festival scarabocchi 2020

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Globalizzazione

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Possiamo riprendercela? / Come abbiamo perso l’Europa

Tra i tanti ribaltamenti ai quali assistiamo, spiazzati da tutto quanto di questi tempi è “senza precedenti”, c’è il senso comune dell’Europa. In poche settimane passato dal cilicio alla cornucopia; dai sacrifici alla manna dal cielo; da “ce lo chiede l’Europa” a “ce lo dà l’Europa”. Lasciamo stare il fatto che non era del tutto vera la vecchia solfa, e forse non sarà del tutto reale la nuova narrazione. Sta di fatto che questo ribaltamento, avvenuto nelle poche settimane nelle quali l’Unione europea, e in particolare l’area dell’euro, hanno smantellato pezzo a pezzo la loro costituzione materiale per rispondere all’emergenza Covid 19, non è cosa da poco. Per la nostra cultura politica prima ancora che per la nostra economia: spiazzando non solo una certa idea dell’Europa, ma anche gli schieramenti che attorno ad essa si erano costruiti. Da un lato, i difensori dell’ortodossia fondata a Maastricht sul rigore di bilancio e fiducia nei meccanismi automatici di aggiustamento di mercati ben funzionanti; dall’altro, gli euroscettici e i no-euro, a dominanza sovranista, convinti che tutti i nostri mali interni siano derivati dagli errori di quella costruzione imposta dall’esterno. In...

Gli Usa verso le elezioni / L’uragano Laura e Trump

La sera dopo l’uragano l’aria profuma di foglie, erba, acqua. Al tramonto, quando il vento si quieta, esco di casa. Un sole beffardo illumina un disastro di case sfondate, alberi in briciole, macchine accartocciate. Mi faccio strada fra i vetri e i detriti. Una ragazza piange accanto al rottame di una Honda nera. Un uomo mi saluta dal portico di una casa senza più tetto. Gli sorrido ma ho un groppo in gola.  Non ho mai visto niente del genere, il nord della Louisiana non è zona di uragani. Eppure Laura ce l’ha fatta. Dopo aver massacrato la costa, ha risalito di furia lo stato, il confinante Texas e all’alba ci è piombata addosso. È stata una giornata di buio e venti furibondi, pioggia e schianti assordanti. L’uragano più potente a toccare terra dal 1856. Quand’è arrivata quassù, si era mutata in tempesta tropicale. È stata la nostra fortuna, poteva andare peggio.  Ci sono paesi bastonati da Dio e da tempo la Louisiana è fra i suoi bersagli favoriti. Negli anni ci ha dato l’uragano Katrina, lo sversamento di petrolio nel Golfo, raffiche di tempeste tropicali, un’epidemia di Covid 19 fra le più aggressive e mortifere. Ho smesso di sorridere quando davanti all’emergenza il...

Il dilagare della cancel culture / Basta. Ti cancello

È censura. No, attivismo. Uccide lo scambio di idee. Non c’è mai stata tanta libertà. È ricatto. È responsabilità. Il bello della cancel culture, la figlia più rissosa dei social media, quella di cui più si discute, è che inchiodarla a un’etichetta è impossibile – contiene tutto e il suo contrario. Invece di domandarsi cos’è vale allora la pena guardarla in azione. Perché la sola certezza è che in quest’estate americana sta scardinando il discorso pubblico.  Mentre le manifestazioni per la giustizia sociale infiammano il paese e le statue razziste sono fatte a pezzi, sulle piattaforme social finisce infatti nel mirino chiunque – individuo, azienda, istituzione – si macchi di discriminazione, pregiudizio, odio. Per i colpevoli o presunti tali la pena è la messa al bando, la cancellazione. E dal virtuale al reale il passo è breve.  Per ogni reputazione che va in briciole su Twitter, ci sono una carriera, un lavoro o un business che minacciano di andare in fumo. Le opinioni si pagano e spesso a caro prezzo. È la regola della cancel culture e il suo snodo più problematico.    L’atto di “togliere supporto a figure pubbliche in risposta a loro comportamenti...

Scenari di sviluppo sostenibile / Ovo Sapiens

Just è un’azienda statunitense che ha inventato la frittata senza uovo, ma che sa proprio di frittata, cioè di uovo. Venduta in una bottiglietta di plastica con grafica minimale, si presenta come una pastella da crêpe e se la versi in una padella con un po’ d’olio prende proprio la consistenza e il sapore della frittata. Assaggiarla è stata un’esperienza molto interessante. Verrebbe perfino da dire che è buona, ma è chiaro che nel giudizio incide la consapevolezza che è una replica vegana e quindi l’apprezzamento ha un carattere concessivo: buona benché fatta senza uova. Questa è la lista degli ingredienti: acqua, isolato di proteine di fagiolo mungo verde, olio di canola estratto a freddo, cipolla disidratata (<2%), gomma gellano, estratti di carota naturale (colorante), aromi naturali, estratti naturali di curcuma (colorante), citrato di potassio, sale, lecitina di soia, zucchero, sciroppo di tapioca, pirofosfato tetrasodico, transglutaminasi, nisina (conservante). Lo sviluppo del prodotto ha richiesto anni di sperimentazioni e squadre di tecnologi e chimici esperti in camice bianco finanziati da alcuni fondi di investimento con più di 200 milioni di dollari dal 2011 al 2016...

Turismo, città e pandemia

Dalla fine del lockdown mi è capitato di viaggiare, in Italia e all’estero. Il primo segnale della società marchiata dal virus non sembravano le mascherine o i gel igienizzanti, quanto la folla: non ve n’era più. A Roma il centro è improvvisamente tornato a misura di residente, sebbene il paesaggio di saracinesche abbassate e di cinema chiusi restituisca uno sconforto più che la riconquistata vivibilità. Anche perché di residenti, nel centro di Roma, non se ne vedono da tempo.  Almeno fino al vaccino sarà inevitabile ripensare il turismo, e infatti fioccano le proposte. Il ritornello è fin troppo abusato: Venezia (e Roma, e Parigi ecc) moriva di turismo e muore oggi senza turisti. Che fare? Sintomo di un certo modo di pensare è uno strano articolo pubblicato sul Corriere della Sera dello scorso 7 agosto, a firma Carlo Ratti (“Così un nuovo turismo salverà Venezia dalla crisi”).   Un articolo, diremmo, ancient régime. Non è il turismo il problema, dice Ratti, ma il turismo “mordi e fuggi”. Per combatterlo, perché non favorire una permanenza di lunga durata? Tanto ormai con lo smart working uno può lavorare a Los Angeles come a Venezia, a Parigi come a Hong Kong. I “...

Il verde e il blu / Luciano Floridi, discussione sulla politica digitale

Nell’ormai remota fine di maggio, il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump decide di utilizzare il suo principale mezzo di comunicazione “ufficiale”, Twitter, per regalare al mondo l’ennesimo post dalla dubbia fondatezza. Il social questa volta non ci sta e aggiunge un link al post, che rimanda a lidi più informativi. Il gesto censorio indispettisce il Presidente che dichiara aperta la guerra alle compagnie tech della Silicon Valley, colpevoli – a suo dire – di sopprimere la libertà di parola, a discapito soprattutto dei conservatori. L’opinione pubblica cavalca il dissing e siccome ciò che riguarda il rapporto tra i social network e il “leader del mondo libero” riguarda ormai necessariamente tutto il mondo, tutti iniziamo a parlarne. C’è chi sta con Trump, c’è chi sta con Twitter e poi c’è chi sta in “silenzio”: Facebook. La compagnia guidata da Mark Zuckerberg ha delle proprie regole in tema di fake news: in un post sul suo profilo, il patron di Facebook comunica che la sua compagnia deve garantire «la massima libertà di espressione possibile a meno che questo non comporti un rischio imminente di danni specifici o pericoli dichiarati in politiche chiare» – che tradotto...

Footprints, In Search of Future Fossils / Cosa resterà degli umani

In questi ultimi anni, dominati dall’immaginario dell’Antropocene, noi umani ci interroghiamo sulla nostra permanenza sul pianeta iniziando a vederla come effimera e a prendere in considerazione l’idea della morte della specie come un’ipotesi più che concreta. L’estinzione di massa è entrata stabilmente nel nostro quotidiano e abbiamo iniziato a convivere con l’idea della nostra scomparsa dall’orizzonte della storia del pianeta Terra. Quanto di tutto ciò è legato al fascino dell’eternità che almeno da Parmenide in poi ha impregnato tutto il mondo occidentale? Il pensiero greco fin dalle origini si è contrapposto al fluido universo del mito e nell’affannoso tentativo di fondare un metodo razionale, si è incamminato su di un sentiero dove il divenire e la trasformazione sono volentieri relegate nella categoria delle illusioni. Ora, di fronte all’idea della scomparsa, il panorama sembra essersi rovesciato, l’uomo razionale si trova impreparato e non può far altro che cercare conferme della propria esistenza nelle tracce fisiche che ha lasciato sulla terra, come se l’idea di eternità immutabile si fosse rivelata una delle più consolatorie illusioni costruite dal nostro imprevedibile...

Le sensate esperienze della DaD / La scuola e il discorso digitale

Premessa: il diritto di lasciare le cose incompiute   C'è un apologo piuttosto noto, anche se non è chiaro chi ne sia l'autore. La storia è questa: il Direttore di una grande società, impossibilitato ad assistere a un concerto nel quale era in programma la Sinfonia N° 8 in si minore di Franz Schubert, nota come l’Incompiuta, fa dono dei biglietti al Responsabile delle risorse umane dell'azienda, un giovane laureato alla Bocconi con master in una London School, ma che non conosce la Grand Musique, nella speranza che Schubert gli apra un orizzonte. Il giorno dopo il Direttore generale gli chiede com'è stato il concerto, e si sente rispondere che riceverà una relazione; che, puntualmente, arriva a mezzogiorno, divisa in punti:   1.Durante considerevoli periodi di tempo i quattro oboe non fanno nulla: si potrebbe ridurne il numero e distribuirne il lavoro fra il resto dell’orchestra, eliminando i picchi d’impiego; 2. I dodici violini suonano la medesima nota: l’organico dei violinisti potrebbe quindi essere utilmente ridotto; 3. Gli ottoni ripetono suoni che sono già stati eseguiti dagli archi, il che appare inutilmente ridondante; 4. In conclusione: se Schubert avesse...

Selfie / Fotografia e Social media

Il fotografo Oliviero Toscani è noto soprattutto per le efficaci immagini pubblicitarie che ha realizzato qualche anno fa per conto dell’azienda d’abbigliamento Benetton. Si trattava d’immagini esplicitamente concettuali, in quanto costruite sul tentativo di comunicare un’idea. All’epoca, tali immagini hanno fatto molto discutere, perché erano concepite per un’azienda privata che aveva delle finalità di tipo commerciale, ma possedevano le stesse caratteristiche di quelle campagne sociali che vengono di solito promosse dallo Stato o da parte di organizzazioni umanitarie. Erano cioè delle fotografie chiaramente tese a sostenere e valorizzare dei principi morali oppure orientate a denunciare dei problemi sociali particolarmente rilevanti. E ciò suonava dissacrante se collocato all’interno dell’ambito delle campagne pubblicitarie tradizionali, caratterizzate da obiettivi esplicitamente commerciali.   Ora Toscani ha realizzato una serie di 16 fotografie che mostrano altrettanti “mosaici” del social media Instagram. Vale a dire che si è limitato a riprodurre uno schermo di uno smartphone sul quale via via compaiono delle raccolte di 15 immagini accomunate da uno stesso tema (...

Stili del contemporaneo / La McDonaldizzazione nell’era digitale

George Ritzer è uno dei più rilevanti sociologi statunitensi. Ha insegnato sociologia presso l’Università del Maryland e, nel corso degli anni Settanta e degli anni Ottanta, si è prevalentemente occupato di temi sociologici di carattere generale. Nel periodo successivo, invece, pur continuando a interessarsi a questioni relative alla teoria sociologica, ha cominciato a studiare con attenzione il mondo dei consumi, adottando una prospettiva di analisi che è in gran parte influenzata dai concetti teorici sviluppati da Max Weber, e ha pubblicato nel 1993 negli Stati Uniti The McDonaldization of Society (Pine Forge Press), che sviluppava il concetto della “McDonaldizzazione della società”, da lui già espresso in un articolo del 1983, e che è uscito nella sua prima traduzione italiana nel 1997 con il titolo Il mondo alla McDonald’s (Il Mulino). Nel corso del tempo, il libro The McDonaldization of Society ha avuto negli Stati Uniti nove versioni e viene presentato ora in una nuova edizione anche in Italia, tradotta e curata da Piergiorgio Degli Esposti, con il titolo La McDonaldizzazione del mondo nella società digitale (FrancoAngeli).  Ritzer ha continuamente rivisto e aggiornato...

È troppo tardi per essere pessimisti / Ecologia non fa rima con questa economia

“Sono ormai cinquant’anni che gli scienziati ripetono che il cambiamento climatico rischia di stravolgere la faccia della terra, e che per evitare il disastro si deve smettere di bruciare petrolio, carbone e gas naturale. La diagnosi è unanime, ed è scritta nero su bianco nelle sintesi ufficiali... i rappresentanti dei vari stati li hanno ratificati eppure chi comanda non sta facendo niente. Perché?” Detto con le parole di Daniel Tanuro è una domanda che ci siamo posti tutti e che peraltro rappresenta la ragione essenziale all’origine del movimento Fridays for Future. Nel suo È troppo tardi per essere pessimisti, Edizioni Alegre, 2020 (nell’efficace traduzione di Riccardo Antoniucci) Tanuro ha una risposta chiara ed è una risposta sostanzialmente politica: “...Perché tutte e tutti sottostanno agli assurdi dettami dell’accumulazione capitalista, soprattutto quando si tratta delle multinazionali dei combustibili fossili, che hanno come obiettivo il profitto, non certo la transizione alle energie rinnovabili per i bene dell’umanità”. Ma a questa conclusione ci arriva attraverso un’analisi puntuale di tutti i dati scientifici a disposizione descrivendo e raccontando lo stato dei...

Empire state of mind / Stati Uniti: l'impero nascosto

La quarta di copertina di un libro è la prima cosa che si guarda dopo che il titolo ha attirato la nostra attenzione. Non sempre dice la verità. Lo fa nel caso de L’impero nascosto di Daniel Immerwahr (Einaudi, 603 pp., 34 euro), quando dice che “la storia degli Stati Uniti al di fuori degli Stati Uniti” è “la vicenda di un impero che ha sempre negato di essere tale”. Impigliati nella stessa contraddizione che gli aveva impedito di nominare la schiavitù nella Costituzione dopo avere affermato l’uguaglianza e la libertà di tutti gli uomini, gli Stati Uniti hanno evitato di chiamare colonie – di pensare e definire come possedimenti coloniali – le numerose dipendenze territoriali accumulate nel mondo al di fuori dei propri confini nordamericani. Ne è visiva testimonianza anche l’evoluzione delle rappresentazioni novecentesche della mappa – il logo – del paese.   Tuttavia gli Stati Uniti sono un impero, scrive Immerwahr – storico alla Northwestern University – nell’ultima riga del libro, a suggello della sua lunga, argomentata dimostrazione. Nessun arzigogolo. Nessun salto mortale da “antiamericano” vendicativo nei confronti delle proprie classi dominanti. Immerwahr non forza la...

La cecità come scelta / Covid e la fine del sogno americano

Houston, 16 luglio 2020 L’ultimo giorno normale della mia vita è stato il 6 marzo 2020, l’ultima lezione che ho tenuto in classe. Ciò che ha salvato la mia università dalla pandemia, allora, è stato lo spring break, la vacanza di primavera che cominciava la settimana dopo. Tempo pochi giorni, e si è visto che tornare in classe non era più possibile. Io stavo insegnando un corso sulla biopolitica. Parlavamo e abbiamo continuato a parlare via Teams di Michel Foucault, Hannah Arendt, Giorgio Agamben, Roberto Esposito, Antonio Negri, Michael Hardt, Paolo Virno, Donna Haraway, Judith Butler, Anthony Kwame Appiah, Slavoj Žižek e altri ancora. Ancora prima che la pandemia raggiungesse il Texas, ogni settimana trovavo, senza neanche doverlo cercare troppo, qualche articolo di giornalismo investigativo che mettevo a disposizione degli studenti e sembrava scritto apposta per il mio corso.    Se Achille Mbembe parlava di necropolitica e di necropotere, di schiavitù e di colonialismo come stati di eccezione permanente, e del modo in cui le popolazioni soggette potevano essere controllate verticalizzando il loro spazio (non entrerò in particolari perché non è questo il punto che...

Forum Disuguaglianze e Diversità / Contro le disuguaglianze

Il contrasto alle disuguaglianze è diventato quasi un mantra del discorso pubblico. Troppo spesso, tuttavia, il richiamo si dimostra appiccicaticcio. Le disuguaglianze non sono definite, rendendo inevitabilmente debole il collegamento con le politiche. A volte, addirittura, l’aggiunta di un pizzico di equità sembra sufficiente a rendere accettabile qualsiasi politica, comprese le politiche che sono all’origine delle disuguaglianze e, come tali, dovrebbero essere abbandonate. Basti pensare alla richiesta di dosi ulteriori di flessibilità nel mercato del lavoro.  Non corre questi rischi il libro appena pubblicato a cura di F. Barca e P. Luongo, Un futuro più giusto. Rabbia, conflitto, giustizia sociale (Il Mulino, 2020). Lo ammetto, sono di parte, essendo tra i fondatori del Forum Disuguaglianze e Diversità (FDD) che ha sostenuto il lavoro oggetto del volume. Spero, però, in queste pagine di convincere lettori e lettrici dell’importanza del libro. Barca e Luongo definiscono subito le disuguaglianze di cui dovremo occuparci e preoccuparci. Sono le disuguaglianze che ostacolano il pieno sviluppo della persona umana.  La bussola è l’art.3 della Costituzione che il FDD declina...

Convivere con Covid-19 / Volti, sguardi e mascherine

L'uso obbligatorio e normato delle mascherine, chirurgiche o autoprodotte, regalate o acquistate, “di comunità” è uno dei tratti che più colpiscono la percezione e rimarranno nell'immaginario di questi strani giorni, segnati da vissuti e situazioni tragiche o comunque sconfortevoli, perturbanti, anomale. Sono molte le questioni che questo nuovo abito chiama in causa, anche in relazione al fatto che il suo utilizzo sembra essere destinato a durare nel tempo: la discussione sull'effettiva efficacia nella protezione e sugli effetti dell'uso prolungato sul respiro; l'essere un dispositivo di sicurezza sul lavoro e nella vita pubblica, in diverse variabili e oggetto di un nuovo expertise diffuso che riguarda i diversi modelli, il modo in cui vengono portate, applicate o abbassate nell'interazione quotidiana; gli effetti psicologici in relazione alla fiducia nella relazione e il senso di reciproco controllo nella relazione; la personalizzazione e i diversi stili delle mascherine, che possono diventare occasione di creatività personale o persino donare aura di mistero alle figure. Vorrei proporre in queste pagine un intreccio di ragionamenti sull'uso della mascherina a partire da quello...

Un Marx geografo / David Harvey: geografia del dominio

Geografia del dominio (Ombre corte 2018) raccoglie quattro brevi saggi di un autore di valore, David Harvey: geografo, ma esploratore di molti aspetti del contemporaneo nelle sue diverse declinazioni. Il suo libro più noto, The Condition of Postmodernity (1989), univa la lettura del postfordismo ai fenomeni culturali, artistici e architettonici del postmodernismo. Mostrava in fondo che questa corrente di pensiero – così influente nelle arti applicate, nell’urbanistica e nell’architettura di fine Novecento – era direttamente riconducibile a forme di produzione e a modelli di accumulazione flessibile tipici del tardo capitalismo. Negli anni, Harvey si è sempre più riferito a Marx: non al marxismo ma al testo marxiano, fonte inesauribile di analisi e profezie di quella che chiamiamo ora tutti “globalizzazione”. Nell’ultima occasione che ho avuto occasione di ascoltarlo, a Urbino davanti a un pubblico di studiosi dei fenomeni urbani, Harvey ha svolto una lezione sul Secondo Libro del Capitale, quello in cui Marx analizza il fenomeno della circolazione del capitale. E ha spiegato con quegli strumenti marxiani l’attuale finanziarizzazione delle città globali: sedi oggi di immensi...

Federica Castelli / Cos'è uno spazio pubblico

Pubblicato nel 2019 da Ediesse, Lo spazio pubblico di Federica Castelli sembra essere confezionato su misura per la taglia dei primi mesi di questo 2020. Mesi di isolamento, quarantena, lockdown, a cui hanno fatto seguito mesi di distanziamento sociale, manifestazioni, mascherine e piazze piene in mezzo mondo. Mesi in cui la questione dello spazio è ritornata in primo piano sotto forma di varie questioni: chi decide di come, quando e perché spazi pubblici e privati possano essere chiusi ai cittadini/e? Che conseguenze ha la regolamentazione delle distanze e dei contatti sulla vita sociale e sulla psicologia delle persone? E infine, è giusto intervenire su statue e monumenti che offendono una parte della popolazione? Questioni di grande importanza, che presuppongono a loro volta una domanda più generale: che cos’è uno spazio pubblico? Esattamente la domanda attorno alla quale ruota il volume di Castelli.   Teoria, storia, politica   L’autrice imposta e affronta la questione a due livelli. Il primo livello è quello della ricostruzione storica e teorica. Castelli presenta le diverse figure con cui nel corso della storia sono stati rappresentati tanto lo spazio pubblico,...

Antropologia ed etica / Il diritto di avere diritti

Il popolo Kichwa, che vive nella parte occidentale dell’Amazzonia, ha un termine, Ilaktas, che potrebbe corrispondere al nostro città, per indicare l’insieme della foresta, dove “vivono” montagne, alberi, paludi, formando un’architettura cosmologica complessa in grado di ospitare tutti i viventi, che sono sempre in stretta e costante relazione fra loro. Noi usiamo altre terminologie per indicare la medesima cosa: ecosistema, per esempio, potrebbe essere un concetto occidentale che gli si avvicina, anche se il suo senso, passato attraverso il filtro della scienza, ha irrimediabilmente perso ogni riferimento a quel contatto intimo e imprescindibile che hanno le emozioni e le relazioni fra i viventi. Ilaktas è un’entità che vive e pensa, ed è la città non solo dei viventi, ma va oltre, comprendendo elementi che siamo abituati a pensare inanimati come l’acqua e le montagne. Non sono concetti astratti, ma entrano di fatto nella vita delle persone, tanto che è stata motivo di una causa legale da parte della popolazione Kichwa nei confronti dell’Ecuador, dove si è arrivati a stabilire che Ilaktas, la foresta vivente, ha gli stessi diritti che si riconoscono agli umani. Se ne parla in...

L’aria delle città e il razzismo

Nel 2004, in un discorso per la Lewis Mumford Lecture, Jane Jacobs individuò nella «mentalità della piantagione» il male che la società americana non si è ancora lasciato alle spalle. La Plantation Age è stata lunga e duratura, affermava, e ha prodotto la schiavitù fisica e mentale che dal mondo rurale si è trasferita nella grande industria taylorista, in cui i lavoratori potevano essere usati come ingranaggi di una macchina o come peons on a plantation. L’eredità più pesante della Plantation Age è ovviamente la situazione dei discendenti degli schiavi, prima «tenuti in soggezione attraverso la repressione operata nel mondo rurale» – scriveva Jacobs in The Economy of Cities (1969 – L’economia delle città) – e poi «assoggettati economicamente con la discriminazione attuata nelle città». Il posto degli afro-americani è stato, e per molti versi è ancora, il ghetto, lo slum in cui essi vivono «sotto il dominio assoluto dei bianchi» che possiedono le loro abitazioni degradate.    Jacobs aveva già trattato il tema della discriminazione razziale in The Death and Life of Great American Cities (Vita e morte delle grandi città americane), pubblicato tre anni prima del Civil Right...

Impresa o bene comune / Scuola: di cosa hanno bisogno i docenti?

“Ne usciremo migliori o peggiori?”: era questa una delle domande che circolava durante le confuse settimane della quarantena di massa. A pensarci meglio, si intravedeva già un leggero smottamento prospettico rispetto all'iniziale, più rassicurante e apotropaico, “andrà tutto bene”.  Che si tratti di fase 2, fase 3 o che altro, ora che – si dice – il paese sta ripartendo, gli interrogativi su come ne siamo usciti possono essere declinati in vari ambiti. Quello della scuola resta un terreno in cui le incognite continuano a superare gli aspetti noti.  Se ne è parlato molto, ma, di certo, se ne parlerà ancora, soprattutto quando arriverà l'attesa relazione della task-force istituita dal Ministero dell'Istruzione e presieduta da Patrizio Bianchi. Nel frattempo, in queste settimane che hanno accompagnato alla conclusione l'anno scolastico, si sono accese discussioni sulla scuola che verrà, anche sulla base di documenti, proposte, piattaforme che provano, da punti di vista molto lontani, a prospettare scenari o a rivendicare cambiamenti per il futuro. Così, mentre i docenti si cimentavano con le sottili implicazioni di tipo burocratico nascoste nelle pieghe delle Ordinanze...

Matsutake / Anna Tsing e il fungo della fine del mondo

Un fungo ingovernabile   Quando si pensa a Hiroshima viene subito in mente l’immagine del funghetto che si erge verso il cielo, emblema del cosiddetto sublime atomico. Tuttavia pochi sanno che a Hiroshima, dopo la catastrofe, la prima forma di vita a spuntare tra le macerie è stato un fungo matsutake. Ad agosto comincia del resto la sua stagione di maturazione. Lo stesso è accaduto a Fukushima nel 2011. Questo fungo infatti non è conosciuto solo per il suo odore pungente (per alcuni un puzzo insopportabile), per essere una prelibatezza della cucina giapponese o per assorbire il cesio e i radionuclidi, ma anche per crescere – esclusivamente e spontaneamente – sui suoli degradati dall’azione umana. Poco importa che si tratti di catastrofi nucleari o della lava delle eruzioni vulcaniche come in Oregon, che è diventato un importante esportatore di funghi sin dal 1986, quando quelli europei erano contaminati da Chernobyl.      Ogni tentativo di coltivare il matsutake è fallito; cresce dove e quando vuole lui, anche sui terreni in cui le attività agricole e industriali hanno causato mutamenti irreversibili. È il fungo della crisi del capitalismo, che rimette in...

Capitalismo e micro-reti / Changemakers: i pirati della modernità

Nonostante sia un libro agile e scritto per essere accessibile al famoso pubblico al di fuori dell’accademia, Changemakers (Polity Press, 2019; trad it, Luca Sossella editore) di Adam Arvidsson è un libro che condensa anni di viaggi di ricerca, interviste, osservazione partecipante da Bangkok a Hong Kong, da New Delhi a Napoli, da Parigi a Londra e Milano. È innanzitutto un libro sulla storia del capitalismo, sulle sue dimensioni attuali (sia quella americana che quella cinese), sul suo futuro e sostiene che l’attuale capitalismo digitale, figlio del capitalismo industriale, è alle corde. Ma a differenza di tanti critici superficiali del capitalismo, non ci illude né con la prospettiva di un nuovo commonalismo all’orizzonte, né ci consola dicendoci che il capitalismo finirà con una rivoluzione. Mentre tutti i critici del Capitalocene (una visione più critica dell’Antropocene, che sostiene che l’impatto negativo dell’uomo sull’ambiente è da imputarsi non tanto all’uomo in sé ma al modello produttivo capitalista) volgono lo sguardo al parallelismo tra gli anni 20 e 30 del Novecento e i giorni nostri, Arvidsson ci invita a spingere lo sguardo molto più indietro e trova che il periodo...

Capitalismo della sorveglianza / Bezos Amazon: vendere tutto

Nel 1994 il trentenne Jeff Bezos era un brillante e promettente manager di Wall Street. Lo folgorò un'intuizione destinata a cambiare il mondo. Internet stava esplodendo e l'azienda per cui lavorava, DESCO, stava studiando diversi business plan, compreso lo “everything store”, ovvero “il negozio che vende tutto”.  Era un progetto di intermediazione che si spacciava per disintermediazione, adeguandosi alla retorica del web. Era un obiettivo grandioso ma prematuro. Era impensabile “vendere tutto”. Bezos stilò una lista con una ventina di prodotti e decise che la categoria più promettente erano i libri. “Erano merce pura: tutte le copie di un libro presenti nei diversi negozi erano uguali tra loro, quindi gli acquirenti sapevano sempre cosa aspettarsi. All'epoca esistevano due principali distributori di libri, Ingram e Baker and Taylor, quindi un nuovo rivenditore non avrebbe dovuto contattare una per una le migliaia di case editrici. E soprattutto in tutto il mondo c'erano tre milioni di libri in catalogo”, molti di più di quanti potesse contenerne la più grande delle librerie (Brad Stone, Vendere tutto. Jeff Bezos e l'era di Amazon, Hoepli, Milano, 2014). Bezos voleva...

Topografia / Identikit sociale della pandemia

Nelle Considerazioni finali del Governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco abbiamo sentito vibrare toni inusuali. Non solo per la citazione keynesiana in riferimento alla “giustizia sociale” (da quanti decenni il nome di John Maynard Keynes era bandito da via Nazionale?). E per l’insistenza sull’“incertezza” col socratico “so di non sapere” (quando mai un Governatore centrale si era esposto al rischio di dover bere la cicuta?). Ma anche per i reiterati richiami al problema dell’ineguaglianza, e ai rischi cui l’impoverimento degli strati sociali più svantaggiati può esporre l’intero sistema economico. Segni evidenti che ai piani alti la paura deve fare novanta, se il linguaggio si fa così esplicito. E quanto avviene “in basso” trova occhi e orecchi finalmente attenti. È prevedibile – ha fatto sapere Bankitalia a un pubblico reso enormemente rarefatto dalle regole del confinamento e del distanziamento – che la perdita di reddito dovuta al lockdown generalizzato e al rallentamento delle economie nazionale e globale colpirà in modo asimmetrico: in modo molto più duro in quel “quinto più basso della distribuzione” – cioè in quel 20% di famiglie con redditi inferiori – che vedranno...