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Storia

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Il mancato prodigio del silenzio / Il Gattopardo sessant'anni dopo

Stava per compiersi, nell’anno in corso, un evento prodigioso che forse, ormai, non potrà più giungere ad effetto: l’incantesimo è stato infatti perlomeno incrinato. Dell’imminenza del miracolo, s’era consapevoli in pochi, fino a qualche giorno fa, e, come capita talvolta, meno si è, meglio è. Anche i più sfegatati propugnatori dell’allargamento della fruizione di qualsiasi bene naturale o culturale all’universo mondo, vanno poi a caccia, per il loro piacere o per il loro tornaconto, di calette appartate o di boschi solitari, di trattorie incognite o di accademie d’élite. E questa non è l’ultima né forse la peggiore tra le contraddizioni che la modernità nascente, prima, poi la matura hanno spiattellato e che la modernità putrefatta spinge adesso al parossismo. Orbene, in questo torno di tempo, qualcosa è mutato riguardo alla quantità di (in)consapevoli del prodigio cui s’è alluso, senza spiegare ancora per filo e per segno di cosa si tratta. Si proceda con ordine.   È il 2018. Fanno sessanta anni tondi dal momento in cui Il Gattopardo, opera nata dallo spirito del principe palermitano Giuseppe Tomasi di Lampedusa, ebbe, postuma, la sua pubblica epifania, con ciò che ne...

Giorgio Fabre / Il censore e l'editore. Mussolini, i libri, Mondadori

Parlare per quasi 500 pagine del poderoso dispositivo censorio installato da Benito Mussolini negli anni Trenta potrebbe sembrare un inutile passatempo storico-filologico, se non si tiene conto di due aspetti.  In primo luogo assistiamo oggi a un revival della censura in quasi tutti gli angoli del globo: un paradosso, dopo la caduta del Muro e la diffusione planetaria della rete. Le varie demokrature del pianeta – anche in Europa – ritengono la censura un attrezzo irrinunciabile. Gli archivi di siti come Freedom House, Freemuse o Index in Censorship mostrano come le abituali forme di censura si stiano intrecciando con quelle algoritmiche degli "editori globali" come Google o Facebook e con i wall, i muri digitali di governi come quello cinese, russo o iraniano. Il secondo elemento notevole è la molla originaria del meccanismo attivato dal Duce, ovvero il razzismo che era il cuore della sua ideologia, come ha evidenziato Giorgio Fabre nel suo puntiglioso e godibile Il censore e l'editore. Mussolini, i libri, Mondadori (Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori, Milano, 2018).   Nell'Italia liberale la censura era pressoché inesistente, "legata soprattutto all'idea di...

Le Alpi nel mondo antico. Da Ötzi al Medioevo

In un recente articolo intitolato How to change the course of human history (at least, the part that's already happened)*, l’antropologo David Graeber e l’archeologo David Wengraw prendono di mira, sforzandosi di decostruirla, l’interpretazione standard – identificata in alcuni lavori di Francis Fukuyama, Jared Diamond e altri – dei nostri ultimi 40.000 anni; la prospettiva minima, diceva il poeta Gary Snyder, per provare a capire qualcosa di ciò che siamo e di come si sia costruita la nostra esperienza del mondo. Il punto, sostengono, è che il modo con cui di solito si racconta lo svolgimento della storia umana – riassumibile in una sequenza limitata di fasi: un presunto stato di natura dei piccoli gruppi di cacciatori-raccoglitori, mobili e egalitari; una “rivoluzione” agricola che lo sostituirebbe; l’emergenza di un potere centralizzato nella formazione delle città... – è sbagliato non tanto e non solo per una mancanza di informazioni (in particolare per il periodo precedente al Paleolitico superiore), quanto per la difficoltà di assumere, nella formulazione di quelle che restano comunque ipotesi, le informazioni già esistenti per quanto ovviamente frammentarie, disperse e “...

Spike Lee, "BlacKkKlansman" / L’uomo nero del Ku Klux Klan

BlacKkKlansman è un’invettiva, un pamphlet per immagini, “scritto” da un uomo di cinema, Spike Lee, che sa come si racconta una storia. E che qui lo fa molto bene, padroneggiando registri diversi, mescolati e fatti interagire tra loro. La porzione narrativa, che occupa la gran parte del film, è basata sulla storia vera dell’unico poliziotto afroamericano di Colorado Springs, Ron Stallworth, che negli anni Settanta si infiltra nel Ku Klux Klan con la complicità di un collega bianco. Ma la vicenda, pur non essendo letteralmente attualizzata, è piena di echi e riferimenti a una Storia che è cominciata prima di allora e che continua.  Il film è aperto da due spezzoni di finzione presentati come documenti: alcune immagini da Via col vento, con una bandiera confederata che sventola su una distesa di feriti della Guerra civile, e lo sproloquio razzista di un fittizio dottor Kennebrew Beauregard (Alec Baldwin), ripreso mentre su di lui passano immagini da Nascita di una nazione, il film di David W. Griffith del 1915. Il racconto è come incorniciato: queste prime sequenze dicono quali ne saranno il filo e il senso; le ultime, propriamente documentaristiche, lo chiuderanno confermando...

La biografia di Kershaw riletta oggi / Hitler torna?

Continua il nostro speciale Ritorno al futuro. L'idea è quella di rileggere libri del passato che offrano una prospettiva capace di illuminare il momento che viviamo oggi.  Per leggere gli altri contributi cliccare sul nome dello speciale a sinistra sopra il titolo in questa stessa pagina.   Si ripeterà? Questa estate ho preso in mano un libro che desideravo leggere da tempo. S’intitola Hitler ed è stato scritto da quello che è il maggior storico del Führer, Ian Kershaw, un signore inglese oggi di 76 anni, che lo ha pubblicato in due volumi nel 1998. Due anni fa è uscita l’edizione ridotta in 1673 pagine presso Bompiani (mancano circa 600 pagine di note), che mi ero affrettato ad acquistare. Stava sullo scaffale accanto ad altre biografie del Führer in attesa del momento adatto per leggerlo. Questo momento, ahimè, è venuto.   Ho cominciato la lettura durante il mese di agosto e non ho smesso sino all’inizio di settembre. Si tratta di un libro notevole. Hitler è scritto in modo scorrevole e insieme denso, un viaggio nel passato vivendo giorno per giorno la vicenda dell’uomo che ha precipitato la Germania e l’Europa nella maggior catastrofe della sua storia. Leggerlo...

Ritorno al futuro / Thomas Bernhard: il suicidio del pensiero

Oggi il secondo testo del nostro speciale Ritorno al futuro. L'idea è quella di rileggere libri del passato che offrano una prospettiva capace di illuminare il momento che viviamo oggi. Libri di storia, di antropologia, arte, filosofia, così come romanzi e testi poetici per leggere le nuove forme di autoritarismo del nostro tempo. Per leggere gli altri contributi cliccare sul nome dello speciale a sinistra sopra il titolo in questa stessa pagina.   Un clamore insopportabile di folle plaudenti. Il professor Josef Schuster, matematico e filosofo, si è ucciso. Buttandosi dalla finestra della sua casa che affaccia sulla Heldenplatz, Piazza deli Eroi, a Vienna. Il professor Schuster si è ucciso perché ebreo.  Siamo nel 1988, ma ogni volta che le cameriere aprono le finestre che danno sulla piazza, di fronte al Burgtheater, la moglie, Frau Schuster, sente le grida scomposte e acclamanti dell’adunata oceanica di austriaci che proprio in quel luogo aveva salutato nel 1938 il discorso del Füher proclamante l’Anschluss, l’annessione del paese alla Germania nazista, e soffre dentro di sé la marea montante dell’antisemitismo rinascente, dell’odio. Tant’è vero che per questa sindrome...

24 novembre 1930 - 20 settembre 2018 / La Inge. Coloratissima.

Inge Feltrinelli è stata forse l'ultima regina dell'editoria internazionale.   In Italia ha sostenuto con straordinaria vitalità, lucidità ed energia lo sviluppo della casa editrice e soprattutto della catena di librerie che si era trovata a dover governare in un momento difficilissimo, dopo la tragica morte di Giangiacomo Feltrinelli sotto il traliccio di Segrate nel 1972, con il loro figlio Carlo ancora ragazzino.   La biografia – ma era già leggenda – la vuole bambina, Inge Schoental, figlia di padre ebreo, che sopravvive nella Germania nazista. Poi è la giovane, bella e talentuosa fotografa che diventa amica dei grandi scrittori del momento. Alla fine degli anni Cinquanta è la compagna di Giangiacomo, geniale e inquieto, ricchissimo e comunistissimo, quando diventa l'editore del momento con la pubblicazione di due best seller mondiali come Il Gattopardo e Il dottor Zivago, ma irritando molto il PCI, che fino a quel momento aveva sostenuto e finanziato.   Negli ultimi decenni era 'la Inge', leader di una delle imprese culturali più innovative di un paese arretrato, in grado di superare le crisi dell'economia e dell'editoria, pubblicando Premi Nobel (solo per fare...

Contagio psichico / La dimensione storica del trauma

Per noi, confortevoli abitanti dell’Europa Occidentale, è spesso incomprensibile come i nostri vicini orientali, la cui economia ormai funziona meglio che da noi, siano poco solidali nelle vicende europee. In fondo, li abbiamo accolti in un club di paesi privilegiati: che è internazionale, o meglio post-nazionale. Perché la Repubblica Ceca – paese moderno, aperto, funzionale e privo di disoccupazione – ha accettato sul suo territorio solo dodici (non 12.000) dei milioni di migranti profughi che sarebbero da ripartire fra i paesi d’Europa? O come mai nella Polonia – che ha conosciuto una specie di fascismo prima di cadere sotto Hitler e Stalin, ed è poi stata massacrata da tutti e due – prendono piede intolleranze di tipo fascista? Vale la pena di soffermarsi si questi immensi “perché”. Purtroppo, il “contagio psichico” è un pericolo ancora più reale del contagio batterico. La sua trasmissione è geografica – in uno stesso territorio – ma anche temporale, attraverso le generazioni. I traumi psichici collettivi lasciano tracce lunghe.   All’inizio degli anni ’90, dopo la caduta del Muro e il crollo dell’Unione Sovietica, si disse che mezza Europa tornava a casa. Gran parte di...

Logos o mythos? / Eilenberger e la filosofia in Germania

La filosofia di lingua tedesca è molto cambiata nell'ambito degli ultimi due decenni: da una parte la filosofia accademica universitaria; dall'altra, la filosofia «popolare» che incide su un folto pubblico con la sua presenza mediale. Diversamente che in Italia però, i due campi sono occupati da personaggi differenti. In Italia partecipano ai festival filosofici, sempre più diffusi da un ventennio a questa parte, gli stessi personaggi che esercitano la loro professione di docenti nelle università. Le medesime persone, in Italia, occupano anche le pedane mediatiche. Ma soprattutto, i pensatori accademici vengono, sempre in Italia, proposti, se magari non perfettamente recepiti e compresi, anche al pubblico generico televisivo. Non tutti allo stesso modo: alcuni hanno la brandina su cui dormire dietro le quinte dello studio, tanto la loro presenza è assidua; altri ci capitano di rado (le donne per esempio), ma non è questo il punto. In Germania è stato così ancora per Habermas, Popper o Jaspers: i loro libri trovavano grossa attenzione ovunque, le loro teorie venivano assorbite ed elaborate da un pubblico non necessariamente specialistico. Oggi invece le direzioni sono diverse. Da...

Moderazione / Leggere il Corano, oggi e qui

Da lettore e ascoltatore (moderato lettore, moderato ascoltatore) di giornali, di radio e di tivù, ho avuto in questi anni, sempre più spesso, l’impressione che molti parlassero di Islam e di Corano senza aver letto molto al riguardo, anzi – ad essere sinceri – senza aver frequentato per nulla né quel testo né quella teologia né quella storia. E se la cosa poteva apparire “normale” per il comune cittadino (il vecchio “uomo della strada”) avvezzo a dir la sua su tutto senza aver faticato gli occhi su nulla, mi pareva cosa ben più grave che a mostrare lo stesso comportamento fossero riveriti giornalisti, noti politici, perfino potenti maîtres à penser della scena culturale nazionale. È stata questa sgradevole impressione, molto banalmente, a indurmi, da qualche anno, a tentare se non lo studio almeno la lettura di quel Testo, di quei testi, consapevole fin dall’inizio che ero destinato a non provare mai l’ebbrezza del contatto diretto con la lingua originaria di quel Libro. Libro – come si sa – ancora più decisivo in quanto libro – che non altri testi sacri del monoteismo tanto da spingere qualcuno a dire che se il Cristianesimo è la religione del Dio in-carnato, l’Islam è la...

Francesca Melandri: l'Italia di oggi / Sangue giusto

La storia, non sarà inutile ripeterlo, si studia sui libri di storia, non sui romanzi. Però alla conoscenza storica i romanzi possono offrire molto. Detto all’ingrosso, possono accendere (o ravvivare) l’interesse, l’attenzione, la sensibilità per la storia. La concretezza vissuta di un destino umano particolare può attirare lo sguardo sullo svolgimento di processi generali: sulla connessione fra presente e passato, sullo spessore cronologico dei fatti contingenti, sui limiti della nostra comprensione di quanto accade attorno a noi, sulla rete di rapporti fra l’attualità e i possibili futuri. Insomma: se alla letteratura non compete il rigore della storiografia, la narrazione romanzesca può tuttavia far molto perché la coscienza storica attecchisca nell’animo dei lettori. E naturalmente può accadere che un romanzo susciti discussioni sui temi storici di cui parla: cosa sempre auspicabile e opportuna, specie in un Paese dalla memoria corta come il nostro. Questo non è accaduto nel caso dell’ultimo libro di Francesca Melandri, Sangue giusto (Rizzoli, pp. 528, € 20), uscito un anno fa, incluso fra i dodici candidati al Premio Strega ma non nella cinquina dei finalisti. Peccato: l’...

Scrittrici italiane al cinema / La polvere e il disordine

A partire dalla fine degli anni Sessanta Natalia Ginzburg scrive di cinema sulle pagine dei giornali, saltuariamente prima e poi più assiduamente (nel 1975, per esempio, da marzo a dicembre, tiene la rubrica “Cinema”, su «Il Mondo», firmando quaranta recensioni). Alcune recensioni sono state riproposte nelle sue raccolte di saggi, in Mai devi domandarmi (1970), in Vita immaginaria (1974), in Non possiamo saperlo (pubblicata postuma, nel 2001, a cura di Domenico Scarpa). A margine dei suoi articoli la scrittrice dissemina a volte gli indizi per ricostruire la sua fisionomia di spettatrice, i suoi gusti, le sue preferenze, i suoi tic, i film e gli autori che ama di più, i generi che predilige, la postura appassionata e oziosa delle sue visioni del grande schermo. In pochi casi si sofferma a riflettere sul rapporto che intrattiene con il cinema e su quanto rappresenta per lei e per il suo immaginario.   “Cinematografo”, il primo di questi articoli, deve essere letto accanto a un pezzo pubblicato qualche anno dopo, “Il volto osceno della celluloide” (apparso su «Il Mondo», il 28 agosto 1975 e poi compreso in Non possiamo saperlo), in cui le idee vaghe e confuse del primo trovano...

Carnet geoanarchico | 3 / Nel tempo fossile delle balene

Le balene si spiaggiano da sempre. Possiamo immaginare una costa temperata, sfiorata dal brivido dei grandi ghiacciai pleistocenici. Un gruppo di umani che avanza lungo una costa. I ciottoli grigi, il rumore della risacca e degli uccelli. Poi a un certo punto, laggiù, troppo lontano per recuperarlo nella memoria, si vede un indecidibile scuro, annuvolato di bianco, becchettato da un caos di ali e volteggi. Il gruppo si avvicina ma la massa nera, tormentata, smontata pizzico dopo pizzico, non trova il paio nella memoria. Non c’è neanche la parola corrispondente per addomesticarlo. Certo. Un pesce enorme, ma in un rapporto di scala così insolito da scardinare la percezione. Se lo guardi da lontano, per vederlo tutto intero, sei così distante da perdere i dettagli.   Hai l’insieme, ma è un insieme opaco. Se invece ci vai sotto fino a sentirlo dentro il naso, gas di decomposizione, ammoniaca, allora sei vicinissimo alla sua trama, ma lo smarrisci, il pesce, a destra, a sinistra, in ogni direzione, tranne quella dei piedi. Come a guardare un paesaggio a due centimetri da terra, il grande leviatano scompare. Cominciamo da lontano allora. Nella Repubblica dell’Azerbaigian, in una...

La mostra alla Maison Rouge di Parigi / Manuale di volo

L’immagine sul monitor è granulosa, sbiadita; si intravedono una linea di colline, un lago, qualche cespuglio, un uomo ripreso di spalle, maglia e pantaloni scuri: stende le braccia, le batte come le ali di un uccello, fa un salto. L’atterraggio, un metro più avanti, è goffo, ridicolo. E ricomincia: salta, agita le braccia, ricade incespicando. La performance Tentativo di volo – filmata da Gerry Schum nel 1970 per il suo documentario Identifications – è tra le più note di Gino De Dominicis, figura quintessenziale del paesaggio artistico italiano dello scorso fine secolo. Lo slapstick è il modo con cui De Dominicis si appropria, rovesciandola comicamente, di una tenace mitologia artistica moderna, il superamento dei limiti fisici, l’elevazione verso uno spazio estetico-politico posto al di là dell’immediato presente.   Gino De Dominicis, Tentativo di volo, 1970   Ma il Tentativo, come ha notato Michele Dantini, è anche la puntuale parodia di quel Salto nel vuoto (1960) con cui Yves Klein celebrava il suo singolare ingresso in uno “spazio” dell’arte tutto immateriale e mentale, così come un altro lavoro di De Dominicis, Il tempo, lo sbaglio, lo spazio (1970) – uno...

Un tuffo nella storia di 40 minuti / Roma fu marinara

L’affossamento della vocazione marinara di Roma, dalle invasioni barbariche a uno zoo safari, passando per l’isola Tiberina.   Ogni mattina pedalo per ventidue chilometri lungo il corso del Tevere. Undici ad andare, undici a tornare. Taglio il centro città da Porta Portese al Foro Italico, alla stessa ora, attraversando lo stesso percorso e incrociando gli stessi sguardi. Il vecchio hippie con i lunghi rasta e il cane bastardo a salutare il sole, arrampicati entrambi su un tronco, l’assonnato liceale biondo in bicicletta che sgranocchia una mela, il ragazzo avvolto nel sacco a pelo sotto il ponte che precede Castel Sant’Angelo, il pensionato in tutina e cardiofrequenzimetro completamente sudato anche in pieno inverno. E poi loro due: una coppia di quarantenni con un cane sulla loro chiatta attraccata sul fiume, lui sistema la moka sul fornello e ancora in pigiama sbircia fuori dall’oblò, lei a pochi metri passeggia lungo la ciclabile con il cane a guinzaglio. Ogni mattina li saluto con un cenno del capo e inghiotto una pallina di invidia. Come è possibile che vivano lì? Come hanno fatto? Eppure sarebbe così semplice, così naturale ed armonico usufruire delle opportunità che...

28 marzo 1950 – 17 agosto 2018 / Claudio Lolli, amico chansonnier

A un certo punto, mentre passeggiavo per le terre di Montaigne, ho cominciato a ricevere messaggi sulla morte di Claudio Lolli. Il primo era di Marco Lodoli, tristissimo. Diceva così: ho cantato tante volte le sue canzoni, era un puro. Poi di Giorgio van Straten e di Lorenzo Mattotti: entrambi mi ringraziavano per avergli fatto conoscere una persona così speciale. E poi tanti altri. Doppiozero mi ha subito chiesto di scrivere su di lui e ho accettato volentieri, anche se in realtà non lo vedevo da quasi trent'anni. Non mi era mai successo niente del genere: essere ringraziato per aver condiviso un'amicizia di tanti anni fa.   La Francia ha molto a che fare con il mio rapporto con Lolli. Anche con la fine delle nostre frequentazioni. Molti anni fa morì un nostro comune amico, Luca Torrealta, e lo seppi quando stavo partendo per la Francia con una piccola troupe per un'inchiesta sull'AIDS, ai suoi spaventosi esordi. Per Claudio l'amicizia non era semplicemente molto importante: era tutto. Trovò incomprensibile e inaccettabile la mia assenza al funerale di Luca: lui avrebbe abbandonato qualunque concerto, anche all'Opéra di Parigi, e sarebbe tornato a Bologna per salutarlo un'...

Romanzi come intensi esercizi di memoria

La citazione in esergo nell’ultimo libro di Rosella Postorino, Le assaggiatrici, rimanda all’Opera da tre soldi di Brecht («Nel mondo l’uomo è vivo a un patto: ‎/ se può scordar che a guisa d’uomo è fatto») e alla necessità di dimenticare “infamie e brutture” di cui egli vive per scontare il peso dell’umanità senza lasciarsi schiacciare. In Questa sera è già domani, ultimo romanzo di Lia Levi, finalista al premio Strega, l’epigrafe prende invece la forma dei versi di Emily Dickinson e avverte chiunque osi disubbidire al mandato dell’oblio avventurandosi nel regno solenne e polveroso della memoria («Quando spolveri il sacro ripostiglio / che chiamiamo “memoria” / scegli una scopa molto rispettosa / e fallo in gran silenzio. / Sarà un lavoro pieno di sorprese – / oltre all’identità / potrebbe darsi / che altri interlocutori si presentino – / Di quel regno la polvere è solenne – / sfidarla non conviene – / tu non puoi sopraffarla – invece lei / può ammutolire te»).   Tutto ciò che segue, in entrambi i libri, dimostra l’assunto paradossale secondo il quale per sopravvivere è necessario dimenticare l’orrore che ci ha abitato, ma per andare avanti e spezzare la coazione a ripetere...

Gli italiani e la manutenzione / Dal ponte Morandi a Carlo Emilio Gadda

Nelle ore successive al crollo, ho subito pensato a Gadda. Poi, quando hanno iniziato a piovere su tutti noi le solite snervanti dichiarazioni di politici e amministratori, mi sono detto che non c’è niente da fare, che siamo refrattari a tutto – come scriveva Alberto Savinio a proposito degli italiani “immortali”. Qualche anno fa con l’amico Ferrario abbiamo fatto un film sull’idea di progresso, “La zuppa del demonio”, su  cui trovate le riflessioni di Marco Belpoliti per Doppiozero. A partire dalle immagini conservate a Ivrea presso l’Archivio del Cinema d’Impresa, avevamo cercato di imbastire un ragionamento sul passato industriale del nostro paese, sulle speranze e le illusioni e gli sbagli di quella straordinaria stagione di sviluppo economico e civile, già in via di esaurimento a partire dalla crisi petrolifera degli anni Settanta.   Molti spettatori, nei mesi seguenti, ne avevano sottolineato la vena malinconica, qualcuno mi aveva scritto di aver sperimentato alla fine del film la sensazione che si prova quando ci si sveglia dopo un bellissimo sogno e si rimpiange di scoprire che si trattava, appunto, soltanto di un sogno. L’ultima citazione, in effetti, è al...

14 agosto 2018 / Genova, il ponte del Demonio

“Era un gran lavoro, c’era da montare un ponte sospeso, e io ho sempre pensato che i ponti è il più bel lavoro che sia: perché si è sicuri che non ne viene del male a nessuno, anzi del bene, perché sui ponti passano le strade e senza le strade saremmo ancora come i selvaggi; insomma perché i ponti sono come l’incontrario delle frontiere e le frontiere è dove nascono le guerre”. Primo Levi, La chiave a stella, 1978   Giusto quattro anni fa presentai con Giorgio Mastrorocco al Festival di Venezia La zuppa del demonio. Il film era il rimontaggio di spezzoni di documentari industriali prodotti dal 1910 al 1974, provenienti dall’Archivio Cinema e Impresa di Ivrea, e si presentava col sottotitolo: “Un film sull’idea di progresso nel Novecento”. Era un film-Frankenstein, un film “vivo” assemblato con pezzi di film “morti”. E come ogni mostro, produceva e produce anche oggi un effetto doppio e contradditorio. La prima reazione è l’orrore, fin dalla sequenza iniziale, in cui si vede la nascita dell’ILVA di Taranto: le immagini e il commento (di Dino Buzzati!...) celebrano la tabula rasa compiuta sugli olivi secolari che simboleggiano il passato, l’arretratezza, l’immobilità del...

La valle di Champorcher dove sognavano di tornare insieme / Primo Levi e Mario Rigoni Stern. Una lunga amicizia

Primo Levi disse che lui, Mario Rigoni Stern e Nuto Revelli erano come tre petali di un trifoglio perché avevano attraversato le tragedie della Seconda Guerra mondiale, sofferto il freddo e la fame, visto e superato l’orrore, e poi scritto opere contigue per senso etico e nitore di stile.  Levi fu catturato il 13 dicembre 1943 sulle montagne della Val d’Aosta mentre con altri cercava di organizzare una piccola unità partigiana di Giustizia e Libertà; fu trasferito dapprima nel campo di concentramento di Fossoli, poi alla destinazione finale di Auschwitz. Lì gli venne marchiato sul braccio il numero 174157 e lì avrebbe trascorso un anno e mezzo di durissima prigionia, in un luogo pieno solo di freddo, fame, dolore e umiliazioni. Il pensiero di un mondo scomparso dall’orizzonte, quello degli affetti, della cultura e dei monti diviene un rifugio dell’anima. Come quando prova a tradurre in francese la Divina Commedia al suo compagno di prigionia Pikolo: “…quando mi apparve una montagna, bruna per la distanza, e parvemi alta tanto che mai veduta ne avevo alcuna…”. Lo assale il rimpianto: “E le montagne, quando si vedono di lontano … le montagne … oh Pikolo, Pikolo, di’ qualcosa,...

Donnicciole / Ascoltare il silenzio

«Che cosa diresti poi – scrisse Freud all’amico Wilhelm Fliess il 17 gennaio 1897 – se ti facessi notare come tutta la mia nuova teoria della preistoria dell’isteria era già nota ed era già stata pubblicata cento volte, anche se parecchi secoli fa? Ti ricordi che ho sempre affermato che la teoria medievale della possessione, sostenuta dai tribunali ecclesiastici, era identica alla nostra teoria del corpo estraneo e della dissociazione della coscienza? Ma come mai il diavolo che si impossessava delle povere vittime commetteva regolarmente atti di lussuria con loro e in modo ripugnante? E come mai le confessioni che venivano estorte mediante tortura sono tanto simili a quanto mi raccontano le pazienti in trattamento psichico? Al più presto dovrò immergermi nello studio della letteratura dell’argomento».   Il tempo che ci separa dalla lettera di Freud a Fliess ha generato una vastissima letteratura sull’argomento. Quale sia il vero oggetto di tale letteratura non è chiaro: la teoria medievale della possessione? La storia dei tribunali ecclesiastici? La dinamica delle confessioni estorte sotto tortura? La storia della stregoneria? Gli studiosi sanno bene che possessione e...

Una religione laica in Italia / Primo maggio a Mensano

Come si instaura una religione laica in Italia? È la domanda che sorge scorrendo le foto, bellissime, che Ferruccio Malandrini ha raccolto nel catalogo Mensano Primo Maggio. 1963-1975, in occasione di una mostra alla Biblioteca Comunale di Siena e che speriamo possa girare per l’Italia. Ne varrebbe la pena perché attraverso Mensano, una frazione di Casole d’Elsa, a quaranta chilometri da Siena, si racconta un pezzo della nostra storia.  All’inizio degli anni Sessanta stava finalmente finendo l’istituto della mezzadria che, dopo le riforme leopoldine, aveva organizzato rapporti sociali e territorio nei due secoli successivi.   Ph Ferruccio Malandrini. Viene in mente l’avvocato Maralli del Giornalino di Giamburrasca: “Libero pensatore in città e bigotto in campagna”, oppure le lettere che Don Milani inviava dal podere di famiglia di Montespertoli nell’immediato dopoguerra. Un mondo, si direbbe, fermo al Medio Evo, diviso in ferree classi sociali, dove contadini, mezzadri, artigiani, lavoravano al servizio dei padroni. Dopo una fiammata prima del fascismo, furono gli anni dopo la Seconda guerra mondiale a trasformare un popolo di sudditi in cittadini. E decisiva è stata...

Il profumo Zen del tempo / Buddhismo e lentezza in Byung-Chul Han

«Fino alla fine del XIX era in uso in Cina un orologio a incenso, detto hsiang yin (letteralmente, “sigillo di profumo”). Gli europei, fino alla metà del XX secolo, credevano si trattasse di un comune turibolo. A quanto pare, era loro estranea l’idea di misurare il tempo con l’incenso, e forse anche in generale il pensiero che il tempo potesse assumere la forma di un profumo» (p. 65). In uno dei passaggi più belli de Il profumo del tempo. L’arte di indugiare sulle cose (Vita e Pensiero, Milano 2017) il filosofo coreano di lingua tedesca Byung-Chul Han porta l’attenzione del lettore su questo oggetto, tanto poetico quanto estraneo alla sensibilità occidentale (almeno a suo parere). Può il tempo essere un profumo? È possibile percepire le cose, gli oggetti quanto l’immaterialità della durata in un altro modo rispetto a quello a cui siamo abituati? È necessaria, utile, sensata la quantificazione e la compartimentazione a cui abbiamo sottoposto gran parte delle nostre vite?   Sulle patologie della nostra – nostra di noi uomini occidentali contemporanei – percezione del tempo, di quel tempo che oggi vive un’epoca di «crisi» (p. 8) riflette Han in questo libro del 2009, tradotto a...

Einaudi e Mondadori / Mario Tobino. Il clandestino conteso

Esistono centouno quaderni manoscritti, compilati a partire dal 4 marzo 1945, che compongono il diario dello psichiatra e scrittore Mario Tobino. Sono stati conservati dagli eredi, e non c’è opera tobiniana che non sia lì testimoniata nella sua genesi e nel suo sviluppo. Narratore di cui si possono riconoscere agilmente almeno due grandi partiture: quella della follia (esemplificata in opere come Le libere donne di Magliano o Per le antiche scale) e quella del fascismo e della guerra (i cui titoli di maggior circolazione sono forse Bandiera nera, Il deserto della Libia, Il clandestino), accomunava tutti i suoi lavori dalla costante ricerca di un’immedesimazione sincera con i silenzi dei personaggi, con le loro attese più oscure, con la realtà che essi abitano. E se ciò è certamente presente nelle opere sulla follia – per Tobino era necessario stabilire una relazione interpersonale con i pazienti, non essendovi altrimenti nessuna cura psichiatrica – è altrettanto evidente nei, per così dire, romanzi di guerra.   Persino in un’opera corale come Il clandestino. Nelle pagine di questo romanzo, la Resistenza è infatti tutt’altro che idealizzata; viene semmai rappresentata nella...