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Storia

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Labirinti

Il raffinato editore emiliano Franco Maria Ricci ha appena inaugurato un labirinto realizzato tra il 2004 e il 2015, a Fontanellato (in provincia di Parma). Il labirinto è fatto con piante di bambù di specie diverse. In uno spazio di 7 ettari, la struttura ospita complessi culturali per un’estensione di oltre 5.000 metri quadrati: un museo per la sua collezione d’arte di oltre 500 opere; una biblioteca (con i 1.200 libri stampati da Giambattista Bodoni, e 15.000 volumi di storia dell’arte); una casa editrice (la già nota Ricci Editore, che il proprietario ha venduto nel 2004 per finanziare il progetto e ora ha ricomprato); una sala delle feste e dei balli; la piazza di un borgo con la sua chiesa; una torre belvedere. Ricci ha scritto sul proprio sito:   Da sempre i Labirinti mi affascinano. Insieme ai Giardini, sono tra le fantasie più antiche dell’umanità. Il Giardino, o Eden – così bello che Adamo ed Eva, freschi di creazione, continuavano a stropicciarsi gli occhi – incarna l’innocenza e la felicità; il Labirinto è, invece, una creazione del Potere e una fonte di turbamenti...

Sogni e diari del boom

Ogni modernità cela un suo rovescio visionario, una sotterranea corrente apocalittica che ne scompiglia l’immagine. Come se non credesse a se stessa e alla sua promessa di progressivo sviluppo. Anche l’acerba modernità italiana. Tra la fine degli anni cinquanta e i primi sessanta si è ormai avviata. Con clamorosi risultati: nel 1958 il PIL veleggia sfiorando il 5%; l’anno successivo, quello in cui, a Sanremo, Domenico Modugno vola nel blu, la Fiat, che lo prende sul serio, raddoppia la produzione, inghiottendo una buona parte degli 80.000 emigrati che, nel corso di quell’anno, si sono mossi dal Sud d’Italia. Fra il ’58 e il ’60 la cifra triplicherà. Alla fine del 1958, viene inaugurata la nuova Autostrada del Sole. Il suo nastro teso attraversa una pianura padana sbigottita. È un piccolo anticipo, poco più di 100 km fra Milano e Parma. Solo l’inizio. Nel 1959 vengono fissati i minimi salariali; nel 1960 viene riconosciuta la parità di salario fra uomo e donna. Poi c’è la televisione, che diffonde nel Paese il verbo della modernità in marcia, anche se le sue immagini...

Elpis

Ogni uomo si trova preso nell’avventura, ogni uomo ha, per questo, a che fare con Daimon, Eros, Ananche, Elpis. Essi sono i volti – o le maschere – che l’avventura – la tyche – ogni volta gli presenta. Quando l’avventura gli si rivela come demone, la vita gli appare meravigliosa, quasi che una forza estranea lo sorreggesse e guidasse in ogni situazione e in ogni nuovo incontro. Presto, tuttavia, la meraviglia cede al disincanto, il demonico si traveste da routinier, la potenza che portava la vita – Ariele, Genio o Musa – si oscura e nasconde, come un gabbamondo che non mantiene le sue promesse.   Mantenersi fedele al proprio demone non significa, infatti, abbandonarsi ciecamente a lui, confidando che in ogni caso ci condurrà al successo – se siamo poeti, che ci farà scrivere le poesie più belle; se siamo uomini dei sensi, che ci darà la felicità del piacere. Poesia e felicità non sono i suoi doni: è lui, piuttosto, il dono estremo che felicità e poesia ci fanno nel punto in cui ci rigenerano, ci fanno nascere nuovamente. Come la Daênâ della mistica...

Una corrispondenza etnografica. Primo Levi e Claude Lévi-Strauss

Febbraio 1985. Nelle librerie esce la prima raccolta di saggi di Primo Levi, un libro multiforme ed errabondo: L’altrui mestiere [Einaudi]. Dalla metà degli anni settanta, Levi aveva preso a scrivere con regolarità sulle colonne della “Stampa”, occupandosi solo in parte di attualità o di temi connessi alla memoria di Auschwitz; altri pezzi sconfinavano in territori diversi ed eterogenei, e furono proprio questi (insieme con alcune collaborazioni al “Giorno” risalenti agli anni sessanta) a confluire ne L’altrui mestiere. Cinquantuno «invasioni di campo», «bracconaggi in distretti di caccia altrui», come li definiva Levi nella premessa; scritti «d’una morale che parte sempre dall’osservazione», avrebbe detto Calvino recensendo la raccolta. Erano saggi che toccavano discipline per cui Levi nutriva da sempre una passione non troppo segreta, e di cui però si sentiva un cultore «disordinato, lacunoso e saputello»: linguistica, zoologia, astronomia, tecnica, letteratura. Le scorribande leviane in ambiti ulteriori riguardano anche, per sua stessa dichiarazione, l...

Ovadia e Tiezzi alla prova del teatro antico

Riscrivere, osare, far risuonare richiami ed echi del contemporaneo? Oppure lasciare che del mito antico si colgano le istanze archetipiche e atemporali? Tradire o preservare la tradizione? La rassegna di rappresentazioni classiche organizzata dalla Fondazione INDA al teatro greco di Siracusa è un importante laboratorio di sperimentazione sulle prassi del teatro antico nelle nostre scene e offre (tanto attraverso i tentativi riusciti, quanto attraverso le proposte più anacronistiche) un prezioso terreno di riflessione sul rapporto tra classico e contemporaneo.   Lucia Lavia in "Ifigenia in Aulide", ph. Franca Centaro   Le due tragedie greche in cartellone in questa cinquantunesima edizione (Supplici di Eschilo e Ifigenia in Aulide di Euripide) forniscono un limpido esempio di due strade antitetiche nell’affrontare la sfida: i registi Moni Ovadia e Federico Tiezzi hanno raccolto critiche ed elogi in modo opposto e speculare. Del resto Siracusa partecipa con vivacità e orgoglio al festival di cui è ospite, forse non diversamente dall’antica Atene: non è solo la comunità degli esperti e degli studiosi a...

Paddy 100

Mentre sono in treno verso Verona leggo qualche pagina di Mani, considerato il capolavoro di Patrick Leigh Fermor, viaggiatore inglese, maestro di Chatwin e di molti altri travel writers inglesi del XX secolo. Luigi Licci, bravo libraio romano-veronese, ha organizzato una serata per celebrare il centenario della nascita di Leigh Fermor. A parlarne ha invitato Matteo Nucci, legato a PLF dal filo ellenismo, e William Blacker, ultimo rappresentante della grande tradizione odeporica britannica e autore di Lungo la via dorata, bellissimo resoconto di un'esperienza di vita nelle campagne rumene dopo la fine del comunismo e amico di Leigh Fermor. Paddy, come veniva chiamato dai numerosi intimi, ė noto per un leggendario viaggio a piedi dall’Olanda a Istanbul negli anni Trenta, ricreato artisticamente molti anni più tardi in una trilogia di cui ora esce in italiano l’ultima parte.   Arrivati a Verona ci dirigiamo verso il verde smeraldo della val Pantena (l'accento cade sulla e) in una serata di primavera col cielo che minaccia temporale. Ma prima dell'incontro bisogna mettere qualcosa sotto i denti, anche se gli orari sono quasi svizzeri. La mia...

Sallustio

Sallustio fu un moralista. Sallustio fu un corrotto.   Corruzione e moralismo paiono anche oggi andare di pari passo. Spesso quelli che tuonano e predicano contro la corruzione lo fanno perché ne sono particolarmente intrisi (di corruzione). È una contemporaneità singolare, questa, e anche imbarazzante. Imbarazzante per chi la osservi da fuori, dato che il tipo del moralista-corrotto è notoriamente dotato di faccia tosta o di bronzo o altro analogo materiale.   Ma Sallustio fu prima un politico corrotto e solo dopo fu un moralista, cioè solo dopo essersi ritirato a vita privata, si diede a elaborare disincantate e amare considerazioni sulla decadenza dei costumi dei suoi concittadini romani.   Lo fece nei due famosi prologhi morali premessi alle due altrettanto famose monografie che dedicò alla congiura di Catilina e alla guerra contro Giugurta. E anche altrove naturalmente, nel corpo stesso delle monografie, scritte proprio per individuare la causa o le cause del declino romano, risalendo prima a una ventina di anni addietro (63 a.C.) e poi a una sessantina (105 a.C). Bisogna immaginarselo Sallustio, che medita sul...

Vita e morte dei precari / Orgoglio precario. Stati impermanenti

Eccoci di fronte al rischio di una nuova notte nera in cui tutte le vacche sono nere: nel buio della crisi, sfumano i contorni e aumentano le complessità, mentre le speculazioni si fanno sommarie e si ingrandiscono le pretese di assoluto. Prendete il tema “precarietà”, peggio se declinato come “precarietà del lavoro cognitivo”: si noterà come oggi, di fronte a esso, tendano a prodursi strane generalizzazioni, rimozioni, riflessi del secolo scorso, giudizi schematici. Un concerto di critiche che raccoglie alleati distanti tra loro. Per chiarezza, e in premessa, aggiungo che nessuno intende negare le difficoltà oggettive che si riscontrano su questo fronte da un punto di vista dei processi di soggettivazione politica (organizzazione e rappresentanza) né da alcune nuove contraddizioni. Così, la lettura del libro Diventare cittadini. Un manifesto del precariato (Feltrinelli 2015) di Guy Standing, figura di spicco del pensiero economico eterodosso europeo, mi ha fornito l’occasione per provare a riflettere su questo rimescolamento, muovendo da alcune necessarie ricostruzioni. Fotografia di Alvin Langdon Coburn, 1910 RadiciAlla progressiva diffusione dei processi di...

Frammento sulle macchine

Finché lo strumento di lavoro rimane, nel senso proprio della parola, strumento di lavoro, così come, storicamente e immediatamente, è accolto e inserito dal capitale nel suo processo di valorizzazione, esso subisce solo una mutazione formale per il fatto che, ora, non appare più solo – dal suo lato materiale – come mezzo di lavoro, ma anche – e nello stesso tempo – come un modo particolare di esistenza del capitale determinato dal processo complessivo di quest’ultimo: come capitale fisso.   Ma, una volta accolto nel processo produttivo del capitale, il mezzo di lavoro percorre diverse metamorfosi, di cui l’ultima è la macchina o, piuttosto, un sistema automatico di macchine (sistema di macchine; quello automatico è solo la forma più perfetta e adeguata del macchinario, che sola lo trasforma in un sistema), messo in moto da un automa, forza motrice che muove se stessa; questo automa consistente di numerosi organi meccanici e intellettuali, in modo che gli operai stessi sono determinati solo come organi coscienti di esso. Nella macchina, e ancor più nel macchinario come sistema...

La bellezza della fiaba

Mentre stavo scrivendo questo articolo, ho visto al cinema Il racconto dei racconti, adattamento cinematografico della raccolta di fiabe Lo cunto de li cunti di Giambattista Basile, realizzato da Matteo Garrone. La mia impressione è che sia un film clamorosamente non riuscito, sotto tutti i punti di vista: recitazione, sceneggiatura, caratterizzazione dei personaggi, montaggio eccetera. Confesso di essere uscita dal cinema al primo tempo. Ma come è possibile, mi sono chiesta, che persone competenti e preparate come Garrone e la sua troupe facciano un autogol di queste proporzioni, e con una materiale così generoso e ricco quale è la fiaba? Possibilissimo. Anzi, con la fiaba il rischio di sbagliare è colossale. Perché ci sono pochi terreni scivolosi e impervi quanto le fiabe. Facilissimo, infatti, è travisare la loro natura, il loro spirito, capire dove risieda davvero la loro bellezza e importanza che non stanno mai, ma proprio mai in quello che sembra al primo sguardo.   Salma Hayek nel film Il racconto dei racconti, di Matteo Garrone 2015   Alcuni giorni fa, a un workshop di scrittura che ho tenuto all'...

Io sono il mio denaro

Il denaro, poiché possiede la proprietà di comprar tutto, la proprietà di appropriarsi tutti gli oggetti, è così l'oggetto in senso eminente. L'universalità della sua proprietà è l'onnipotenza del suo essere, esso vale quindi come ente onnipotente... Il denaro è il lenone fra il bisogno e l'oggetto, fra la vita e il mezzo di vita dell'uomo. Ma ciò che mi media la mia vita mi media anche l'esistenza degli altri uomini. Questo è l’altro uomo per me. –   Goethe, Faust (Mefistofele):   Che diamine! Certamente mani e piedi e testa e di dietro, questi, sono tuoi! E pure tutto quel di cui frescamente godo è perciò meno mio? Se io posso comprarmi sei stalloni, le loro forze non sono mie? Io ci corro sopra e sono un uomo più in gamba, come se avessi ventiquattro piedi.   Shakespeare, in Timone d’Atene:   Oro? Prezioso, scintillante, rosso oro? No, dei, non è frivola la mia supplica. Tanto di questo fa il nero bianco, il brutto bello, il cattivo buono, il vecchio giovane, il vile valoroso, l’ignobile nobile. Questo stacca… il prete dall’altare; strappa al semiguarito l’origliere; sì, questo rosso schiavo scioglie e annoda i legami sacri; benedice il maledetto; fa la...

La fine del dandismo

Per molti secoli, ci sono stati tanti vestiti quante classi sociali. Ogni rango aveva il suo abito, e non c’era alcun imbarazzo nel considerare il modo di vestire come un vero e proprio segno, dato che la disparità di stato sociale era considerata naturale. Da una parte, il vestito era sottoposto a un codice assolutamente convenzionale ma, d’altra parte, questo codice rinviava a un ordine naturale o, meglio ancora, divino. Cambiarsi d’abito significava cambiare al tempo stesso modo d’essere e classe sociale: l’uno e l’altra si confondevano. Nelle commedie di Marivaux, per esempio, il gioco dell’amore coincide al contempo con il quiproquo delle identità, con il mutamento delle condizioni sociali e con lo scambio dei vestiti. Esisteva dunque una vera e propria grammatica del vestito, che non poteva essere trasgredita senza minacciare, non soltanto alcune convenzioni del gusto, ma soprattutto un ordine profondo del mondo: quanti intrighi, quante peripezie della nostra letteratura classica si basano sul carattere francamente segnaletico del vestito!   Sappiamo che subito dopo la Rivoluzione il vestito maschile è...

I nomadi e il denaro

I popoli nomadi sviluppano per primi la forma di denaro, poiché tutti i loro beni si trovano in forma mobile, quindi immediatamente scambiabile, e perché il loro genere di vita li porta continuamente a contatto con comunità straniere, e quindi li sollecita allo scambio dei prodotti. Gli uomini hanno spesso fatto dell’uomo stesso, nella figura dello schiavo, il materiale originario del denaro, ma non lo hanno fatto mai della terra. Questa idea poteva affiorare soltanto in una società borghese già perfezionata: essa data dall’ultimo trentennio del XVII secolo e la sua attuazione su scala nazionale venne tentata soltanto un secolo più tardi nella rivoluzione borghese dei francesi. La forma di denaro passa a merci che per natura sono adatte alla funzione sociale di equivalente generale, ai metalli nobili, nella stessa misura che lo scambio di merci fa saltare i suoi vincoli meramente locali, e quindi che il valore delle merci si amplia a materializzazione del lavoro umano in genere.   Ora, la congruenza delle loro qualità naturali con la funzione del denaro, mostra che «benché oro e argento non siano...

Il consigliere

Con Il royal baby (Rizzoli 2015) Giuliano Ferrara lancia un'opa, per nulla ostile, sul governo Renzi, o meglio, benché sia una cosa sola, sul giovane premier. A far da coerente termine medio Berlusconi, a cui per vanto e non per scorno viene avvicinato Renzi: «Ha il fuoco nella pancia, il nuovo nato, come l'altro, il babbo, brucia di megalomane ambizione. Ma è anche lui mite, alla fine, e ridanciano e innamorato del suo ostentarsi piacente al populazzo (Ludovico Ariosto)». Non che, quanto a megalomane ambizione, Ferrara sia da meno, quando intitolando capitoli e sottocapitoli Io e Renzi, Craxi. Il Cav. Renzi. E io, si mette ben in evidenza nella foto di famiglia. È proprio la psicologia del consigliere di cui vorremmo fare un po' di filogenesi.   Matteo Renzi e Silvio Berlusconi   Per tracciare il profilo, anche storico, di tal figura, il primo nome che verrebbe alla mente è quello dell’Ulisse dell’Iliade allorché comincia col suggerire le modalità con cui Elena potrà scegliere tra i suoi molti pretendenti (Biblioteca Di Apollodoro) e termina ovviamente in gloria con l’...

Garrone: Il racconto dei racconti

C’è una tensione continua, irrisolta e per questo creativa, nel Racconto dei racconti [Tales of Tales] di Matteo Garrone: la tensione fra il fiabesco e il realismo, fra una materia letteraria fatta di re, regine, draghi marini, pulci giganti, orchi, castelli, orridi, streghe, fate, miracoli e orrori, e la verità con cui questa è messa in scena, calata e incastonata in un ambiente credibile. La sfida di Garrone sta nella capacità, e prima ancora nella possibilità di catturare con il cinema la trasformazione del fiabesco da parola a evento realistico, cogliendo non solo la meraviglia dell’effetto finale (che nel cinema commerciale di oggi è la meraviglia dell’effetto speciale, la concretissima, tecnologica creazione di un immaginario inesistente grazie alla computer grafica), quanto lo stupore del divenire, il movimento incessante della realtà che rende viva un’opera d’arte.   Salma Hayek in "Tales of Tales", di Matteo Garrone, 2015   Garrone insegue la mutazione in immagine di un immaginario letterario, popolare e fiabesco; non cerca il realismo magico, ma il realismo della...

Xenophobia in South Africa

Here the column's introduction: Why Africa?     Versione italiana     “Afrophobia”? “Xenophobia”? “Black on black racism”? A “darker” as you can get hacking a “foreigner” under the pretext of his being too dark—self hate par excellence? Of course all of that at once! Yesterday I asked a taxi driver: «why do they need to kill these “foreigners” in this manner?». His response: «because under Apartheid, fire was the only weapon we Blacks had. We did not have ammunitions, guns and the likes. With fire we could make petrol bombs and throw them at the enemy from a safe distance». Today there is no need for distance any longer. To kill “these foreigners”, we need to be as close as possible to their body which we then set in flames or dissect, each blow opening a huge wound that can never be healed. Or if it is healed at all, it must leave on “these foreigners” the kinds of scars that can never be erased.   Kudzanai Chiurai, Iyeza, 2012, (detail), video still, Courtesy of the artist and the Goodman Gallery   I was...

Xenofobia in Sudafrica

Qui l'articolo introduttivo della serie: Why Africa?     English Version     “Afrofobia”? “Xenofobia”? “Razzismo dei neri verso i neri”? Se un nero come te può arrivare ad aggredire uno “straniero” perché la sua pelle è troppo scura, non è forse questa la manifestazione per eccellenza dell’odio verso se stessi? Di certo è l’insieme di tutte queste cose. Ieri chiedevo a un tassista: “Ma perché devono ammazzare in questo modo questi ‘stranieri’?” La sua risposta: “Perché durante l’Apartheid il fuoco era l’unica arma che noi neri avevamo a disposizione. Non avevamo munizioni né fucili né altro. Con il fuoco potevamo preparare delle bombe incendiarie e lanciarle contro il nemico a distanza di sicurezza”. Oggi non abbiamo più bisogno di stare a distanza. Per uccidere “questi stranieri”, dobbiamo essere il più vicino possibile ai loro corpi per darli alle fiamme o lacerarli, aprendo ad ogni colpo ferite così profonde che non potranno mai rimarginarsi....

Sloterdijk, Macho, Byung-Chul Han

La filosofia è morta, viva le scienze della cultura!   Un rapido sguardo ai nomi delle cattedre, ai programmi delle lezioni, alle monografie pubblicate dai docenti afferenti ai dipartimenti di filosofia delle università tedesche è sufficiente a rendere evidente quello che ai più potrà sembrare a prima vista un dato stupefacente: la filosofia intesa come teoria e produzione di teoria sulla realtà, e analisi critica della stessa, in Germania, nei dipartimenti di filosofia, è scomparsa.   Resta al suo posto la storia della filosofia (una filosofia trattata come bene museale, come un oggetto in sé conchiuso, immutato e immutabile, e per questo oggettivamente analizzabile), dunque – nel migliore dei casi – l’analisi storica di un oggetto concettuale cristallizzato in uno spazio e tempo altri, del tutto separati dal presente e dalla sua interpretazione. Accanto ad essa la filosofia analitica, di matrice anglo-sassone. Ma della filosofia come interpretazione critica dell’esistente, analisi e produzione di immagini del mondo, non resta praticamente (fatte salve le dovute, rare ma presenti,...

Mosca, 9 maggio 2015

Cominciamo da un simbolo, ancora una volta: il nastro di san Giorgio (georgevskaja lentočka), una decorazione militare che nell’era sovietica non godeva di particolare prestigio. Fungeva da supporto per una serie di medaglie, compresa quella concessa a chi aveva combattuto nella Seconda Guerra Mondiale, ma non era stata caricata di peculiari significati allegorici. La sua valenza metaforica si arricchì, in forma di nastro senza accessori, nel 2005 in occasione del sessantesimo anniversario della vittoria e in conseguenza della fortuna di cui in occidente aveva goduto la cosiddetta “rivoluzione arancione” di Ucraina.         Da sinistra: la medaglia per la vittoria sulla Germania nazista retta dal nastro di San Giorgio; il nastro di San Giorgio del 2005. Vista la coincidenza di colori, in Russia acquisì significati nazionalistici e fu adottato da chi voleva testimoniare il proprio sostegno al Cremlino e alla sua politica. In Ucraina e negli stati baltici è associato al nazionalismo filo-russo e, di conseguenza, detestato, addirittura messo al bando. L’antropologo russo Aleksej Jurčak, in forza alla...

Putin in parata

Si avvicina una data fatidica per la storia dei russi e dei popoli che hanno fatto parte dell’ex Unione Sovietica, o che hanno gravitato nella sua area di influenza, e che oggi, in forme diverse, patiscono o fruiscono per il suo crollo: il 9 maggio 2015, settantesimo anniversario della vittoria in quella che i russi hanno sempre chiamato Grande guerra patriottica e non Seconda guerra mondiale, per sottolineare, fin dal primo giorno di belligeranza, la natura difensiva ed eroica della loro entrata nel conflitto. Costretti a proteggersi dall’invasione nazista, dal bieco tradimento di un patto di reciproca non aggressione stipulato nel 1939, pur con scopi non del tutto immacolati, tra i ministri degli esteri tedesco e sovietico, Ribbentrop e Molotov. Attraverso un’analisi dei filmati delle parate più significative della vittoria tenute tra il 1945 e il 2014 cercherò di preparare il terreno alla possibilità di interpretazione che la manifestazione del 9 maggio di quest’anno proporrà al mondo, in un momento particolarmente delicato della gestione putiniana del potere, per i rapporti interni all’ex impero sovietico e...

Mauthausen. I conti con il passato, nel presente

«In un paese, riluttante per decenni a riconoscere le proprie responsabilità per i crimini nazisti, la coscienza pubblica della responsabilità nel presente è simbolicamente alta, ma non nei fatti. Questo vale per l'Austria in quanto paese e in particolare per il suo punto focale per quanto riguarda la memoria e la didattica: l'ex campo di concentramento di Mauthausen».   Inizia così l'articolo in inglese, che pubblichiamo qui in anteprima, con il quale l'austriaco Wolfgang Schmutz – che fino all'anno scorso dirigeva de facto il dipartimento pedagogico (l'educational team) del Mauthausen Memorial – scaglia il suo atto d'accusa contro le politiche della memoria austriache degli ultimi anni. Il testo è scritto per essere diffuso a livello internazionale, e penso che sia importante che veda la luce inizialmente in Italia, dal momento che il memoriale, che ospita «oltre 3000 gruppi di visitatori all'anno», vede gli italiani in seconda posizione, in quanto «il più consistente gruppo di visitatori non germanofoni».   Questo dovrebbe rendere l'...

New York 1964: la pop art

È stato da poco ripubblicato da Laterza Pop Art di Alberto Boatto, il libro che ha fatto conoscere al pubblico italiano uno dei momenti decisivi nel panorama artistico dell’ultimo mezzo secolo. Alla sua prima apparizione, nel 1967 presso l’editore Lerici, la lucida e documentata analisi di Boatto rappresentò una vera boccata d’ossigeno: nel clima culturale di quegli anni, in cui le forti riserve o l’aperta ostilità della critica, specie quella di orientamento marxista, si saldavano all’opposizione all’imperialismo americano, la pop art veniva spesso considerata espressione diretta del potere culturale ed economico statunitense, un sorta di manifesto del capitalismo consumista. La vittoria di Robert Rauschenberg alla Biennale di Venezia del 1964, lo stesso anno del viaggio a New York di Boatto, rappresentò in effetti un vero spartiacque nella vicenda culturale, non solo italiana, di quel decennio: l’inizio di un rimescolamento radicale che presto avrebbe prodotto un paesaggio integralmente nuovo, dove alla vicenda modernista, ai suoi “ismi”, al sentimento di continuità storica e politica, all...

New town, retoriche e abbandoni

Sono passati dieci anni dalla frana di Cavallerizzo, il piccolo centro calabro-albanese, in provincia di Cosenza, scivolato via nella notte tra il 6 e il 7 marzo del 2005. Una catastrofe prevedibile, e prevista, che ha messo in fuga e frammentato una comunità. La Protezione Civile diretta, allora, da Guido Bertolaso, adottò Cavallerizzo come laboratorio per mettere a punto il proprio “metodo ricostruttivo”, già sperimentato a San Giuliano e poi, anni dopo, consolidato a L’Aquila. Oggi Cavallerizzo è una new town: guarda, come in uno specchio, l’antico borgo abbandonato. Tutti gli sfollati hanno avuto una casa, sono al sicuro, ma molti di loro sono andati via, scegliendo di non trasferirsi in paese che non sentono proprio, che non assomiglia a quello che hanno perduto e che, dal 2013, il Consiglio di Stato ha dichiarato abusivo. Ho seguito, osservato, studiato la vicenda di Cavallerizzo sin da quella notte. Questo è il breve racconto di questi dieci anni, la storia dolente delle persone e della vita di un luogo che è uscito da sé.   Cavallerizzo vecchia vista dal nuovo abitato. Aprile 2013   Il...