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Parliamo d’altro / Diplomazia animale

Chi è il diplomatico? cosa fa? che ne è di questa figura apparentemente demodé, polverosa, emblema un po’ vintage del tempo che fu? L’arte della diplomazia è quella del mediare, barcamenandosi con le mezze verità, proponendo brandelli di menzogna ma soprattutto abbassando i toni, smorzando le asperità, i risentimenti, le ostinazioni delle differenti parti in causa. Obiettivo del bravo diplomatico è quello di evitare i conflitti, negoziando, patteggiando, proponendo soluzioni tanto parziali quanto efficaci là dove gli altri vedono soltanto vicoli ciechi, destini ineluttabili. Per farlo, costui deve conoscere molte lingue e saper transitare con estrema disinvoltura dall’una all’altra, traducendo all’impazzata non solo parole e grammatiche, fonetiche e sintassi, ma anche assetti culturali, sistemi di valori, ideologie e affetti. Talleyrand portò con sé, al Congresso di Vienna, il grande pasticcere Antoine Carême, che preparò gustosissimi manicaretti per gli ambasciatori di tutta Europa, rabbonendone gli animi verso la Francia perdente. Così come Cavour, per assicurarsene l’alleanza contro l’Austria, mandò alcune simpatiche signore piemontesi a far visita a Napoleone III.   Del...

Su Netflix / Tiger King, Trump e i simulacri

L’inglese ha un’espressione, guilty pleasure, che in italiano è solo parzialmente resa dalla traduzione abituale: “piacere proibito”. Se nella formula italiana si associa il piacere, molto cattolicamente, alla violazione di una regola o prescrizione, in quella anglosassone, particolarmente viva in America, l’esito è diverso. Il piacere che si prova dalla visione di un prodotto basso, trash, è “guilty”, letteralmente: “colpevole”. La valenza che siamo soliti associarvi è semplice: ci si sente in colpa del godimento ricevuto da una forma di intrattenimento volgare, facile, grossolana eppure diabolicamente appagante.    Qui, parlando di Tiger King, uno degli show di maggior successo mai pubblicati in questi anni di video on demand, proverò a riflettere sull’espressione in un significato ulteriore. Il piacere che produce è colpevole non solo in senso psicologico ma morale. E la sua colpa è presto detta: contribuire disinvoltamente alla normalizzazione di profili e comportamenti che avremmo, fino a poco tempo fa, definito aberranti. Reggetevi forte: c’entra anche Trump, e non di striscio.        Alcune parole per inquadrare l’oggetto per i pochi che...

Protezione / La nostalgia dello stato

Quando a scuola si studiano le epoche passate, impariamo ad articolare certi snodi nella storia dell’umanità attraverso le guerre, le pesti, le rivoluzioni. Sono i capitoli dei manuali; dove siete arrivati? Alla rivoluzione francese oppure alla seconda guerra mondiale. Tendiamo ad ancorare lì i mutamenti.  Anche per questo strano allenamento, perché ovviamente c’è vita e società anche dove e quando non c’è guerra o peste, cioè per la maggior parte del tempo, ci si aspettano dei significati importanti dalla pandemia del virus corona che in questi mesi attraversa il mondo. Immaginiamo che si possa dire prima e dopo, riallineare qualcosa che appare sfuocato da molto tempo. Ma cosa? E soprattutto: cosa stiamo chiedendo davvero? Perché vorremmo che le morti, la clausura di questi mesi, avessero un significato? Certamente la violenza verbale, razzista e in generale intimidatoria, delle destre, e la resistenza delle sinistre nel mondo, da diversi anni in Europa purtroppo spesso mite e confusa, tendono da una parte e dall’altra a sfumare in una dabbenaggine pre-elettorale. La comunicazione politica, assordante nella sua afasia, pare girare intorno a qualche punto percentuale che va...

Protocollo internazionale degli errori / Lockdown in Cina

Buona questa. Un amico poeta di Singapore la racconta su facebook: “Mi sono appena preso delle belle sputazzate da due ciclisti senza mascherina che parlavano a voce alta con accento british. Mentre tornavo a casa per lavarmi (rinunciando al mio giro al supermercato), sono stato inondato di nuovo da un altro gruppo di ciclisti senza mascherina, che parlavano a voce alta in italiano. What. The. Hell.” Del mio amico non mi va di fare il nome perché son tempi grami, questi. È uno dei poeti più importanti della generazione dei quarantenni nel piccolo paese del sudest asiatico, affianca alla scrittura un brillante lavoro di promozione della letteratura locale. È uno bravo insomma. Sono colpito dalla voglia evidente di mettere alla berlina comportamenti expat non confacenti al lockdown imposto a Singapore, meno forte del nostro perché lì si fa affidamento sulla responsabilità individuale. L’accenno al fatto che, dopo la sensazione di essere stato bagnato in faccia da gocce di saliva altrui, decida di tornare a casa a lavarsi, racconta abitudini igieniche dalle quali noi europei siamo ancora lontani. In ogni caso il tono del post è sorprendente, inatteso, simile a quello delle frasi...

Case / Ripensare l'abitare

In queste ultime settimane (ormai siamo entrati nella sesta) si sono moltiplicate sui giornali e nell’infinita giungla dei social, le immagini, le parole, i suoni e le testimonianze provenienti dall’universo domestico in cui più di metà dell’umanità vivente è reclusa. Si tratta di un fenomeno planetario come mai era avvenuto nella nostra Storia: quattro miliardi di persone, distribuite lungo i cinque continenti, totalmente connesse, chiuse in casa. È un’esperienza di cui coglieremo la potenza simbolica ed emotiva solo nei prossimi tempi, quando ricominceremo a uscire per strada. Solo allora i risultati di questo trauma individuale e collettivo globale emergeranno, decretando un cambiamento d’uso e percezione dei luoghi che sarà tutto da comprendere, decifrare ed elaborare.   Per il momento la casa è una prigione dorata per tutti quelli che dichiarano che stanno benissimo isolati e che non uscirebbero più; un buon ritiro per i fortunati che hanno deciso di rifugiarsi in campagna in attesa che l’epidemia finisca (una memoria nobiliare e contadina evidentemente appena assopita); un denso recinto familiare in cui si sono costruite lentamente complesse relazioni territoriali ed...

Presuntuosi e impreparati / Allarmi inascoltati

Nella conferenza scientifica “Ambiente e virus a mutazione genetica” che si tenne a Long Island a metà degli anni ‘80, Edwin Kilbourne – uno dei più importanti virologi americani, morto nel 2011 – propose un contributo inusuale. Kilbourne immaginava la possibilità che un nuovo pericolosissimo virus emergesse nel mondo, un virus più contagioso, letale e difficile da controllare di tutti i virus allora conosciuti. Kilbourne lo chiamò MMMV (Maximally Malignant Mutant Virus) e ne descrisse le immaginarie caratteristiche. MMMV aveva la stabilità nell’ambiente dei poliovirus, l’alto tasso di mutazione dei virus dell’influenza, la capacità di spillover del virus della rabbia e la lunga potenzialità di latenza dell’herpes virus. Ancora, si sarebbe trasmesso attraverso l’aria e replicato nelle basse vie del tratto respiratorio, come l’influenza, e avrebbe potuto inserire i propri geni direttamente nel nucleo delle cellule ospiti, come l’HIV.    Ora, SARS-COV-2 non è naturalmente il mostruoso virus immaginato da Kilbourne quarant’anni fa, ma diciamo che ci si avvicina: viaggia nell’aria con le goccioline di salive (droplet), rimane attivo a lungo sulle superfici e si moltiplica...

Pensatori acrobatici e funamboli / Il virus che sfugge alla presa dei saperi

L’antropologo Clifford Geertz parla dell’uomo come di “un animale sospeso a ragnatele di significato che lui stesso ha filato”. Che cosa accade quando la trama di queste ragnatele viene lacerata? Non è difficile immaginarlo, è già accaduto, e non smette di accadere: l’animale-uomo precipita, con le sue costruzioni e i suoi azzardi mentali, nell’abisso che da sempre è aperto sotto i suoi piedi.  Augusto Placanica, storico e filosofo delle catastrofi, parla di un’onda lunga dei terremoti, un effetto a distanza, una crepa invisibile nel tessuto del pensiero, che spinge a riconsiderare il suo ambito d’azione e le sue stesse possibilità. Prendiamo il terremoto di Lisbona del 1755, di cui ha recentemente parlato anche Gabriele Pedullà su “L’espresso” del 19 aprile. Nel 1751, inizia la grande fioritura dell’Illuminismo, con il monumentale disegno dell’Encyclopédie diretta da Diderot e d’Alembert. La luce dei Lumi comincia a diffondersi fino al momento in cui, nella città di Lisbona, alle 9.30 del 1 novembre, la terra trema, torna l’oscurità, e la Storia pare scivolare all’indietro. L’orizzonte si fa buio: “Che può lo spirito vedere all’orizzonte? Nulla: il libro del Destino si...

Calpestare lo spazio pubblico / Controcanto per la città in attesa

Scrivo dalla città di Lorenzo Da Ponte, la mia, Vittorio Veneto.  Anche qui è ammutolente, biblica e fulminea questa transizione dalla febbre del nomadismo urbano a quella statuaria del coronavirus, e il paventato nesso causale tra inquinamento dell’aria e diffusione della pandemia mi inquieta. Siamo tutti bloccati sulla soglia di casa, o alla finestra sulla città. Negli occhi le immagini che da bambini fissavamo per ore sopra lo schienale del treno, quando ancora la fantasia superava la realtà e quegli scatti puliti di luoghi svuotati (non vuoti) sembravano figli della sola estetica fotografica. Quello era per noi un viaggio nel viaggio, sovrapposti com’eravamo tra la città di partenza, le tante “città del treno”, la città in transito fuori dal finestrino e la città di arrivo.    In questi giorni è facile giocare con la macchina del tempo, tornare a quelle immagini e interrogarsi se sia il nostro stesso modello urbano a colpire; se sia sufficiente condannare i decenni passati (non noi …) per aver prodotto città troppo fordiste e poco ambientaliste, troppo grigie e poco verdi, troppo ciniche e poco civiche. Il dubbio è legittimo, le battaglie ambientaliste e le...

Pensiero divergente / Svezia e Corea: due modelli

Cosa può insegnarci il modello Svedese? di Simone D'Alessandro   La spinta gentile contro la cultura dell’autoreclusione sorvegliata   Quando è scoppiata l’emergenza Covid-19 in occidente, le nazioni Europee hanno preso strade differenti, condizionate dai propri riferimenti etici, valoriali e culturali: paesi come l’Italia, la Spagna, la Grecia – successivamente Francia, Danimarca, Norvegia e Finlandia – hanno deciso di fare il cosiddetto lockdown, consistente nel chiudere gran parte delle attività economiche e isolare i focolai, invitando la popolazione a restare a casa, optando per un approccio morale deontologico universalista. Si è deciso di seguire la massima universale: tratta le altre persone come fini in sé e mai come mezzi per un fine, perché ogni vita è unica e merita di essere salvata. Nel fare questo le nazioni sono state evidentemente influenzate dal dettato costituzionale, derivato dal retaggio culturale cristiano e dalla teoria morale deontologica kantiana, consistente nella volontà di prendersi cura di tutti, prescindendo da età e condizioni di salute pregresse.     Al contrario il Regno Unito ha, inizialmente, optato per un modello basato...

Hsieh Tehching, la reclusione come arte / Il tempo in gabbia

La gabbia di legno, tre metri per tre e ottanta, per due metri e mezzo d'altezza, delimita un angolo del piccolo appartamento. Dentro c'è soltanto una brandina, un lavandino e un secchio. Disteso sulla brandina, un giovane dai tratti asiatici vestito di bianco, con un nome e due numeri stampigliati sul petto: Sam 93078, Hsieh 92979. Si direbbe un prigioniero in carcere, ma quella non è una prigione e il giovane non è stato arrestato.     Siamo a New York, nel 1978. L'appartamento è al piano terra, nel vecchio quartiere industriale a sud di Canal Street che solo da qualche anno aveva cominciato a essere chiamato Tribeca e ad attirare artisti squattrinati. Anche il giovane sulla brandina è un artista, o meglio: un aspirante artista, molto squattrinato e molto emarginato. È un immigrato illegale, un taiwanese arrivato nella Grande Mela clandestinamente quattro anni prima. Per sopravvivere, senza documenti e senza nemmeno conoscere la lingua, aveva fatto lo sguattero dodici ore al giorno in un ristorante di Soho. E in quei quattro anni a lavare piatti e passare lo spazzolone sul pavimento, aveva continuato a rimuginare su come realizzare il sogno per cui era arrivato lì,...

Il comune e l’immune / Le mani e il respiro

“Dice il vero chi parla oscuro”, diceva Paul Celan. È tempo di domande che esplorino l’oscuro, che scrutino l’ombra delle nostre consolidate certezze. Nel divenire cosmopoliti, ci scopriamo rinculati nella solitudine deprivata persino dei contatti più elementari. Mani idealmente protese che non possono toccarsi non fanno una comunità. E l’ossimoro “comunità di solitudini” non tiene, perché non si è comunità senza corpi in interazione che diano vita a una molteplicità condivisa. Segni analizzatori ci vengono oggi proprio dal corpo che siamo, nel tempo in cui l’immune mette in discussione il comune e lo sospende a data da destinarsi. Volevamo una prova della biopolitica, ed eccola qui. Il “governo di tutti e di ciascuno” è in piena azione e il controllo dei corpi e della libertà di movimento è divenuto una questione igienica. Il rapporto tra psicoigiene e istituzione non è mai stato così evidente. Gli ambiti determinano le scelte e ognuno è condizionato dai contesti istituzionali. Non solo la salute dipende da questo, ma anche la libertà di azione e di movimento. È forse per far fronte alla naturale incompletezza individuale che la mano degli umani si protende, fin dalle origini,...

“Una malattia delle nostre idee” / Marco Aime, Classificare, separare, escludere

In un dibattito pubblico-mediatico ossessionato dal sensazionalismo e dall'emotività più irragionevole e infestato da sensibilità populiste, sovraniste, conservatrici, neo e post-fasciste, una questione sociale biologica e sanitaria come il rischio di diffusione di coronavirus Covid-19 si è fin da subito avvinghiato, in modo irrazionale e isterico, al tema della “razza” o dell'etnia. A partire dalla (probabile ma non certa) incubazione “cinese” la vicenda si è colorata di immagini razziste stereotipiche di promiscuità con il mondo animale e con la massa umana, di scarsa igiene e bassa qualità della vita, per poi assumere altre diramazioni che in ogni caso hanno a che fare con il tema del panico da contaminazione e con la metafora della purezza. Peraltro – sia inteso come un'aggravante – avallata da rappresentanti istituzionali, esponenti di partiti di estrema destra: inqualificabili l'uscita televisiva del governatore leghista del Veneto e la sua eco che lasciano esterrefatti per il tasso congiunto di ottusità e razzismo in un solo discorso – "tutti abbiamo visto i cinesi mangiarsi topi vivi" – ; la cosa ha suscitato giuste reazioni di sdegno e irritazione e conferma ulteriormente...

Progetto Olimpico 2020 / Sfruttamento politico delle Olimpiadi tra vita, economia e pandemia

  Falsa partenza   In Italia la notizia del rinvio delle Olimpiadi di Tokyo 2020 è arrivata il 24 marzo, presentata più che altro come un’importante notizia sportiva. Il focus sui media italiani era dunque centrato sull’aspetto sportivo, sugli atleti, giovani e veterani, che avrebbero dovuto partecipare ai Giochi, oltre ovviamente alla causa di questo rinvio storico, il coronavirus che tiene in quarantena l’Italia intera e gran parte del mondo da ormai diverse settimane. In Giappone invece la vicenda delle Olimpiadi è vissuta da qualche anno a questa parte in modo molto più complesso, non solo dal punto di vista sportivo, puro e innocente, ma su tanti livelli, sociale, politico, economico, ecologico, e anche scandalistico, ancora più di altri paesi che hanno ospitato in passato i giochi olimpici.  La sera del 25 marzo, all’indomani della decisione del rinvio olimpico, Yuriko Koike, la governatrice di Tokyo, ha convocato una conferenza stampa straordinaria insieme alle autorità mediche della metropoli, un evento sicuramente coordinato con il governo, dove ha riassunto la situazione del contagio del coronavirus sul territorio metropolitano mostrando un cartello...

La lettura di Riccardo Panattoni / Gli amori immaginari di Kim Ki-duk

Lo scorso gennaio, durante la cerimonia dei Golden Globe, Bong Joon-ho ha esortato il pubblico americano a «superare la barriera dei sottotitoli» per scoprire il meglio del cinema straniero, con parole che possono essere lette come un invito a sorpassare una soglia testuale, sede di differenze (e diffidenze) linguistiche ma anche culturali, oltre la quale l’esperienza della visione rivela la sua essenza universale: «I think we use only just one language: the cinema». Sulla rivista britannica Sight and Sound, commentando la scelta di affidare a Bong Joon-ho il ruolo di guest editor del numero di marzo, l’editoriale di Mike Williams richiama proprio questo concetto, e si riferisce al regista coreano come a uno dei «visionari più creativi» del cinema contemporaneo. Bong Joon-ho, dal canto suo, ha compilato una lista di venti registi emergenti intitolata “20/20 Vision”, introdotta da un’affermazione sorprendente: «Già nel vedere il secondo film di Wong Kar-wai, Days of Being Wild (1990), abbiamo forse potuto sognare nelle nostre menti In the Mood for Love (2000)».   La stessa intuizione può essere verificata su Bong Joon-ho, ad esempio sulla scorta dei ben tre episodi che in...

Ossessioni / Breve vita felice di Tom Ballard, alpinista

Tom Ballard. Il figlio della montagna, scritto dall’alpinista e scrittore Marco Berti, racconta la passione per le montagne e per l’arrampicata di un ragazzo che si distingueva per coraggio, riservatezza e senso dell’ironia; in un mondo, quello degli scalatori, caratterizzato da forte autostima e propensione all’esposizione mediatica, necessaria del resto per attirare sponsor.  Tom è morto il 25 febbraio di un anno fa, insieme a Daniele Nardi, sul Nanga Parbat; salire sulla cima di quella montagna scalando lo Sperone Mummery era stato l’obiettivo che li aveva accomunati.  Tom Ballard nasce nel 1988, a Belper in Inghilterra. Sua madre Alison Hargreaves era stata la prima donna a scalare l’Everest senza ossigeno e senza portatori; da sola aveva salito le sei maggiori pareti nord delle Alpi in una sola stagione, quelle rese celebri dal libro di Gaston Rébuffat, Etoiles et tempêtes – Six Faces Nord: Cima Grande di Lavaredo, Pizzo Badile, Cervino, Grandes Jorasses, Petit Dru, Eiger.  Era scomparsa il 13 agosto del 1995 mentre scendeva dalla vetta del K2, dopo averlo scalato con altri 5 alpinisti. Persero la vita tutti e sei a causa di una terribile tempesta di...

Louisiana / L’epicentro della pandemia

Siamo nel cuore della tempesta perfetta. Il nuovo punto caldo della pandemia è quaggiù in Louisiana e da settimane gli occhi dell’America sono puntati su di noi. Siamo la prova generale del disastro che minaccia di allargarsi all’intero Sud.  L’epicentro è New Orleans dove la mortalità sfiora quella di New York e gli ospedali sono ormai allo stremo. Il contagio è figlio delle parate di Mardi Gras che a febbraio richiamano in città un milione e mezzo di persone. Da lì è risalito verso il nord dello stato fino a Shreveport, la città dove vivo.  Pochi l’avevano sentita nominare. Finché di recente è balzata alle cronache nazionali come il test che gli Stati Uniti aspettavano. Shreveport non è una meta turistica né una bellezza nascosta. Ha avuto il suo momento di gloria a fine Ottocento come porto sul Red River e oggi è la capitale di una minuscola regione rurale.    L’attrattiva principale sono i grandi casinò lungo il fiume. Ci si viene per lo shopping, l’università, gli ospedali, il centro medico all’avanguardia. Per il resto è un punto qualunque nell’infinita costellazione di città e villaggi che compone la pancia dell’America.  Il fallimento del paese più...

Essere all'altezza / Il coronavirus come acceleratore di immanenza

Ogni evento è un acceleratore di ciò che è in atto. A sua volta e a suo tempo, ciò che è in atto è un evento o è stato un evento.  Ogni evento ha un suo ritmo, un suo decorso, una sua capacità di mobilitare gli altri eventi intorno a sé, da quelli più vicini a quelli più lontani, in misura diversa e magari minima, senza tuttavia lasciarne nessuno davvero intatto. Strana comunicazione di tutti gli eventi con tutti gli eventi. Strana coincidenza per cui ogni evento è in un certo modo ogni altro evento. Ma quella comunicazione non è piatta, senza differenziazioni, senza differenti velocità e linee di forza. Un grande evento, noi lo definiamo tale perché sembra intercettare gran parte degli altri, infletterne il movimento nella propria direzione, metterla al proprio servizio e nutrirsene. O magari relegare alcuni o molti altri ai margini della scena o nel dimenticatoio di ciò che è ormai privo di incidenza (ma anche questo essere relegati ai margini, non è forse una forma limite dell’essere intercettati dal grande evento, sicché nulla resta mai davvero fuori dall’evento e dalle sue differenti linee di accelerazione?).   E così il coronavirus è un evento, forse il maggiore...

Complex Tv / The Outsider, sul lato della paura

Outsider è chi sta fuori dal lato: immobile, o in movimento. Dal febbraio 2020 siamo quasi tutti usciti dai nostri lati di ordinaria percezione, chiudendoci nel vuoto delle nostre case: c’è qualcosa, là fuori. Non aprire quella porta. Siamo nel mood dello storytelling horror, non c’è dubbio; siamo nella paura, più che nell’angoscia, perché ora sappiamo addirittura come è fatto, il nostro piccolissimo killer, sappiamo delle sue puntarelle che si incastrano ben bene nelle nostre cellule e le accoppano. Nella timeline del romanzo The Outsider (2018, tradotto da Luca Briasco per Sperling & Kupfer) si comincia precisamente dallo sbalordimento, dal contrasto irrazionale provocato dalla contemporanea presenza in location lontane dello stesso individuo: questo innesco, che paralizza le indagini di polizia su un orrendo omicidio di un bambino ritrovato sbranato in un parco suburbano, fa accedere a un secondo stadio, quello dello smarrimento. Come è possibile che questo sia accaduto? Come è possibile che videoregistrazioni stradali, DNA, impronte digitali corrispondano? Che due diversi drappelli di testimoni giurino di aver visto lo stesso uomo in due luoghi distanti? Dallo smarrimento...

Cuba: una famiglia esplode nel paese imploso / Carlos Manuel Álvarez, Cadere

“Non cerchi di aggrapparti a niente, ti abbandoni alla corrente, come un corpo rotto, fino a che ti impigli in un giunco o qualche mulinello ti trascina o ti assesti su una secca, e poi l’ultima cosa che pensi è che è andata, ora ti addormenti, e che quello, che ora ti addormenti, è l’ultimo pensiero che fai, e che poi nella tua testa non ci sarà nient’altro, e poi, in effetti, non c’è nient’altro.” Una nuova generazione di scrittori attraversa e rinnova la letteratura sudamericana. Poeti, specialisti del cuento o del romanzo, hanno tutti tra i trenta e i quarant’anni, o poco più, conoscono la storia imponente e sofferta dei loro paesi d’origine, così come quella dei loro padri letterari e la rispettano, ma vogliono dimostrare che si può scrivere in maniera diversa. Scrittori come il colombiano Juan Cárdenas, l’uruguaiana Vera Giaconi, l’argentino Federico Falco, la messicana Brenda Navarro e la cilena Nona Fernández (di queste ultime due abbiamo parlato proprio su Doppiozero qui e qui), l’elenco potrebbe proseguire ancora  a lungo, mi limito ad aggiungere Carlos Manuel Álvarez, cubano, nato nel 1989, autore di Cadere (Sur 2020, traduzione di Violetta Colonnelli), un piccolo...

Hong Kong / Noi siamo la rivoluzione

Il libro di Joshua Wong, Noi siamo la rivoluzione, pubblicato da Feltrinelli, è un bigino utile a capire cosa è successo e cosa potrebbe succedere a Hong Kong (e di converso a capire la Cina, di cui in tempi di coronavirus si esalta la capacità di risposta all’emergenza dimenticando che l’emergenza è stata negata per più di un mese grazie al fatto che le voci dissidenti venivano censurate). Il Porto dei Profumi fu colonia britannica fino al 1997 e poi, a seguito degli accordi tra Regno Unito e Cina, fu ricongiunto alla madre terra con la definizione “un paese due sistemi”. Gli accordi prevedono un periodo quasi infinito, cinquant’anni, per completare il ricongiungimento.   Fino al 2047 Hong Kong godrà di uno statuto differente da quello della Cina, e quindi sono previste elezioni a suffragio universale – come mai si erano tenute sotto il governo della Corona britannica – un corpus legis differente, e l'autonomia del potere giudiziario: ad oggi, Hong Kong conserva una sua moneta, da Hong Kong è necessario un visto per entrare in Cina, ma di suffragio universale per l’elezione dell’Assemblea Legislativa e del cosiddetto CEO (!) ancora non c'è l'ombra, la libertà di espressione...

Rancore / I russi in Val Seriana

In queste settimane mi capita spesso di provare un senso di vertigine e l’abisso su cui mi sento affacciato non consiste tanto nell’epidemia che sta travolgendo le nostre comunità quanto nella cronaca che ne accompagna il dilagare. E’ come se la Storia che si sta svolgendo fuori casa nostra, raccontata ogni giorno in ogni dove, abbia finito per riguardarci sempre meno. Sentirsi fuori dalla Storia in cui – noi per primi – siamo immersi: altro che vertigini. Il 27 marzo, il sito del New York Times pubblica un lungo reportage con fotografie riportate anche dall'Espresso di domenica, sulla lezione che l’epidemia nella bergamasca può e deve rappresentare per il mondo intero. Lo sfondo nero di quelle pagine è un pugno nello stomaco: i giornalisti e i fotografi del NYT sono entrati negli ospedali, nelle case di cura e, insieme ai volontari della Croce Rossa, perfino nelle case degli ammalati. Le didascalie compaiono sulle foto in sovrimpressione: Alzano Lombardo, Pradalunga, Gazzaniga… Paesi a pochi chilometri da casa mia, dove io non posso entrare se non per “gravi e giustificati motivi”, finiti sulle pagine del principale quotidiano americano e, subito dopo, sugli smartphone e sui...

Navi / Wiligelmo e l’arca

La prima imbarcazione della tradizione ebraico-cristiana non è una nave: è l’arca di Noè. Agli inizi del XII secolo, sulla facciata del duomo di Modena, uno dei più grandi artisti del Romanico – Wiligelmo – deve fare i conti con il singolare racconto che ne fa la Genesi, il primo libro della Bibbia: scolpisce infatti una struttura che non assomiglia per niente a una nave.      Disgustato dalla cattiveria degli uomini – racconta la Genesi – Dio ordina a Noè di costruire un’arca in cui ospitare la moglie, i figli e le rispettive mogli, e tutte le specie animali; qui potranno rifugiarsi e sfuggire al tremendo diluvio che cancellerà ogni cosa sulla Terra (Genesi, 6.14-16): “Fatti un’arca di legno di cipresso; dividerai l’arca in scompartimenti e la spalmerai di bitume dentro e fuori. Ecco come devi farla: l’arca avrà trecento cubiti di lunghezza, cinquanta di larghezza e trenta di altezza. Farai nell’arca un tetto e, a un cubito più sopra, la terminerai; da un lato metterai la porta dell’arca. La farai a piani: inferiore, medio e superiore”. Una costruzione gigantesca e a più piani, eppure il termine usato nella versione greca della Bibbia è kibotós, cioè “scrigno”, “...

Due appelli dalla Germania / Ancora uno sforzo europeo

La notizia di un fronte a guida tedesco-olandese contro il progetto francese, italiano e spagnolo di un fondo comune europeo per reagire alla pandemia ha scatenato in Italia, e non solo in Italia, una vigorosa reazione dell’opinione pubblica. È sembrata nuovamente delinearsi una linea di frattura geografica che vede i paesi del nord dell’Europa contrapposti a quelli del sud. Da un lato la difesa del rigore economico dall’altra le necessità della spesa pubblica.   In quest’ottica sono state rispolverate le interpretazioni che erano già affiorate durante la crisi dell’Euro dopo il 2008, imperniate su una supposta differenza culturale tra paesi del sud e paesi del nord. Questi ultimi, si sente dire, sono intrappolati in una concezione morale del debito economico, o addirittura in una visione del debito come colpa. Effettivamente il modo in cui il governo olandese ha gestito le ultime vicende sembra dar ragione a queste letture: il ministro delle finanze Wopke Hoekstra avrebbe esplicitamente ventilato l’argomento del moral hazard, già sentito durante la crisi dell’Euro, per screditare il progetto di una maggiore condivisione del debito. Eppure, le interpretazioni culturaliste...

Negantropocene / Il virus è il messaggio della società automatica

La potenza comunicativa di questo virus, di certo il più mediatico della storia, va ben oltre la sua capacità di tenere in ostaggio le routine produttive dei media. Esso modifica progressivamente la percezione dello spazio-tempo, creando un effetto di sospensione in cui tutto può accadere e difatti tutto accade. Un processo in cui persino le categorie fondamentali di spazio/tempo si modificano all'avanzare dell'infezione. Da ciò deriva l’oscillazione inaudita dell’essere dinnanzi alla sua avanzata, quell’apriamo tutto o chiudiamo tutto che ha caratterizzato il punto di vista della politica e del cittadino comune, alle prese con un insostenibile e continuo riadattamento cognitivo. Questa capacità del virus di plasmare e riplasmare l'intera sostanza del sociale, lo avvicina a ciò che M. McLuhan considerava come un mezzo puro. In quel caso era la velocità della luce elettrica, che rappresenta un medium senza messaggio, informazione allo stato puro, in questo caso anche il virus si presenta come un mezzo senza messaggio.   Del resto il virus produce una percezione quasi relativistica del tempo, cosicché ciò che vediamo oggi – come gli effetti del lockdown...