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1925-2020 / Quante stelle per Michel Piccoli?

A novantaquattro anni compiuti, Michel Piccoli ha preso congedo. Definitivamente. L’ha fatto in punta di piedi, senza fare rumore: la sua morte, arrivata il 12 maggio in seguito a un ictus che l’aveva colto nella sua casa di Saint-Philbert-sur-Risle, in Normandia, è stata annunciata alla stampa soltanto il 18 maggio, a esequie avvenute.  Davanti a un’uscita di scena tanto discreta, in ordine sparso ne vengono in mente altre. Piccoli è forse stato l’interprete dei congedi? Quello di Ritorno a casa, forse il più bello di tutti; quello onirico di Dillinger è morto; quello di La grande abbuffata (il più eccessivo, nella sua iperbolica, flatulenta trivialità); fino all’ultimo – il più emblematico e al tempo stesso, per certi aspetti, più privato – di Habemus papam, con il pontefice designato che compie il proprio personalissimo “gran rifiuto”, forse cercando di riacciuffare un’antica ambizione attoriale frustrata, ma soprattutto dichiarando con coraggio la propria inadeguatezza davanti al mondo intero.   "Habemus papam" (2011)   “Purtroppo ho capito di non essere in grado di sostenere il ruolo che mi è stato affidato”, dice il “suo” papa nel discorso che chiude il film...

Nel cerchio del dolore / Igiaba Scego, La linea del colore

Non è facile rubricare il nuovo libro della scrittrice Igiaba Scego come oggetto narrativo, così come appare insensato definire in modo netto il tratto creolo e meticcio di incrocio culturale che caratterizza la biografia culturale dell'autrice, italiana afrodiscendente con tratti somali, romani, ma anche veneziani e appartenenze di molti altri posti ancora. In La linea del colore si incrociano le traiettorie dei suoi lavori precedenti: la biografia politica e paradigmatica di La mia casa è dove sono, la fiction storica di Adua, il reportage urbano di Roma negata (con le foto di Rino Bianchi), lo scavo nel rimosso coloniale nella memoria pubblica e nel tessuto artistico e culturale.  Nella produzione di Scego trovano inoltre posto l'amore per la cultura musicale e la letteratura per l'infanzia (sua la rubrica di recensioni per «Internazionale»), la promozione di una diversa nozione di appartenza e la riflessione sulla rappresentazioni della diversità – ha curato l’antologia di racconti di scrittrici afroitaliane Future – a delineare un atelier di espressività ad alto tasso di impegno pedagogico e sensibilità sociale.     Gemma originale della scrittura post-...

Mai dare spiegazioni, mai lamentarsi / Marianne Faithfull, l’arte della resilienza

In una lettera ai fratelli George e Thomas datata 22 dicembre 1817, John Keats scrisse di aver infine compreso qual era il segreto per fare di un uomo un uomo compiuto (a Man of Achievement, l’espressione usata da Keats, maiuscole comprese): la capacità cioè di condursi nell’incertezza, nel dubbio e fra i misteri della vita senza avvertire l’irritante impulso di cercare ogni volta soccorso nei fatti e nella ragione. Riteneva che in questo Shakespeare fosse un maestro. In un poeta, scriveva Keats, il senso della bellezza trascende ogni altra considerazione, o meglio rende superflua ogni altra considerazione. E Keats chiamò questa qualità capacità negativa (negative capability).   Quando nel 2018 Marianne Faithfull decise di intitolare un disco proprio così, Negative Capability, richiamandosi a Keats e facendo sua l’ambizione di vivere con pienezza dentro una condizione di incertezza, si stava predisponendo a uno dei suoi tanti bilanci esistenziali. Dall’accumulo dei guai fisici (un tumore, l’epatite C, l’artrite, un’infezione dopo un intervento chirurgico che l’aveva costretta ad annullare una tournée), unita alla consapevolezza che l’avanzare dell’età e gli abusi di gioventù...

Padri / Andrea Pomella, I colpevoli

«Nelle pagine che sto per scrivere troverai cose che non hai mai saputo. Riguardano ciò che stiamo vivendo ora e ciò che abbiamo vissuto in un tempo remoto. Perché non sempre si sa ciò che si è vissuto. Quel che una volta era vita concreta, oggi è una sostanza fragile e vaga, impalpabile come la neve in un globo di vetro». Lo scrittore argentino Rodrigo Fresán a un certo punto del meraviglioso romanzo La parte inventata (Liberaria 2019, trad. Giulia Zavagna) scrive «La parte inventata che non è, mai, la parte disonesta, anzi è la parte che trasforma davvero qualcosa che è semplicemente accaduto in qualcosa così come doveva accadere.» È una frase alla quale ripenso spesso, non solo rispetto alla narrativa, ma a tutta la letteratura e, di recente, trovo che quel concetto si applichi perfettamente ai memoir. La scrittura autobiografica – lo scrivere di sé – negli ultimi anni ci ha regalato libri belli e convincenti, basti pensare a tutta l’opera di Annie Ernaux, a Olivia Laing, al recentissimo libro di Ocean Vuong, a Ben Lerner e agli italiani Cristiano de Majo, Claudia Durastanti, Michele Mari (almeno per Leggenda privata) e Andrea Pomella.    Qui ci occupiamo di...

Ecologia della Parola / Il piacere della conversazione

Ecologia della Parola. Il piacere della conversazione di Anna Lisa Tota, uscito questo inverno per Einaudi, è un libro impegnato, militante. Arriva come una vera e propria assunzione di responsabilità da parte di una rappresentante del mondo dell’accademia (Tota è professoressa ordinaria di Sociologia della Comunicazione a Roma III) di fronte al dilagare, nelle conversazioni faccia a faccia così come in quelle costantemente rilanciate dai media vecchi e nuovi, di una comunicazione patologica, fomentatrice di divisione e di odio. Prendere la parola, per Anna Lisa Tota, significa, allora, scegliere di mettere in gioco il proprio patrimonio di studi e di letture, per rivolgersi a un pubblico più ampio della nicchia dei lettori di libri scientifici, in vista di una missione civile superiore. Il libro, infatti, si presenta come un invito a riconoscere i segni della disfunzione nel modo di conversare di ognuno. È questo un modo peculiare di agire politicamente nella società, nella convinzione che promuovere un miglioramento della qualità della conversazione dei singoli contribuisca a migliorare la qualità della vita di tutti. Ma cosa significa conversare meglio? Già dalle prime pagine...

RODARI 100 / La torta in cielo

In una delle interviste raccolte nel documentario Gianni Rodari, il profeta della fantasia, andato in onda nell’aprile del 2018 su Rai Storia – ora disponibile sulla piattaforma Raiplay – Rodari afferma che l’idea per La torta in cielo gli venne in seguito a una conversazione con un collega che aveva vissuto per molti anni negli Stati Uniti. Il libro, la cui storia fu poi elaborata con gli alunni della maestra Maria Luisa Bigiaretti, nelle scuole elementari Collodi della borgata del Trullo, a Roma, venne pubblicato nel 1966 da Einaudi con le illustrazioni di Bruno Munari (qui si cita la ristampa del 2011).    Fu proprio grazie a un’interferenza linguistica di quel collega espatriato che lo scrittore scoprì un’espressione di cui fino a quel momento ignorava l’esistenza. Egli disse in inglese, proprio davanti a lui, “a pie in the sky”, una torta volante che avrebbe volteggiato per mesi nella testa di Rodari. In effetti, riferendosi con quelle parole a qualcosa d’impossibile, una chimera, un castello in aria, un disegno realizzabile solo nelle circoscrizioni della fantasia, l’uomo gli passò involontariamente la miccia per innescare il racconto di quella bomba sbagliata che...

(2) / Imparare tra cervello e macchine

Con i metodi di imaging e risonanza magnetica siamo riusciti a mostrare che fin dalla nascita, praticamente tutti i circuiti del cervello adulto sono già presenti in quello del bambino. Il cervello umano nasce e si sviluppa per auto-organizzazione, spontaneamente, per simulazione interna, imparando per bootstrapping – tirandosi su per il codino, come il Barone di Münchhausen –, da un modello fisico interno e, allo stesso tempo, la struttura precoce non rimane invariata, ma è modificata e arricchita dall’esperienza. Ciò grazie alla plasticità cerebrale. La foresta inestricabile di ramificazioni neurali, composta da migliaia e migliaia di rami sempre più piccoli, i dendriti (dendron significa “albero” in greco), mediante le sinapsi, le unità di calcolo del sistema nervoso, dà vita alla comunicazione tra le cellule cerebrali, i neuroni. Considerando il ruolo di ciò che si impara per comprendere lo sviluppo umano e la produzione dei patrimoni di conoscenza disponibili, è necessario comprendere come agiscono i vincoli spaziali e i vincoli temporali in molte regioni del cervello. Sappiamo che la plasticità è attiva soltanto durante un intervallo di tempo limitato, che è chiamato “...

Design: tre centenari / Franca Helg, la gran dama dell’architettura

Seppure bisestile come l’attuale, il 1920 è stato un anno prolifico per la scuola di Milano di architettura. Ha infatti dato i natali a tre figure di rilievo internazionale, che si sono occupate anche di design: a Franca Helg, il 21 febbraio; ad Anna Castelli Ferrieri, il 6 agosto e a Vico Magistretti, il 6 settembre, tutti e tre allievi del Politecnico meneghino.    Franca Helg (1920 - 1986), "la gran Dama de la Arquitectura", come ebbe a definirla Vélez Catrain nel 1990 "doveva essere una donna molto disciplinata e rigorosa con se stessa. […] Discreta, sobria nella parola e nello sguardo; il suo portamento era deciso, il portamento di una persona che anticipa il passo con lo sguardo, l’udito e l’olfatto. E così era solita procedere nel suo lavoro." (idem, 2006) I collaboratori dello studio che lei ha condiviso con Franco Albini (si legga qui) fino alla morte del maestro, avvenuta nel 1977, la chiamavano con deferenza signora Helg, invece, noi allievi della Facoltà di Architettura del Politecnico, dove lei ha insegnato Composizione architettonica, la chiamavamo la Helg, lasciando sottinteso il titolo di professoressa, come spesso fanno gli studenti, ma con quel rispetto...

20 maggio 1938 – 12 maggio 2020 / Astrid Kirchherr, alle origini dei Beatles

Astrid è una ragazza con un caschetto biondo tagliato corto, è tutta vestita di nero e sta scendendo le scale di un locale chiamato Kaiserkeller, un posto un po’ malfamato per una giovane fotografa neodiplomata alla scuola d’arte di Amburgo. A trascinarla lì è il suo attuale ragazzo, Klaus, determinato a farle ascoltare e vedere il gruppo che si sta esibendo sul palco. È una sera del 1960 e la band che sta suonando porta ancora il nome di Silver Beatles: il loro repertorio è costituito in gran parte di cover rock’n’roll, ma è un tipo di musica che Astrid non ha mai ascoltato prima: “La mia intera vita cambiò in un paio di minuti – dirà molti anni dopo alla Bbc –. Tutto quello che volevo era stare con loro e conoscerli”. È quello che succederà nei mesi successivi, quando Astrid Kirchherr diventerà la prima a far mettere in posa i Beatles per un set fotografico “ufficiale”. I suoi scatti documentano gli anni dei Beatles ad Amburgo, di certo uno dei periodi meno conosciuti dell’epopea beatlesiana. “Il nostro miglior lavoro non è mai stato registrato”, dichiarava John Lennon nel 1970, all’indomani dello scioglimento dei Beatles, in una celebre intervista a Rolling Stone, nel faticoso...

Intervista al direttore Patrick Keilty / Il più grande archivio di pornografia

Patrick Keilty è professore associato alla Faculty of Information dell’Università di Toronto, e direttore della Sexual Representation Collection, il più grande archivio di pornografia in Canada, la cui collezione comprende circa “tremila videocassette e DVD, mille riviste, cinquecento romanzi, centinaia di diapositive a 35mm, di film e cassette a 8mm,  documenti personali e legali, report, prodotti artistici, oggetti erotici e pezzi unici databili dagli anni Cinquanta a oggi”, oltre a materiale riguardante le leggi canadesi sulla rappresentazione del sesso. Avrei dovuto incontrare Patrick allo University College, dove è ubicata la collezione, ma la pandemia in corso ce lo ha impedito, e dunque questa conversazione ha avuto luogo su Zoom.    MALVESTIO: Per cominciare, potresti darci qualche dettaglio sulla collezione, sulle aree che copre e sui suoi scopi? Qual è la sua storia?    KEILTY: Dunque, negli anni Ottanta Brian Connor, che era docente di Physical Education all’Università di Toronto, aveva cominciato a scrivere il suo secondo libro, che riguardava la rappresentazione della mascolinità nell’industria porno gay, e dunque aveva cominciato a...

Vedere / El Greco, Vista e mappa di Toledo

Una delle poche cose che sembrano evidenti nella Vista e mappa di Toledo di El Greco è la necessità – immediata e non analitica – di scomporre da subito l’insieme in parti distinte. Ovvero il fatto che la composizione non voglia “stare” insieme. Partiamo allora da una prima identificazione delle componenti principali. Vediamo: a) la città di Toledo, b) il cielo con le nuvole, c) la Vergine con il suo entourage, d) l’allegoria del fiume, e) una grossa nuvola, f) l’ospedale di San Battista (o ospedale Tavera), g) la mappa di Toledo, h) un giovane che regge la mappa. Esistono anche altri elementi più minuti, per esempio, in vicinanza dell’ospedale un cannone (?) e una colonna (della peste?).  Una più attenta osservazione permette una descrizione più precisa. La città di Toledo non è soltanto divisa fisicamente in due parti (una parte entro le mura, una fuori), ma anche scopicamente: la parte bassa, sulla sinistra, appare infatti come distorta. La “mappa” di Toledo nelle mani del giovane è un oggetto plurimo; si tratta, a ben guardare, di un foglio con la pianta della città, munita di didascalie sul lato sinistro e di una scritta. Insomma, più si osserva il dipinto, più quest’...

Nuove forme dell’identità collettiva / Trattoria, Paesello, Territorio. I conti con l’oste

Molte e molti di noi hanno iniziato a cucinare tra l’asilo e le elementari. Chi disponendo di pongo multicolore, magari sassi; chi trasportando sapidi secchi di sabbie adriatiche o tirreniche; fino a chi mesceva insalate di bucce di cipolle e torsoli di mele o, come Tommaso Melilli, «zuppe di fiori», decorate da formiche morte e coccinelle.  Mi guarderei bene dal dire che i nostri intrugli d’infanzia esprimevano alcuni tratti identitari dell’italianità, tuttavia non è ardito suggerire l’inerenza di un elemento generazionale: bimbi di cinquanta, o sessant’anni fa potevano per esempio più spesso essere istruiti, come in un gioco, ad abbattere una gallina o un coniglio destinati alla tavola, e oggi sono in vendita decine di modelli di cucine giocattolo a tema Masterchef.    Forse, poi, la gallina del cortile di casa e la cucina giocattolo con pentole «effetto antiaderente» sono immagini che rimandano a due poli valoriali di un’era post-gastromaniacale (Marrone, Gastromania, Bompiani 2014). Come se una volta ritiratasi la prima grande ondata dell’ossessione nazionale collettiva verso il cibo, ci ritrovassimo cambiati, ci dovessimo pensare naufraghi su una nuova terra...

Verso la “Fase 2” / Ripensare le scene

Oltre lo streaming, per una diversa liveness   Il punto non è se la surrogazione dell'evento performativo via web sia sufficiente – visto che come hanno detto in tanti, compresa la newsletter di gruppo nanou, l'arte è sempre, tutta, dal vivo –, se quello in streaming o via Zoom sia ancora teatro oppure no. La scena ha dialogato da sempre con la tecnologia almeno fin dalla mechanè, che portava nello spazio del teatro incredibili “effetti speciali” già nell'antica Grecia; e non è morta con l'avvento del cinema ma anzi: la sua fluidità le ha consentito di confrontarsi e nutrirsi con gli orizzonti di una continua rimediazione. Non l'ha insegnato solo Walter Benjamin, ma gli artisti e le opere stesse in secoli di lavoro, di cui l'incontro – anche questo estremamente dal vivo – fra video e arti performative nel Novecento è solo l'ultimo episodio di una storia fertile e vivace, ben più lunga (mentre, come hanno ben spiegato Laura Gemini e Giovanni Boccia Artieri proprio su queste pagine, la liveness si esprime attraverso una serie di gradazioni molteplici che abbracciano di fatto anche l'opzione del digitale).    Il “dibattito” – un po' superato e per fortuna presto...

Serie TV / Loop. Cronache terrestri

Una piccola cittadina americana circondata da immensi campi dove i personaggi scompaiono e riappaiono, eventi misteriosi che si dipanano tra le maglie dello spazio-tempo, un laboratorio sotterraneo in cui si svolgono esperimenti oltre i limiti della fisica conosciuta.  A parole suona familiare, anche troppo. Potrebbe sembrare il tentativo di Amazon Prime di replicare formule di successo seriale come quelle di Stranger Things o (peggio ancora) Dark, di casa Netflix. Niente di più sbagliato.      Loop (Tales from the Loop), la nuova serie di fantascienza lanciata lo scorso 3 aprile da Prime Video, è stata creata da Nathaniel Halpern a partire dalle illustrazioni dell'artista svedese Simon Stålenhag, che ha raggiunto il successo grazie ai suoi paesaggi dove straordinario e banale, natura e tecnologia, uomini e macchine si incontrano sospesi in un tempo sconfinato e meditabondo.  Nelle tavole di Stålenhag una quieta tranquillità pastorale avvolge misteriosi elementi fantascientifici; due i volumi illustrati che raccolgono questi paesaggi visionari e malinconici: Loop (2017, già segnalato su doppiozero) ed Electric State (2020), editi in Italia da Mondadori....

Due vite quasi vere / Walter Siti, La natura è innocente

Se c’è un autore in attività che da tempo si è conquistato un posto duraturo nelle future storie della letteratura italiana, questo è senza dubbio Walter Siti. Altrettanto prevedibile – anche se di questo forse l’interessato non si compiacerà – è l’associazione del suo nome con il genere narrativo dell’autofiction, all’insegna del quale egli ha esordito (Scuola di nudo è del 1994). Un tema su cui sarebbe importante ragionare è quale sia il Siti migliore: più esattamente, quale sia il grado di compromissione autobiografica che gli ha consentito o che gli consente di attingere agli esiti più persuasivi. Il punto, a mio avviso – se mi si passa la banalità dell’espressione – è che l’ego è una brutta bestia. Senza scomodare la troppo spesso citata invettiva gaddiana contro i pronomi-pidocchi del pensiero, e segnatamente contro l’Io («il più lurido di tutti i pronomi»), nel corso della sua appassionata, spregiudicata, mai banale ricerca Siti ha corso il rischio di avvitarsi in una spirale introspettiva di auto-compiacimento/auto-denigrazione dove l’egocentrismo tracima, e il respiro narrativo s’accorcia.    Da questo punto di vista, il suo ultimo libro rappresenta una...

Pensare in verticale / Pavel Florenskij. La prospettiva rovesciata

Condannato da tre funzionari dell’NKDV (Commissariato del popolo per gli Affari interni dell’Unione Sovietica) con la falsa accusa di propaganda trockista controrivoluzionaria, il teologo, presbitero russo della Chiesa ortodossa, fisico, matematico, filosofo, elettrotecnico e poeta Pavel Aleksandrovič Florenskij venne ucciso l’8 dicembre 1937 con un colpo di arma da fuoco alla nuca.   Ritratto di Pavel Aleksandrovič Florenskij in abito talare / Foto segnaletiche di Florenskij scattate dall’OGPU (Direzione politica di Stato generale) dopo il suo primo arresto avvenuto il 27 febbraio 1933. A questo singolare e geniale personaggio, Avril Pyman ha dedicato una biografia (Pavel Florenskij. La prima biografia di un grande genio cristiano del XX secolo, Lindau, Torino 2019). Lo studio delle funzioni discontinue, ma ancor prima la conoscenza del sistema periodico di Mendeleev e le osservazioni dello spettro di Rowland, portarono l’attenzione del giovane matematico sul concetto di discontinuità, venuto a integrare “un modo interamente nuovo di osservare il mondo, un modo che solo allora si stava formando”. Il desiderio di spiegare l’esistenza di fenomeni che violano il principio...

Sacro e acrescita / Serge Latouche, Come reincantare il mondo

In quanti modi e da quante voci dobbiamo ancora sentirci dire che stiamo percorrendo una strada sbagliata che non porterà a niente di buono? I profeti, specie quelli che annunciano sventura se non si cambia rotta, hanno fatto tutti una brutta fine. È molto più piacevole seguire le sirene del buon umore che con i loro canti fascinosi e confortanti ci distraggono e ci trattengono ad ascoltarle, dimentichi della nave, del mare burrascoso, di dove volevamo andare. Cassandra non piace a nessuno, però dice la verità. Come i bambini, ottusi e ignavi, di cui si è detto "Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato, abbiamo cantato un lamento e non avete pianto" (Lc 7, 32), ascoltiamo scienziati, filosofi, papi che ci chiedono di aprire gli occhi, di cambiare mentalità, di fare scelte diverse da quelle che abbiamo fatto finora, più generose, innovative, audaci. Ma restiamo chiusi e fermi in un immobilismo inspiegabile e incosciente, per caparbia volontà di non cambiare o, forse più spesso, per rassegnazione. È curioso vedere quanto siamo creativi nell'inventare di tutto, e quanto invece sembra ci manchi la fantasia nel mettere in atto dei cambiamenti per un sistema che scricchiola...

Solo il tempo dirà se il tempo dirà / Ben Lerner, Topeka School

«Quando cade la prima neve a Topeka, a Berlino, a Brooklyn, dando al mondo esterno la sensazione di un vasto interno, bisogna avere una mente da inverno, voltare la testa verso i fiocchi che si accumulano sul davanzale – Adam obbedì, e vide un passero che saltellava fra i ramoscelli – e tornare alla scena primaria della propria infanzia.» Tra gli scrittori della sua generazione (è nato nel 1979) Ben Lerner è uno dei più interessanti, uno dei più bravi. Poeta, narratore, saggista, dotato di grande capacità retorica e di gestione del linguaggio, gli è stata data più volte l’etichetta di scrittore del futuro. Più precisamente, si è detto che la letteratura di Lerner pare venire dal futuro. Ma che significa scrivere dal futuro? Probabilmente nulla. Di certo Ben Lerner è uno scrittore innovativo, capace di usare tutta la tradizione poetica e narrativa, che conosce a menadito, reinventandola, inserendola nel nostro tempo, attraverso il superamento della trama rendendola secondaria rispetto al linguaggio, alla capacità dialettica dei personaggi, ai dialoghi potentissimi, colti, lunghi ma mai dispersivi. Lerner secondo  me è uno scrittore del presente, la sua è la letteratura del...

Dominare o essere dominati / Politiche della spiritualità

Lo sforzo di autocontenimento che ha tenuto a casa milioni di persone a causa della pandemia ha, a monte, una ragione etica che è difficile sottovalutare: si fa di tutto per evitare la diffusione dei contagi al fine di impedire che venga messa a repentaglio la vita della parte più anziana e vulnerabile della popolazione. Tuttavia, tale contenimento della libertà di movimento è stato imposto in alcuni paesi – l’Italia in primo luogo – con misure altamente lesive della libertà. È evidente, per restare al caso italiano, che si è data la precedenza all’Art. 16 della Costituzione, che sancisce la possibilità di restringere la libertà di movimento dei cittadini per motivi di sicurezza e di salute, rispetto all’Art. 13, che sancisce invece il carattere inviolabile della libertà personale. Particolarmente odiosi sono risultati poi i numerosi casi di abusi perpetrati da singoli rappresentanti delle forze dell’ordine nei confronti di chi violava la quarantena. Molti – me compreso – hanno fatto fatica a capire cosa ci potesse essere di male se si va a fare una corsa da soli nei boschi, la quale avrebbe reso più sopportabile – e più salutare – il confinamento a casa. Come pure son parse...

No, non è finita / Pandemia e riaperture negli Stati Uniti

No, non è finita. Mentre gli Stati Uniti corrono alla riapertura, è facile convincersi del contrario. Ma l’onda d’urto della pandemia non si è esaurita – soprattutto non al Sud. Due mesi e quasi duemila morti dopo, qui in Louisiana il virus accenna però ad allentare la morsa. Balzati alla ribalta nazionale come uno degli hotspot più preoccupanti del paese, con un bizzarro colpo di scena ci siamo dunque tornati da primi della classe.  In un incontro alla Casa Bianca, uno dei tanti che scandiscono queste settimane, il presidente Trump ci ha additato ad esempio all’intero paese. Siamo “un grande successo” nella gestione dell’epidemia – gente con cui è un “onore” lavorare.  Non siamo più lo stato dove il virus cresce con maggiore rapidità – un primato di cui ci siamo liberati con sollievo. Mentre scrivo, ai primi di maggio, la fiammata di contagi che ha massacrato New Orleans si è assestata a livelli più contenuti. A Shreveport, dove abito, i casi iniziano a imboccare la china discendente. L’epidemia ora imperversa a nordest, nella desolazione rurale che da Ruston e Monroe lambisce il confine con il Mississippi.      La poverissima Louisiana che rallenta la...

La speranza di carta velina: la rinascita dopo il buio / Il filo di mezzogiorno di Goliarda Sapienza

Il 2019 si è chiuso con una nuova edizione di Il filo di mezzogiorno di Goliarda Sapienza uscito per La nave di Teseo a distanza di cinquanta anni dalla sua prima edizione, avvenuta nel 1969 per Garzanti, e nel frattempo nel 2003 per La Tartaruga edizioni. È di fatto il suo secondo romanzo, dopo Lettera aperta (vedi qui la nostra recensione) e avrebbe dovuto precedere un terzo volume per formare una trilogia, una sorta di autobiografia in fieri, in costante aggiornamento e rimpinguamento, “un’autobiografia delle contraddizioni”, come Goliarda stessa la chiamava. Il terzo volume non venne mai scritto, o si potrebbe affermare che venne scritto non in forma prevalentemente autobiografica ma in forma romanzata: sarà L’arte della gioia, uscito postumo nel 1998.   Come per molti, o forse tutti, gli scritti di questa autrice il tempo che passa non va a intaccare affatto i suoi testi, le sue idee, la sua scrittura, al contrario: più i decenni avanzano più la contemporaneità sembra il luogo migliore per rileggerla e riscoprila. Oggi più che mai Il filo di mezzogiorno è una profezia del quotidiano, una sorta di breviario della sopravvivenza alla caduta, anzi di più, citando un suo...

Narrare l’epidemia / Nemesi di Philip Roth

Era considerato un capolavoro minore, Nemesi, l’ultimo libro di Philip Roth, il romanzo finale-definitivo che sanciva l’addio del grande scrittore alla scena letteraria, senza tuttavia destare troppo clamore. Non si trattava di un testamento, né di un’opera epocale in grado di riformulare la storia della letteratura contemporanea alla stregua del magnifico Pastorale americana. L’ultimo romanzo di Roth fu pubblicato nel 2010, otto anni prima della morte dell’autore: Nemesi era un libretto di appena centottanta pagine, piuttosto cupo, che concludeva il ciclo dei romanzi brevi iniziato con Everyman (2006). Omaggiato dalla critica, amato dagli appassionati dello scrittore, il libro tuttavia apparve come un orpello decorativo da aggiungere all’immensa produzione narrativa di Roth, fu presto offuscato dal bagliore dei ben più celebri capolavori: portava il nome dell’autore-genio, ma non poteva considerarsi certo la sua opera migliore.  Eppure in questo 2020 funesto, assediato da un male invisibile, Nemesi ritorna in tutta la sua potenza, ci appare un libro profetico. Al centro della narrazione il proliferare di un’epidemia di poliomielite nell’America degli anni ’40: lo scrittore...

Tra corpo e psiche / Respirare

All’interno della grande esposizione sull’ambiente, intitolata Broken Nature alla Triennale di Milano nel 2019, un'installazione poteva passare inosservata. C’era una botte piena di terra con una superficie leggermente curva sabbiosa, un po’ spoglia e mentre lo spettatore si interrogava sul suo senso, il terreno cominciava a sollevarsi come in un sospiro profondo, poi si fermava, quindi si abbassava. Un attimo di riposo. Dopo di che riprendeva a gonfiarsi, come se vi abitasse un polmone immenso. Chi osservava si accorgeva di respirare insieme a questa superficie: inspiro ed espiro. E il ricordo di aver visto respirare la terra rimase impresso a lungo.  In molte grandi religioni il respiro è direttamente connesso alla divinità. Nell'Antico Testamento si legge: “Lì Dio, il Signore, formò l'uomo dalla terra polverosa, gli inspirò la vita nel naso. Così l'uomo divenne un essere vivente” (Gen. 2,7). La maggior parte delle traduzioni dall’ebraico predilige il termine “alitare” a soffiare. Alitare è un respiro più intimo, le labbra sono sciolte mentre l'impulso muscolare deriva dal diaframma. Non deve esserci sforzo fisico per alitare – Dio non si sforza – perché si possa formare...

Voci dall’assemblea del teatro e della danza / Dobbiamo provarci tutti

Fortezze e assemblee   Improvvisamente la bolla di protezione che ci eravamo fabbricati si è dissolta, così siamo tornati a osservare il mondo senza di noi, che ci occupiamo di teatro. Insieme all’improvvisa necessità di distanziamento sociale a scopi sanitari, è emersa la filigrana del capitalismo nella sua versione del controllo e un certo piacere per regole semplici decise da altri ce lo siamo ritrovato appiccicato addosso, dopo decenni di cultura del narcisismo, case delle libertà e dominio di imperscrutabili ragioni globali. Ecco una vita finalmente ordinata e in fila, con dispiegamento massiccio di forze dell’ordine. Ebbene, il pianerottolo è mio e qui comando io! In questa apparente sospensione, abbiamo poi ritrovato qualche frammento di tempo liberato dai vincoli dell’autosfruttamento da classe disagiata, dunque abbiamo smesso di correre da uno spettacolo all’altro, da un festival all’altro, da una conferenza all’altra. Qualcuno ha impiegato ore a conversare e cucinare, altri a camminare (dove era concesso), altri a leggere, altri a immaginare. Vivevamo assuefatti da decenni di surplus in tutti i campi (troppi spettacoli, troppi eventi, troppi festival, troppa...