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Globalizzazione

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Convivere con Covid-19 / Volti, sguardi e mascherine

L'uso obbligatorio e normato delle mascherine, chirurgiche o autoprodotte, regalate o acquistate, “di comunità” è uno dei tratti che più colpiscono la percezione e rimarranno nell'immaginario di questi strani giorni, segnati da vissuti e situazioni tragiche o comunque sconfortevoli, perturbanti, anomale. Sono molte le questioni che questo nuovo abito chiama in causa, anche in relazione al fatto che il suo utilizzo sembra essere destinato a durare nel tempo: la discussione sull'effettiva efficacia nella protezione e sugli effetti dell'uso prolungato sul respiro; l'essere un dispositivo di sicurezza sul lavoro e nella vita pubblica, in diverse variabili e oggetto di un nuovo expertise diffuso che riguarda i diversi modelli, il modo in cui vengono portate, applicate o abbassate nell'interazione quotidiana; gli effetti psicologici in relazione alla fiducia nella relazione e il senso di reciproco controllo nella relazione; la personalizzazione e i diversi stili delle mascherine, che possono diventare occasione di creatività personale o persino donare aura di mistero alle figure. Vorrei proporre in queste pagine un intreccio di ragionamenti sull'uso della mascherina a partire da quello...

Un Marx geografo / David Harvey: geografia del dominio

Geografia del dominio (Ombre corte 2018) raccoglie quattro brevi saggi di un autore di valore, David Harvey: geografo, ma esploratore di molti aspetti del contemporaneo nelle sue diverse declinazioni. Il suo libro più noto, The Condition of Postmodernity (1989), univa la lettura del postfordismo ai fenomeni culturali, artistici e architettonici del postmodernismo. Mostrava in fondo che questa corrente di pensiero – così influente nelle arti applicate, nell’urbanistica e nell’architettura di fine Novecento – era direttamente riconducibile a forme di produzione e a modelli di accumulazione flessibile tipici del tardo capitalismo. Negli anni, Harvey si è sempre più riferito a Marx: non al marxismo ma al testo marxiano, fonte inesauribile di analisi e profezie di quella che chiamiamo ora tutti “globalizzazione”. Nell’ultima occasione che ho avuto occasione di ascoltarlo, a Urbino davanti a un pubblico di studiosi dei fenomeni urbani, Harvey ha svolto una lezione sul Secondo Libro del Capitale, quello in cui Marx analizza il fenomeno della circolazione del capitale. E ha spiegato con quegli strumenti marxiani l’attuale finanziarizzazione delle città globali: sedi oggi di immensi...

Federica Castelli / Cos'è uno spazio pubblico

Pubblicato nel 2019 da Ediesse, Lo spazio pubblico di Federica Castelli sembra essere confezionato su misura per la taglia dei primi mesi di questo 2020. Mesi di isolamento, quarantena, lockdown, a cui hanno fatto seguito mesi di distanziamento sociale, manifestazioni, mascherine e piazze piene in mezzo mondo. Mesi in cui la questione dello spazio è ritornata in primo piano sotto forma di varie questioni: chi decide di come, quando e perché spazi pubblici e privati possano essere chiusi ai cittadini/e? Che conseguenze ha la regolamentazione delle distanze e dei contatti sulla vita sociale e sulla psicologia delle persone? E infine, è giusto intervenire su statue e monumenti che offendono una parte della popolazione? Questioni di grande importanza, che presuppongono a loro volta una domanda più generale: che cos’è uno spazio pubblico? Esattamente la domanda attorno alla quale ruota il volume di Castelli.   Teoria, storia, politica   L’autrice imposta e affronta la questione a due livelli. Il primo livello è quello della ricostruzione storica e teorica. Castelli presenta le diverse figure con cui nel corso della storia sono stati rappresentati tanto lo spazio pubblico,...

Antropologia ed etica / Il diritto di avere diritti

Il popolo Kichwa, che vive nella parte occidentale dell’Amazzonia, ha un termine, Ilaktas, che potrebbe corrispondere al nostro città, per indicare l’insieme della foresta, dove “vivono” montagne, alberi, paludi, formando un’architettura cosmologica complessa in grado di ospitare tutti i viventi, che sono sempre in stretta e costante relazione fra loro. Noi usiamo altre terminologie per indicare la medesima cosa: ecosistema, per esempio, potrebbe essere un concetto occidentale che gli si avvicina, anche se il suo senso, passato attraverso il filtro della scienza, ha irrimediabilmente perso ogni riferimento a quel contatto intimo e imprescindibile che hanno le emozioni e le relazioni fra i viventi. Ilaktas è un’entità che vive e pensa, ed è la città non solo dei viventi, ma va oltre, comprendendo elementi che siamo abituati a pensare inanimati come l’acqua e le montagne. Non sono concetti astratti, ma entrano di fatto nella vita delle persone, tanto che è stata motivo di una causa legale da parte della popolazione Kichwa nei confronti dell’Ecuador, dove si è arrivati a stabilire che Ilaktas, la foresta vivente, ha gli stessi diritti che si riconoscono agli umani. Se ne parla in...

L’aria delle città e il razzismo

Nel 2004, in un discorso per la Lewis Mumford Lecture, Jane Jacobs individuò nella «mentalità della piantagione» il male che la società americana non si è ancora lasciato alle spalle. La Plantation Age è stata lunga e duratura, affermava, e ha prodotto la schiavitù fisica e mentale che dal mondo rurale si è trasferita nella grande industria taylorista, in cui i lavoratori potevano essere usati come ingranaggi di una macchina o come peons on a plantation. L’eredità più pesante della Plantation Age è ovviamente la situazione dei discendenti degli schiavi, prima «tenuti in soggezione attraverso la repressione operata nel mondo rurale» – scriveva Jacobs in The Economy of Cities (1969 – L’economia delle città) – e poi «assoggettati economicamente con la discriminazione attuata nelle città». Il posto degli afro-americani è stato, e per molti versi è ancora, il ghetto, lo slum in cui essi vivono «sotto il dominio assoluto dei bianchi» che possiedono le loro abitazioni degradate.    Jacobs aveva già trattato il tema della discriminazione razziale in The Death and Life of Great American Cities (Vita e morte delle grandi città americane), pubblicato tre anni prima del Civil Right...

Impresa o bene comune / Scuola: di cosa hanno bisogno i docenti?

“Ne usciremo migliori o peggiori?”: era questa una delle domande che circolava durante le confuse settimane della quarantena di massa. A pensarci meglio, si intravedeva già un leggero smottamento prospettico rispetto all'iniziale, più rassicurante e apotropaico, “andrà tutto bene”.  Che si tratti di fase 2, fase 3 o che altro, ora che – si dice – il paese sta ripartendo, gli interrogativi su come ne siamo usciti possono essere declinati in vari ambiti. Quello della scuola resta un terreno in cui le incognite continuano a superare gli aspetti noti.  Se ne è parlato molto, ma, di certo, se ne parlerà ancora, soprattutto quando arriverà l'attesa relazione della task-force istituita dal Ministero dell'Istruzione e presieduta da Patrizio Bianchi. Nel frattempo, in queste settimane che hanno accompagnato alla conclusione l'anno scolastico, si sono accese discussioni sulla scuola che verrà, anche sulla base di documenti, proposte, piattaforme che provano, da punti di vista molto lontani, a prospettare scenari o a rivendicare cambiamenti per il futuro. Così, mentre i docenti si cimentavano con le sottili implicazioni di tipo burocratico nascoste nelle pieghe delle Ordinanze...

Matsutake / Anna Tsing e il fungo della fine del mondo

Un fungo ingovernabile   Quando si pensa a Hiroshima viene subito in mente l’immagine del funghetto che si erge verso il cielo, emblema del cosiddetto sublime atomico. Tuttavia pochi sanno che a Hiroshima, dopo la catastrofe, la prima forma di vita a spuntare tra le macerie è stato un fungo matsutake. Ad agosto comincia del resto la sua stagione di maturazione. Lo stesso è accaduto a Fukushima nel 2011. Questo fungo infatti non è conosciuto solo per il suo odore pungente (per alcuni un puzzo insopportabile), per essere una prelibatezza della cucina giapponese o per assorbire il cesio e i radionuclidi, ma anche per crescere – esclusivamente e spontaneamente – sui suoli degradati dall’azione umana. Poco importa che si tratti di catastrofi nucleari o della lava delle eruzioni vulcaniche come in Oregon, che è diventato un importante esportatore di funghi sin dal 1986, quando quelli europei erano contaminati da Chernobyl.      Ogni tentativo di coltivare il matsutake è fallito; cresce dove e quando vuole lui, anche sui terreni in cui le attività agricole e industriali hanno causato mutamenti irreversibili. È il fungo della crisi del capitalismo, che rimette in...

Capitalismo e micro-reti / Changemakers: i pirati della modernità

Nonostante sia un libro agile e scritto per essere accessibile al famoso pubblico al di fuori dell’accademia, Changemakers (Polity Press, 2019; trad it, Luca Sossella editore) di Adam Arvidsson è un libro che condensa anni di viaggi di ricerca, interviste, osservazione partecipante da Bangkok a Hong Kong, da New Delhi a Napoli, da Parigi a Londra e Milano. È innanzitutto un libro sulla storia del capitalismo, sulle sue dimensioni attuali (sia quella americana che quella cinese), sul suo futuro e sostiene che l’attuale capitalismo digitale, figlio del capitalismo industriale, è alle corde. Ma a differenza di tanti critici superficiali del capitalismo, non ci illude né con la prospettiva di un nuovo commonalismo all’orizzonte, né ci consola dicendoci che il capitalismo finirà con una rivoluzione. Mentre tutti i critici del Capitalocene (una visione più critica dell’Antropocene, che sostiene che l’impatto negativo dell’uomo sull’ambiente è da imputarsi non tanto all’uomo in sé ma al modello produttivo capitalista) volgono lo sguardo al parallelismo tra gli anni 20 e 30 del Novecento e i giorni nostri, Arvidsson ci invita a spingere lo sguardo molto più indietro e trova che il periodo...

Capitalismo della sorveglianza / Bezos Amazon: vendere tutto

Nel 1994 il trentenne Jeff Bezos era un brillante e promettente manager di Wall Street. Lo folgorò un'intuizione destinata a cambiare il mondo. Internet stava esplodendo e l'azienda per cui lavorava, DESCO, stava studiando diversi business plan, compreso lo “everything store”, ovvero “il negozio che vende tutto”.  Era un progetto di intermediazione che si spacciava per disintermediazione, adeguandosi alla retorica del web. Era un obiettivo grandioso ma prematuro. Era impensabile “vendere tutto”. Bezos stilò una lista con una ventina di prodotti e decise che la categoria più promettente erano i libri. “Erano merce pura: tutte le copie di un libro presenti nei diversi negozi erano uguali tra loro, quindi gli acquirenti sapevano sempre cosa aspettarsi. All'epoca esistevano due principali distributori di libri, Ingram e Baker and Taylor, quindi un nuovo rivenditore non avrebbe dovuto contattare una per una le migliaia di case editrici. E soprattutto in tutto il mondo c'erano tre milioni di libri in catalogo”, molti di più di quanti potesse contenerne la più grande delle librerie (Brad Stone, Vendere tutto. Jeff Bezos e l'era di Amazon, Hoepli, Milano, 2014). Bezos voleva...

Topografia / Identikit sociale della pandemia

Nelle Considerazioni finali del Governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco abbiamo sentito vibrare toni inusuali. Non solo per la citazione keynesiana in riferimento alla “giustizia sociale” (da quanti decenni il nome di John Maynard Keynes era bandito da via Nazionale?). E per l’insistenza sull’“incertezza” col socratico “so di non sapere” (quando mai un Governatore centrale si era esposto al rischio di dover bere la cicuta?). Ma anche per i reiterati richiami al problema dell’ineguaglianza, e ai rischi cui l’impoverimento degli strati sociali più svantaggiati può esporre l’intero sistema economico. Segni evidenti che ai piani alti la paura deve fare novanta, se il linguaggio si fa così esplicito. E quanto avviene “in basso” trova occhi e orecchi finalmente attenti. È prevedibile – ha fatto sapere Bankitalia a un pubblico reso enormemente rarefatto dalle regole del confinamento e del distanziamento – che la perdita di reddito dovuta al lockdown generalizzato e al rallentamento delle economie nazionale e globale colpirà in modo asimmetrico: in modo molto più duro in quel “quinto più basso della distribuzione” – cioè in quel 20% di famiglie con redditi inferiori – che vedranno...

Stati Uniti / Dollari e no dopo la fine del secolo americano

In questi giorni le fiamme degli Stati Uniti ci colpiscono e ci interrogano. Nella scia della più grave crisi sanitaria e all’inizio di una grande depressione economica, l’uccisione di George Floyd, la rivolta generalizzata e la repressione che ne sono seguite, riportano alla luce e intrecciano “i fili della rabbia americana”, come ha scritto sul manifesto Bruno Cartosio. Dello stesso autore arriva in libreria un saggio, Dollari e no. Gli Stati Uniti dopo la fine del secolo americano (Derive e approdi, aprile 2020), che funziona come una guida di lettura all’incendio. I due fili della rabbia sono il razzismo e la disuguaglianza. La pandemia, colpendo prima e di più, sia nel contagio fisico che nelle conseguenze economiche, gli afroamericani perché più poveri, ha tirato entrambi questi fili. E insieme ha teso all’estremo le contraddizioni della democrazia statunitense. Su queste il lavoro di Bruno Cartosio (lungo e ben conosciuto ai lettori di Doppiozero) indaga, con due premesse. La prima è la visione storica: “La repubblica statunitense non è nata democratica e la sua storia non è stata una progressione lineare verso il migliore dei mondi possibili”. La seconda è evidente sin nel...

Black Lives Matter / George Floyd. L’America brucia

Da giorni l’America brucia e nessuno può fingere di non vedere. La rabbia che scuote il paese dopo l’uccisione di George Floyd esplode sotto i nostri occhi con la potenza di una verità troppo a lungo taciuta. È stato un video ad accendere quest’incendio. Ed è un fiume gonfio di immagini a raccontarne gli intrecci, incontri, scontri. Basta un telefono oggi a illuminare la faccia della Storia – pochi frame a interrogare le coscienze.  In quest’immenso racconto collettivo ogni volto, voce, gesto è necessario. La bimba di tre anni che in Indiana piange per i gas lacrimogeni. La polizia che a New York carica i manifestanti e gli agenti che da Portland a Oklahoma City simpatizzano con la protesta. I grandi magazzini Macy’s presi d’assalto e i manifestanti che altrove riparano i danni. I giornalisti presi di mira. La protesta sgomberata con la forza a Washington per l’ennesima photo opportunity di Trump.  Un giorno, quando svolgeremo il filo di questo mare d’immagini, forse capiremo. Forse il quadro, oggi così mosso, si farà nitido. E ancora torneremo lì dove tutto è cominciato. A Derek Chauvin, il poliziotto bianco che per otto minuti e 46 secondi, il volto svuotato di ogni...

Riforme, economia, diritti / La società giusta di Thomas Piketty

Nel corso della storia le guerre e le epidemie hanno periodicamente sconvolto le strutture economiche e sociali create dall’uomo. Secondo la maggior parte degli studiosi questi shock hanno avuto un effetto sia distruttore che equilibratore, spazzando via enormi ricchezze e quindi riducendo le disuguaglianze accumulatesi nel tempo. Oggi non sappiamo ancora quali saranno gli effetti del Coronavirus. C’è chi sostiene che i ricchi sono meglio attrezzati ad affrontare gli sconvolgimenti innescati dal contagio, e che quindi le disuguaglianze aumenteranno ulteriormente nel prossimo futuro. Altri invece intravedono la possibilità che una società più giusta ed equilibrata possa emergere dalla crisi.   Thomas Piketty è uno di questi. Circa sette anni fa usciva nelle librerie di mezzo mondo la traduzione di un voluminoso libro intitolato Il capitale nel ventunesimo secolo. Sarebbe diventato uno dei fenomeni editoriali del decennio, con centinaia di migliaia di copie vendute, elogiato da celebrità e premi Nobel. Nonostante le dimensioni (circa mille pagine), Il capitale nel ventunesimo secolo è un esempio interessante di scienza sociale accessibile al lettore medio. Utilizzando decine di...

Red mirror / La Cina e il Grande Fratello

Ci siamo accorti che la Cina c’è e insieme agli Stati Uniti dominerà il mondo prossimo venturo. L’Europa, speriamo riesca a uscire dalla morsa. Ogni buon libro che parli del gigante cinese è allora benvenuto, e alcuni tra i giornalisti italiani più informati e competenti ne stanno sfornando. Simone Pieranni in Cina ha abitato molti anni, e ora la segue dalla sua posizione agli esteri del Manifesto, che non per nulla è diventato il giornale italiano che sforna in continuazione notizie interessanti sull’Asia tutta, grazie anche a una batteria di freelance abituati a consumare le suole delle proprie scarpe nel mondo reale. Questo suo Red Mirror. Il nostro futuro si scrive in cina, per Laterza, indaga la trasformazione del reale in Cina, con un titolo che è tutto un programma: programma rispettato.   Riesce, Pieranni, a immergerci in quella distopia geograficamente localizzata che sta diventando la Cina, il paese tecnologicamente più avanzato al mondo che di questa supremazia farà il grimaldello per una penetrazione geopolitica e soprattutto culturale. Si parte da wechat, app totalizzante, socialmente olistica, dentro alla quale già da anni i cinesi trovano tutto, e fanno tutto....

Effetti economici / I conti del Covid

In un momento quanto mai delicato per l’Italia in cui non passa giorno dove non si parli delle gravissime conseguenze economiche della pandemia, stimate venerdì scorso dal governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, in un crollo del Prodotto interno lordo quest’anno del 9% nella migliore delle ipotesi, che potrebbe arrivare al 13% nella peggiore (che non comprende tuttavia eventualità da lui definite “estreme”), in un momento in cui una parte della popolazione è sempre più disperata per la perdita di guadagni essenziali alla vita di tutti i giorni che non sarebbero stati sufficientemente tamponati dagli aiuti statali e un’altra parte fa forti pressioni per poter riprendere le proprie attività economiche, c'è chi si chiede se la “cura”, il distanziamento sociale e il lockdown, non sia peggio della malattia. E chi invece comincia a temere che – di fronte a una seconda ondata del virus – alcuni governi potrebbero decidere di non fermare più le attività a rischio, anche quelle non essenziali, costringendo le persone ad andare al lavoro e i ragazzi a scuola, nonostante il rischio di morte, sacrificando la vita di alcune persone per un supposto vantaggio economico che...

Democrazia e controllo / Trump e Twitter: l'ipocrisia

Era inevitabile. Prima o poi sarebbe successo. È iniziato un duro scontro tra i social e il potere politico. La posta in gioco è il valore e il senso della libera informazione e dunque della democrazia.  Protagonisti del duello sono Donald Trump e Twitter, che un paio di giorni fa ha bollato due tweet del presidente degli Stati Uniti d'America sul voto per corrispondenza con il punto esclamativo. Come ha spiegato un portavoce di Twitter al “New York Times”, secondo il social network preferito di Trump, quei tweet «contengono informazioni potenzialmente fuorvianti sulle modalità di voto e sono state etichettate per fornire ulteriore contesto». Ai punti esclamativi, il presidente ha risposto duramente: un ordine esecutivo renderà più facile portare il social network in Tribunale se assumono il ruolo di "moderatori" delle fake news, cancellando post o chiudendo account.  Per capire la portata di quello che sta accadendo, e la posta in gioco, è necessario fare qualche passo indietro. I social network sono infestati di fandonie, lo sappiamo tutti. È il loro stesso meccanismo a premiare gli “acchiappaclic”: non importa se una notizia è vera o falsa, basta che attiri traffico....

Un Marx geografo: David Harvey

Geografia del dominio (Ombre corte 2018) raccoglie quattro brevi saggi di un autore di valore, David Harvey: geografo, ma esploratore di molti aspetti del contemporaneo nelle sue diverse declinazioni. Il suo libro più noto, The Condition of Postmodernity (1989), univa la lettura del postfordismo ai fenomeni culturali, artistici e architettonici del postmodernismo. Mostrava in fondo che questa corrente di pensiero – così influente nelle arti applicate, nell’urbanistica e nell’architettura di fine Novecento – era direttamente riconducibile a forme di produzione e a modelli di accumulazione flessibile tipici del tardo capitalismo. Negli anni, Harvey si è sempre più riferito a Marx: non al marxismo ma al testo marxiano, fonte inesauribile di analisi e profezie di quella che chiamiamo ora tutti “globalizzazione”. Nell’ultima occasione che ho avuto occasione di ascoltarlo, a Urbino davanti a un pubblico di studiosi dei fenomeni urbani, Harvey ha svolto una lezione sul Secondo Libro del Capitale, quello in cui Marx analizza il fenomeno della circolazione del capitale. E ha spiegato con quegli strumenti marxiani l’attuale finanziarizzazione delle città globali: sedi oggi di immensi...

Grande Scontro e affari / Bugie televisive

Le notizie sono una cosa seria. (Annuncio televisivo pubblico per contrastare i FAKE.)   Dal crollo del Muro non vedevo la televisione italiana. Con la pandemia, ho recuperato trent’anni in trenta giorni. La TV resta il più usato mezzo di informazione: vederne troppa è una tipica patologia di oggi. Ma anche vederne troppo poca, come ho fatto, è sbagliato: simile al non votare per poi lamentarsi dei politici.  Stampa, televisione, internet: invenzioni il cui uso regala conoscenza e il cui abuso distribuisce barbarie. Massificandosi, poi seguendo interessi commerciali e politici anziché culturali, l’informazione degenera. È un fenomeno mondiale. Dunque è inutile lamentare che avvenga in Italia? No: perché in Italia avviene in modo più rapido e più completo che altrove. Il rendimento calante dei mezzi di comunicazione si associa alla cattiva resa dell’economia e della politica italiana, in un circolo vizioso che spinge il paese sempre più in basso: non solo verso cifre negative, ma verso una autostima collettiva di segno negativo.   Ripassiamo le principali tappe riguardanti la pandemia da Covid 19.  Bill Gates, a lungo l’uomo più ricco del mondo, dedica gran...

Dissesto ambientale, disuguaglianze economiche / Quammen: Covid, AIDS e altre epidemie

Solo da poco ho finito di leggere Spillover, il libro di David Quammen di cui tanto si è parlato negli ultimi mesi. Uscito presso Norton (New York) nel 2012, era stato pubblicato da Adelphi piuttosto tempestivamente, due anni dopo. La versione italiana ha scelto di conservare il titolo originale, senza dubbio efficace, anche se la bella traduzione di Luigi Civalleri ricorre spesso all’equivalente italiano «salto di specie». D’altro canto, poiché al lettore italiano il termine inglese spillover non poteva dir molto, è apparso necessario aggiustare il sottotitolo. L’evoluzione delle pandemie è dicitura appropriata, e esplicativa quanto basta; ma certo meno precisa e soprattutto molto meno allarmante di Animal Infections and the Next Human Pandemic, che poneva in evidenza il dato a posteriori più clamoroso, cioè la previsione esatta di quanto sarebbe potuto succedere di lì a qualche anno. Il dato più clamoroso, e il più stupefacente: ma solo per i profani, giacché gli esperti discettavano da parecchio tempo del «prossimo disastro», the Next Big One. Che si è puntualmente verificato nell’inverno 2019-2020 ad opera del nuovo coronavirus.       Non entro nei dettagli...

Quali saranno gli esiti? / Il sale della solitudine

Difficilmente uno può scegliere di stare solo per un desiderio vitale, lo capiamo meglio adesso che, per stare al riparo dal virus, ci tocca vivere in una sorta di buio sociale. Perché il buio, qualunque buio, è una condizione insopportabile, tout-court. “Alone is alone, not alive!” dice Robert il protagonista di Company – musical americano del 1970 di George Furth e Stephen Sondheim –, cantando Being Alive il giorno in cui compie trentacinque anni e pensa alla sua solitudine e alla sua paura di non riuscire a trovare nessuno con cui costruire una relazione felice. (Una versione assolutamente struggente ce l’ha regalata Adam Driver – ascoltatela, vi prego, qui – in Storia di un matrimonio, lo straordinario film di Noah Baumbach, candidato all’Oscar nel 2019). Della solitudine, tuttavia, abbiamo bisogno, come della sete, del silenzio, del dubbio, e di tutti quegli elementi costitutivi che muovono le dinamiche del desiderio. Del desiderio di vivere, appunto.    E la storia occidentale ha fatto sì che la solitudine sia diventata una dimensione di vita auspicabile, preferibile ad altre forme di socialità forzata, come la famiglia ad esempio. Mattia Ferraresi in...

Riposo e lavoro / Una stanchezza senza fine?

L’ha detto bene Silvia Ballestra nel suo diario milanese del Lockdown: “all’improvviso questa immane stanchezza”. Lei l’attribuisce alla primavera incipiente che, uscendo di casa dopo due mesi di segregazione, scopre all’improvviso. Stare segregati rende stanchi? Una delle cose che più colpisce alla fine di questo lungo periodo di confino è proprio la stanchezza. Forse per via delle tante cose da fare: pulire la casa, fare la spesa, cercare le mascherine, telefonare a parenti e amici, guardare i social, e poi stare sempre insieme con moglie, marito, figli, compagna, compagno, eccetera. Così che all’improvviso si capisce che, nonostante il tanto tempo a disposizione, abbiamo combinato ben poco. I volumi allineati sulla libreria, che attendevano da anni, le opere in molteplici tomi, sono ancora lì, al massimo qualche pagina o capitolo, poi più nulla. Naturalmente c’è anche chi ha letto tanto, come un amico cui telefono a cadenza settimanale per sapere come sta, dato che se ne sta tutto solo in appartamento di città abitato di recente.   Le telefonate sono anche un elenco dei libri letti da lui da cima a fondo. Ma, anche se non me lo dice, pure lui si deve essere stancato;...

Diario 6 / Tutti i giorni sono tempo di bilancio

Prima settimana di parziale riapertura e già è tempo di bilanci. In realtà tutti i giorni è stato tempo di bilanci: due mesi e mezzo di bilanci appesi ai numeri.  Numeri che si sono rivelati non del tutto affidabili ma, pazienza, su qualcosa devi pure basarti. “È solo la punta dell'iceberg,” ci hanno ripetuto. E l'iceberg, minaccioso, sembrava essere proprio lì, fuori dalla finestra, pronto a speronarci.   Nei primi giorni della settimana si scatena di nuovo una polemica: sono stati beccati, fotografati e ripresi in video, dei giovani sui Navigli che bevevano delle birrette. Giovani, birrette, mascherine calate (ti credo, per bere): apriti cielo! Si ri-scatena l'inferno. Il sindaco si ri-incazza, il resto d'Italia geme che tutti stanno chiusi per colpa della Lombardia e i soliti stronzi lombardi se ne sbattono e sbevazzano. Riparte tutta la polemica, come in un format che settimana dopo settimana trova nuovi accusati (ma gli accusatori sono sempre, più o meno, gli stessi). Insomma, si rivedono scene già viste da cui sembra che non si impari mai: da una parte cittadini messi sul banco degli imputati, dall'altra amministratori che non sanno che pesci pigliare ma che in...

V / Cinque domande sullo scenario futuro

Con queste cinque domande ci prefiggiamo di individuare i nodi che la crisi sanitaria del Covid-19 con le sue conseguenze ha provocato a livello mondiale, con l’idea che, come disse anni fa un economista americano, la crisi, per quanto terribile, è un’occasione da non perdere.   Elena Pulcini, filosofa   1. Quali saranno a tuo parere i principali cambiamenti che la pandemia del coronavirus ha prodotto? Provando a differenziare tra aspetti sociali, economici e culturali.   Abbiamo subìto uno shock che ci ha destituiti dalle nostre certezze e dai nostri privilegi consegnandoci a una condizione di vulnerabilità radicale: radicale perché il vulnus, la ferita inflitta sulla parte di noi più esposta e fragile, cioè il nostro corpo, si è allargata al nostro intero stile di vita costringendoci a un momento di arresto, a disfarci rapidamente di tutti gli “ornamenti”, come direbbe Georg Simmel, di tutto il superfluo con cui da consumisti seriali abbiamo agghindato le nostre vite, per concentrarci sullo stretto necessario. Lo shock allora, con tutto il suo inevitabile carico di paura, è stato salutare: perché la paura, se reagisce a un vero pericolo, funziona come la...

Vampiro virus / Pipistrelli e epidemie vecchie e nuove

In tempi di pandemia, all’inizio dello scorso marzo, alcune specie selvatiche come il pangolino o alcuni serpenti, inizialmente indicate come “responsabili” della genesi del nuovo coronavirus sono state ufficialmente “scagionate” dai media. Le notizie più aggiornate hanno puntato l’indice contro i pipistrelli, già ritenuti probabili “serbatoi” del coronavirus della SARS diffusosi tra il 2002 e il 2003. Il pipistrello non è davvero nuovo a questo genere di accuse. Al di là delle valide motivazioni che vengono addotte per spiegare le ragioni che lo renderebbero “unico” come causa o vettore dello sviluppo di virus, sul piano culturale l’associazione del pipistrello con le epidemie ha una lunga storia in Occidente. In particolare, il pipistrello, in quanto più classica delle metamorfosi animali del vampiro, si ricollega direttamente al nesso esistente tra pestilenze ed epidemie vampiriche in Europa tra Sei e Settecento. Gli argomenti scientifici che analizzano il ruolo dei pipistrelli in questa nuova piaga contemporanea sono stati, almeno in parte, già analizzati e documentati. Nelle ultime settimane un interessante volume divulgativo, Spillover di David Quammen (Adelphi 2014), ha...