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Storia

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Lusso

Il lusso era già presente nelle civiltà primitive, grazie soprattutto a cerimonie nelle quali oggetti donati o distrutti divenivano simboli del prestigio e del potere di chi li possedeva e stabilivano o confermavano le gerarchie sociali esistenti. Ma è stato durante la fase del predominio aristocratico nelle società occidentali che esso ha assunto un ruolo realmente significativo. Le più importanti famiglie italiane, infatti, hanno avviato nel corso del Rinascimento un consumo di beni di lusso che ha fatto successivamente da modello per gli aristocratici degli altri Paesi europei. I nobili hanno rivaleggiato così tra loro elargendo doni alla collettività e offrendo feste sontuose ai loro simili, per riceverne in cambio gloria e prestigio sociale, per manifestare cioè la loro potenza e la loro superiorità.   Inoltre, ciò che essi cercavano era anche una specie d’immortalità, ovvero la permanenza della gloria di sé e della propria famiglia nella memoria degli esseri umani. È a questa capacità dei beni di lusso che pensava il sociologo Werner Sombart quando ha sostenuto che...

La merce

Marx ritorna? Dopo essere finito in cantina o sugli scaffali alti delle biblioteche di anziani lettori del tempo che fu, dopo essere stato escluso dai programmi dei partiti politici di sinistra, dimenticato, non più citato, ecco che Marx torna – ma forse non se ne era mai andato davvero. Thomas Piketty intitola il suo libro, best-seller in Europa e in America, Il Capitale del XXI secolo (Francia, Seuil 2013; Italia, Bompiani 2014). Alla Biennale Arte di Venezia di quest’anno il curatore, Okwui Enwezor, lo ripropone come un autore di culto intorno a cui si costruisce una parte importante del suo progetto All the World’s Futures.   Alla Biennale Das Kapital verrà letto da attori alla stregua di un testo drammaturgico e altre iniziative ruotano intorno all’opera più nota, e meno letta, del filosofo tedesco. Forse non è un caso che sia un curatore d’arte contemporanea a resuscitare l’autore del Manifesto del Partito Comunista. Marx come un’icona? Anche lui avrà alla Warhol il suo quarto d’ora di celebrità?   Abbiamo pensato di proporre ai lettori passi delle opere di Marx dedicati...

Penso dunque sono

Al di fuori della cerchia degli addetti ai lavori i manuali scolastici sono poco presi in considerazione: invece il manuale è un genere di libro molto diffuso e fondamentale per la formazione degli individui; è sempre su un manuale che si fondano le principali conoscenze generali di qualsivoglia ambito, prima che un eventuale percorso ulteriore giunga a perfezionare e definire conoscenze specialistiche e di settore. Da qui l'attenzione che è opportuno dedicare al modo in cui i manuali di diverse materie affrontano gli argomenti e sviluppano le competenze trasversali e relative a ogni specifico ambito disciplinare. La nuova edizione del manuale di filosofia per le scuole superiori Penso dunque sono (G. D’Anna 2014), scritto da Armando Massarenti ed Emiliano Di Marco, è l'occasione per ragionare insieme a Massarenti, filosofo e responsabile del supplemento culturale de Il Sole-24 ore, di filosofia a scuola, insegnamento, domanda pubblica di saperi e cambiamenti culturali.   Molti manuali di filosofia hanno una storia editoriale lunga che coincide anche con una tradizione di pensiero (penso a Abbagnano-Fornero, Antiseri-Reale, Geymonat...

Re/Search Milano

Libreria Popolare di via Tadino Giorgio Fontana   La prima cosa che noti, forse, è il legno. La quantità di legno che c'è ovunque — legno vivo, ripiani e librerie vecchio stile, non una traccia di metallo, in legno persino gli scaffali delle riviste — e che riviste: “lo Straniero”, “Left wing”, “A”, “Legendaria”, “Hystrio”, “Atti impuri”. Poi noti i libri, ovviamente: ovunque, belli stipati, non come in tante librerie di oggi dove lo spazio sembra più importante della carta. Qui la carta abbonda eccome; e di qualità. La libreria Popolare di via Tadino — nata nel 1974 su iniziativa di alcuni dirigenti Cisl, Mario Cuminetti, Lucia Pigni Maccia, padre Davide Maria Turoldo e altri — vanta una selezione mai scontata e fieramente indipendente. Tutto frutto del lavoro del barbuto Guido, ora in carico del negozio, e degli altri bravi librai. Mi raccomando, non perderti la ricca messe di testi anarchici sugli scaffali a sinistra dell'ingresso. E non perderti nemmeno l'assortimento di saggi sulla religione e sulla politica, le tante case...

Roland Barthes, chi era costui?

Incontro Tiphaine Samoyault, autrice della monumentale biografia Roland Barthes (Seuil 2015) in occasione di una piccola maratona barthesiana fra Urbino e Roma, svoltasi sotto una pioggia scrosciante il 23-26 marzo scorsi. Mentre i riduzionisti domenicali si sono precipitati sul centenario di Barthes per liquidarlo con qualche supponente cliché, qui si è optato per una rilettura orientata dal tema della scrittura della storia, caro a Barthes fin dalla sua precoce determinante lettura di Michelet, cui fa ora riscontro il suo stesso divenire personaggio storico.   Se non ha dato luogo a una scuola nel senso istituzionale del termine, Erbé ha però saputo scegliere i suoi amici e i suoi allievi. I quali dalla sua morte, in accordo col fratellastro Michel Salzedo, ne curano il lascito, che si rivela assai più ricco del previsto proprio in occasione di questi cento anni dalla nascita: dopo François Wahl (scomparso alla fine del 2014), soprattutto Eric Marty, curatore dell’Opera Completa uscita in V volumi da Seuil, e poi supervisore di molti inediti, finora gli ultimi Corsi al Collège de France, i seminari all’É...

Francesco Orlando. Gli oggetti desueti

«perirono fin le rovine»  (Lucano, Pharsalia)     Nell'insonnia della vita la materia si replica senza sosta in varianti progressive. Il mondo annega negli oggetti, come scriveva qualche anno fa Deyan Sudjic. E così la cosa di oggi è scarto del domani. Realtà inutile, invecchiata, la si liquida sul ritmo del desidero infinito. La materia che non dorme mai si rigenera nella trasformazione continua e butta fuori detriti, oggetti abbandonati, relitti. Come l'angelo della storia che procede dando le spalle al futuro e osservando le rovine che lascia sotto di sé. La letteratura per Francesco Orlando, uno dei massimi critici letterari del Novecento italiano, è come un catalizzatore che attrae lo scarto della storia e ripropone l'oggetto abbandonato, carico di represso, in una sede immaginaria. La letteratura raccoglie, differenzia, rielabora. E archivia. Perché “il tempo logora o nobilita”, ma evidentemente non solo: il tempo “logora e nobilita”, anche.   Il libro di Francesco Orlando, Gli oggetti desueti nelle immagini della letteratura, che uscì per la prima...

Ucraina, prima della 'tempesta' #2

Donec’k. 8/11/2013. Arrivai in città intorno alle 6:30 di mattina. Di fronte alla stazione stava un labirinto di capannoni, all’interno dei quali si svolgevano le più svariate attività. Bar, ristoranti, sale di parrucchieri, pizzerie, negozietti di alimentari, di telefonia, di libri. Mi fermai a fare colazione in una di quelle minuscole salette scavate all’interno di quella selva. Avevano scelto un nome francese, forse per differenziarsi dagli altri. Da fuori vedevo solo il mio riflesso sui vetri oscurati del bar. Entrai. In tutto eravamo in quattro. Oltre all’unico cliente, vidi un ragazzo sulla trentina che prendeva le ordinazioni al bancone, mentre nell’altra stanzetta una signora stava lì a cucinare. Ordinai un cappuccino e ne approfittai per chiamare un taxi. Alle 10:30 dovevo incontrare Vladimir Rafeenko, uno scrittore di cui avevo letto ancora poco. Me ne avevano parlato Sasha Kabanov e Jurij Volodarskij, redattori di una rivista letteraria di Kiev. A Mosca era già famoso, lo ammiravano tutti. “Lo considerano il nuovo Venichka”, diceva Kabanov. Avevo letto il suo Divertissement moscovita in treno,...

Massimo Zamboni. L'eco di uno sparo

29 febbraio 1944 due uomini procedono in bicicletta su uno stradello in mezzo alle campagne di Reggio Emilia. Sono le 17.45 quando all’improvviso uno di loro viene raggiunto da quattro colpi di arma da fuoco. Cade a terra. I tre sparatori fuggono. Il morto si chiama Ulisse; è uno squadrista, Sciarpa del Littorio, ha partecipato alla Marcia su Roma, segretario politico del Fascio di Campegine. Ad ammazzarlo sono stati i GAP, Gruppi di Azione Patriottica. Con questa scena inizia un libro, L’eco di uno sparo (Einaudi 2015), davvero particolare e unico. A raccontare la storia settant’anni dopo è il nipote di Ulisse, Massimo Zamboni, nato tredici anni dopo l’omicidio del nonno, è stato chitarrista e compositore dei CCCP e dei CSI, due dei gruppi più importanti della scena musicale degli anni Ottanta e Novanta. Insieme a Giovanni Lindo Ferretti ha dato vita a un fenomeno che va ben al di là dell’evento musicale, e definisce anche nell’estetica una stagione di profonda trasformazione del costume e della mentalità giovanile. Zamboni è un uomo di sinistra, se la parola ha ancora oggi un senso, o quanto...

Giovanni De Luna. La Resistenza perfetta

Come spiegare in breve ciò che accade nella storia italiana nei venti densissimi mesi tra il 1943 e il 1945? Come restituire la stratificazione di senso che assume quella vicenda complessa, che ha il suo prima nel fascismo e nella guerra e il suo dopo nella storia della Repubblica antifascista, di cui la Resistenza diviene anche mito fondativo e continua a essere il reagente della politica per settant'anni?   David Bidussa ha sintetizzato con efficacia il disagio attuale di chi si cimenta in questo discorso scrivendo che «il 25 aprile si conferma come una partita dove non c’è la storia, bensì l’uso politico del passato». Uscire dall'impasse che segna oggi la comunicazione dei valori della Resistenza, troppo spesso trasformata in monumento, oggetto antiquario o in storia scandalistica, è possibile se si torna a «raccontare i fatti», continua Bidussa, e «scavare negli atti, descrivere che cosa si fece, rintracciare i motivi e far emergere i sentimenti di chi agì», in altri termini «ricostruire storie».   Questo non significa accettare una moltiplicazione dei punti di...

Giacomo Verri. Racconti partigiani

«Correva, con gli occhi sgranati, vedendo pochissimo della terra e nulla del cielo. Era perfettamente conscio della solitudine, del silenzio, della pace, ma ancora correva, facilmente, irresistibilmente. Poi gli si parò davanti un bosco e Milton vi puntò dritto. Come entrò sotto gli alberi, questi parvero serrare e far muro e a un metro da quel muro crollò». Così finisce Una questione privata di Beppe Fenoglio, pubblicato postumo nel 1963, a due mesi dalla morte dell’autore.   Negli occhi di Milton le immagini svaniscono, perdono la loro consistenza, sono fantasmi, come il vento di pallottole che gli ronza vicino e non lo abbandona per tutta la sua corsa disperata. Egli non smette di correre, di fuggire, di combattere contro il suo destino. Tuttavia sembra non esistere la possibilità di varcare il confine che lo separa dalla vita, nessun futuro lo attende, al termine della sua fuga non ci sono lusinghe, ma solo un muro: alto, solido, impenetrabile.   Ci si chiede: che senso ha questo muro? La fine? Il tormentoso interrogativo di Milton (insieme a quello di un’intera generazione di scrittori) e la sua...

Giulio Questi. Il ritorno della letteratura partigiana

Giulio Questi ha avuto una vita lunga, piena di reincarnazioni, sprofondamenti ed emersioni. Prima tutta la Resistenza, dal primo all’ultimo giorno, nelle valli bergamasche in almeno un paio di bande piuttosto discusse; poi, a seguito della “smobilitazione morale” del Paese (per dirla con Nuto Revelli), l’avventura nella Roma del cinema. Nel frattempo aveva animato, con altri giovanissimi antifascisti, nei tempi ancora ricchi di fermenti del 1946-48, per cinquantatré numeri una rivista quindicinale di politica e cultura – «La Cittadella» – assai innovativa nel panorama provinciale dell’epoca. Tanto da aver avuto nove sedi esterne con responsabili quali Tullio Kezich a Trieste, Romolo Valli a Reggio Emilia, collaboratori come Bo, Cecchi, Contini, Malraux, René Clair magari solo per un articolo e, più diffusamente tra gli altri, Anceschi o Capitini, mentre Questi era il referente per la letteratura con recensioni (ad esempio sull’Antologia di Spoon River), riflessioni militanti e racconti quali La cassa. Quest’ultimo attirò l’attenzione di Vittorini, che gli mise a disposizione...

Linea gotica

Mentre si sta celebrando il 70esimo anniversario della liberazione d'Italia dall'occupazione nazista, un'occupazione militare che sarebbe stata impossibile o comunque molto più difficile senza la collaborazione dei fascisti locali; mentre insomma si sta tornando a discutere sulla natura e le conseguenze della guerra civile, è bene ricordare quanto il nostro Paese fosse anche teatro decisivo per le sorti della seconda guerra mondiale. Dall'agosto 1944 e fino alla seconda metà d'aprile del 1945 l'Italia è stata divisa in due da quella che i tedeschi chiamarono la Linea gotica (poi cambiarono il nome in Linea verde). Da Cinquale sul Tirreno, a due passi da Carrara, fino a Rimini le truppe naziste costruirono un sistema di bunker, trincee, trappole e ostacoli vari per rallentare l'offensiva degli Alleati.   Di quella parte della storia si parla poco, si predilige, e forse giustamente dal punto di vista della discussione su quella che è l'eredità e la lezione della Resistenza, concentrare il discorso sui partigiani, sulle scelte esistenziali e politiche che hanno fatto schierare la meglio gioventù...

Denis Peschanski. Memoria e resistenza in Francia

I fatti storici sono, per essenza, dei fatti psicologici.   Marc Bloch   La sera del 9 luglio 1942 a Parigi gli ispettori della Brigata Speciale di Vichy arrestano Dora Markowska, militante comunista. Durante la perquisizione del suo domicilio trovano una fotografia raffigurante Alexandre Peschanski in divisa delle Brigate internazionali: viene arrestato l'indomani. Nel novembre dello stesso anno i due, futuri genitori di Denis Peschanski, saranno deportati in Germania in quanto partigiani. Si può presumere che per lo storico francese la memoria di quegli anni abbia un significato particolare.   Ricercatore e poi direttore di ricerca al Centre national de la recherche scientifique (CNRS), Peschanski è stato impegnato in politica nel Partito socialista. Tra i primi lavori, che gravitano intorno al ruolo del Partito comunista francese durante il conflitto, si segnala Le sang de l'étranger (Fayard, 1989), scritto con lo storico Stéphane Courtois e il partigiano comunista Adam Rayski. Quest'opera, come la successiva Des étrangers dans la Résistance, ricorda come nella resistenza francese e in particolare...

Antologia del grigio

La mia storia è piena di buchi come un romanzo, ma in un comune romanzo è il romanziere a decidere come distribuire i buchi, un diritto che a me è negato perché sono schiavo dei miei scrupoli.   Laurent Binet, HHhH. Il cervello di Himmler si chiama Heydrich, 2010     Quando ci chiediamo cosa, quanto e come leggono di Resistenza “i giovani” – gli studenti –  troviamo sul campo due rischi: uno di merito e uno di metodo. E sono convinto che sia necessario provare a individuare alcuni antidoti per entrambi. La “vulgata” revisionista ha seminato molto negli ultimi anni, mettendo in crisi la complessità e le varie stratificazioni della vicenda resistenziale e delle sue narrazioni. Come si può cercare di ridare tridimensionalità agli eventi e ai processi storici che in questi giorni sono al centro del dibattito pubblico, partendo dal fatto che non solo la narrativa, ma la narrativa resistenziale tout court ha perso sicuramente gran parte del suo fascino? Utilizzando gli stessi espedienti narrativi di questa vulgata, credo.   Il presunto multitasking e l'attenzione...

Orazio Labbate. Lo Scuru

Quanto pesa un libro? «21 grammi» direbbe Sean Penn, con il suo volto perennemente inquieto. E «Quante vite viviamo? Quante volte si muore?» si chiede il suo personaggio, un matematico in fin di vita, nell’omonimo film di Iñárritu. «Si dice che nel preciso istante della morte tutti perdiamo 21 grammi di peso. Nessuno escluso. Ma quanto c'è in 21 grammi? Quanto va perduto? Quando li perdiamo quei 21 grammi? Quanto se ne va con loro?»   Anche il lettore del primo romanzo di Orazio Labbate, Lo Scuru (Tunué, 2014) potrebbe porsi queste domande. Si può dire che il libro pesa davvero 21 grammi. E tuttavia non è un respiro l’anima di questo libro, le parole non svolazzano leggere per l’aria, non equivale al peso di «un colibrì» o di «una barretta di cioccolato». Tutt’altro: l’anima (e la lingua) del romanzo è nera, buia, tortuosa e la storia è quella di una stagione all’inferno.   Il protagonista si chiama Razziddu Buscemi. Racconta la sua storia poco prima di morire, seduto sotto il suo portico a Milton, West...

Non di soli soldi

Verso la fine degli anni Novanta lavorai come grafico editoriale in un giornale di annunci immobiliari. Risposi a un’inserzione su Porta Portese e mi fissarono un colloquio. Due giorni dopo mi presentai al terzo piano di un bel palazzo umbertino nel quartiere Prati. Era un bollente pomeriggio di luglio e c’erano due uomini, uno piemontese e l’altro romano. Lessero il curriculum e mi dissero che secondo loro ero la persona giusta per quel posto, aggiunsero che intendevano assegnarmi il ruolo di coordinatore dell’ufficio grafico. Erano gli anni in cui cominciavano a spuntare i primi free press, e il nostro era appunto un free press. Ci rivedemmo a fine agosto per la prima riunione di redazione. In quell’occasione ci annunciarono che il numero zero doveva essere pronto per metà settembre e che la prima uscita in edicola era programmata per ottobre.   Il giornale era di proprietà di una società di Biella. L’amministratore delegato viaggiava ogni settimana, restava a Roma dal lunedì al giovedì, era un rugbista gioviale e determinato, il classico dirigente da “prima fase”. Il direttore commerciale...

Il Sacro Monte di Varese

Era una bella giornata d’aprile. Partimmo da Monza la mattina molto presto, diretti al Sacro Monte di Varese: uno sparuto gruppo di insegnanti alla testa di un manipolo di studenti, le terze dell’Istituto Statale d’Arte sperimentale. Anno 1985. Insegnare ci piaceva. Eravamo giovani e pieni di entusiasmo. Abbiamo sempre amato il corpo a corpo con la conoscenza, sorretto dalla volontà di trasmetterla. Ne facevamo tante di gite a quel tempo. Le chiamavamo escursioni didattiche perché si trattava di vere e proprie ricognizioni interdisciplinari sul campo di quanto affrontato in classe. E così il pullman che ci portava alla meta si trasformava in aula viaggiante, come ci aveva insegnato Silvestrini, il nostro nume tutelare, il leader morale e culturale, l’anima della nostra scuola.   C’erano: Marco, che insegnava Storia del Pensiero Scientifico; Letizia, Architettura; Liliana, Matematica e Fisica; Paolo, Geometria Descrittiva e Proiettiva e io, Storia dell’Arte. Ciascuno di noi aveva contribuito con le proprie competenze, come sempre facevamo, al buon esito di quel progetto di studio. Agli allievi quel giorno spettava il...

Tomaso Montanari. Privati del patrimonio

Tengo un taccuino rosso sul tavolo della cucina e tre libri sdraiati sul dorso. Primo dei tre libri: Star bene in acque torbide. Una guida per trovare la pace nel caos quotidiano di Ezra Bayda (Ubaldini Editore). Sopra questo, alla mia destra, ci sta La bambina fulminante di Paolo Nori, romanzo per ragazzi uscito da poco per Rizzoli che racconta la storia di Ada, una bambina che «quando tira degli accidenti a qualcuno (in rima), quegli accidenti lì poi arrivano» per davvero. Leggendo il libro che tengo sul tavolo alla mia sinistra, non so cosa potrebbe accadere a voi semmai lo leggerete, ma a me sono partiti molti accidenti. Forse perché non erano in rima? Non hanno sortito alcun effetto. Eppure. Ad ogni modo, insomma al netto dei brancolamenti introduttivi, il libro in questione si intitola Privati del patrimonio, è edito da Einaudi e lo ha scritto Tomaso Montanari, docente di Storia dell’arte moderna all’Università Federico II di Napoli.   Nota al testo, l’autore scrive: «Questo libro è un tentativo di rispondere alla domanda – retorica e disimpegnata – che mette invariabilmente fine a ogni...

Günter Grass la sentinella

Ora che se n’è andato, al di là  delle parole di cordoglio e dei riconoscimenti di rito, non saranno pochi in Germania quelli che tireranno un sospiro di sollievo. Con lui è uscita di scena una figura scomoda, uno che conosceva le fibre profonde dei suoi connazionali, che ne sapeva riconoscere l’ipocrisia con un fiuto infallibile nell’istante preciso in cui si manifestava, e non solo nella politica, anche nel costume nazionale, nei silenzi collettivi, nell’accettazione dell’esistente, nei tratti in cui l’ethos collettivo  si rispecchia nella politica.     Ha criticato l’America negli anni della Guerra fredda, è stato nemico giurato delle politiche di riarmo della Nato negli anni Ottanta, ha denunciato i limiti della riunificazione tedesca. Con grave imbarazzo di Angela Merkel è stato dichiarato ‘persona non grata’ dallo stato d’Israele per le sue recenti critiche al suo ruolo di potenza atomica in Medio Oriente e nell’ultimo anno ha assunto le difese della Grecia contro la politica di austerità della UE volute dalla cancelliera tedesca.   Il...

Günter Grass. Sbucciando la cipolla

Sbucciando la cipolla è il testo-verità dell’ultimo Grass. Questo scritto autobiografico ormai considerato come il libro dello scandalo, scuote l’opinione pubblica scatenando una tempesta di prese di posizione, di giudizi e di commenti sulla stampa tedesca e internazionale nel mezzo dell’estate del 2006. Esso compare nelle librerie poco dopo che, il 12 agosto, in un’intervista rilasciata alla “Frankfurter Allgemeine Zeitung”, lo scrittore danzichiano – ormai settantottenne – ne ha anticipato i punti salienti e ha dichiarato di aver finito per arruolarsi per poche settimane, negli ultimi mesi di guerra, in un reparto delle Waffen-SS, il famigerato corpo elitario dell’esercito tedesco composto da fedelissimi di Hitler, come volontario presso l’artiglieria contraerea. È un duro colpo per la sua immagine pubblica, che ne esce scalfita. Si fa a gara a rinfacciare a Grass i trascorsi giovanili, con il rischio che ne resti travolta la credibilità del suo ruolo di «apostolo della morale», secondo la formulazione del settimanale “Der Spiegel” che poco dopo, il 21 agosto, gli dedica una...

Conversazione con Flavio Favelli. In volo siamo dei

Michele Dantini: Questa nostra conversazione inizia in modo casuale e insieme inevitabile, proprio da questa rubrica. Quasi come una reminiscenza. Tutto ruota attorno alla figura dell’anello. Appare in alcuni piccoli ready-mades di Piero Manzoni, e ne ho scritto qui su doppiozero. All’imbatterti nel mio articolo su Manzoni tu stesso mi scrivi di avere un rapporto potente con l’anello, tanto da inserirlo in alcune sculture o fotografarlo nel Museo della memoria di Ustica, nei pressi dell’aereo abbattuto. E che la coincidenza ti sorprende...   Flavio Favelli: L'anello ha a che fare con il corpo, con i tessuti della pelle, come quando è al naso del toro. È legato ai sensi, alla precisa sensazione che da qualche parte qualcosa sia legato per così dire nella carne. Forse è una sorta di lapsus, per quanto mi riguarda. L’anello ricorda che da qualche parte queste sculture hanno un legame remoto con il corpo, legame che non voglio tuttavia  manifestare in modo aperto.   Flavio Favelli, Balaustro, 2004   Curioso: coltivi il segreto e al tempo stesso desideri misurarti con la Grande Storia, il Trauma...

Islam e radicalizzazione

Il sociologo franco-persiano Farad Khosrokhavar è direttore di ricerca dell’Istituto studi di scienze sociali di Parigi (EHESS). Il suo lavoro accademico affronta i problemi legati all’islamismo radicale contemporaneo dalla repubblica islamica in Iran fino al fenomeno degli attentatori suicidi. Negli ultimi anni si è occupato di musulmani in carcere e di “radicalizzazione”, una categoria concettuale utilizzata dagli scienziati sociali in maniera crescente dopo gli attentati dell’11 settembre 2001. Le quindici interviste in profondità a giovani rinchiusi nelle carceri francesi per crimini legati ad attività terroristiche raccolte nel testo edito da Grasset nel 2006 intitolato Quand Al-Qaida parle sono ancora utili per comprendere i motivi che spingono dei giovani musulmani europei di seconda o terza generazione a scegliere la strada del jihadismo. Il suo ultimo testo, uscito nel novembre 2014 in lingua francese, si intitola Radicalisation.   Con radicalizzazione si intende il processo che porta un individuo o un gruppo ad agire in forme violente collegandosi a una ideologia, a contenuto politico, sociale o religioso,...

1992: la vera storia di Giovanni Rana. Quindi la nostra

Il 1992 era l’anno di Milano Italia, il talk show quotidiano di attualità politica e sociale condotto da Gad Lerner su Rai Tre dal teatro Litta di Milano: la prima puntata (15 giugno) aveva come ospite Antonio Di Pietro. Fino a qualche mese prima, sempre su Rai Tre, Lerner conduceva Profondo Nord, talk di approfondimento sulla “questione settentrionale”, con varie puntate tematiche, la prima della quale (il 16 marzo del 1991) si intitolava Nella tana della Lega, e rappresentava il primo vero spazio di riflessione da parte della televisione sul fenomeno leghista. Lerner è l’ultimo dei grandi personaggi del giornalismo televisivo a scaldare gli animi, e gli anni: prima di lui il Santoro di Samarcanda su Rai Tre (che viene sospesa il 20 marzo del 1992, a seguito di una puntata all’omicidio di Salvo Lima), e il Ferrara de L’istruttoria, che su Italia 1 “risponde” alle indagini della procura di Milano. A fianco il “giornalaio” Funari, con Mezzogiorno italiano e poi Conto alla rovescia (su Italia 1), anche questo sospeso, a forza di “vai avanti Di Pietro” e di schiaffoni a destra a manca (tra gli altri...

L'uomo che sussurra alle patate

Commercialista mancato, a mille metri di altezza, sull’Appennino tra Liguria ed Emilia, coltiva trecento varietà per preservarle dall’estinzione. Il suo campo è un catalogo vivente.   Chi è convinto che le patate si assomiglino tutte e che ci sia poco da sapere su una pianta che offre quanto di più semplice e modesto può arrivare dal campo al piatto, si prenda la briga di consultarne il catalogo. Ma per farlo non si accontenti di interrogare internet né si metta a sfogliare le pagine dei trattati che le sono stati dedicati nel corso dei secoli – a partire dalla scoperta del Nuovo Mondo e quindi dall’arrivo in Europa di questa pianta proveniente dalle Ande, venerata dagli Inca, che la chiamavano “papa”. Il fatto che all’inizio la patata si chiamasse “papa” creò qualche imbarazzo quando Filippo II, re di Spagna, decise di omaggiare il pontefice con alcuni esemplari di questa coltivazione che i conquistadores dal Perù avevano a poco a poco diffuso in tutta l’America, dal Pacifico ai Caraibi. Regalare la “papa” al Papa era parso poco conforme al...