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Storia

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Il profumo Zen del tempo / Buddhismo e lentezza in Byung-Chul Han

«Fino alla fine del XIX era in uso in Cina un orologio a incenso, detto hsiang yin (letteralmente, “sigillo di profumo”). Gli europei, fino alla metà del XX secolo, credevano si trattasse di un comune turibolo. A quanto pare, era loro estranea l’idea di misurare il tempo con l’incenso, e forse anche in generale il pensiero che il tempo potesse assumere la forma di un profumo» (p. 65). In uno dei passaggi più belli de Il profumo del tempo. L’arte di indugiare sulle cose (Vita e Pensiero, Milano 2017) il filosofo coreano di lingua tedesca Byung-Chul Han porta l’attenzione del lettore su questo oggetto, tanto poetico quanto estraneo alla sensibilità occidentale (almeno a suo parere). Può il tempo essere un profumo? È possibile percepire le cose, gli oggetti quanto l’immaterialità della durata in un altro modo rispetto a quello a cui siamo abituati? È necessaria, utile, sensata la quantificazione e la compartimentazione a cui abbiamo sottoposto gran parte delle nostre vite?   Sulle patologie della nostra – nostra di noi uomini occidentali contemporanei – percezione del tempo, di quel tempo che oggi vive un’epoca di «crisi» (p. 8) riflette Han in questo libro del 2009, tradotto a...

Einaudi e Mondadori / Mario Tobino. Il clandestino conteso

Esistono centouno quaderni manoscritti, compilati a partire dal 4 marzo 1945, che compongono il diario dello psichiatra e scrittore Mario Tobino. Sono stati conservati dagli eredi, e non c’è opera tobiniana che non sia lì testimoniata nella sua genesi e nel suo sviluppo. Narratore di cui si possono riconoscere agilmente almeno due grandi partiture: quella della follia (esemplificata in opere come Le libere donne di Magliano o Per le antiche scale) e quella del fascismo e della guerra (i cui titoli di maggior circolazione sono forse Bandiera nera, Il deserto della Libia, Il clandestino), accomunava tutti i suoi lavori dalla costante ricerca di un’immedesimazione sincera con i silenzi dei personaggi, con le loro attese più oscure, con la realtà che essi abitano. E se ciò è certamente presente nelle opere sulla follia – per Tobino era necessario stabilire una relazione interpersonale con i pazienti, non essendovi altrimenti nessuna cura psichiatrica – è altrettanto evidente nei, per così dire, romanzi di guerra.   Persino in un’opera corale come Il clandestino. Nelle pagine di questo romanzo, la Resistenza è infatti tutt’altro che idealizzata; viene semmai rappresentata nella...

Fisiognomica del disumano / Occhi di donna

Se gli occhi sono lo specchio dell’anima, come hanno scritto i filosofi antichi, cosa c’è nell’anima di questa donna? Molto più che paura o sconcerto. C’è l’orrore, quello di chi è stato lasciato in balia delle acque su un gommone a malapena galleggiante, e ha visto morire la propria amica e il figlio su quella zattera sconquassata dai marosi. Quegli occhi esterrefatti, increduli, occhi che dicono tutta la tragedia e insieme la negano: Non è possibile! Ditemi che non è possibile! Occhi imploranti, come abbiamo imparato purtroppo a conoscere da quando la fotografia documenta le guerre e i massacri: il terrore indicibile dei sopravissuti. E ancora più indietro nei secoli, da quando la grande pittura racconta il dolore dei dolenti, del Cristo in croce e delle donne all’intorno. Sono gli occhi di Maria presso il corpo del Figlio. La mano che accarezza e insieme sostiene quel viso rende manifesta una pietà che altri non sembrano provare. La pupilla scura e il bianco attorno, la bocca appena aperta, il biancore accennato dei denti tra le labbra socchiuse: non possono lasciare che interdetti.   Com’è possibile che non si soccorra in mare queste donne, che non le si porti in salvo...

Palazzo Reale, Milano / Alik Cavaliere: un artista concettuale?

Ingresso dell’aula 45, Accademia di Belle Arti di Brera, Milano. Com’erano le aule del corso di scultura a Brera alla fine degli anni Settanta? Quella del professore Alik Cavaliere era vuota ad eccezione di un tavolo. Niente copie in gesso tratte da esemplari greci e romani, niente modelli viventi in posa, solo un tavolo intorno al quale discutere. Per noi studenti, che per la prima volta dopo gli studi liceali iniziavamo a visitare le gallerie di arte contemporanea, il tavolo era una struttura primaria della Minimal Art, caratterizzata da una riduzione della forma all’essenziale, una struttura intorno alla quale discutere su arte, politica e società. Nel minimalismo l’analisi del fare arte prevaleva sul fare, spingendo la ricerca verso un grado zero della pittura e della scultura, ma l’impossibilità di raggiungere l’inafferrabile e sfuggente minimum sensibile teorizzato dagli artisti minimalisti provocò uno spostamento verso il concetto, favorendo la nascita della Conceptual Art nella quale ogni aspetto materiale venne espulso totalmente dall’opera. Il rifiuto dell’oggetto costituiva l’asse portante della Conceptual Art, un’arte che “non ha un oggetto come residuo” (Douglas...

Atlante occidentale / Uguaglianza

Parola dimenticata, negletta, ripudiata soprattutto da coloro che l’hanno a lungo pronunciata. Vecchio giocattolo venuto a noia. Nel mondo dell’io è assente il noi. Eppure l’uguaglianza è indissolubilmente legata alla libertà. Non c’è l’una senza l’altra. La libertà assoluta dell’individuo porta alla diseguaglianza assoluta cancellando se stessa. L’uguaglianza assoluta uccide la creatività. È la dialettica a governare il difficile equilibrio fra i due poli. Il compito della politica è usare i contrappesi per mantenere questo equilibrio. Senza uguaglianza non potrà che subentrare frustrazione, odio, violenza e autoritarismo. Sarà il caso di rimettere questa parola nel nostro vocabolario.

Due mostre a Berlino / Lo spirito dell’alveare

A Berlino, in contemporanea, due mostre si misurano con due questioni cruciali per la cultura della nostra epoca. La prima riguarda l’eredità storica dell’arte moderna e la sua rivendicazione di autonomia estetica, tradizionali capisaldi i cui presupposti sociali e culturali e le cui pretese di universalità appaiono assediati sia dall’affermarsi di una visione policentrica, multiculturale, del mondo attuale sia dalla crescente erosione della stessa categoria di “arte” a vantaggio di quella ben più elastica e accogliente di cultura visiva. La seconda tocca invece le istituzioni-simbolo del “mondo dell’arte”: il museo e la mostra. In che modo aprire – “rendere inclusivi”, come si dice – questi luoghi a pubblici eterogenei, portatori di istanze culturali, di identità spesso mutuamente conflittuali?   Nonostante le differenze – la prima è un allestimento tematico di una grande collezione di arte del XX e XXI secolo, la seconda una stratigrafia multidisciplinare di un singolo momento della vicenda novecentesca – sia Hello World (Hamburger Bahnhof – Museum für Gegenwart, fino al 26 agosto), che Neolithische Kindheit. Kunst in einer falschen Gegenwart, ca. 1930 (“Infanzia neolitica...

Il Sessantotto. La fascinazione dell'inizio

Milano, inverno e primavera 1968   Acerba intimità con l’impossibile.   Una pioggia di volti lungo il giorno, le strade solidali con il grido. Era cielo, era carne il desiderio.   Prosodia della rivolta, Vietnam, Praga, la lontananza ferita era nei passi, nei pensieri.                                          Stava ognuno dentro il respiro della moltitudine.   Il sogno divorava l’orizzonte.   Qualche tempo fa, ripensando al Sessantotto, mi è accaduto che invece di pensieri ordinati in una riflessione e in un’analisi, mi si accampassero piano piano nella mente e sulla pagina alcuni versi.  Succede che la lingua scelga qualche volta la sua forma un po’ imperiosamente. Quei versi ora possono fare da apertura, e come da esergo, ad alcune considerazioni.   Ho sempre avvertito una sorta di artificiosa dissolvenza e di forzatura storiografica nelle letture che estendono il Sessantotto a un’epoca, a un arco di anni, facendo di  quei pochi mesi una radice, un fondamento, un inizio responsabile di successivi accadimenti. Il grido parigino Ce n’est...

Paradisi artificiali / Erbe, piante, funghi

Che cosa è una droga? “Una sostanza che invece di essere vinta dal corpo (o assimilata come semplice alimento) è capace di vincerlo, provocando, seppur in dosi insignificanti se paragonate a quelle di altri alimenti, grandi cambiamenti organici, psichici o di entrambi i tipi”. Così scrive Antonio Escohotado autore di una monumentale Historia general de las drogas (1999). Non la vedevano certamente così gli sciamani dell’antichità, gli estensori di trattati farmacologici, greci romani e arabi, o Ippocrate, Galeno e Avicenna. Per loro era ancora qualcosa d’altro. Cosa? Per capirlo bisogna partire dalle erbe. Quando Colombo e i suoi successori sbarcano nel Nuovo Mondo sono colpiti dal fatto che gli indigeni usino vegetali a loro sconosciuti per ottenere energia, oltre che celebrare i loro misteriosi e sanguinari riti. I loro nomi sono: cohaba, coca, peyote, stramonio, ololiuqui, caapi, tabacco, e altri ancora. A quel tempo in Europa la maggior parte di queste piante sono sconosciute. L’unica che fornisce risorse simili, ed effetti quasi analoghi, è la vite, o meglio il suo frutto, l’uva, debitamente lavorato e trasformato in vino, oppure i cereali fermentati, da cui si ottiene la...

Giugno 1940: Mario Rigoni Stern, Curzio Malaparte e Jean-Marie Bulle sul fronte italo-francese / Quella sentinella della memoria in Val Veny

C’è una casermetta in Valle d’Aosta, abbandonata da decenni; la si nota arrivando nei pressi del rifugio Elisabetta, sotto le Pyramides Calcaires, in Val Veny.  In tanti le passano accanto: escursionisti che si incamminano verso il Col de la Seigne e la Francia, alpinisti che pernottano al rifugio, famiglie in tranquilla passeggiata attraverso la piana del lago Combal. Le cime intorno sono imponenti, l’Aiguilles de Trélatête su tutte. I ghiacciai scendono a valle in pose maestose; il più vicino al rifugio è il Glacier de la Lex Blanche. Nubi vaporose si incagliano sulla guglia aguzza dell’Aiguille Noire. La scritta “Casermetta Seigne” è ancora visibile. L’interno è desolato: sporcizia di ogni genere, lattine, escrementi di animali. Eppure, nella costruzione adibita a stalla, gli anelli per i muli e le vasche ancora integre evocano vite e abitudini. Si possono immaginare i ragazzi in divisa che la occuparono durante l’ultima guerra, preoccupati per la loro sorte ma sorridenti per età e illusioni. Fare pochi passi tra quelle mura è pericoloso, ma il sentimento che prevale è una gran malinconia, perché quei soldati erano ragazzi pieni di vita e di speranze, e tanti di loro...

Domani alle 19 al Teatro Franco Parenti (MI) / Intervista a Primo Levi

Domani giovedì 5 luglio al Teatro Franco Parenti (via Pier Lombardo, 14) di Milano, alle ore 19.00, incontro con Marco Belpoliti in occasione della presentazione del volume Primo Levi, Opere complete III. Letture di Gioele Dix.   Fino alla metà degli anni Settanta, Levi è interpellato soprattutto per parlare della sua esperienza di deportato raccontata in Se questo è un uomo e nella Tregua. Poi, accanto agli interventi di testimonianza, intensificati soprattutto negli incontri con gli studenti, entrano in gioco i discorsi sul proprio essere scrittore (anzi, chimico e scrittore), e sono dichiarazioni preziosissime per comprendere a fondo il suo rapporto con la letteratura. Inoltre, questi testi contengono molte notizie biografiche non altrimenti note. Levi parla distesamente anche di questioni scientifiche, di politica, dei suoi rapporti con l'ebraismo. Questo libro di interviste è dunque uno snodo fondamentale per conoscere la figura intellettuale e morale di Primo Levi. Uno strumento che restituisce la voce allo scrittore, conversatore sempre acuto, pacato e gentile, estremamente lucido anche quando parla a braccio, come si vede nei testi sbobinati da registrazioni di...

Dall'esterno dell'interno / Donne nel Sessantotto

I colori del Sessantotto   Se la foto sulla copertina di questo libro (AA. VV., Donne nel Sessantotto, il Mulino, Bologna 2018, pp. 292) fosse a colori, si coglierebbe subito una caratteristica dell'abbigliamento sessantottino o appena successivo; che era per tutti, soprattutto per ragazze e ragazzi, colorato e variopinto, altro che le poche sfumature di nero e grigio che ci si mette addosso ora, neonati compresi. Le ragazze della foto portano camicette a fiori, a quadretti, in tinta unita, giacche, giacchette e pantaloni di cui si possono immaginare i vari colori. I loro corpi non sono più inamidati nei terribili «completini», composti da golfino a maniche corte e girocollo sotto, sopra un cardigan coi bottoncini, indossati su gonna immancabilmente a piegoline, insomma il look di una ragazza che frequentava un liceo classico milanese a 16-17 anni. Dopo il '68 anche questo cambia, perché il '68 fu anche la libertà di vestirsi in maniera spontanea, comoda, fantasiosa, colorata e meno rigidamente divisa per sessi (lo insegna qui il saggio di Paola Cioni su Mariuccia Mandelli detta Krizia dal nome di personaggio di un dialogo socratico). Fu la possibilità per noi adolescenti di...

On the road / Via Emilia psichedelica

Il passato non esiste – si dice – siamo noi a ricrearlo. Sarà anche vero, ma di certo è esistito. E, alla fine, ci sono due modi per incontrarlo: far sì che entri nel nostro tempo, oppure andare noi verso di esso. Sono due metafore che disegnano itinerari simili solo in apparenza, in realtà opposti.  Un passo di Walter Benjamin spiega in che cosa consista la prima direzione: “Il vero metodo per renderci presenti le cose è rappresentarcele nel nostro spazio (e non di rappresentare noi nel loro). (Così fa il collezionista e così anche l’aneddoto). Le cose, così rappresentate, non tollerano in nessun modo la mediazione ricavata da ‘ampi contesti’. È questo in verità (…) il caso anche della vista di grandi cose del passato – cattedrale di Chartres, tempio di Paestum: accogliere loro nel nostro spazio. Non siamo noi a trasferirci in loro, ma loro a entrare nella nostra vita”. Siamo dunque davanti al contrario dell’abusato “viaggiare nel tempo”: è l’immanenza del passato nelle sue testimonianze materiali che impatta, per così dire, il nostro tempo e la nostra quotidianità; è a questo punto che il passato, lontano o lontanissimo che sia, rivela la sua fisionomia e, non di...

Il ’68 di Sergio Benvenuto / Imperfetto passato

C’è una crudele ironia nella coincidenza tra il mezzo secolo dal Sessantotto e un’attualità che si colloca al nadir della tensione alla palingenesi personale e collettiva, della radicale espansione della sfera delle libertà e delle possibilità che dell’annus mirabilis fissarono la costellazione simbolica e politica. Risentimento, insicurezza, paura: sono questi all’opposto i segni della nostra attualità, con le sue forme intrattabili di diseguaglianza ed esclusione, i conflitti interminabili, il vuoto di alternative, di fronte ai quali le soluzioni bugiarde dei populismi, con la loro subdola e in apparenza irresistibile manipolazione del discorso pubblico, si presentano come paradossale risposta alla crisi dell’ordine neoliberista e al suo mantra There is no alternative.   Il presente insomma sembra davvero offrire davvero poche giustificazioni a una commemorazione irrimediabilmente sfasata rispetto alle urgenze che la incalzano. Proprio per questo, anziché giudicare con la fosca e disillusa misura dell’attualità le idee di un anno che si è venuto sempre più trasformando, mano a mano che i decenni si accumulavano, in un evento sbiadito o in un’eredità imbarazzante, potremmo...

Collezionisti di storia / I francobolli di Elisabetta Di Maggio e Flavio Favelli

Rispetto ad altre forme di collezionismo iscritte nelle opere d’arte, la filatelia ha uno statuto ambivalente. Al pari di ogni collezionista quello di francobolli è un malinconico (se non altro perché, come ogni collezione, anche la sua è costitutivamente destinata allo scacco dell’incompletezza e della morte, come il puzzle di vita del Bartlebooth di Perec nella Vita, istruzioni per l’uso).   Greetings from Venice, ph Matteo De Fina. Eppure permane sempre in lui un tratto espansivo, che deriva dalla radice infantile di ogni collezione di francobolli, «mossa insieme dalla passione per l’esotismo e da quella per la sistematicità della serie». Così scriveva il Calvino di Collezione di sabbia commentando l’opera di Donald Evans (pittore americano morto trentenne nel ’77, e specializzatosi nella pittura – a matite e acquarelli – di francobolli d’invenzione scrupolosamente ascritti, appunto per serie, a paesi e periodi storici altrettanto immaginari). Sicché «questo preteso introverso era un uomo nient’affatto ripiegato su se stesso ma proiettato sul fuori, sulle cose del mondo, scelte e riconosciute e nominate una per una con delicatezza e precisione amorosa». La filatelia non...

Atlante occidentale / Futuro

Il futuro di chi ci ha preceduto, a meno di non morire in una guerra devastante, o di finire in mezzo a un conflitto nucleare in piena Guerra Fredda, o di non cadere vittima della strategia della tensione, o di non ammalarsi, era un campo molto vasto. In qualche modo, sembrava dipendere dall'impegno personale: se lavorerò guadagnerò, se lavorerò di più e meglio guadagnerò di più, mi sposerò, comprerò una casa e vedrò crescere i miei figli, se non finiranno vittima di una siringa o dall'erba contaminata da un incidente nucleare. Andrò in pensione e mi dedicherò ai miei hobby circondato dai nipotini, sempre che non ci colpisca Al Quaeda nel frattempo, o il morbo della mucca pazza, o Unabomber. Adesso, il futuro è più o meno porsi un'asticella da superare molto vicina, diciamo, la settimana prossima. A meno che non sia la quarta settimana del mese. Allora bisogna arrivare a dopodomani. A forza di dopodomani, si può anche riuscire a vivere una vita intera. A meno che l'Isis, e Trump, e la Siria, e Putin, e gli alieni...  

Mobilitarsi / Il razzismo non è un pretesto

In un contesto politico in cui si discute di censimenti su base etnica e di chiusura dei porti alle imbarcazioni che soccorrono i migranti nel Mediterraneo, si sta tornando a parlare, con una certa regolarità e dopo molto tempo, di razzismo. Sia chiaro, la riflessione sul razzismo italiano da parte degli addetti ai lavori non si è mai interrotta negli ultimi due decenni – ma sarebbe purtroppo illusorio attribuirle una significativa influenza sull’opinione pubblica. Nelle scorse settimane, invece, anche i media generalisti sembrano aver manifestato interesse per il tema – vedremo nel prossimo periodo se in modo meramente estemporaneo o, come c’è da sperare, in maniera più strutturale.  È impossibile prevedere in questo momento se la riapertura di una discussione esplicita sul tema (che parta cioè dal chiamarlo con il proprio nome, rinunciando ad eufemismi spesso distorcenti e tanto comuni in anni recenti) sortirà dei reali effetti sul dibattito politico. Forse proprio per tale motivo vale la pena di provare a decostruire da subito uno dei miti più comuni e diffusi rispetto al razzismo in Italia – vale a dire quello che lo vorrebbe come mero pretesto per l’applicazione di una...

È morta Esther Judith Singer / Chichita Calvino. «Vuoi un po’ di conversazione?»

All’anagrafe si chiamava Esther. Esther Judith Singer, per la precisione; ma tutti la chiamavano Chichita, fin dai tempi dell’infanzia argentina. Scarse le tracce delle origini russe; poco più forte l’impronta ebraica. Cresciuta nell’ambiente della borghesia colta di Buenos Aires, cominciò prestissimo ad avere contatti con il mondo dell’arte e della letteratura. Qualche anno fa, chiacchierando non ricordo più per quale motivo del centenario della Grande Guerra, mi è capitato di citare Stefan Zweig. Chichita non solo sapeva bene chi era Zweig (ovviamente), ma mi disse di averlo conosciuto di persona (lo scrittore austriaco, esule dopo il ’38 e naturalizzato britannico, nel ’42 viaggiò in Sud America, per poi togliersi la vita nella città brasiliana di Petrópolis). Ma ecco, senza volerlo sono già scivolato sull’aneddoto. Era inevitabile. Chichita era una miniera, un giacimento di aneddoti. Ed era una formidabile narratrice orale, avvincente, avvolgente, imprevedibile. Non avendo io conosciuto Calvino di persona, mi sono fatto l’idea che per molti aspetti ne fosse l’esatto contrario. Lui introverso, taciturno, quasi afasico («anche un po’ autistico», mi disse una volta Chichita...

Asociali / Rom, anatemi, tweet e paura

Non si sono oscurate d’improvviso le luci del cielo, né per le strade si sono levate barricate. La storia e lo sguardo retrospettivo consentono di vedere con chiarezza i fenomeni, stabiliscono gli inizi, il decorso, la durata. Rintracciano le radici. Forse dovremmo, con coraggio, provare a fare uno sforzo di immaginazione: proiettarci un poco più in là e guardare al nostro tempo.   Così, Aquarius che attracca a Valencia perché un uomo solo dice “chiudete i porti”, lo dice come un grido, lo dice al di fuori di ogni cornice istituzionale, lo dice con un hashtag, ci apparirebbe più chiaramente come un momento simbolico che segna un punto della nostra storia nel quale tutti siamo chiamati a una responsabilità civile più grande. Non ci è bastato? È lo stesso uomo che lancia un nuovo messaggio: schedatura etnica. Poi si ravvede, e Di Maio plaude a questa marcia indietro. Lo conosciamo questo procedimento: dire, testare le reazioni, fomentare l’elettorato, inventare nuovi slogan così da aizzare la folla. Poi ritrattare perché anticostituzionale: qualsiasi censimento su base etnica, infatti, viola, oltre a misure strettissime relative alla privacy, l’articolo 3 che vuole che tutti i...

Razzismo contemporaneo e sovranismo / Sovrano senza scettro

  Afferma l’enciclopedia Larousse che il sovranismo è «la dottrina dei difensori dell’esercizio della sovranità nazionale in Europa». La sua radice sarebbe essenzialmente difensiva (quindi negativa, perché derivata per sottrazione), intendendo impedire il trasferimento di poteri, funzioni, saperi e competenze dallo Stato nazionale ad un organismo ad esso sovraordinato, federale o internazionale. In tale processo, infatti, il sovranismo identifica l’indebolimento e la disintegrazione dell’identità storica di una collettività, insieme allo svuotamento progressivo del principio democratico, soprattutto laddove esso invece istituisce e vivifica un nesso di rappresentanza diretta tra cittadini e decisori politici. La risposta alla globalizzazione senza confini, quand’essa si fa spazio totale di relazioni e di scambio, al medesimo tempo assolutista e autosufficiente, riposerebbe pertanto nella ricostruzione di saldi confini nazionali, a presidio di un territorio che è descritto come altrimenti assediato ed espropriato. Assediato dal più potente esercito che ci sia, quello della merce, ed espropriato non solo di capacità decisionale ma anche delle funzioni di rappresentanza degli...

«Ero straniero e non mi avete accolto» / Il prossimo, il lontano e l'accoglienza dei profughi

La coerenza di Salvini   «Sono un cristiano coerente», ha risposto Matteo Salvini al twitter di Gianfranco Ravasi (anche lei, eminenza!?), che in relazione al respingimento della nave Aquarius aveva scritto, parafrasando in negativo Mt. 25,43:  «Ero straniero e non mi avete accolto». «Amerai il prossimo tuo», si dice nel Vangelo. Io non sono credente e non mi intendo di questioni interne alla chiesa; mi intendo un poco di filosofia politica ed è su questa base che vorrei commentare l'episodio. Forse Salvini intende il precetto alla lettera, perché no. Prima il prossimo dunque. La massima si addice al «primanostrismo» elaborato da Salvini, una specie di variante paesana del grido «America first!» di Donald Trump. Il popolo italiano deve pensare ai suoi terremotati, disoccupati e indigenti, altro che a quelli che vengono da lontano, profughi, migranti e rifugiati che invadono il Bel Paese per godere della pacchia (sic) e farsi una crociera (sic sic sic).   Chi è il prossimo?   Ora, bisogna sapere che il conflitto noi/loro, vicino/lontano non è certo stato inventato oggi, anzi ha una lunga storia filosofica che spesso si è trovata di fronte a quesiti analoghi:...

Cristian Marazzi, domani alle OGR a Torino / Breve storia della carta di credito

La prima era di cartone, come in un gioco per bambini. E con la firma, esibita da Frank X. McNamara in un ristorante di New York, il Majors Cabin Grill, dove non aveva potuto pagare il conto tempo prima, poiché s’era dimenticato il portafoglio a casa. Pagò la moglie, secondo la leggenda. Era il 1949 e la Seconda guerra mondiale era terminata da quattro anni, l’economia americana andava a gonfie vele e la Cortina di ferro si stendeva in Europa a separare l’Ovest filoamericano dall’Est a egemonia sovietica. La carta di credito, invenzione del capitalismo americano, suo coronamento nell’epoca dei consumi allargati, comincia così, con un debito e un’idea fulminante. McNamara è un imprenditore e subito ne discute a tavola con il suo avvocato e futuro socio: creare una carta che sostituisca il denaro e che sia portatile, semplice da usare.   L’8 febbraio 1950 nasce la Diners Club. Il club della cena, dato che serve per pagare senza denaro in 27 tra ristoranti e alberghi di New York. McNamara ci investe 1,5 milioni di dollari. I membri iniziali sono 200. Ma perché l’idea del circolo riservato diventi un fatto di massa serve una banca. Nel 1960, dopo dieci anni di espansione, ma...

casa, Casa, CASA / Cicero De (pro) domo sua

La casa. La casa. La casa di Montecarlo. La casa di via Fagutale, con vista sul Colosseo. La casa regalata (o quasi). La casa. La casa di Montecarlo, ossia, come dicono tutti, l’inizio della fine, per la carriera politica dell’ex-onorevole Fini. La casa di via Fagutale, proprio davanti al Colosseo, che tante noie procurò a suo tempo all’ex-ministro Scaiola. La casa che il costruttore Scarpellini donò (o quasi) al dottor Marra, influente funzionario del Comune di Roma. Ma si potrebbero citare altri nomi e altre case. Quelle di Tremonti o Calderoli, o l’appartamento che usava Renzi a Firenze, in via Alfani, e di cui pagava l’affitto l’amico Carrai. Sono tutte vicende note. E non importa molto che abbiano o meno rilevanza penale. O che l’abbiano avuta.    È il ruolo della casa, della Casa, della CASA, che spicca. Senza tralasciare analoghe questioni legate a case e politici della cosiddetta Prima Repubblica. La casa di D’Alema, la casa di De Mita e di vari altri. Di solito si trattava di immobili di pregio, di pertinenza di Enti Pubblici, che li affittavano per un tozzo di pane (e poi li vendevano anche, e sempre per un tozzo di pane) a noti uomini politici, e pure a quelli...

Città di vita / Giovanni Comisso a Fiume: Il porto dell’amore

Sul far della sera del 12 settembre 1919, Gabriele D’Annunzio sale le scale che conducono al balcone del palazzo del Governo di Fiume. Di fuori, la folla esulta; il poeta prende la parola: «Italiani di Fiume! Nel mondo folle e vile Fiume è oggi il segno della libertà; nel mondo folle e vile vi è una sola cosa pura: Fiume; vi è una sola verità: e questa è Fiume; vi è un solo amore: e questo è Fiume! Fiume è come un faro luminoso che splende in mezzo ad un mare di abiezione». All’alba di quello stesso giorno, febbricitante, D’Annunzio si era posto alla testa dei suoi volontari e da Ronchi (che da lì a poco tempo prenderà il nome odierno di Ronchi dei Legionari) era partito per prendere possesso della città portuale. «Fiume, c’est la lune», aveva risposto dopo la guerra il primo ministro francese Clemenceau alla richiesta dei diplomatici italiani di annettere la città (non inclusa negli accordi territoriali del patto di Londra siglato dall’Italia alla vigilia del suo ingresso in guerra). Perciò, per fermare la marcia dannunziana, furono spedite le truppe del generale Vittorio Emanuele Pittaluga. D’Annunzio venne intercettato con la sua Fiat Tipo 4 a un blocco stradale e fece spengere...

Parigi / Sans-papiers. Abou nel labirinto

L’altra sera dopo cena con S. abbiamo guardato il video di Mamoudou Gassama, il sans-papiers del Mali che ha salvato il bimbo appeso a un parapetto scalando quattro piani di facciata. S. ne aveva sentito parlare in cantiere, nel pomeriggio. Al video della scalata segue uno spaccato del colloquio che Gassama ha avuto con Macron all’Eliseo. Ho sentito delle grida e dei clacson strombazzare, dice Gassama. Macron gli chiede che ora era. Le venti. E dunque t…, dice Macron bloccandosi sulla t; un attimo di sospensione e poi riparte: Così, senza riflettere, si è… E con la mano fa il gesto di precipitarsi. Dal tu al lei; dal piano terra al quarto. Sotto i riflettori. E adesso, cosa succede? mi chiede S. Adesso Macron lo naturalizza.   Abou* invece ha ricevuto la "notifica di trasferimento". Il suo "periodo dublino" doveva finire a inizio giugno, ma ha ricevuto questo foglio che lo invitava a presentarsi in una certa prefettura entro quarantott’ore, perché l'Italia (dove ha lasciato le impronte arrivando dalla Libia, e prima ancora dalla Guinea, suo paese natale) avrebbe accettato di riprenderselo. Un'espulsione, insomma. Lo sono venuta a sapere da N., nostra comune amica italiana,...