva il casco; ci costrinsero a manovrare verso il bordo della strada per schivarli, poi giunsero i cavalli al trotto agganciati ai calessi. Tornato a casa la sera, ho cominciato a stilare un promemoria sul lavoro, tanto per memorizzare strade e incontri.    Ph A. Costa. Dopo alcuni giorni che mi muovevo a Brancaccio apparentemente inosservato, ho avuto il primo contatto con i “guardiani” della zona, dei picciottazzi che mi chiesero se era tutto a posto. Ovvio che per me era tutto a posto. Gli dissi che stavo fotografando il loro quartiere e gli domandai se volevano essere fotografati pure loro, ma mi dissero che non avevano il cellulare e quindi non si fece...

Luoghi dove il sacro rompe i confini / Il sussurro degli dei

Where Gods Whisper è il titolo dell'ultimo libro della fotografa e giornalista polacca Monika Bulaj. Pubblicato dalle edizioni Contrasto con testo inglese e inserto in italiano, raccoglie immagini prese nel corso degli ultimi anni viaggiando lungo le terre di confine tra popoli, culture e religioni, dal Marocco all'Egitto, dall'Iran alla Siria, fino al Tibet, all'Afghanistan (a questo paese Bulaj aveva già dedicato un libro nel 2013, Nur: la luce nascosta dell'Afghanistan, definito dal Time uno dei migliori libri fotografici dell'anno). Fino a quello «specchio dell'Africa» che è l'isola di Haiti, dove il confine è l'intero Atlantico e i riti voodoo (grande spirito divino) fondono cristianesimo e antichissime religioni africane, celebrando la comunione tra vivi e morti, l'«incessante conversazione con gli antenati». Dove l'acqua diviene elemento centrale del culto, perché è attraverso l'acqua che finalmente tornano a casa, in Africa, i morti. Per le religioni animiste dell'Africa i morti non sono morti (come recita il titolo di una poesia del senegalese Birago Diop, alla quale si è spesso ispirato l'artista Bill Viola), non sono mai andati via, non sono sottoterra; il loro respiro...

Ritratto di un quartiere / Palermo Brancaccio

Il primo rullino di questo lavoro fotografico l’ho usato lungo lo stradone che corre parallelo alla ferrovia nella zona industriale del quartiere Brancaccio. Per chi arriva in treno nel capoluogo siciliano, l’ultima fermata prima dello stop a Palermo Centrale è qui in periferia, nella piccola stazione denominata giustappunto Palermo Brancaccio.   Ph A. Costa. La corsa del convoglio rallenta ormai prossimo alla destinazione. I vagoni passano a ridosso di palazzine basse attaccate l’una all’altra, stanno così vicine alla strada ferrata che dal finestrino ci puoi guardare dentro.   Ph A. Costa. Ora ho raggiunto il rione arrivando dal centro città, per cominciare a fotografare la zona industriale che presenta spazi aperti con le montagne sul fondo; alcuni cartelli colore grigio con scritte in giallo ne segnalano l’accesso lasciando intendere una separazione con il complesso abitativo.    Ph A. Costa. Le due aree sono divise da un viale e stando una di fronte all’altra compongono un grande rettangolo tra le pendici dei monti e il golfo a sud della città; la parte residenziale si affaccia al mare.     Ph A. Costa. Non ci sono industrie vere e...

14 febbraio 1992 - 14 febbraio 2018 / Conversazione con Luigi Ghirri: fotografare l'Italia

Ventisei anni fa, il 14 febbraio 1992, moriva Luigi Ghirri nella sua casa di Roncocesi. Non aveva ancora 50 anni, ma ha lasciato un'opera vasta e complessa. Per ricordarlo ripubblico l'intervista di difficile reperibilità che gli ho fatto nel marzo del 1984, nel momento in cui era stata appena inaugurata la mostra "Viaggio in Italia".    L’appuntamento è in piazza, a Formigine, e mentre aspetto Luigi Ghirri guardo la splendida Rocca. Non ero mai stato da queste parti e ignoravo l’esistenza di questo edificio medievale. Mi immaginavo Formigine uguale a decine di altri paesi dell’Emilia, paesi composti di palazzine, strade d’asfalto, ville neopadronali, sorte all’improvviso a rompere la geometria dei campi, un paesaggio vecchio di secoli. Sono i nuovi profili dell’Italia pensata e realizzata da torme di geometri, tutta uguale da Cantù a Bologna, da Tortona a Rovigo. Invece al centro di questo “regno dell’analogo”, così lo chiama Ghirri, c’è l’unico della Rocca. Come dirà poco dopo, lui non fotograferebbe solo il Castello, ma anche la tabaccheria che vi è di fronte. Del resto in una delle sue più belle fotografie il monumento della piazza di Formigine è visto...

13 febbraio 2013 - 13 febbraio 2018 / Gabriele Basilico. Pilastri e gonnelline

Nei primi anni ’80, dopo un periodo di viaggi e di grandi aperture, Milano mi aveva ripreso, mi aveva richiuso in sé; ce l’avevo intorno, addosso, e mi sfuggiva. Era il luogo, per me, dello spaesamento più nero e della più scialba abitudine, dell’ovvio e della vertigine. Giravo a caso per strade, sterri e piazzali con la mia polaroid: tentavo di fermare il delirio silenzioso delle facciate, degli scavi, dei muri ciechi; e intanto (non sono un fotografo) cercavo di mettere in parole che cosa questo risaputissimo visibilio volesse dire. Ne ho già scritto altre volte. Quello che non ho mai scritto è come il mio affannato parlare al muro mi abbia fatto incontrare, a un certo punto, le immagini di Gabriele Basilico.      I miei ricordi, in genere, sono imprecisi e nebbiosi; quello della mostra al Padiglione di Arte Contemporanea, Milano. Ritratti di fabbriche, è limpidissimo. Era il 1983. Dovevo avere già visto qualche anno prima (credo alla galleria Il Diaframma) un’altra sua mostra; ma furono quei “ritratti” di intonaci tettoie e ciminiere a rivelarmi davvero l’arte di Basilico, a farmela sentire vicina, parlante.  Agli aspetti documentari, urbanistico-...

Sacro e profano nella fisicità del sesso / L'occhio magico di Carlo Mollino

Cosa non dovesse essere la fotografia, Carlo Mollino l’aveva ben chiaro in testa: “ …desolanti schiere di ingranaggi, moltitudini di barili o cuscinetti a sfera in fuga prospettica, cacce astratte di trasparenze di cristalli su sfondo nero, “tipi caratteristici” quali vecchi marinai visti di schiena o di tre quarti, con e senza pipa, più o meno intenti a rattoppar reti, città indaffarate sotto la pioggia, che si sommano ai sempre vivi soggetti di ieri: nudi più o meno unti e lucidi e più o meno in gruppo, in posa di danza ritmica, ragazze in costume di qualche luogo viste di scorcio dal basso, uomini in nero seduti al sole nella piazza del paese, tramonti controluce sul mare e sul lago con e senza barche ormeggiate, giochi d’onda e di spuma, colonne di chiostro con o senza pozzi e soprattutto suore e frati, acrobati di varietà in funzione, “felze” e dentiere di gondole con gioco di riflessi, scene di porto, cuccioli e gatti, e infine ancora e sempre il “bric-à-brac” steso sul selciato o sulla bancarella del rigattiere, fiori bianchi in vaso di cristallo, fiori bianchi o spighe mature al vento”. La citazione proviene dal libro di grande formato (e riccamente illustrato, come...

Imm’ Expo. Studio ed esposizione / Ad una certa ora del mattino

Come i lettori di doppiozero sanno Imm’ è una collana editoriale che si occupa dell’immagine in tutte le sue accezioni e ambiti (arti, cinema, fotografia, filosofia...), partendo dal presupposto che occuparsi di immagine non vuol dire soltanto prenderla ad oggetto del proprio studio e operare, ma che questo comporta anche di adattare ad essa i propri strumenti e argomenti, il proprio pensiero. Ogni volume è composto da contributi di diversi autori di diverse discipline, ordinati, ovvero “montati”, dalla regia dei curatori Elio Grazioli e Riccardo Panattoni. La singolarità della collana consiste in particolare nel progetto di legare ogni volume al seguente in un percorso che non si interrompe e cresce su se stesso, intrecciando di mano in mano questioni teoriche a motivi di attualità. Così dal “not straight” del primo volume, che indagava il rapporto tra “documento, piega e inganno”, secondo l’ottica del “non diretto”, come indica il titolo, della non presunta oggettività della registrazione, si è passati nel secondo volume alla “sovrapposizione”, modalità complessa e pur peculiare dell’immagine del rapporto non solo tra due o più immagini ma anche dell’immagine in se stessa,...

Le immagini raccontano il terrore / Nagasaki, Papa Francesco, Yamahata

Pochi giorni fa sull’aeroplano che lo conduceva in Cile Papa Francesco ha fatto distribuire un’immagine scattata da un fotografo americano, Joseph Roger O’Donnell a Nagasaki nel 1945. Raffigura un ragazzo che porta sulla schiena il fratellino legato con corde. Il bambino è morto a causa del bombardamento atomico sulla città giapponese e il giovane lo sta portando a far cremare; così almeno le didascalie sui quotidiani del 16 gennaio. Insieme all’immagine ci sono delle frasi scritte da Francesco: “Il frutto della guerra”. E ancora: “La tristezza del bambino solo si esprime nel suo gesto di mordersi le labbra che trasudano sangue”. Poi: “Commuove più di mille parole”.  Tra le foto scattate da Yosuke Yamahata, il primo fotografo che si recò a Nagasaki il giorno successivo allo sganciamento della bomba su incarico del governo giapponese, c’è un’immagine analoga. Si tratta del ritratto di Inoue Nirimichi e del fratello Masaki. Il più grande ha 18 anni, il piccolo 6; questi si regge con una doppia cinta alla schiena del grande. La medesima postura della foto dell’americano. Il loro viso è sporco di sangue; quello del bambino è ricoperto del sangue della madre, che aveva cercato di...

Il suo Atlante al MAXXI / Luigi Ghirri: memoria e infanzia

Il primo Atlante è un poema visivo concepito da Claudio Parmiggiani insieme a Emilio Villa e Nanni Balestrini nel 1970. Si tratta di un mappamondo di plastica sgonfiato, accartocciato e stirato, che Luigi Ghirri fotografa in una sequenza d’immagini incluse nel volume di Ennery Taramelli Memoria come un’infanzia. Il pensiero narrante di Luigi Ghirri (Diabasis, 2017). In quel periodo il fotografo abita a Modena dove lavora come geometra. Ha un vicino di casa, Franco Guerzoni, un artista che l’ha introdotto nel giro dei poeti e degli operatori visivi che ruotano intorno alla neoavanguardia e alle piccole riviste stampate tra Modena e Reggio Emilia come “Malebolge”, che annovera tra i suoi animatori Adriano Spatola e Corrado Costa. Poco lontano, a Bologna, c’è poi Luciano Anceschi con il suo “il Verri”, deus ex machina del rinnovamento letterario e poetico. Tra gli artisti modenesi Ghirri conosce ben presto Giuliano Della Casa, inventivo autore di performance visive legate al libro. Luigi realizza per lui una serie di scatti; saranno parte importante di un volume intitolato Della casa (1971), che ritrae in successione l’androne e le scale dell’abitazione di Della Casa, fotografie che...

Woody Allen, “La ruota delle meraviglie” / I sogni nel cassonetto

Fra i registi contemporanei, forse nessuno riesce a mettere in difficoltà il recensore quanto Woody Allen. Da una parte per via della sua inarrestabile prolificità (un film all'anno da quasi cinquant'anni: una regolarità impressionante); dall'altro,per l'assoluta trasparenza di ciascun lavoro e la sostanziale “prevedibilità” delle scelte tematiche e stilistiche (e quante volte abbiamo letto o sentito dire che “Allen fa sempre lo stesso film”?). Un unicum di cui spesso è difficile rendere conto senza rifugiarsi nello schematismo “sì/no/ni”.       Prendiamo questo La ruota delle meraviglie. Uscendo dal cinema con alcuni amici, ci scambiamo pareri a caldo, ma il copione è già scritto: uno dice che il film è bolso, un altro replica che non ha senso definirlo così, un altro ancora che è tutto sommato meglio del precedente. Dopodiché si passa ai confronti: c'è chi confonde i titoli (Magic in the Moonlight è venuto prima o dopo di Blue Jasmine?) e chi ammette sottovoce di averne perso qualcuno per strada (qualcuno si ricorda di Sogni e delitti?). In ultimo, si intona la solita commemorazione al personaggio Allen e al suo cinema che fu. Commemorazione inevitabilmente...

Palazzo Reale, Milano / James Nachtwey. Memoria

“Un uomo si propone il compito di disegnare il mondo. Poco prima di morire, scopre che quel paziente labirinto di linee traccia l’immagine del suo volto”, scriveva J.L. Borges. Cosa si delinea sul volto del fotografo James Nachtwey? Una mappa fatta di dolore, un viaggio senza ritorno nei posti peggiori della Terra. È questa la sua memoria, una linea del tempo infinita su cui si collocano conflitti, guerre e morte: una strada di Kabul invasa dalle macerie, il fantasma di una donna avvolta da un burka, i frantumi dell’11 settembre, il cecchino appostato nella stanza di una casa. E molto altro. C’è qualcosa di crudele nella memoria di Nachtwey. Non vi è traccia di riscatto religioso, politico o storico. Solo disincanto. Essa delinea un percorso dove la storia dell’uomo va disgregandosi anziché costruirsi nel suo cammino. La morte, la violenza e la miseria non smettono di esistere. La storia si fa ancora con le mine antiuomo e i machete. Il fotografo può solo attraversare il mondo facendo esperienza della sua precarietà e di quella della condizione umana: chi muore e chi guarda la morte.   James Nachtwey, La torre sud del World Trade Center collassa in seguito allo schianto dell...

Spettatori nei musei / Mulas prima di Ghirri e Struth

Ugo Mulas, tra il 1959 e il 1961, rivolge la sua attenzione sull’avvento di un pubblico di massa dedito alla fruizione dell’arte negli spazi museali. D’istinto coglie i dipinti nei musei e nelle gallerie come fossero fotografie, e fotografandoli innesca un parallelismo concettuale fra i due medium. Coglie i visitatori mentre guardano le opere esposte, e intuisce una nuova variante del ritratto di gruppo: da un lato persone in carne e ossa, dall'altro ritratti pittorici e sculture.   Ugo Mulas, Russia (1960), Courtesy Galleria Lia Rumma.   Le figure dipinte e i loro spettatori vengono fissate nell’unità di un collegamento significativo e significante. Mulas dà visibilità al momento esatto in cui si esprime un modello di fruizione estetica. In Russia (1960) ritrae un gruppo di persone di spalle, colto mentre è in relazione col grande telero esposto in una sala del museo. I due piani, quello degli spettatori e quello del soggetto nel dipinto, sembrato diventati tutt’uno, fusi in una nuova immagine, formidabile, tanto che d’acchito pare un collage concettuale. In questa intuizione sembra realizzarsi “il miracolo delle immagini che creano se stesse” (A.C....

Cosa resta di Caravan? / Michael Asher e i ladri di roulotte

Una roulotte sospetta   Estate 1977, una roulotte parcheggiata in una strada di Münster davanti al Landesmuseum. Si tratta di una Hymer-Eriba Familia modello BS di quattro metri con le tende tirate, la porta chiusa e senza traino. Niente di memorabile.  Estate 1987, la stessa roulotte ricompare nelle strade di Münster, nello stesso punto. Qualcuno ricorderà vagamente la coincidenza, qualcun altro noterà che, malgrado nessuno viva al suo interno, la roulotte non sembra abbandonata. Infatti a intervalli regolari, ogni lunedì, giorno di chiusura dello Skulptur Projekte, spunta fuori in un angolo diverso della città. Estate 1997, la coincidenza si ripete, così come nell’estate 2007. A quel punto tutti conoscono Caravan, il progetto dell’artista losangelino Michael Asher, l’unico ad aver partecipato a tutte le edizioni dello Skulptur Projekte, e questo sebbene non vi fosse alcuna indicazione che quella roulotte fosse una scultura.   Michael Asher è scomparso nel 2012 e l’ultima edizione della mostra gli ha reso omaggio con un prezioso focus installato sul mezzanino del LWL-Museum für Kunst und Kultur (Double Check), che ripercorre la sua collaborazione quarantennale con...

La fortuna della fotografia / Il Sudafrica di Jodi Bieber. Tra luci e ombre

English Version     Jodi Bieber è diventata internazionalmente nota nel 2011, quando il suo ritratto di Bibi Aisha, la giovane donna afghana cui i talebani avevano mozzato orecchie e naso, fu pubblicato in copertina dal Time e vinse il World Press Photo. «Un premio che in realtà non mi ha procurato più soldi o più lavoro, ma mi ha permesso di viaggiare, incontrando tante persone e confrontandomi sul modo e il senso dei miei progetti e della mia militanza».  Nelle immagini di Bieber le linee tradizionali che separano intimismo, cronaca e visual art si stemperano fino a scomparire. Il silenzio delle gemelle Ranto, lo scatto che apre Between Darkness and Light (la personale curata da Filippo Maggia per la Fondazione Carispezia, che ci ha dato l’occasione per intervistarla, www.fondazionecarispezia.it) rende bene l’idea. «Ho incontrato le gemelle a un matrimonio tradizionale a Zeerust. La loro mamma mi disse che non amavano parlare e io per tutto il tempo mi sono chiesta come mai» spiega nella chiosa. Ancora meglio rendono l’idea i ritratti delle donne condannate per avere ucciso i loro mariti, di cui parleremo più avanti: sono evidentemente costruiti e posati, ma al...

The Luck of Photography / The South Africa of Jodi Bieber. Between Darkness and Light

Italian Version     Jodi Bieber became internationally known in 2011, when her portrait of Bibi Aisha, the young Afghan woman whose ears and nose had been cut off by the Taliban, was published on the cover of Time and won the World Press Photo. “An award that actually did not get me more money or work, but which allowed me to travel, meet many people, and forced me to confront the true meaning of my projects and my activism.” In Bieber’s images, the traditional lines that separate intimacy, documentation and visual art fade and disappear. This clearly emerges from The Silence of the Ranto Twins, the photo that opens Between Darkness and Light (a solo exhibition curated by Filippo Maggia for the Carispezia Foundation, which gave me the opportunity to interview her). “I met the twins at a traditional wedding in Zeerust. Their mother told me that they did not like to talk, and I kept asking myself why,” she explains. The portraits of women condemned for killing their husbands are even better examples, as we will discuss later: they are constructed and posed purposefully, but at the same time constitute an extraordinary and precise reportage, a documentation, a cross-...

Conversazione con Federica Sasso / Anoressia, fotografia e cura

Quest’anno a Lodi, dal 7 al 29 ottobre, si è tenuto, come di consueto, il Festival della Fotografia Etica. È un appuntamento unico nel panorama italiano e l’obbiettivo è raggiungere la coscienza della gente raccontando il presente. Un presente che Calasso chiamerebbe “l’innominabile attuale”. Un tempo caratterizzato dalle scissioni, geopolitiche e spirituali; caratterizzato dalla transitorietà delle cose. Ecco che, all’interno di questo paradigma, la fotografia, forse, più di altre arti-tecniche, riesce a cogliere l’intima essenza di alcuni eventi del mondo. Da una parte le guerre che dilaniano la quotidianità, la morte, il massacro, la tensione di carne e ferro; dall’altra, invece, per alcuni fotografi, c’è il desiderio e il tentativo, decisamente non scontato, di raccontare le piccole realtà, gli uomini e le donne che se ne stanno fuori dal cono d’ombra mediatico. Persone che, infine, si portano sulle spalle problematiche, esigenze e desideri che, probabilmente, sono anche simili a quelle di tutti noi. Federica Sasso, fotografa di Fabrica, quest’anno era la special guest del Festival. Reduce dalla vittoria del “Premio Voglino” per Sick Sad Blue, le ho fatto qualche domanda a...

Archiearis parthenias / Una rara falena a volo diurno

Era stato, come sempre, un inverno freddo, ma non gelido e, come sempre, si attendevano con ansia le gradevoli giornate del mese di marzo per le prime sortite sotto il sole tiepido di fine inverno alla ricerca di qualche insetto e soprattutto delle vanesse che svernano dove possono e, non appena la temperatura sale a livelli accettabili, escono felici con il loro volo planante ed elegantissimo. Ogni anno si seguiva questa routine che serviva anche a sgranchire gli arti dopo il letargo tanto detestato e a sferrare qualche volée con il retino riacquisendo quella dimestichezza perduta al freddo del grigio inverno. Si saliva a volte sui colli vicini, nella zona detta “Terre rosse”, un ambiente incontaminato e silenzioso dove il rosso e l’ocra del suolo argilloso si confondono e si mescolano con il bianco un poco sporco dei nudi tronchi di betulla e con il bruno giallastro dei rami ancora privi di foglie. Infatti, i primi germogli in questo inizio di stagione paiono assumere una tinta giallognola in attesa della poderosa esplosione di verde freschissimo che si osserva qualche settimana più avanti e che introduce con toni brillanti la piena primavera.     Con l’amico Piscopo...

Progetto Jazzi / Desiderio di paesaggio

Continua l’intervento di doppiozero a sostegno del Progetto Jazzi, un programma di valorizzazione e narrazione del patrimonio culturale e ambientale, materiale e immateriale, del Parco Nazionale del Cilento (SA).   Michael Jakob è uno dei maggiori studiosi di storia e teoria del paesaggio. Insegna al Politecnico di Losanna (EPFL) e presso la Scuola di Ingegneria di Ginevra-Lullier e Lettere Comparate nell’Università di Grenoble. Un novero di discipline ampio e ricco. Collabora inoltre a “Domus”, dove ha scritto di recente un articolo sulla capanna di Unabomber. Ha fondato e dirige la rivista internazionale Compar(a)ison, nonché la collana Di monte in monte, presso l’Edizioni Tararà di Verbania, dove sono pubblicati piccoli gioielli narrativi del passato dedicato al paesaggio; e presso l’editore Infolio (Losanna) la collana Paysages. Ha pubblicato numerosi volumi su questi temi: Aqua Vulpera (Infolio, Gollion 2004); Paesaggio e letteratura (Olschki, Firenze 2005); Walter Brugger. Architecte paysagiste (Infolio, Gollion 2005); Enzo Enea Private Gardens (Schmerikon/Zürich 2006); Guide des barrages suisses (Infolio, Gollion 2006); Paysage et temps (Infolio, Gollion 2007)....

Una modernità senza paletti / Davide Mosconi: moda, arte, pubblicità

Le foto “d’epoca” di Davide Mosconi, alcuni autoritratti in particolare, ci restituiscono l’immagine di un personaggio all’americana: il dandy che lavora freneticamente per alimentare un mondo leggero, persino superficiale, fatto di lunghe sessioni fotografiche tra una diva e una frequentatrice della Factory, tra una chiacchierata sulla moda e un’ubriacatura al bar. Quel mondo fatto di fama e ore piccole che doveva aver assaggiato, in seconda fila, lavorando come assistente nello studio di Richard Avedon, e che avrebbe riportato nel nuovo contesto della Milano da bere. Eppure, come le mostre della Galleria Milano avevano già dimostrato negli anni scorsi, dietro questa figura all’ultimo grido si nascondeva un artista concettuale profondo e sofisticato, che guardava da fuori, e criticamente, a quel mondo, del quale cercava di sfruttare le precarie possibilità di sostentamento economico, nonché il potenziale riutilizzo entro le dinamiche dell’arte.   Quello che risulta evidente, infatti, anche solo sfogliando rapidamente il nuovo libro di Elio Grazioli, o visitando la mostra presso la Galleria Milano, è come Mosconi lavori in questi due ambiti senza creare gerarchie tra di essi...

L’autonomia della fotografia / Tempo e memoria nelle immagini di Roberto Toja

  Cos’è lo scorrere del tempo? Nella Berlino riunificata, a ormai quasi trent’anni dalla caduta del muro, ciò che attrae il visitatore non è la parte occidentale il cui aspetto commerciale la rende omologata alle altre metropoli europee. Ad affascinare è quella parte orientale che per lungo tempo è rimasta immersa in un’atmosfera immobile dalla quale emerge una storia che ha toccato molti e che porta ancora i segni della Guerra fredda e della dominazione sovietica.   Questa parte della città è oggi inequivocabilmente il segno distintivo di Berlino. Rappresenta la rivincita di un luogo a lungo confinato dietro un muro culturale e politico oltre che fisico. Chi oggi visita Berlino rimane affascinato proprio dalla zona est, a dimostrazione di quanto la memoria sia un elemento persistente, tanto da far scattare il desiderio di voler essere testimoni di ciò che è accaduto. Questo aspetto introduce le motivazioni che hanno spinto Roberto Toja a recarsi a Berlino e che traspaiono molto chiaramente dalle fotografie raccolte nel libro Warum die zeit? (MFD Edizioni, 2017). Non la semplice volontà di documentare con un reportage l’attualità della vita, certamente più complessa...