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Teatro

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Intervista a Judith Malina

Sembra molto piccola, su quella sedia a rotelle, Judith Malina, una leggenda vivente, l’allieva di Piscator, la fondatrice del Living Theatre, la moglie di Julian Beck, la rivoluzionaria pacifista, un pezzo di storia del teatro e del pensiero underground americano. Ma, a 87 anni, non ci tiene a farsi imbalsamare. Cammina con difficoltà, ma non ha perso lo smalto carismatico, e neppure una certa aria da pantera, con le unghie lunghissime dipinte di rosa squillante e tanti braccialetti freak. Si scusa per il suo italiano, “un po’ arrugginito”, ma poi, quando inizia a parlare, è precisa, pungente, anche se ogni tanto deve ricorrere all’aiuto di Thomas Walker, un altro del vecchio Living, per precisare i termini. È tornata in Italia per rappresentare The Plot is the Revolution, uno spettacolo dei Motus, in cui la trentenne Silvia Calderoni come una scolaretta rivisita la straordinaria stagione teatrale e politica del Living, rievocando pezzi di famosi spettacoli come The Brig o Paradise Now, che debordò dal teatro trasformandosi in manifestazione di piazza, con attori nudi e intervento della polizia, al festival di Avignone...

Inequilibrio: teatro come viaggio

La geografia – non solo da questi anni di iPhone, Google Maps eccetera – è qualcosa che si guarda dall'altro, che esclude l'osservatore e lo rende uno sguardo esterno, oggettivo, pacificamente onnisciente. “Un occhio extra-terrestre”, diceva Il viandante nella mappa di Calvino. Diversi dagli estremi di queste astrazioni sono la vita reale, l'esperienza, il viaggio: includendo il punto di vista, il vissuto, convertono la cartografia in “geografia interiore”, tengono a mente sussulti, stati d'animo e relazioni. Non si tratta solo di tracciare un percorso, da un punto a un altro, ma di sceglierlo, viverlo. Spazio e tempo si intrecciano nell'itinerario, qualcosa di dinamico e instabile che sa far incontrare passato e futuro, in cui gli orizzonti, non statici, si spostano sempre un poco più in là – a ogni passo compiuto o incompiuto, a ogni incontro vissuto. L'occasione di raccontare l'edizione 2013 di Inequilibrio, festival della nuova scena che si svolge a Castiglioncello a inizio luglio, al terzo anno di direzione di Andrea Nanni, rappresenta la possibilità di calarsi negli...

Nel campo dei Mutoid

Niente più giganteschi robot fatti di ricicli meccanici, mostri volanti costruiti con pezzi di elicotteri (anche con la carcassa di uno appartenuto all’avvocato Agnelli), macchine sospese, bambole e fantocci da immaginario cyborg o post-catastrofe; niente più roulotte e corriere travestite da casa, e officine creative, e feste con i lanciafiamme e con rombanti creature di rottami. L’esperimento sociale e artistico di Mutonia, l’accampamento, il villaggio punk della Mutoid Waste Company sulla riva del fiume Marecchia a Santarcangelo di Romagna, corre il rischio di scomparire.  Un vicino ha fatto causa al Comune della cittadina romagnola per inadempienza, per omissione di atti d’ufficio, per aver consentito una situazione abitativa anomala. La controversia è iniziata ai tempi dei rave party, che ormai tacciono da svariati anni. Ma poi è andata avanti. Il Comune ha sempre tollerato questo insediamento di artisti maghi del riciclo creativo, arrivati nel 1991 chiamati dal festival del teatro e insediatisi in quell’angolo ancora semiselvaggio di Romagna. Ha imposto loro, insieme alla sovrintendenza al paesaggio, alcune...

La polis in danza di Virgilio Sieni

La città e il corpo. Virgilio Sieni disegna con la sua prima Biennale Danza una polis utopica, dove si ritrovi spazio per l’ascolto, per la relazione, per i tempi lunghi della conoscenza, per la bellezza che nasce dall’incontro e dallo scontro, dalla solitudine e dal rapporto con gli altri, in un’idea nuova di cittadinanza opposta alla fretta furiosa del consumo. “Abitare il mondo” l’ha chiamata, mescolando coreografi di fama internazionale e allievi danzatori, bambine delle scuole di ballo, mamme e figli di diverse età, interpreti giovani e affermati, persone anziane e abitanti di luoghi speciali del Paese marchiati da qualche superfetazione del reale, come le donne del rione che vive e muore sotto l’Ilva, protagoniste del bellissimo Visitazione Taranto. La danza per Sieni è maestria, scavo, perfino virtuosismo, ma anche ricerca di bellezza nei gesti quotidiani, liberazione delle potenzialità espressive della gente comune. È cammino, attraverso il movimento, verso una coscienza individuale e sociale più sensibile.   Madri e figlie   “College” si chiamava questa...

Teatri in città

In estate teatro è sinonimo di festival. Ma cosa succede nelle città?  Chiusi i teatri principali, pullulano proposte variegate, a volte semplicemente destinate a riempire i vuoti di serate calde, senza una programmazione culturale coerente e di respiro, a volte prototipi di nuove possibilità. Viaggiamo da Milano a Roma, attraverso Venezia e Bologna, in questa estate in minore, che spesso si completa con gite fuori porta nelle sedi dei festival. Mai come quest’anno sguarniti anch’essi, i festival, messi in ginocchio dalla crisi, costretti a fare di necessità virtù, eppure incapaci di lanciare un grido forte di protesta e sempre disponibili a festeggiare le nozze con i fichi secchi, in attesa di tempi migliori. Ma di questo parleremo nelle prossime cronache D’estate a Milano nessuno è normale   Mentre sui siti web dei teatri milanesi compaiono vistose campagne abbonamenti per 2013/2014, a fornire una qualche contropartita alla sospensione delle programmazioni è solo il Teatro Franco Parenti, che rilancia con “Quest’anno al Parenti l’estate è donna” una coda di...

Le stanze degli intimi supplizi

Tutti vanno e vengono, in genere. In casa, per strada. Si imbattono distratti infastiditi ciechi oppure compassionevoli invadenti moralisti nei guai degli altri, nel soffrire. In Invidiatemi come io ho invidiato voi c’è una donna ormai fatta cagna che ha perso tutto, che sviene per strada, che si confessa in chiesa: è un prima, o forse un dopo che viene fuori a poco a poco, aggalla dalle chiacchiere della gente, piano piano focalizzando sulla cognata, sul marito ebete e imbecille (interpretato dal drammaturgo e regista, Tindaro Granata); lei voleva l’amante, lei voleva farsi vedere, lei voleva tirarsi su, farsi invidiare dopo avere invidiato, e tanto tiene a quell’uomo che la compra, che gli dà in pasto la sua bambina, fa finta di non capire che l’uomo che lei vuole è un porco, un pervertito, un pedofilo che forza la sua bambina giorno dopo giorno e mese dopo mese. In un tempo in cui il teatro contemporaneo ha esaurito una stagione di effetti speciali emozionali, corporei, coreografici, audiovisivi, suggestivi, sonori, luministici, molto teatro al Festival delle Colline Torinesi diretto da Sergio Ariotti è ritornato al...

Saga. Il canto dei canti

In una manciata di millenni l'uomo ha costruito la propria storia, l'ha voluta Civiltà; ha sviluppato la propria dimensione psichica e comportamentale avvalendosi della complicità di un animale che facendosi cavalcatura ne ha potenziato le doti fisiche: l'ha fatto più alto, più veloce, più potente: l'ha fatto cavaliere. Una linea di frattura ha diviso l'umanità che ha potuto fare affidamento sui cavalli da quella che ha dovuto farne a meno. Cavalcare ha modificato la forma mentale dell'uomo e l'Era delle Macchine non è che lo stadio terminale di uno sviluppo abbastanza cosciente da siglare cavallo\vapore l'unità di misura della potenza meccanica. Era ieri e sembra preistoria. Un buco nero da cui affiora il vuoto.   Come pestilenza un anonimo delirio da contatto per connessione copia e incolla, scarica e  mixa, propaganda un vuoto di esperienza e conoscenza stipato di notizie ed intimità esibite. Digitare. Invio. Ai cavalli è rimasta la dimensione sportiva, l'agonismo sfrenato, la selezione genetica; una funzione alimentare sempre più...

Il Valle e gli altri: una rivolta culturale

Roma è una città in cui tutto sembra immutabile. Anche per questa ragione, nel corso dei secoli, uomini di passaggio e intellettuali girovaghi sono rimasti affascinati da quel senso di antico, massiccio e immobile ancora oggi testimoniato  da una giungla di chiese, palazzi, vecchi edifici, fontane e obelischi, viuzze e viali che stanno lì a osservare l’affollato viavai di persone. Un senso di antico permea i tanti elementi che compongono la città e sembra difficile riuscire a creare una formula in grado di conciliare antico e contemporaneo, passato e presente, stasi e movimento. Camminando per le strade di questa città da oltre due milioni e mezzo di abitanti capita raramente di sentirsi in una capitale europea. Manca quell’ampiezza di respiro che sa regalare una camminata a Madrid o a Parigi; non si riesce a percepire una modernità che passi per la bellezza dei luoghi, la loro pulizia, la vivacità degli angoli del centro, la multiculturalità: si è di continuo messi all’angolo dal traffico, dall’inquinamento, dalla congestione e dai rumori. Gli immensi monumenti che costellano la citt...

Pippo Delbono. Orchidee

È la disperata vitalità, la cifra teatrale di Pippo Delbono. La voglia di strappare un significato allo stare nel mondo, in una scena che non ha limiti, che si apre all’esterno e si richiude su se stessa per continui flussi di coscienza, popolata da figure che puoi incontrare per le strade del mondo e non solo attori. Danzano corpi oversize, Gianluca il ragazzo down diventa una splendida ballerina impiumata del Crazy Horse, Bobò, che ha vissuto per quarant’anni e più in un manicomio, con i suoi raschiati, straziati versi di muto diventa voce dolorante del mondo. Non cercate un filo immediatamente visibile: lasciatevi trasportare dai flussi di immagini, suoni, parole; dai molti finali, come se non si volesse mai smettere questa confessione in pubblico che permette di rimanere vivi in una realtà che toglie, di continuo, la voglia di esistere.   Bobò, ph di Mario Brenta e Karine De Villers   Lasciatevi avvolgere dai mille profumi dell’ultimo spettacolo, selvaggi, sensuali, carezzevoli, esotici, domestici, come il fiore che gli dà nome. Orchidee ha debuttato in chiusura di Vie Scena Contemporanea...

Vie del terremoto

Vie Scena Contemporanea, a Modena, dà il la alla stagione dei festival, rivelando subito quelli che saranno alcuni motivi conduttori delle rassegne che si preparano a affollare l’estate. Tra bellezza, sfida intelligente, cliché, banalità senza spessore lampeggia la parola “crisi”, quella che sta devastando, prima silenziosamente, poi in modo sempre più scoperto, il panorama teatrale da alcuni anni. Crisi economica, che rivela quella di strutture fragili, mettendo a nudo quella creativa.   De Anima, ph. Akiko Miyake   Il festival modenese sembra un protocollo di ciò che ci aspetta. Ritorni di artisti già scoperti negli anni scorsi, come il lettone Alvis Hermanis o come Pippo Delbono, adottato da tempo dallo stabile modenese (rivisitazioni che, evidentemente, tolgono spazio a scoperte ulteriori); affondi nell’opera di maestri come Virgilio Sieni, con vari lavori recenti e una produzione, Home_quattro case, pensata apposta per le zone che l’anno scorso furono sconvolte dal terremoto; spettacoli che creano contrasti  tra paesaggio naturale e umano, come Quai ouest di Koltès...

Il ritmo di Franca Rame

Era bella anche da vecchia, bellissima da giovane, la Rita Hayworth italiana la chiamavano, nella Milano che veniva su palazzone dopo palazzone, tra ruspe e sogni di un’aria che odorava già di miracolo economico, raccontata  a mille all’ora e gag surreali nello Svitato, film di Lizzani con un Dario Fo giovanissimo, magrissimo, spiritato, e con lei, bella, bellissima, Pinocchio e una fatalissima fatina dai biondissimi capelli, Franca Rame.   L’attrice fascinosa e alla mano sarebbe stata definita in molti altri modi. Avrebbe cambiato negli anni molte pelli, fino a oggi, senza rinnegare niente, tenendo insieme tutto, il presente e il passato, in cerca continuamente, furiosamente ma con metodo, di un futuro migliore.   Donna impegnata, senatrice, passionaria politica, attrice, soubrettona, figlia d’arte. Ripercorrendo a ritroso il cammino di Franca Rame, venuta a mancare stamattina a Milano a 84 anni,  incontriamo tutte queste definizioni. Lei era nata ai bordi del palcoscenico da una famiglia di comici girovaghi, i Rame, ricordati fin dal Seicento, passati dal teatro di figura a quello d’attori per battere la...

Nuove strade al teatro antico?

Pensate a un teatro antico tra i più belli d’Italia. E immaginate di vedere sulla scena, proprio mentre il sole tramonta, un cast di oltre trenta attori.   Edipo Re, fotografia di Maddalena Giovannelli   La rassegna di teatro classico organizzata a Siracusa dall’Istituto del Dramma Antico ha tutte le carte in regola per essere una ghiotta occasione produttiva per registi e attori (specie in tempi di finanziamenti ridotti all’osso e organici di compagnia striminziti) e diventare un appuntamento imperdibile per pubblico e addetti ai lavori. Eppure, il festival si porta dietro l’immagine di un’esperienza un po’ settoriale e anacronistica, ambita da scuole e fanatici del dramma antico, ma distante delle modalità e dalle prassi del teatro contemporaneo. Del resto basta dare un’occhiata alla locandina della rassegna dell’ultima edizione (dall’11 maggio al 23 giugno) per vedere avvalorata questa impressione: una maschera in primo piano, il teatro antico sullo sfondo, e i titoli delle due tragedie e della commedia rappresentate. Del nome dei registi, nessuna traccia; come se l’interesse per le...

A Ravenna non solo Fèsta

Non solo una Fèsta, ma molteplici sono state le feste all’interno della quattro giorni di appuntamenti organizzata a Ravenna dalla Cooperativa E. ErosAntEros, Fanny & Alexander, gruppo nanou e Menoventi, le quattro compagnie che da circa un anno danno vita a questo esperimento di originale unione, hanno organizzato la seconda edizione di Fèsta che si è chiusa il 12 maggio: un cartellone di eventi molto fitto a costellare la città della Darsena con spettacoli, incontri, mostre fotografiche, approfondimenti e dj-set serali. Il nome dell’iniziativa, Fèsta, mette in risalto quella E che dà il nome alla cooperativa, una lettera che aggrega e unisce, mette in condivisione e avvicina anche termini differenti. È questo il senso della svolta che non a caso accade in Romagna, terra da sempre di avanguardia culturale e teatrale. Alla mancanza di soldi e fondi si sopperisce con un’idea profonda di condivisione mettendo in comune spazi, risorse e professionalità.   Strettamente confidenziale, Mattia Sangiorgi   Fèsta ha animato la città con appuntamenti in luoghi convenzionali e non...

Microstorie shakespeariane

Tutti conosciamo Amleto, Giulio Cesare, Romeo e il monologo della rosa, la follia di Riccardo III e quella di Re Lear. Ma chi si è accorto della balia di Giulietta, di Polonio, delle fatine che popolano il mondo incantato di Sogno di una notte di mezza estate? O di cosa ne pensavano personaggi non poi tanto secondari, ma non certo protagonisti, come il Fool di Lear, Banquo, Mercuzio o Calibano?   Queste sono storie minori, tagliate, a volte di servizio; ma non per questo meno importanti, senza dover per forza scomodare quel mugnaio Menocchio che ha portato l'italiana microstoria di Ginzburg e Levi alla ribalta del dibattito internazionale. C'ha pensato Tim Crouch, autore-attore di punta della scena britannica contemporanea, a dare voce a chi, nell'opera shakespeariana, non ce l'ha avuta: nella pentalogia – forse destinata a crescere – I, Shakespeare, dove quell'I, “io”, del titolo, davanti al nome del personaggio, suona infatti quasi come una rivendicazione, per un minore o comprimario che per la prima volta nella storia sale sul palco a dire la sua, una propria versione dei fatti. È un taglio stimolante rispetto...

Moni Ovadia, Stormy Six: Benvenuti nel ghetto

“È forse là, dove qualcuno resiste senza speranza, il luogo dove inizia la storia e la bellezza dell’uomo”. I versi di Yiannis Ritsos aprono Benvenuti nel ghetto nato dalla collaborazione di Moni Ovadia e degli Stormy Six, in scena all’Ariosto di Reggio Emilia. Con lo spettacolo gli artisti milanesi hanno voluto rievocare, a settant’anni di distanza, la rivolta del ghetto ebraico di Varsavia del 19 aprile 1943, finita con l’annientamento degli ebrei e con la distruzione del ghetto più grande d’Europa. Versi incisivi, quelli scelti da Ovadia, che calano lo spettatore subito nel cuore del tema. E il tema non è qui solo lo spaventoso sterminio delle migliaia di ebrei del ghetto, ma è soprattutto la resistenza armata che uomini e donne, vecchi e bambini, ragazze e ragazzi, guidati dal ventiquattrenne Mordechai Anielewicz e riuniti nella Zob (Organizzazione Ebraica di Combattimento), per la prima volta hanno saputo opporre per 27 giorni alle SS del comandante Jürgen Stroop. Una rivolta, questa, morale più che militare, essendo chiara la volontà di Hitler di ripulire l’Europa dagli...

Ibsen a Taranto

Lavoro e salute. Maggioranza e libertà di coscienza degli individui. Inquinamento. Archivio Zeta recupera uno dei testi più importanti di Henrik Ibsen, Un nemico del popolo (1882), portandolo verso i conflitti di oggi e i contrasti violenti della tragedia greca. Lo asciuga (già nel titolo diventa Nemico del popolo), lo innerva con parti tratte dalle perizie per la magistratura di Taranto che hanno dimostrato in maniera inoppugnabile, l’anno scorso, la distruzione dell’ambiente e il pericolo per la salute umana rappresentata dello stabilimento siderurgico dell’Ilva. Lo trasforma in una tesa lotta tra l’individuo che vuole testimoniare la verità e la società che si richiude intorno ai propri interessi, in uno spettacolo di grande fascino, in cui la recitazione è rallentata a incidere le parole, a sottolineare le opinioni,  a rivelare le intenzioni nascoste, a evidenziare le forze in tensione, e i corpi, illuminati in modo frontale, dal basso, si trasformano in incombenti ombre espressioniste.     Nei due nudi ambienti di cemento dello Spazio Tebe, nell’Appennino tra Imola, Bologna e Firenze, nel paesaggio mozzafiato di Firenzuola, il paese della pietra serena, tutto...

Bob Wilson. Odyssey

Un poema epico antico, un regista americano, un drammaturgo inglese e una compagnia di attori greci. Gli ingredienti della ricetta Odyssey paiono, almeno sulla carta, piuttosto contraddittori e dissonanti.   L’esito della coproduzione tra il Piccolo e il Teatro Nazionale di Atene è invece uno spettacolo armonioso e unitario: Bob Wilson si mostra capace di amalgamare e fondere ogni aspetto, trasformando in punti di forza tutti i potenziali limiti. Primo tra tutti, una lingua largamente ignorata come il greco moderno: non pochi spettatori storcono il naso all’idea di dover seguire tre ore di spettacolo con uno sguardo costante ai sovratitoli. Eppure il suono delle voci avvolge il pubblico con dolcezza, i noti nomi odissiaci acquisiscono una sonorità misteriosa e arcaica, e l’ascolto di una lingua sconosciuta non pare più così ostico. Forse non è dettaglio privo di importanza che il greco sia estraneo anche allo stesso regista: Wilson sembra dirigere la straordinaria squadra di interpreti come un’orchestra, puntando tutto sulla musicalità delle voci. La musica è del resto contributo non secondario all...

Francamente me ne infischio

Quella di Rossella O’Hara è la storia dell’America   Francamente me ne infischio è la versione teatrale firmata da Antonio Latella e dalla sua compagnia stabilemobile di Via col vento, romanzo di Margareth Mitchell reso celebre dalla pluripremiata versione cinematografica diretta da Victor Fleming.   Nello spettacolo, cinque episodi autonomi di un’ora ciascuno, la grande narrazione del romanzo e del kolossal – l’epopea di Rossella O’Hara, dall’infanzia felice e frivola nella tenuta di Tara all’indipendenza e alla maturità cittadina, attraverso amori successivi e logiche di convenienza, trasformazioni sociali epocali e lotte, sullo sfondo della Guerra di Secessione statunitense – è esplosa in una quantità e varietà di punti di vista. A partire da un semplice quanto lucido assunto: Rossella, vestita di verde (il colore tanto dei dollari quanto dell’innocenza) come nel film, è la metafora dell’America. Nella sua storia, a cavallo fra Otto e Novecento, si possono leggere, in tutte le loro contraddizioni, la fondazione dello Stato e del mito americano:...

Ermanna Montanari: fare-disfare-rifare teatro

Come si può raccontare il teatro vivente, quello per cui la creazione è lavoro col magma dell’esistenza, non rappresentazione né intrattenimento? Laura Mariani e Ermanna Montanari ce lo mostrano in un bel libro, il cui merito va ugualmente alla studiosa e al suo oggetto di studio. Ermanna Montanari. Fare-disfare-rifare nel Teatro delle Albe, edizioni Titivillus, racconta la vita e l’arte di un’attrice unica, capace di una recitazione che è musica, sferzata ruvida, affondo nel dialetto, sogno, sensibilità pulsante e ferita, in uno stare in scena che è destrutturazione, ricostruzione, invenzione di mondi. Lo firma una studiosa del Dams bolognese, Laura Mariani, abituata a immergersi nei mondi complessi di attrici come Sarah Bernhardt, Giacinta Pezzana, Eleonora Duse e in problemi come quelli del travestitismo teatrale. Qui ha abbandonato gli archivi per seguire da vicino un’attrice nel pieno della sua attività, rovistando nella storia della sua formazione, negli spettacoli cruciali che ha realizzato e che la definiscono, nei nuovi lavori creati di recente e in quell’avventura che è stata la...

Le voci di Servillo

I morti sono più dei vivi, le ombre rivelano ciò che nella luce ignoriamo, nei sogni alligna il lato oscuro della realtà. Il centro delle Voci di dentro di Eduardo De Filippo secondo Toni Servillo sembra risiedere nel secondo atto: quando scompare la stanza chiara dell’inizio, arredata solo con un tavolo bianco, due sedie bianche e un mobiletto da cucina bianco, e si rivela il retrobottega buio della casa dei fratelli Saporito. Un velo trasparente fa scorgere cascate di povere vecchie sedie ricevute in eredità dal padre per un mestiere di apparatori di feste in crisi. Sembrano sculture dell’arte povera. Da quel crepuscolo verranno i personaggi della famiglia Cimmaruta ad accusarsi l’un l’altro dell’omicidio di Aniello Amitrano, denunciato nel  primo atto dal protagonista Alberto Saporito, sostenuto dal fratello spione e affamato, Carlo. Peccato che Alberto il fatto se lo sia solo sognato: ma quando se ne rende conto, e lo rivela, nessuno gli crede. Vuol dire che nei sogni, che avevano aperto la commedia, con la cameriera abbandonata sul tavolo dormiente, tutti credono.     D’altra parte la...

Tre anni fa se ne andava Enzo Jannacci / Per Enzo Jannacci

A farmi conoscere Enzo Jannacci, cinquant’anni fa, sono stati mio padre e mia madre, entusiasti dello spettacolo Milanin Milanon, andato in scena al Teatro Gerolamo nel 1962 per la regia di Filippo Crivelli. Il disco d’esordio, La Milano di Enzo Jannacci, con la sua copertina rosso-nera, girava in continuazione sul giradischi di famiglia. Quelle canzoni così lontane dalla moda corrente (Beatles, Rolling Stones), così fuori tempo e così vive, i miei fratelli e io le ripetevamo a memoria, come tante preghiere. A Milano, in quegli anni, il dialetto circolava ancora: lo si parlava dal prestinaio (panettiere), all’ufficio postale e persino a scuola; anche i neo-milanesi come noi lo masticavano abbastanza per apprezzare Tì te sé no, Sun chì sensa de tì o M’han ciamà, nella cui straziante malinconia naufragavamo voluttuosamente.  Ricordo bene la prima apparizione di Jannacci in tivù, con El purtava i scarp del tenis: un marziano occhialuto dall’aria allucinata, che reggeva la chitarra sotto il mento, sparando fuori una voce metallica, un po’ chioccia. Una bomba. Non era la prima volta che il milanese si affacciava alla canzonetta, ma quello di Jannacci non era il meneghino...

Castellucci a Berlino: il terrorismo della bellezza

Il Festival internazionale per la nuova drammaturgia (Find) della Schaubühne di Berlino propone per l’edizione 2013 creazioni provenienti dai “paesi della crisi”, molte delle quali caratterizzate da uno sguardo politico sulla contemporaneità.  Per l’Italia viene presentata l’ultima ispirazione di Romeo Castellucci, Hyperion. Briefe eines terroristen, liberamente tratta dall’Hyperion di Hölderlin, un testo altamente poetico e difficile per un pubblico odierno, che non fu compreso neanche alla sua pubblicazione nel 1797. Dopo Four Season’s Restaurant (2012), ispirato al dramma La morte di Empedocle dello stesso autore, questa volta Castellucci si confronta con un’opera non teatrale, di cui porta in scena solo pochi frammenti, talmente lirici da sembrare poesia più che prosa; la storia e i personaggi del romanzo non sono riconoscibili, per la maggior parte lo spettatore si trova davanti a immagini senza parole, alcune freddamente concettuali, altre di forte impatto emotivo.   Hyperion è un romanzo epistolare, in cui vengono narrate le memorie di un giovane greco di fine Settecento. Nelle...

Unificazione e politeismo dei teatri. Con Claudio Meldolesi

Docente e studioso di teatro, primo nella sua disciplina a far parte dell’Accademia dei Lincei, Claudio Meldolesi è stato frequentatore instancabile, sulla pagina e nelle sale, del Nuovo Teatro, nei termini di una operatività e di un coinvolgimento a tutto tondo. La prossimità culturale al lavoro della nuova storia francese (dalle “Annales” in poi) e la militanza teatrale gli hanno permesso di tracciare il profilo di un neo-umanesimo ancora non del tutto sondato, ridisegnando ogni volta gli orizzonti della storia del teatro, in un dialogo sempre rigenerato con altre scienze e discipline. Due differenti esperienze originarie – da un lato la militanza politica, dall’altro il diploma d’attore all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica – ne hanno segnato il lavoro e il pensiero: storico della lunga durata, è stato, ad esempio, capace di inserire la marginalità di una figura sempre tradizionalmente sottovalutata come quella dell’attore nell’alveo di più ampie trasformazioni socio-culturali e di incastonare le pressioni del presente in processi di più grande movimento e...

Nei panni di Mercuzio

La scorsa settimana Mercuzio non vuole morire - l’ultimo spettacolo di Armando Punzo e della sua Compagnia della Fortezza - è uscito dal carcere ed è arrivato a Roma per un rocambolesco e ardito debutto al teatro Palladium. Gli spettatori romani si sono trovati di fronte ad una scena articolata e immensa, non grande come quella di Volterra, pensata per spazi all’aperto (l’abbiamo raccontata in estate su doppiozero), ma allo stesso modo travolgente: fin dall’inizio una frenesia di attori affolla il palcoscenico e la platea, fondendo in uno i due spazi. Cittadini dalle mani rosse di sangue, clown, Giuliette, uomini di pietra… tutti testimoni, a suon di musica, di una tragedia che sta per verificarsi, quella delle famiglie Montecchi e Capuleti, fino a che il regista Punzo decide che occorre fermare la Storia. E per bloccare questo processo inarrestabile è necessario lasciare che Mercuzio - l’amico che Romeo accusa di “parlare di nulla”, di fate e sogni - ci inondi con la sua trama poetica e leggiadra; è necessario lasciarlo parlare ed è necessario che ognuno di noi lasci liberare il Mercuzio che ci...