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Storia

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Quasi cinquant'anni dopo la sua morte: Resistance is us / Martin Luther King nelle strade di Ferguson

Al termine della proiezione di Selma, quando scorrono i titoli di coda e ascoltiamo le note di Glory – la bellissima canzone che John Legend e Common hanno scritto appositamente per il film – sentiamo un verso che rappresenta probabilmente la chiave di lettura migliore per comprendere quello che abbiamo appena visto: «Resistance is us/ That’s why Rosa sat on the bus/ That’s why we walk through Ferguson with our hands up» (La resistenza siamo noi/ È per questo che Rosa [Parks] si è seduta su quel pullman/ È per questo che abbiamo camminato a Ferguson con le mani alzate). È quando, in un film che è tutto ambientato nel 1965, entra questo nome – Ferguson – questo vero e proprio convitato di pietra, che si coglie appieno la posta politica in palio di Selma. Che senso ha infatti oggi – cinquant’anni dopo, nel 2015, negli Stati Uniti – parlare ancora del movimento dei diritti civili? Oggi, che Martin Luther King non solo è stato riconosciuto da tutti come un vero e proprio padre della patria (a lui è stata dedicata persino una festa nazionale), ma dove persino il Presidente degli Stati Uniti è per la prima volta un afro-americano: non è forse la questione della razza una questione che...

Scontri di civiltà

Era il crepuscolo. L’auto era grande, ma allo stadio finale. Troppo vicina al muro: come fanno gatti randagi o colombi, quando in città cercano un angolo per morire. Lungo la parte posteriore l’uomo aveva steso uno straccio e ci si coricava sopra. Ho fatto gli ultimi metri verso casa. Prima di entrare, mi sono voltato verso quei due relitti. C’era qualcosa di incomprensibile: perché non si metteva sulla schiena, perché non scivolava sotto la macchina, perché in mano non aveva una chiave inglese? Su un palmo di vento mi hanno raggiunto le aspirate forti del Corano. Allah, il soffio divino. Salito in casa, ho aperto la finestra; sono rimasto a contemplare quel fossile spirituale che respirava su un marciapiede di Milano, finché si è incamminato con la coperta sotto il braccio. Con una carta geografica, ho traguardato i tetti nella direzione del suo inchino: l’auto non era sua, gli era solo servita da riparo per volgersi perfettamente alla Mecca. Non ci si inginocchia davanti a una automobile, solo davanti a Dio. Chi dice che l’Islam è troppo orgoglioso e assolutista per adattarsi al nostro mondo dovrebbe...

Corrispondenti esteri

Sembra ci sia stato un lento ma continuo slittamento, durante gli ultimi due anni, dal timore che la crisi economica avrebbe condotto a un conflitto diffuso alla netta e reale sensazione che il mondo intero sia ora coinvolto in una guerra combattuta su così tanti fronti da essere paragonata alla Guerra Fredda, se non agli eventi che si susseguirono nella prima parte della seconda guerra mondiale, quando emerse contingente la realtà del conflitto. Tuttavia, anche se le segnalazioni che internet ci riporta rendono sempre più vicine le immagini del conflitto – Ucraina, IS, Siria, Libia, Gaza – come se per Regno Unito, USA e il resto d’Europa, si trattasse dell’effettivo “fronte interno” del ventunesimo secolo, la realtà della guerra stessa non è mai stata percepita tanto lontana.   Come potrebbe il mondo dell’arte rispondere a un simile scenario? Questa è una domanda che inevitabilmente richiama all’intimazione del filosofo tedesco Theodor Adorno, sullo “scrivere una poesia dopo Auschwitz”, espressa nel suo saggio del 1962 Engagement oder künstlerische Autonomie (ed...

Foreign Correspondents

italian version     There seems to have been a slow but steady shift during the last two years from the fear that the economic crisis would lead to widespread war to the very real sensation that the world is now involved in an ongoing conflict fought on so many fronts as to be comparable to the Cold War, if not to the events leading up to the early part of the Second World War, when the reality of global conflict really dawned. Yet although Internet reporting brings us ever closer to the imagery of conflict – in the Ukraine, IS, Syria, Libya and Gaza – what is effectively the twentyfirst-century ‘home front’, the UK, US and most of Europe, has never felt further removed from the realities of war itself.   How might the artworld respond to this? This is a question that inevitably evokes German philosopher Theodor Adorno’s injunction on ‘making art after Auschwitz’, set out in his 1962 essay ‘Commitment’ (and echoing a line from ‘Cultural Criticism and Society’, 1949). What is often overlooked is that later in the same essay Adorno writes that art must continue even in spite of its impossibility,...

Perchè Podemos

Un giorno a metà febbraio 1982, sicuramente di sabato o di domenica, siamo andati con amici a visitare, la fiera d’arte contemporanea ARCO di Madrid, poi consolidatasi e cresciuta sino ai nostri giorni. Promossa da Juana de Aizpuru, una gallerista molto innovativa, ARCO nasceva come la prima uscita dell’arte spagnola sul piano internazionale, in chiara lotta contro il localismo. A solo sette anni dalla morte di Franco, sentire la parola ‘internazionale’ suscitava in noi forti aspettative. In effetti, in quei giorni, e in parallelo alla fiera, sono venuti per discutere sulla “rottura del dopoguerra spagnolo” diversi critici, galleristi e artisti stranieri: tra gli altri, Giulio Carlo Argan, Achille Bonito Oliva, Lucio Amelio, Rudi Fuchs, direttore quell’anno di Documenta di Kassel, Marcelin Pleynet, che da vent’anni si occupava di Tel Quel, e il catalano esiliato e appena ritornato Alexandre Cilici Pellicer. Un importante salto culturale, che va valutato insieme all’entusiasmo provato alla vigilia delle elezioni generali che avrebbero portato la sinistra al governo dopo più di quarant’anni. Sentivamo l’...

Carissimi padri della Grande Guerra

Carissimi Padri... almanacchi della “Grande Pace” (1900-1915): proprio come un almanacco, il nuovo progetto culturale avviato a Modena da Claudio Longhi, regista e studioso di teatro, si svilupperà lungo l'arco di un intero anno articolandosi in cene-spettacolo, incontri, proiezioni di film, letture, laboratori e atelier per culminare, come era stato per il precedente Ratto d'Europa (qui la recensione), in uno spettacolo vero e proprio che debutta al Teatro Storchi il prossimo dicembre. Insieme a un gruppo di lavoro ormai consolidato che assomiglia sempre di più a una compagnia stabile d’altri tempi, Longhi coinvolge ancora una volta l’intera città, questa volta nella esplorazione degli anni della belle époque, ovvero di quella stagione di apparente Grande Pace in cui storicamente si rintracciano le scaturigini della Grande Guerra; per sviluppare così una riflessione sui giorni presenti – tempo di una nuova Grande Pace – che ancora poggiano sulle macerie di quel conflitto, come resti spuri di quelli che Kraus ha definito Gli ultimi giorni dell'umanità.       Chi sono...

Rappresentare il non-rappresentabile

Mattia Cacciatori è un giovane fotoreporter che ha trascorso parte degli ultimi anni in Cisgiordania, a Ramallah, per documentare il conflitto israelo-palestinese. I suoi amici sono dunque abituati ad averlo lontano, a saperlo in giro per il mondo. L’8 luglio 2013 le prime pagine dei giornali accostarono, all’improvviso, le parole Mattia e Farnesina, io stesso mi ero quasi scordato che il mio amico fosse in Turchia per le rivolte di Gezi Park. Stavo seguendo, tra l’inerzia di Twitter, quelle giornate di Istanbul e quando la parola Mattia entrò nello schermo, in tutti gli schermi, mi trovai senza più nulla da dire e senza più nulla da pensare su quei giovani che vedevo manifestare e sulla questione turca in generale. D’un tratto l’unica immagine possibile di quella rivolta era formata da quell’insieme di parole che, lapidarie, su tutti i quotidiani italiani online e non, descrivevano l’arresto di Mattia da parte della polizia turca. Il flusso di notizie e immagini riguardanti le manifestazioni si era improvvisamente arrestato in una terza dimensione, la profondità della prossimità di Mattia alla mia...

Ritratto di un Presidente e dei suoi applausi

Elezione   A vederlo in piedi nelle fotografie, in casa della figlia durante la sua elezione alle spalle di amici e parenti, si ha la sensazione di un uomo che tiene le distanze e che esterna poco dei propri sentimenti. Non si sprofonda in poltrona o sul divano per gustare il proprio trionfo, resta in seconda fila. Anche la carezza alla nipote, nei medesimi scatti, ha qualcosa d’affettuoso, eppure manifesta una forma di lontananza. Non l’assenza di sentimenti, ma piuttosto una disabitudine a esibirli. A definire la sua figura fisica sono prima di tutto quei capelli, così forti in testa in un uomo della sua età, e soprattutto bianchi. Una bianchezza, che unita agli occhi azzurri e profondi, fa del nuovo Presidente della Repubblica un uomo molto diverso dal personale politico della Seconda e Terza Repubblica. Non ha nulla dei modi brianzoli, spicci e accattivanti di Silvio Berlusconi, con la sua peluria grigia sul capo, niente dello stile pop, alla Fonzie, di Matteo Renzi. Sergio Mattarella è un uomo dell’altro secolo, almeno nella figura fisica, nei modi e nei gesti. Non sarebbe stato troppo fuori posto nella cerchia di don Gaetano, il...

E quindi entrammo a riveder le stelle

Nelle rare domeniche in cui mia madre riusciva a portarmi ai Giardini pubblici, andavamo al Museo di storia naturale che dà su corso Venezia oppure allo zoo che si trovava dalla parte opposta del parco, accanto alla grande fontana davanti a Palazzo Dugnani, ma, non saprei dire perché, al Planetario mai. Erano gli “anni di piombo” e, smog a parte, l’atmosfera a Milano era pesante. A ripensarli adesso sembrano uno di quei diorami che si possono ancora vedere nelle sale del museo: l’Homo sapiens sapiens con le basette alla mascella, i pantaloni a zampa e il borsello in spalla; sullo sfondo, corso Vittorio Emanuele con il Duomo insudiciato e le auto che intasano la piazza. Da allora l’atmosfera cittadina si è decisamente alleggerita ma questo non ha inciso sulla visibilità: oggi come ieri, alzando gli occhi al cielo, da Milano le stelle si vedono ben poco. Non c’è di che stupirsene. Sorprende però scoprire come se ne lamentasse già ai primi dell’Ottocento Stefano Carlini, direttore dell’Osservatorio astronomico di Brera: Tròpa lüs. Inquinamento luminoso. E troppi fumi....

Cantù. Il complesso di Galliano

Le immediate adiacenze delle stazioni ferroviarie, non solo i binari morti, ma il prolungamento nel territorio circostante, specie nelle piccole città e nei paesini; i margini dove la vegetazione cresce rigogliosa, tropicale, fino a ricoprire tutto: palizzate, recinzioni, terrapieni e ogni fazzoletto di terreno vago; i vagoni e le motrici parcheggiati su qualche binario e lasciati lì a disfarsi lentamente, sbriciolati dal tempo e dalla ruggine; le casematte sfondate, senza porte né finestre e solo residui di tetto, pannelli di eternit, tegole a chiazze che ancora resistono sulle travi spezzate delle capriate; i magazzini e i depositi vuoti, abbandonati da decenni, dai serramenti gonfi di umidità, deformati e semidivelti, con quasi tutti i vetri rotti, anche quelli più alti, irraggiungibili, non si sa perché né da chi (o basta il tempo, e così poco, a distruggere anche i vetri?); e poi le pareti di verde, quasi gallerie senza volte, che accompagnano l'uscita dalle stazioni, finché la città e la campagna si aprono, e, con essi, il cielo.     E poi, più avanti, altri casermoni, magazzini,...

Islam, vegani e altri sentimenti

Sorprende sempre riconoscere come il cibo sia in grado di coinvolgere molti dei valori della nostra esistenza. Un legame dalle radici lontane, scritto dentro la storia della specie e dell'alimentazione, nelle diverse culture, nella stessa “sostanza” dei nostri geni. Schegge involontarie di quel legame e di quei valori emergono talvolta in momenti particolari, quando più facilmente il reale perde peso - un periodo di malattia, le stesse festività natalizie - facendo affiorare qualcosa che in genere tendiamo ad allontanare dentro malcelati malesseri, nausee sopite. Nausee...quasi nessuno nei giorni di Natale (o di Pasqua) cerca più il capretto. Tabù in via di definizione, il capretto sta diventando “cattivo da mangiare” come il coniglio o l'agnello, ognuno secondo i luoghi e secondo il mutevole dissolversi della tradizione. Cattivo da mangiare perché diventato “buono da pensare” sebbene attraverso un’idea diversa da quella di animale domestico e da compagnia (pet); impossibile per quest'animale, come per l'agnello, la convivenza urbana.   L'Islam, ormai da tempo, è...

No Naomi

Poiché partecipo spesso a incontri dedicati alla crisi economica, in cui di solito dipingo uno scenario assai cupo, capita che alla fine dello speech, qualcuno si avvicini e mi dica: «senta, ma io comunque spero ancora». È molto diffuso il desiderio di sperare, anche se non si sa esattamente in che cosa. Oggi i lavoratori del sapere, oltre a pensare che le attività che svolgono abbiano un senso, vogliono cambiare il mondo, e che riescano, nel loro piccolo, a migliorare il mondo: ecco, mi sento di dire che l’ultimo libro di Naomi Klein fa per loro.   Il titolo italiano, diverso da quello originale – This Changes Everything. Capitalism vs The Climate – comunica chiaramente il vero messaggio di questo libro: anche se va tutto malissimo, noi possiamo, anzi dobbiamo continuare a sperare; saremo noi a salvarci, se solo ci crediamo appassionatamente. Seguendo uno schema retorico classico, Naomi Klein inizia illustrando i tratti di un mondo destinato all’apocalisse. Nella prima parte ci spiega, essenzialmente, come la possibilità di ridurre l’impatto di una crisi climatica ancora in corso e di preservare la...

Basaglia, storia di una rivoluzione contro le masse

La "Repubblica dei Matti" di John Foot racconta l'impresa di Franco Basaglia e di tutte le persone con cui ha combattuto, interagito, litigato, collaborato nelle fasi della sua formazione. Una formazione che sembra un romanzo, comincia prima della nascita e non termina dopo la morte. Come il Napoleone a cavallo di Hegel – cavallo che, in questo caso, sarebbe matto e si chiamerebbe Marco – Basaglia è stato lo spirito del mondo psichiatrico, la sua antitesi, che ha subito prodotto sintesi: Gorizia. Il testo di Foot torna sulla questione “antipsichiatria”, in particolare sull'idea “la malattia mentale non esiste”. Penso che la questione “malattia mentale” sia, in primo luogo, linguistica. Chi pone la questione “malattia mentale”, a cinquant’anni di distanza da quel dibattito, si trova stritolato nella dimensione neo pubblicitaria e neo liberale. Non riesce a distinguere più il significato. Chi dice “la malattia mentale non esiste” è il DSM-5 – l'ultima versione internazionale del manuale psichiatrico, su cui siamo più volte intervenuti a doppiozero....

Milano terminale

Quando frequentavo l'Università Statale avevo in effetti una certa fretta di tornare a casa, ma se avessi parlato con i miei coetanei divenuti poi romanzieri, non avrei nemmeno osato metter piede a Milano, ci sarei fuggito a gambe levate e con i capelli dritti. Una koinè generazionale ci offre un'immagine terrificante del capoluogo lombardo (e dintorni) che dovrebbe consigliare Pedullà e Luzzatto a un aggiornamento dell'Atlante della letteratura italiana, magari sotto il nome di Milano terminale o Lombardia agonistica e agonica.   Aveva cominciato presto Giuseppe Genna, con Assalto a un tempo devastato e vile, a usare le tinte più cupe per tratteggiare alcune zone di Milano, in particolare legate al lavoro (il racconto Fatica) o del circondario (“Centoventi all'ora, a nord di Milano, forando una foschia tossica, che si alza da campi grigi e inerti, la terra coperta di letame chimico, accanto a filari di legni incarboniti e secchi, alberi intrisi di smog e pappi ingrigiti, cartelloni pubblicitari anneriti dagli scarichi”). In più vi era già nel titolo l'impostazione del legame tra il luogo e il tempo...

Primo Levi e La notte dei Girondini

Nell’agosto del 1975 Primo Levi scrive a Luciano Foà, uno dei fondatori dell’Adelphi, per proporgli la traduzione di un libro che gli sta molto a cuore: La notte dei Girondini. Scritto da Jacques Presser è apparso in olandese nel 1957. Levi non sa l’olandese, come afferma in un suo racconto (Un “giallo” nel lager), e tuttavia pensa di tradurlo. Come pensa di riuscire a farlo? Un piccolo mistero che forse ora sappiamo svelare. Ma andiamo con ordine.   Luciano Foà è la persona che alla fine degli anni Cinquanta ha caldeggiato da Einaudi, in qualità di segretario generale della casa editrice, la ripubblicazione di Se questo è un uomo. Lo scrittore torinese potrebbe avere proposto la traduzione al suo editore; oppure si è rivolto direttamente a Foà, sapendolo sensibile al tema; sua l’iniziativa di pubblicare da Einaudi il Diario di Anna Frank nel 1954. Dopo un breve scambio di lettere raggiungono un accordo per il contratto. A settembre Foà gli telefona per dargli il via. La traduzione esce nel 1976 con una nota dello scrittore. Si tratta di un testo importante, il primo in cui...

Cornelius Castoriadis, la democrazia oltre la crisi

Il 21 dicembre 1945, il piroscafo Maratoa, con equipaggio inglese, attraccato al porto del Pireo di Atene, attende di salpare, con numerosi esuli greci e con centottanta giovani diretti a perfezionare i loro studi in Francia, grazie ad una borsa dell’“École française d’Athènes”. I controlli all’imbarco della polizia greca sono meticolosi e durano tutta la giornata. Uno di loro, nel trambusto, cade a terra con decine di volumi di Zola tradotti in greco. Si chiama Cornelius Castoriadis e una testimone quattordicenne (intervistata da François Dosse, che al filosofo ha appena dedicato e dato alle stampe un’accurata e voluminosa biografia, Castoriadis. Une vie), che con la sua famiglia prese parte a quel viaggio, racconta: «Lo chiamavano il “trozkista” e io ho creduto che volesse dire mostruoso e calvo». Benché abbia solo ventitré anni, infatti, Castoriadis già dall’età di sedici anni porta i segni irreversibili del trauma subito con la morte improvvisa della madre, che gli ha procurato un’alopecia precoce ed altre perdite del sistema pilifero. E al termine di...