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Fundamentals

Fundamentals non è una semplice passeggiata per il biennale aggiornamento di stili, linguaggi, mode da consumare in attesa della prossima mostra. Ma non credo sia ancora la soluzione ai disagi diffusi e pesanti che la cultura architettonica internazionale sta vivendo in questa delicata fase storica. La sensazione che si prova dopo un lungo attraversamento degli spazi istituzionali e dei padiglioni nazionali è quella di un salutare disorientamento di fronte alla scelta evidente di non volere offrire ricette preconfezionate, se non quelle derivate dagli infiniti stimoli che ogni evento immaginato sotto l’egida di Koolhaas può provocare a ognuno di noi individualmente. Questa mostra è comunque figlia dei due secoli appena passati; non sogna futuri imprevedibili, ma è figlia di un pragmatismo modernista e positivista potente che solo la mente tagliente di un uomo del Nord può partorire. Sicuramente questa è una mostra che finalmente rimette al centro di tutto la ricerca, i suoi materiali imperfetti, il lavoro sperimentale come ricetta unica e fragile per costruire futuri possibili e necessari. E, da solo, questo elemento vale...

Lisbona, Museu Nacional de Arte Antiga

Nell’atrio d’ingresso c’è solo una signora esotica al bancone dei biglietti che si occupa anche del guardaroba. Poi un custode in livrea gentilissimo sulle scale e basta fino alle sale. Anche lì in genere i custodi sono poco numerosi e gentili, molto discreti, come padri benevoli che osservano da lontano, pronti a intervenire ma solo nel caso la situazione stia per degenerare, cosa che nei musei è piuttosto rara (a meno che non si tratti dei pochissimi famosi come grandi magazzini, sempre stipati di masse di turisti). Ognuno ha in carico alcune sale, che sorveglia da una sedia situata sulla soglia tra due ma con vista su ampie porzioni di un altro paio. Mentre mi aggiro nelle prime sale il signore addetto, più o meno mio coetaneo, ogni tanto china il capo e sonnecchia: al risveglio mi guarda sorpreso e un po’ allarmato di ritrovarmi ancora lì, ma subito rassicurato che me ne sto buono buono a prendere appunti su qualche sedile o divanetto, alzandomi ogni tanto per controllare un dettaglio o scattare foto, tanto che poi raggiunge il collega più vicino tre o quattro sale più in là e mi dimentica per...

The Divine Comedy : Entretien avec Simon Njami

versione italiana   Elio Grazioli : Je dis tout de suite que j’ai trouvé l’idée de l’exposition magnifique, mais je voudrais voir avec toi si ça correspond à l’idée que je m’en suis faite. Donc je commence par te demander : pourquoi la Divina Commedia? Évidemment Dante a su élaborer une histoire qui est un des archétypes des manières de raconter et de voir : le voyage dans l’autre monde qui offre la possibilité de parler de celui-ci et de donner le plan de la culture, du savoir. Sommes-nous encore à la recherche d’un Grand Récit, comme on dit? Est-ce surtout l’Afrique? Ou est-ce pour lire, interpréter l’Afrique?   Simon Njami : J’ai envie de répondre : parce que la Divina Commedia ! Mais cela, évidemment, ne suffirait pas. Je crois avoir lu ce poème pour la première fois quand j’avais une dizaine d’années. Les questions de l’au-delà m’ont très vite préoccupé, comme j’imagine, tout un chacun. J’ai relu ce po...

Marco Petrus. Atlas

Scorci prospettici vertiginosi, colori brillanti, pastosi bianchi e neri, mobili geometrie: al primo impatto, i quadri di Petrus (Marco Petrus, Atlas, Triennale di Milano, 29 aprile-2 giugno 2014) sono una festa per gli occhi, celebrazione incondizionata dell’architettura, sua felicissima, appassionata illustrazione. Nuovo lustro, nuova gloria le facciate ricevono sulla tela; senza nulla perdere del proprio rigore compositivo si fanno fantasmagoria,  lampo caleidoscopico. Eppure, a uno sguardo successivo, qualcosa ci inquieta. Qualcosa manca, in queste scene urbane. Queste visioni sono innaturalmente nette, nitide, pulite. Viene alla mente il Rêve parisien di Baudelaire, sogno di una città di pure forme di metallo e marmo, da cui è stato rimosso l’elemento vegetale, bollato dallo splenetico  sognatore come irrégulier. Ecco: nei quadri di Petrus mancano quegli elementi “irregolari” che nella vita di ogni giorno offuscano, spezzano, “sporcano” la nostra visione degli edifici: alberi appunto, insegne, cartelloni, semafori, trame di cavi, lampioni, traffico, auto in sosta. La città viene ricondotta alla...

Liberty. Uno stile per l'Italia moderna

L’Italia, dopo il Risorgimento, faceva fatica ad essere moderna nelle arti, giunse quindi benvenuta, dopo il 1880, la ventata di un movimento dai tratti generalisti e onnicomprensivi, che altrove si chiamò stile giovane o moderno e da noi, un po’ per pigrizia, un po’ per comodità, prese il nome di Liberty, in omaggio a una celebre ditta londinese specializzata in cineserie, giapponeserie e decorazioni di pregio.   A questa stagione, già riscoperta e esplorata dagli anni ’70 da studiosi del calibro di Rossana Bossaglia, torna oggi la bella mostra ai Musei di San Domenico a Forlì che reca come sottotitolo Uno stile per l’Italia moderna, a cura di Maria Flora Giubilei, Fernando Mazzocca e Alessandra Tiddia (catalogo Silvana-Cassa di Risparmio di Forlì, pp. 407, euri 34). Il logo scelto è Il silenzio di Giorgio Kienerk, sospeso tra eredità macchiaiole e slanci simbolisti. Nell'ampia rassegna vincono le allegorie, i racconti a chiave, le vicende mitologiche: spicca soprattutto la scena onirica popolata di visioni di morte, o aperta alle presenze, sinistre quanto seducenti, delle sirene,...

Divina Commedia africana

  version française   Al Museo d’Arte Moderna di Francoforte è in corso una grande mostra che nasce da una strana idea: la Divina Commedia dantesca interpretata da artisti visivi africani. Operazione azzardata, come si comprenderà, ma davvero curiosa. Lusinghiero per noi è intanto constatare che la Divina Commedia sia considerata un classico anche in Africa, il che non è scontato, mi pare, anche in tempi di globalizzazione della cultura. Azzardata perché le culture di riferimento sono così diverse che il risultato dell’incontro è imprevedibile, tanto più in tempo di postcolonialismo. Curiosa proprio per questo: come leggono gli «africani» – metto tra virgolette perché evidentemente gli africani sono di molte culture diverse – la Divina Commedia? D’altro canto, ancora una volta, il capolavoro dantesco si dimostra un modo per parlare del presente in modo estremamente efficace.   Cinquanta artisti di ogni parte dell’Africa sono stati chiamati al confronto, suddivisi naturalmente nelle tre sezioni del Paradiso, Purgatorio e Inferno, ma appunto in...

Una storia del rumore

"Ovunque siamo, quello che ascoltiamo è soprattutto rumore. Quando lo ignoriamo, ci disturba. Quando ci mettiamo ad ascoltarlo, ci affascina". (John Cage, 1937)   Primi di marzo. Marrakech. Sto entrando per la prima volta in una delle piazze più grandi del mondo, Jamaa el Fna. Arrivandoci da uno degli stretti vicoli della Medina, affollati dal rumore di motorini e radioline dei negozi, vengo improvvisamente invaso da un paesaggio sonoro inedito e abbacinante, composto di zoccoli di cavalli, flauti di addomesticatori di serpenti, canti di narratori locali, urla, muezzin, venditori. Ancora oggi, a distanza di settimane, è il suono di quella piazza quello che mi rimane più in testa. Così come di Istanbul ricordo subito i canti che si innalzavano assieme dalle tante moschee della città.   Tutti noi, se ci pensate bene, conserviamo un ricordo sonoro dei luoghi in cui siamo stati o in cui siamo cresciuti, quello che il teorico dei media Rudolf Arnheim chiamava l' “immagine acustica” di un luogo e che il musicologo canadese Raymond Murray Schafer chiama il “paesaggio sonoro”.   Siamo...

Larry Fink. Social Graces

È sicuramente la galleria più piccola di Milano, quattro metri per quattro forse neanche, in cui una parete ha pure davanti un tavolo e un’altra ha una grande finestra che la occupa quasi per intero. Eppure il suo intelligente gallerista, Sebastiano Dell’Arte, vi infila una mostra più interessante dell’altra, proprio grazie a lui innanzitutto, che valorizza ogni opera, di cui a richiesta vi sa non solo dire tutta la storia, ma le ragioni e la qualità.     Le mostre collettive non avranno temi rigorosi o all’insegna delle parole d’ordine attuali, ma la scelta è sempre motivo di una scoperta, di un’invenzione, di una passione. Nomi famosi e nomi meno, un dipinto monocromo insieme a una fotografia di Cunningham che non vi potevate aspettare o un’eclisse di luna di Tillmans. Ogni visita è una sorpresa e tempo guadagnato per il visitatore. Opere di valore anche economico, non stiamo parlando di masochismo: il gallerista è anche mercante, vi informa anche delle quotazioni con competenza, ma vi fa venire voglia di comprare tutto, perché vi fa desiderare il pezzo, fa leva sulla...

Carrie Mae Weems: foto e video

Nonostante la sua lunga carriera, le apparizioni della grande fotografa Carrie Mae Weems nel nostro paese sono state, seppure di un certo spessore (come nel caso del Festival Internazionale di Film sull’Arte Contemporanea di Napoli nel 2009), molto sporadiche; oltre al Festival appena citato, è stata coinvolta nelle mostre Italian Dreams a Frascati nel 2007 e Urban/Suburban alla Temple University di Roma nel 2006, e inserita nel catalogo Blink: 100 fotografi, 10 curatori, 10 scrittori del 2002, tutte mostre peraltro non citate nella sua pur accurata biografia. Una lunga carriera alla quale, invece, il Guggenheim di New York ha reso omaggio con una ricca e articolata retrospettiva, dall’indicativo titolo Three Decades of Photography and Video. Oltre centoventi lavori prevalentemente fotografici, ma anche testi scritti, registrazioni audio e video, ripercorrono l’evoluzione artistica di Carrie Mae Weems degli ultimi trent’anni – a partire dal 1978 fino ai lavori datati 2010.   Carrie Mae Weems
 Untitled (Colored People Grid), 2009–10
11 inkjet prints and 31 colored clay papers, dimensions variable overall; individual components:...

Vedere. Uno sguardo infinito

Luigi Ghirri ha fatto scuola, non c’è niente da dire. Le sue immagini, proprio per la loro forza convincente, sono diventate “icone” – come stigmatizza la sezione più importante della mostra partita dal Maxxi di Roma e che torna come uno dei grandi eventi di questa nona edizione di “Fotografia Europea” – e hanno ispirato fotografi che ne hanno sviluppato gli spunti in molteplici direzioni; il suo sguardo, il suo processo di lavoro, le sue “carezze fatte al mondo” – come dicevano lui e Gianni Celati delle fotografie di Walker Evans –, la sua “metafisica” italiana, le sue tematiche ricorrenti sono diventati delle cifre riconoscibili che hanno aperto vie che altri hanno voluto seguire; il suo progetto di “nuovo paesaggio italiano” e la sua stessa posizione di lateralità – Italia ai lati è uno dei suoi titoli più famosi –, di equilibrio tra le agitazioni delle avanguardie e la passione degli amatori, la sua sicurezza anche, che molti suoi scatti presuppongono, hanno inciso nel modo di voler essere di molti fotografi. Ghirri ha rappresentato,...

La ricerca del corpo di Nan Goldin

Scopofilia significa in greco piacere del guardare: traslato in campo psichiatrico, il termine ha assunto i tratti di una perversione sessuale che lega il godimento esclusivamente all'atto visivo (spesso di nascosto dall'oggetto osservato) ma nella sua accezione originaria conserva il senso alla base della produzione e consumo di immagini, effigi, e in senso generale, cose su cui posare gli occhi. L'immagine non è mai passiva, si risveglia sotto le pupille altrui e tramite queste provoca reazioni sensoriali dal piacere al dolore, benché in una percezione più ampia, qualsiasi tipo di figura che soddisfi l'esigenza primaria di guardare il mondo e conoscerlo, dalla più bella alla più cruenta, appaga inconsciamente la mente, che incapace di concepire il vuoto, ha bisogno di essere continuamente riempita, arrivando perfino, in presenza di spazi monocolori, a inventarsi qualcosa da guardare.     Chiamare allora un progetto fotografico Scopophilia sottolinea allora l'intento di riflettere su come, prima di ogni costruzione razionale, la ricerca del godimento sia sempre stata alla base delle arti visive. Nella sede...

Sante che leggono

Nelle Nozze mistiche di Santa Caterina del cosiddetto Maestro del fogliame ricamato (Master of the Embroidered Foliage, attivo tra il 1480 e il 1510), ci sono queste due elegantissime signorine sedute nell’erba ai piedi della Madonna, che invece se ne sta, comoda e maestosa, su un bellissimo tappeto. Se non che, qui, è l'erba stessa a essere un bellissimo tappeto (finemente ricamato: appunto).   Nozze mistiche di Santa Caterina del cosiddetto Maestro del fogliame ricamato, attivo tra il 1480 e il 1510 Maria tiene tra le braccia il bimbo, che sembra un ometto stempiato e si sta slanciando verso santa Caterina per impalmarla infilando l’anello nuziale nel suo anulare proteso. La santa, riccamente ingioiellata e abbigliata in modo adeguato alla circostanza e alla sua nascita regale, offre allo sposo un fiore purpureo, forse una rosa selvatica (simbolo del sangue che verserà per lui nel martirio? simbolo di un altro simbolo? di altri simboli a catena? a pioggia?), sotto lo sguardo compunto, certo devoto ma anche con una comprensibile punta di invidia, di una damigella inginocchiata alle loro spalle: un’altra santa martire, con il suo bel...

Leonid Tsvetkov. Disturbance

Rien se ne perd, rien se ne crée. Con queste parole, in pieno Settecento, Antoine Lavoisier definiva la prima legge di conservazione della massa cambiando radicalmente quella che sarebbe stata di lì a venire l’evoluzione della fisica e della chimica. Lo stesso principio fu poi infatti alla base degli studi sulla termodinamica, prima, e successivamente di quelli sulla relatività di Einstein. Parte da una considerazione simile l'artista russo-americano Leonid Tsvetkov (1980) nella sua mostra Disturbances, curata da Manuela Pacella da Ex-elettrofonica (fino al 30 maggio). Nel suo caso però le trasformazioni fisico-chimiche si abbinano alla suggestione per quelle del tessuto urbano e dei reperti archeologici di Roma, in relazione alla loro specifica funzione e uso.   Lo spazio della galleria è animato dalla presenza di colonne cielo-terra, che sono, a guardarle meglio, degli assemblaggi di moduli cementizi: singoli pezzi colati all’interno di calchi ricavati da confezioni alimentari e simili (vasi, bicchieri, contenitori) infilate una sopra all’altra. Dal cemento alla carta stampata, il secondo corpo di opere (A4)...

L’essenzialità di Gianfranco Pardi

Gianfranco Pardi presentò nel 1978 allo Studio Marconi a Milano l’installazione …Poeticamente abita l’uomo…, traendo il titolo da un verso del poeta Hölderlin, ripreso anche da Heidegger in un famoso saggio. Oggi la Fondazione Marconi riprende quel verso per intitolare la doppia mostra che dedica a uno dei suoi artisti storici, a due anni dalla scomparsa, incentrandola su alcune opere degli anni Settanta che offrono l’occasione di ripercorrere le origini di una ricerca basata sullo spazio e sul rapporto tra astrazione e costruzione. Al primo piano della Fondazione il lavoro che più colpisce sono tre porte poste lungo una parete bianca. Tre porte in ferro, una con i battenti chiusi, le altre due con delle inferriate. Tra le porte vi sono line curve, ortogonali e diagonali tracciate in grafite sul muro. Le porte sembrano suggerirci un’apertura della parete – che pare farsi mobile come a teatro – un’apertura oltre l’apparenza che ci proietta in uno spazio mentale e concettuale.   Gianfranco Pardi, ...Poeticamente abita l'uomo... Con l’opera …Poeticamente abita l’uomo...

Enrico Bedolo. Life in File

Scrive Enrico Bedolo a proposito del suo progetto Life in File esposto dall’11 aprile alla Libreria Ars di Bergamo: “L’ombra si proietta proprio in quell’angolo dove si consuma la realtà [...] Non è questione di finiture, resa, durata o semplicemente che tutto dista a pochi minuti da dove siamo giunti. È che i confini sono linee trasparenti e in qualche modo infinitamente riscrivibili, ammesso che ce ne siano”. Davvero in ogni immagine è in gioco il limite dove finisce la realtà e comincia qualcos’altro. Che cosa? La finzione? Il sogno? L’illusione? L’illusione non si oppone alla realtà, diceva Jean Baudrillard, non c’è opposizione tra le due, che darebbe all’una il compito di svelamento dell’altra. Il compito della fotografia, produzione di immagini, è di riscrivere i confini di ciascuna.   Le fotografie di questa serie di Bedolo ci mostrano proprio questo. L’artista ha fotografato parti di quelle simulazioni che vengono esposte fuori dai cantieri per mostrare come verrà ciò che si sta costruendo all’interno. Oltre a una...

Il design italiano oltre la crisi

La settima edizione del Museo del Design Italiano è una bellissima e sofisticata collezione di opere, alcune poeticissime e assolute, che, accanto ad altre di minor peso, hanno il potere di trascinare il racconto portando la storia, nel suo svolgersi, ad aprire molte direzioni, altre storie. Penso che il lavoro di Beppe Finessi (aiutato da Cristina Miglio), del direttore Silvana Annicchiarico e di Italo Lupi sia un capolavoro di cura e sensibilità capace di contagiare nel profondo chi attraversa il bellissimo percorso disegnato da Philippe Nigro e di procurare sensazioni di gioia e bellezza.   Alessandro Mendini, Poltrona di Paglia, 1975   Va detto però che il discorso si concede molte deviazioni e sconfinamenti e che per il desiderio di accontentare un po' tutti, di includere grandi maestri e raffinatissimi ricercatori rimasti nell’ombra, di accennare a tante storie magari non sempre centrando il capolavoro o l’opera contestuale, per lo sfizio di mettere in luce il minore, la cosa a latere, per poi alzare il volume con l’opera del grande maestro... alla fine del viaggio lasciano un po’ la sensazione di una massa...

Kill Bill (Viola)

Un fiore caduto     Che tornava sul ramo?         Era una farfalla Arakida Moritake (1473-1549) Oggi Bill Viola è senza dubbio il video-artista più amato dai musei italiani. Delle loro collezioni la sua opera sembra essere un simulacro. In questi ultimi anni, ad esempio, non ha esposto soltanto al Museo Gucci di Firenze (Amore e morte, 2011) o a Villa Panza (2012). A Capodimonte (2010) e al Museo Tuscolano di Frascati (About Caravaggio, 2012) dialogava con Caravaggio; a Palazzo Te a Mantova con Giulio Romano (The Raft, 2013); a Palazzo Fortuny con Wagner (Fortuny and Wagner, 2013); nell’ex chiesa di San Pier Scheraggio e in seguito negli Uffizi coi ritratti del corridoio vasariano. Senza dimenticare il Duomo di Milano (2004), la Chiesa di San Gallo di Venezia (Ocean Without a Shore, 2007), lo Spedale di Santa Maria del Buon Gesù a Fabriano (Poiesis, 2009). All’estero sembra prevalere un approccio più profano, come dimostra la retrospettiva organizzata dal Grand Palais di Parigi (fino al 21 luglio). Real time Sono andato troppo di corsa. Nella linearità del tempo s’insinua...

The Spectre Is Still Roaming Around

“Articolare storicamente il passato non significa riconoscerlo 'come realmente è stato'. Significa impadronirsi della (sua) memoria, così come appare in un momento di pericolo […] Il pericolo minaccia sia il deposito della tradizione, sia chi la riceve. Per entrambi è uno solo e lo stesso: diventare lo strumento della classe dominante. […] L'unico scrittore della storia, capace di riaccendere la speranza nel passato, è colui che è convinto che neppure i morti saranno al sicuro dal nemico, se egli è vittorioso. E questo nemico non ha mai smesso di vincere” Walter Benjamin, Sul concetto di storia, 1940 La più diffusa logica culturale post-comunista celebra la caduta della cortina di ferro come “la vittoria finale della democrazia moderna sui suoi nemici totalitari”. Il processo politico di transizione iniziato dopo il 1989 nei paesi dell'Europa post-socialista, interpretato come la conservativa resistenza all'Ovest liberal-democratico contro un inequivocabile modello di modernità, è stato, da una sola parte, la nostra, osservato come l'allineamento dall'...

Vettor Pisani. Eroica / Antieroica

A Napoli, il Museo Madre ospita la prima grande retrospettiva dedicata a Vettor Pisani (Bari, 1934 - Roma, 2011), una mostra che sin dal titolo, Eroica/Antieroica, sembra iniziare lo spettatore allo scenario poetico dell'artista. Un mondo popolato da tensioni dialettiche, coabitato dagli estremi di un pensiero messi l'uno di fronte all'altro; anzi, dove l'uno si riflette inevitabilmente nel suo contrario.   L'estetica di Pisani si nutre di antinomie, di miti e di storia, di spazi e tempi verosimilmente inconciliabili, fagocitandoli e restituendoli all'esterno in espressioni plurali: in “giochi” di idee e visioni imprevedibili; in “rompicapo” per la critica; in accostamenti di forme appartenenti alla memoria collettiva ma presentate sotto mutate vesti, così da apparire spesso enigmatiche e intraducibili.   I soggetti e le immagini che ricorrono continuamente nella produzione dell'artista – l'Enigma, l'Androgino, la Verginità, le Macchine Celibi – gli appartengono sin dalla sua prima personale: Maschile, femminile e androgino. Incesto e cannibalismo in Marcel Duchamp, una mostra...

Delizie & Matrimonio

«Fate la guerra all’amore!»: nel Settecento non si usavano gli slogan, ma questo si sarebbe adattato benissimo a un’incisione a colori degli inizi del secolo in cui una poderosa fortezza, isolata tra boschi e campagne coltivate, viene cinta da un enorme fossato. Il nemico dichiarato è proprio Amore e il massiccio baluardo militare, con mura, torri di guardia e fossato, serve per resistere ai suoi assalti e ai suoi bombardamenti.   È una delle immagini che troviamo nel libro curato per Mazzotta da Alberto Milano, Le delizie del matrimonio. Trecento anni di una storia d’amore, catalogo della mostra aperta fino alla fine di marzo a Palazzo Morando a Milano. L’autore ha raccolto una ricca serie di incisioni tra XVII e XIX secolo che hanno al centro il tema del matrimonio, nelle sue fasi preliminari, nel fiorire del rapporto amoroso e nel suo quasi inevitabile appassire, se non addirittura degenerare. Si tratta di materiali eterogenei: fogli volanti, calendari, incisioni da applicare su coperchi di tabacchiere, fogli per ventagli, giochi.   Se nel foglio con la fortezza il disegno è accuratissimo e il tema delle...

La rara dolcezza di Dorothy Iannone

Dorothy Iannone è una notevole raccontatrice di storie, che spesso partono dalla sua autobiografia, per diventare vicenda di una generazione o di un periodo.   L’artista, americana per nascita, ha girato il mondo, prima di decidere, negli Anni ’60, di trasferirsi a Berlino, che ora la omaggia con una bella retrospettiva alla Berlinische Galerie, magnifico spazio nel cuore di Kreuzberg, dove l’esposizione è aperta fino al 2 giugno prossimo (dotata di un bel catalogo edito dal museo e da Kerer Art, 189 p., 29 eure, in cui compare anche una curiosa intervista a cura di Maurizio Cattelan pubblicata su “Abitare” nel 2011).     Per solito apparentata a figure importanti dell’arte legata al femminismo negli Stati Uniti (ad esempio Judy Chicago), ha in realtà una sua specifica dimensione di auto fiction, che negli anni ’60 risultava perfino eccentrica. Al centro delle sue coloratissime tavole, delle sue incantevoli graphic novels prima del tempo (come Icelandic Saga), sta sempre una identità femminile forte e prorompente, che assoggetta uomini a avere relazioni sessuali continue, fantasiose e...

Varese, California

Una delle scene più famose di Quarto potere (1941), è quella in cui la cinepresa di Gregg Toland si sofferma, con l'estrema profondità di campo esaltata dal grandangolo, sull'infinita distesa di opere d'arte che Citizen Kane ha accumulato nella sua vorace attività di collezionista. Come è noto, il protagonista del film di Orson Welles ritrae il magnate dei media William Randolph Hearst e la sua dimora è ispirata al castello di San Simeon, a metà strada tra San Francisco e Los Angeles. Hearst era un personaggio che esprimeva il gusto del suo tempo, proprio come Henry Frick, John Pierpoint Morgan, Isabella Stewart Gardner o Henry Kress del quale si narrano le gesta ne L'eredità Contini Bonacossi, l'ipnotico memoir di Elsa De Giorgi.     Tappa obbligata per molti di quei collezionisti era la villa “Ai Tatti”, sulle colline sopra Firenze, che lo storico dell'arte Bernard Berenson aveva allestito come un magnifico showroom dove mostrare ai suoi facoltosi visitatori una possibilità di elevazione della vita quotidiana da trascorrere in mezzo agli Old Italian Masters e agli...

John Isaacs ci invita all’empatia

Una grande statua in marmo bianco, sola al centro di uno spazio neutro, cattura lo sguardo di chi varca la soglia della Galleria Massimo Minini a Brescia.   L’opera dell’artista inglese John Isaacs – magistralmente illuminata come su un palcoscenico – si materializza davanti allo spettatore in tutta la fisicità delle sue quattro tonnellate e lo interroga attraverso un velo che la ricopre fino a terra. Lo sguardo segue le pieghe del bellissimo panneggio di marmo, rimodellato dalla luce, e riconosce le forme che esso cela ancor prima di soffermarsi sui singoli dettagli anatomici. La mente vi ha già sovrapposto l’immagine della Pietà di Michelangelo. L'enigma sembra subito chiarito: il volto e la mano che si intravedono sotto il velo sono quelli della Madonna, mentre il corpo riverso è quello di Gesù. E se invece non fosse così? Se invece quel velo ci offrisse un’altra possibilità? Se ci stesse invitando a condividere un sentimento – al di fuori di ogni riferimento religioso – diventando protagonisti, anziché semplici spettatori? Perché in fondo ognuno di noi...

Franco Grignani. Alterazioni ottico mentali

A quindici anni dalla scomparsa di Franco Grignani una mostra e un catalogo, curati dalla figlia Manuela con Cristina Quadrio Curzio e Leo Guerra, celebrano la ricerca costante e coerente di un grande disegnatore o, per meglio dire, inventore e ricercatore di segni. Grignani, nato nel 1908 a Pieve di Porto Morone, nel Pavese, verso la fine degli anni venti agli studi matematici a Pavia affianca la pittura di ispirazione futurista. Si trasferisce poi a Torino per studiare architettura e nel capoluogo piemontese viene in contatto con Fillia e l’ambiente del secondo futurismo torinese, che lo porta nel 1933 a partecipare ufficialmente al movimento nella Mostra Nazionale d’Arte Futurista a Roma. Soprattutto dalla pittura di Boccioni, Grignani impara a cercare “linee di forza” e “dinamismi compenetrati”.   Dopo la laurea è a Milano dove inizia a lavorare e frequenta varie gallerie, tra cui “la più geometrica”, il Milione e passa abitualmente “davanti al caffè Craja, sbirciando dentro per vedere i pittori pitagorici”. Arriva la guerra che riserva a Grignani un’inaspettata e formativa...