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Racconto

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Quaderno 5 / La morte non può farmi male

A me piacciono tantissimo le poesie tradotte da altre lingue, perché sono ancora più improbabili delle poesie nella lingua dell’autrice o dell’autore e l’improbabilità che diventa possibile è una mia grande passione, fa tremare i bordi della realtà, la sconfina e le fa accogliere variazioni prima impensabili. Quest’estate, grazie al mio amico RaiMondo, libraio in fondo alla città di Napoli, che l’ha pubblicata, e me l’ha mandata, leggevo Louise Glück e in Averno c’era scritto così:    […] la morte non può farmi male più di quanto tu mi abbia fatto male, amata vita mia.   E pensavo: “Già, e invece che estraneo inavvicinabile abbiamo fatto della morte.” Qualche volta, quando ci succede qualcosa di terribile, soprattutto se siamo piccoli, si cade fuori dalla storia e anche, qualche volta, dalla condizione umana. Un bambino che soffre moltissimo è perturbante e dunque cancellabile. Si diventa estranei a tutto e a tutti, anche alle parole, perché il terribile è spesso indicibile, anche alle immagini perché è inimmaginabile, non fa immagine, per questo non si dorme. Quindi l’estraneo non è che sia inavvicinabile, è che è caduto fuori dalla storia mentre noi siamo lì a...

Ferite / Irpinia, 23 novembre 1980

Ero dentro la mia stanza ma non potevo uscire. Avevo le mani seppellite dai mattoni, potevo solo mordere i muri.   °   Il Sud della terra è sotto di noi. È un mondo che parla poco, a volte sta zitto per secoli. Non ascolta nessuno, non ha niente da dire. Noi che portiamo le parole in bocca dobbiamo sempre ricordarci il silenzio enorme che c’è sotto.   °   C’è un attimo in cui il terribile ti entra negli occhi e nel cuore, passa nelle gambe, spezza le tue costole come se fossero coriandoli. Sono quei momenti in cui puoi sconfinare nella morte oppure restare nella vita, vederla, vederti come mai era accaduto prima. °   Quella notte ogni grido era senza firma, era senza ascolto. Ogni grido era lontano come il fiato delle stelle.   °   Avvicinati, ascolta. Questa voce spaccata non viene da una bocca ma da un muro.   °   Ora hanno un respiro rassegnato questi paesi. Non sono più luoghi del sangue, non ci sono più alberi e angoli segreti, e non c’è più una morte che sia solenne, sembrano morire come foglie, come semplici conseguenze di un affanno.   °   Guardami con le mani, vieni presto, non mi interessano i tuoi occhi, voglio che...

Quaderno 4 / L’insonnia infermiera

Le notti registrano tutto quello che ho perduto, lasciato a Milano o spazzato via dal virus, e poi svolgono il nastro impresso nei sogni. Ho perduto due gruppi di meditazione, trentaquattro persone. Da tanti anni incontravamo la meditazione insieme, con avvicendarsi di persone diverse ma con la stessa passione. Due sere alla settimana per sentire il diritto di cittadinanza del silenzio e della lentezza, del sentire del sottosuolo, dell’esitazione. Ho perduto la scuola, centinaia di bambine e bambini a cui portare semi di poesia e spuntavano parole indelebili dai più muti, dai non visti. Come J. che per una poesia sugli alberi, ha scritto solo, con scrittura tremolante: Lattuga.   E ho lasciato la mia casa piena di libri, la mia coinquilina amica, che sapeva di me e io di lei, i libri che ti vengono in mente in un preciso momento e non puoi aspettare, le finestre e tutta la piccola cattiveria umana che mi ha circondato nelle strade e nei negozi. E le vie, le piazze, le fontanelle vedovelle nascoste nei parchi, i passi sotto la luna con paura di donna e avventura di bambina. Le tante vite che ho vissuto, i morti, la famiglia che è scivolata via. La persona che sapeva ascoltarmi...

Quaderno 2 / Marina Cvetaeva e la tazza di mio padre

In questo momento, mi spaventa parlare e tanto più scrivere. Se dico che non voglio collaborare con i contagi e sto attenta a non andare in giro per non mettere a rischio gli altri ma anche me che sono vecchina e ho avuto varie polmoniti, mi abbaiano che però le persone devono lavorare, che chiudere i bar uccide chi ci lavora, che c’è chi vive di teatro, che i piccoli ristoranti … “Eh lo so”, rispondo timidamente a occhi bassi. Come se non lo sapessi … ma si sa che se dici una parola restano in disparte tutte le altre. Mi sento in colpa di essere delicatamente viva e di non uscire di scena per lasciare spazio a chi è forte e “il covid è solo un’influenza”. Se dico che la vita non può più essere ‘normale’ e che la rinuncia non è un danno permanente e forse insegna anche qualcosa e fa salire tutto l’incompiuto che stava assopito in noi, sbraitano che gli adolescenti non possono più toccarsi e diventeranno tutti autistici. Se accenno genericamente ai bambini, inveiscono che ci sarà una generazione di ignoranti. Spavento. Eppure, Marina Cvetaeva che ha vissuto sempre con la febbre a quaranta e a 200 all’ora, in un’epoca feroce, scriveva che tutta la sua poesia nasceva dalla Rinuncia....

Diario 9 / Fare scuola senza la scuola

Lunedì sono tornato a scuola, ma la scuola non c’era più. Dopo tutte queste settimane, dopo le parole, i sogni, i racconti di questo diario, dopo più di un mese di mascherine, distanze, disposizioni, fatica, incontri e scontri, dopo tutta l’attesa di una presenza, sono entrato in classe e l’ho trovata vuota. Ovviamente accolgo con convinzione profonda qualsiasi provvedimento sia necessario per salvaguardare la salute personale e collettiva, per arginare e per difendere. Ho deciso anche di non chiedermi più se altro poteva essere fatto, se i mesi di attesa potevano vedere altre scelte, altre azioni; esercizio inutile, il passato è una stanza inaccessibile. Ho finalmente preso atto che la scuola non è un presidio condiviso da tutti, che le sue frontiere sono difese da alcuni, ignorate da altri. Non è più nemmeno un pensiero ossessivo, ci abbiamo provato, è andata diversamente. La speranza, sempre, è che sia per poco, un piccolo intervallo spaziotemporale che riguardi solo alcune classi e solo per alcune settimane. Non posso però fare a meno di pensare che dietro un nome collettivo ci sia sempre una sequenza geometrica di individualità uniche, di volti, di occhi, di necessità singole...

Quaderno 1 / Imparare a salutarci

E così sta ricominciando. Abbiamo ricostruito per un po’ lo scenario di una vita ‘normale’ e ora si ricomincia con l’emergenza, con il non poter più fare come se.  Sono fortunata, non ho mai avuto una vita normale. Sempre fatto tanta fatica in tutto. Quelli come me erano da schivare perché sono quelli scassati che ti ricordano la fragilità e l’andare a pezzi, quelli che vedono il re nudo. Adesso che il re è evidentemente nudo non si può rivestirlo. Da otto mesi vivo in campagna, ma non basta, ho deciso di non tornare. Perché man mano è salita la solitudine gigante in cui vivevo. Quanto mi faceva male passeggiare facendomi timidamente largo tra i corridori. Una volta una signora dietro di me si è messa a sbuffare e poi mi ha detto: “Ma lei non tiene la carreggiata, va di qui e poi di là!” “Ma sono a piedi!” le ho risposto io esterrefatta, pensando mi avesse scambiata per un mezzo di trasporto. Quale poi? Sono piccolissima. Un monociclo?   Ora vivo in un piccolo paese piemontese, un paese senza case di villeggiatura ma con parecchie case abbandonate. In questi mesi ho sentito e pensato tanto e non ho dimenticato niente. Certe volte vedo delle immagini di Milano, strade...

Diario / Il lemma delle strette di mano

Di nuovo il diario, di nuovo un ricordo. Non leggo più niente, so che adesso la scuola è in bilico, come tutto e tutti. Non voglio che cada, allora lo faccio io per lei. Di nuovo il diario, di nuovo un tentativo di ricordare (raccontare è un orizzonte troppo ampio) la matematica, sponda e rifugio dal reale. Giovedì sono caduto a scuola. So che può sembrare stupido, goffo o forse patetico, ma mentre salivo trafelato le scale dell’atrio ho sentito un grido di richiamo alle spalle, mi sono distratto e un gradino ha saltato l’appuntamento. Mentre ruotavo scambiando il verticale con l’orizzontale ho anche pensato di essere in realtà fermo, ho immaginato che fosse la scuola a essere caduta, che non avesse retto il colpo di questi mesi e fosse alla fine inciampata. Attaccato alla scuola il terreno, poi la strada, Udine, lo spaziotempo tutto. Ho immaginato la gioia di Ernst Mach nel vedermi fermo e verticale aspettare l’impatto di un intero universo in rotazione mentre i libri che avevo in mano si distanziavano sulle scale seguendo una precisa e parabolica coreografia al rallentatore. A dire il vero non mi sono fatto male, nonostante abbia battuto la testa. Ricordo di aver aspettato un...

Storia d’Italia attraverso i sentimenti / Le paure di Napoli

Questa “Storia d’Italia attraverso i sentimenti” non è una Storia d’Italia, o non lo è nella sua forma più corrente: non segue la linea degli avvenimenti che hanno segnato il nostro paese, raccoglie invece i resti, le briciole rimaste sulla tavola: il vapore caldo dei sogni, l’alito acre dei fallimenti, i battiti ardenti delle speranze, gli sferzanti colpi delle pene, e tutti i suoni provocati dalla vita che passa, come un tremolio di vetri durante un temporale. Sono Storia le paure che nelle nostre vite si sono andate accumulando, i gesti di coraggio di cui occasionalmente siamo stati capaci, e le irruzioni di felicità, per quanto labili, o gli schianti di rabbia. Sono Storia il baratro dell’ansia, il morso dell’attesa, i lampi dello stupore, le improvvise scosse d’energia e il loro immediato rovescio: la colla appiccicosa dell’inerzia. È Storia l’accozzaglia dei nostri istanti irrequieti, e ogni cosa vissuta o immaginata; sono Storia tutte le nostre storie, e tutti i sentimenti che le hanno attraversate. Per molti anni mi sono portato appresso queste storie come un bagaglio ingombrante, che talvolta mi è parso una rete nella quale ero rimasto impigliato. Ora mi capita di pensare...

Diario 4 / Orbita di trasferimento

Riparto di nuovo dalla fine; per consuetudine di questo diario, perché riordinare è una forma di cura, perché il tempo aggiunge dettagli alla memoria dell’immediato. Inizio quindi dall’ultimo giorno, una domenica dedicata a riordinare i libri di casa, a togliere polvere da scaffali, pagine e ricordi. Una piccola fatica necessaria, quasi un appello per contare i presenti. Carla legge distrattamente alcuni titoli sparsi per terra in una pausa, i gatti costruiscono nuovi confini tra le torri di libri e gli scaffali inaspettatamente vuoti, il tempo scandito dalla consuetudine di un caffè preparato con calma, clessidra liquida di tante domeniche. Ripenso alla settimana conclusa, giorni attesi, misurati, invocati. Passati. Come tante volte nella mia vita di adulto gioco a immergerli nella matematica; passatempo per distrazione, piccolo trucco per leggere meglio il reale. Allora immagino traiettorie, scrivo equazioni, seguo geodetiche di un me più giovane, le sovrappongo ai miei cinquant’anni. Combaciano a stento. Per mesi ho calcolato i dettagli della mia orbita di trasferimento, la variazione di velocità, il carburante necessario, ogni singolo parametro. Per andare su Marte con la...

Diario 3 / Le forze di marea

Di nuovo domenica, di nuovo cerco un ordine necessario alle parole che sia il più isomorfo possibile con il tempo passato in questa settimana. Ci penso, al tempo, seduto per terra mentre ritaglio piccole etichette su cui scrivere le iniziali di AW per matite e pennarelli, segnaletica di confine per un nuovo mondo. Cerco di calcolare, da insegnante, quale sarà questo perimetro di salvezza, lo spazio di ogni bambino che è lo spazio di un’intera comunità. Anche i colori ordinatamente riposti nell’astuccio di mia figlia sembrano indicare un orizzonte di normalità di cui forse abbiamo tutti bisogno, a partire dagli adulti. Non è forse un necessario atto educativo costruire una serenità per figli e figlie? In classe e fuori? Con attenzione, rispettando la paura e la morte, anche con rigore prescrittivo, ma sempre con l’accogliente messaggio che noi adulti ci facciamo carico consapevolmente di loro. La cura è la prima lezione, il primo esame, il programma, il piano dell’offerta formativa, è sinonimo di scuola; non l’edificio che poco significa, ma la pratica. A volte sono convinto che basti, altre volte credo di non farcela. Come adesso in cui mi sembra che il pavimento tenda a...

L'estate in città / Altre forme di vita

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Diario 10 / Il fruscio di settantamila pensieri

Ho visto un documentario in tv sui due più veloci risolutori al mondo del cubo di Rubik: un ragazzo australiano e uno americano. L’australiano si chiama Feliks Zemdegs ed è stato il più longevo campione di Speedcubing. Il suo trono ora però è insidiato da Max Park, il nuovo fenomeno della specialità. Max è autistico, e nel documentario conosciamo la sua storia e quella dei suoi genitori. Tra Feliks e Max nasce un’amicizia profonda che trascende la rivalità. I due sono capaci di risolvere il cubo di Rubik in poco più di quattro secondi, muovendo le mani e la mente a una velocità inconcepibile. Riescono a manipolare il cubo anche con una mano sola, e dopo aver memorizzato la posizione iniziale delle varie facciate sono in grado di risolverlo bendati, nel tempo che io di solito impiego per versarmi da bere. Ho letto che la velocità con cui viaggiano le informazioni nel cervello è superiore ai quattrocento chilometri orari. Ogni giorno un essere umano riesce a elaborare settantamila pensieri. Feliks e Max spendono gran parte dei loro settantamila pensieri giornalieri per elaborare gli algoritmi che servono loro a risolvere il cubo. Io spendo i miei per maledire i rumori della mia...

SHIFT

Gli accadde dunque di spirare, morire come tutti, dopo una di quelle solite lunghe vite che si possono definire “senza costrutto”. E, con tutto il tempo che aveva avuto a disposizione, non era neppure riuscito a capire il perché delle gioie e dei dolori, della salute e della malattia. Concluso l’ultimo rantolo, svaniti i rimorsi e le vergogne di sé che tanto importunano i vecchi, si infilò anche lui nel Nulla. Se lo aspettava, ma non ebbe la possibilità di prenderne atto perché nel Nulla non c’è compiacimento né raccapriccio. Tutto lì. O meglio, nulla lì.   La morte, come si sa, è l’esperienza che tutti fanno, ma, contrariamente a quel che si pensa, si può addirittura raccontare proprio come esperienza soggettiva, sicché, tutto sommato, è quasi banale sperimentarla. Sono molte le esperienze di morte con ritorno. A parte il coma nei suoi vari gradi, il sonno senza sogni, gli svenimenti, chi nella vita non è stato anestetizzato almeno una volta? Mentre il librium o il pentotal, o qualche altra molecola, entra piano piano nella vena del braccio – e il medico si abbandona a vane chiacchiere da barbiere mentre chi sta per andare sotto i ferri, buono buono, si limita a guardargli...

Estate in città / La santa

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Estate in città / La casa del popolo

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Diario 7 / Vertigini al contrario

Si possono pronunciare tante parole buone sulla montagna e su chi la sceglie per passare un periodo di vacanza, una fuga nel tempo o un’intera vita. Io pronuncio la parola ottundimento. Una parola che in realtà può non sembrare così buona, se è vero che di solito la usiamo per indicare un indebolimento progressivo della vivacità mentale. Eppure se la vivacità mentale è il requisito che dobbiamo sviluppare per sopravvivere nei contesti di civiltà in cui siamo costretti a spendere le nostre vite, il suo indebolimento progressivo, a favore di una capacità di meditazione più distesa come quella che si raggiunge in montagna, rappresenta una conquista notevole. Immagino che la questione, ridotta all’osso, abbia a che fare con la percezione del tempo. Si sa che il tempo psicologico non corrisponde al tempo matematico, e che ognuno vive questo scarto a modo suo. In città il mio tempo psicologico è spaventosamente più rapido del tempo matematico. In montagna lo scarto si riduce notevolmente. In certi momenti addirittura mi sembra che i due tempi arrivino a convergere.     La decelerazione del tempo psicologico è ciò che chiamo ottundimento. Ma nel mio caso non ha nulla di...

Estate in città / Ultras

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Estate in città / Moscerini

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Diario 3 / Nidi vuoti

Un solo giorno separa il compleanno di mia madre da quello di mia nipote. Così, da quando è nata mia nipote, festeggiamo insieme i loro due compleanni. Quest’anno la cosa è coincisa con la nostra ricongiunzione (non ci vedevamo da febbraio). La forza degli umani sta nel rendere sequenziali fatti di natura che non lo sono. Vivere è aprirsi ogni giorno un varco in questa fitta foresta di tempo cercando di trovare spiragli di luce. Lo vedo fare ovunque intorno a me, ma dentro quei varchi io non riesco a vedere nient’altro che un’ulteriore affermazione della foresta.  Eppure gli umani riescono a creare riti per ogni cosa, e non temono la stanchezza e la reiterazione. La loro fame di emozioni è spasmodica, e quando si sentono sazi, si acquattano in un angolo come vecchi gatti sonnacchiosi. Il rito del compleanno, della festa in famiglia, dello spegnimento delle candeline, il rito delle foto dietro la torta, il rito del caffè dopo pranzo, il rito delle chiacchiere sbadiglianti sul divano, riti su riti che contengono nient’altro che il grande segreto epico del nostro stare al mondo.     Scorrendo la torrenziale sequenza delle foto di compleanni trascorsi di cui sono stato...

Figure a colori / L’ultimo foglio

L’ultimo foglio di lire è stato quello da 500mila. C’era la faccia dell’autoritratto di Raffaello Sanzio sul davanti – pagabili a vista al portatore – e nel retro La Scuola di Atene disegnata da uno dei soliti incisori della Banca d’Italia (le belle banconote italiane, un classico buon gusto, la storia maggiore regolare del pantheon degli uomini illustri).  Non è un caso che l’artista, considerato il più armonioso, puro e spirituale, sia stato messo proprio sulla banconota della più alta cifra – mezzo milione! –  mai emessa dalla Zecca dello Stato. Raffaello a 500 anni dalla morte e da 500mila lire ricorda di quando eravamo belli, ricchi e famosi, quando la lira era simpatica e gli euri non avevano rovinato tutto. 

Figure a colori / La classifica

Le classifiche del calcio mi hanno sempre accompagnato, compresa la serie C – ora riverniciata Lega Pro – con le grandi città che se la giocavano con piccoli paesi e nomi stinti di società sportive. Ricopiare la classifica mi dava un senso di stabilità; la compostezza grafica con numeri inappellabili – il verdetto del campo –, le distanze incolmabili con le prime, le voragini della zona bassa e golose differenze reti, lenivano  i pomeriggi d’inverno, perché il campionato era sempre d’inverno. O forse mi piaceva pensare che fosse così, perché con la primavera s’intravedeva già la fine. E lo spettro dell’estate avanzava. E adesso, anche se siamo ad aprile, è ancora marzo. 

Eros / La quarantena di una neotrentenne

In questi giorni di quarantena, dal mio balcone, tra la lettura di un libro e la cura delle mie piante, ho preso coscienza della mia solitudine. Io che così non mi ero mai sentita e che sono sempre stata in grado di stare bene da sola. Sul balcone sono rimaste le impalcature, come a ricordare un abbandono: fino a un mese fa mi svegliavo per il rumore dell’allegro lavorio dei muratori che con i loro attrezzi sbattevano sulle barre metalliche dei ponteggi. Un lavoro interrotto. Resta la gabbia e la speranza di tornare a sentirli lavorare.   Ho piantato dei semi in questi giorni che sono riuscita a trovare al supermercato, li controllo ogni giorno e annaffio i vasi nel mio balcone-gabbia. Ho pianto vedendo le persone nelle loro casa-prigione davanti alla mia, pensando a mia nonna che è da sola e ha paura di non camminare più. Ho immaginato di essere al mare, la luce che c’è nelle case di mare e la brezza leggera che entra dalla finestra, e ho pianto pure per quello, ho pianto perché mi mancano i miei genitori e perché ho passato giorni di tale paralisi che non riuscivo a leggere, studiare, guardare film che valessero la pena. Ho pianto per quanto mi son sentita inutile e stupida...

Dalla finestra / Lombardia zavorra?

14 aprile – Dopo una Pasqua a base di esibizioni muscolari della polizia (elicotteri, droni, posti di blocco, inseguimenti spettacolari, riprese dall'alto di terrazzi e balconi) e notizie di falsi esodi verso le seconde case pompate dalle fanfare della propaganda, sembra incrinarsi il patto di fiducia fra cittadini e Stato. Tu mi sospetti in maniera ingiustificata, mi controlli fin dal cielo, mi sanzioni per ogni scemenza, insomma non ti fidi di me, mai, e io dovrei continuare a fidarmi di te? Anche a fronte di notizie terribili sulla gestione confusa e scomposta, pericolosa fino a diventare mortale, di situazioni delicate, che continuano a uscire grazie, finalmente, alle inchieste? Non più. Cambiano un po' di cose. Davvero.   17 aprile – Si apre la pratica “Lombardia”. Si aprono le inchieste della magistratura, cominciano a uscire corpose inchieste giornalistiche, soprattutto sulla situazione case di riposo. Si discute del disastro Lombardia. C'è chi parla di superbia punita, di karma, di punizione divina per la troppa spocchia, di schadenfreude, c'è chi rinfaccia i discorsi odiosi sentiti troppe volte dal nord nei confronti del sud.   Il paese è spaccato. C'è una parte...

Scritture d’emergenza / Nel vuoto

In scena una donna giovane o molto giovane.   1. Eccomi sono qui io sono qui  in carne ossa sangue nervi  sono qui giovane essere umano  qui dietro il muro dello schermo  e parlo a te  a te che mi guardi  di là da questo muro tu mi guardi  e mi chiedi che cos’è questo vuoto  fino a quando durerà questo vuoto  questo vuoto intorno  questo spazio vuoto  questo spazio vuoto fra me e te  fratello amico   mio amante mio assassino  noi siamo qui  io di qua dal muro dello schermo  tu di là dal muro dello schermo  e tutti gli altri intorno  tutti davanti al muro dello schermo  tutti in ginocchio  davanti a un muro tutti in questo vuoto  questo vuoto fuori  questo spazio vuoto  questo vuoto intorno  questo vuoto fra noi  siamo qui ficcati in questo vuoto  questo vuoto del tempo e da questo vuoto del tempo  io ti parlo e dico:    2.  quello che viene dopo  non è la fine o la continuazione  quello che si è interrotto  non si può continuare  questa non è una pausa  non è l’intervallo  primo e secondo tempo...

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