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Racconto

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Oggi la lettura al Circolo dei Lettori di Torino / La pesca del giorno

Isola di Lesbo, un misterioso viaggiatore incontra un pescatore scoprendo che sul suo bancone sono in vendita corpi umani. Il mercato è fiorente, ne nasce un dialogo scabroso e surreale. Il testo di Éric Fottorino, inedito in Italia, è parte di una pièce che verrà letta a Circolo dei lettori di Torino, venerdì 3 dicembre alle ore 21. Seguirà l’incontro dell’autore con Mario Calabresi e con Cesare Martinetti, autore della traduzione.   ***   È l’ultimo arrivo?   La pesca del mattino   Lontano?   Davanti a Lesbo. Proprio di fronte alle coste della Turchia. Bastava sporgersi per acchiapparli.   Cosa c’è?   Di tutto.   Di più?   Il migliore, di ogni provenienza. Venga con me, sotto la tenda. Vedrà ancora di meglio.   Cos’ha?   Maliani. Ben conservati. La pelle nera protegge la carne.    E là?   Guineani.   Non tanto in buon stato, no?   Troppo tempo a languire nei campi della Libia. Calci, frustate, bastonate, coltellate. Senza contare le false partenze e le false speranze. La tortura, talvolta. Le finte esecuzioni. E poi il viaggio, troppo lungo.   Come diventano?   Lo vede...

Coleotteri ipogei / La vita sottoterra (II)

MILIEU SOUTERRAIN SUPERFICIEL – Io sto creando tutto ciò, questa che è sul punto di diventare una lotta tra me e fantasmi e proiezioni di me, in una sovrapposizione di piani percettivi, mentre leggo sullo schermo illuminato la descrizione che del Catopide trovo su Wikipedia, e contemporaneamente ascolto le parole del mio mentore il quale intanto mi volta le spalle e s’affanna cercando qualcosa nella sua libreria. Afferma, lievemente ansimando, che la principale ripartizione delle tipologie di ambiente – e se trova il libro, accidenti, che è proprio divulgativo e farebbe al caso nostro, me lo presta volentieri – si è usi farla tra epigeo (ossia superficiale), ipogeo (delle profondità più recondite) ed endogeo (o genericamente “sotterraneo”, una via di mezzo tra i due) e … può anche sembrar strano ma sotto terra abitano più specie di quelle che vivono in superficie.   Prudenzialmente circoscrivendo però il campo, precisa che ciò vale almeno per alcune famiglie; e che in definitiva noi quotidianamente vediamo qua e là su un fiore o un tronco gli epigei, alla luce del sole, ma che sotto, nei primi strati del terreno, abitano gli eserciti degli endogei, come una moltitudine di...

Coleotteri ipogei / La vita sottoterra

In fondo non amo queste piccole elitre esili e diafane ma le sembianze scheletriche di tali insetti, talvolta filiformi, suscitano tuttavia un fascino magnetico. Fremono le membra al primo sguardo rivolto ai millimetrici coleotteri stesi in fitte file sui cartellini di cartone bianco, tra molteplici spilli infitti dentro le scatole entomologiche, le teche pavimentate di poliuretano espanso rigido, sigillate dal coperchio di cristallo come un quadro a olio, che emanano odori di essenze stravaganti, dal piretro alla canfora. È un test oftalmico, un difficile esercizio composto da segni sottili, grafi simmetrici, apostrofi indecifrabili, frementi in maniera quasi erotica, come spesso accade quando la materia biologica si raffina slanciandosi in forme di design astratto. Ecco le linee polite del pronoto, ampolle sinuose come un seno, l’ansa di una coscia, un femore, l’arco occipitale, lo spazio concavo e ospitale della calotta cefalica.   Proprio per amore di ciò che non amo mi trovo nel freddo della notte autunnale senza stelle a sfrecciare in moto lungo il viale del Metano, così detto a causa dei distributori per gas auto allineati dagli anni Settanta ai margini della periferia...

I racconti del Carabo (2) / Memorie di un entomologo

Sono io quest’uomo di mezza età che nel cuore della notte si dedica al piacere solipsistico dello studio della sistematica dei carabi. Chino sulle scatole entomologiche aperte, al bagliore dello schermo del computer, con una pipa spenta in bocca computo le specie, redigo liste, compio viaggi immaginari nelle regioni di reperimento e cattura, invio mail agli entomologi e acquisto esemplari su ebay. Sono davvero io che mi perdo in queste liste di nomi cui godo nel vedere corrispondere specifici esemplari, chitine essiccate e accuratamente preparate su cartellini? Colui che si smarrisce nell’osservazione delle catenulazioni delle elitre e che traduce studi evolutivi che ne spiegano la formazione. Pinze, forbici, spilli, etichette, date, nomi. Un universo classificatorio che riempie il silenzio, intervallato dal suono frusciante delle poche vetture che transitano per strada. Finché la stanchezza non ha la meglio sulla poesia di queste reliquie, la fiacchezza non socchiude la vista, io in questi frammenti scorgo il mondo intero. Finché l’alienazione non arriva a tal punto da non distinguere più me quasi vivo da loro non del tutto morti, finché nella mente il confine non diventa confuso...

I racconti del Carabo (1) / A caccia di scarabei

“Quanto sono felici i fanciulli e quanto li compiangono gli adulti quando non hanno sufficiente saggezza per diventare di nuovo fanciulli”. Così scrisse Charles Nodier (1780-1844), entomologo e ispiratore del movimento romantico, nel racconto Serafina del 1832 (tradotto col titolo Ricordi di gioventù, edito da Sonzogno nel 1928) ricordando gli anni giovanili trascorsi sui monti del Giura e sui Vosgi. Forse la felicità si realizza pienamente in occasioni che coincidono con un periodo anteriore all’adolescenza, autentica “età dell’oro” mitizzata poi in epoca adulta. In quel tempo fitto di meraviglie in cui si formano i tratti del carattere trovai anch’io numerosi splendidi insetti, alcuni tra i quali si chiamano per l'appunto Carabi.  Nel corso della storia umana questi Coleotteri, specialmente se dorati, hanno colpito l’immaginazione di collezionisti, ricercatori e scrittori, in un intreccio di numerose storie. Il “racconto di racconti” che ne è nato è composto da frammenti di tali occasioni, affiorate dal fondo della mia memoria nell’ozioso fissare una nuvola o uno spicchio di muro giallo, frammenti che la bufera della vita attiva avrebbe impedito di riordinare. Con l’occhio...

Buon Natale / Undula, un racconto inedito di Bruno Schulz

Il malinconico e timido Bruno Schulz (1892-1942), uno dei più straordinari scrittori del Novecento, è quell’ometto dall’aria sconsolata che, nel suo disegno intitolato Undula (1921), segue un’elegante e altezzosa signora che porta a spasso il suo cagnolino nei pressi della grande Sinagoga della città polacco di Drohobycz. Schulz è stato l’autore delle raccolte di racconti, da lui stesso illustrate, Sklepy cynamonowe (Le botteghe color cannella, 1934) e Sanatorium pod Klepsydrą (Il sanatorio all’insegna della clessidra, 1937), presenti nell’edizione italiana delle opere complete (Le botteghe color cannella, Einaudi 2001), nonché del mitico romanzo Il Messia, andato purtroppo perduto durante la guerra assieme al suo autore, barbaramente ammazzato per strada da un ufficiale nazista.       La signora altera, di nome Undula, compare in una delle venti incisioni che compongono il suo primo racconto in forma di disegni con didascalie: Xięga Bałwochwalcza (Il Libro idolatrico, 1920). Le immagini risentono, nella deformazione dei personaggi, dell’influenza del pittore e scrittore austriaco Alfred Kubin (1877-1959). Per molto tempo Bruno Schulz rimase incerto se fare il...

Buon Natale / Notte

Non fai che girarti e rigirarti… Perché non dormi, Maria?   Non riesco, Giuseppe…   A che cosa pensi?   Al bambino. Penso al bambino… e all’inizio.   I bambini sono l’inizio, Maria. Ogni bambino lo è.   Penso all’inizio di ogni inizio, al primo inizio, Giuseppe, l’ho letto tante volte, lo so a memoria… Vajv’rà Elohim èt adam betzalmo betzelem Elohim barà otò zakar unqeva barà otam, E Dio creò l’adam a sua immagine e somiglianza, maschio e femmina li creò (Gn 1,27). Li crea grandi, Adamo ed Eva, adulti fatti.   È questo il pensiero che ti toglie il sonno, Maria?   Perché ha fatto così? Siamo all’inizio, all’inizio di ogni inizio e l’adam, maschio e femmina, incomincia da grande. Non ci sono bambini, nel primo giardino…   Non ci sono neanche case…   Non c’è dentro, non c’è fuori, neppure chiuso e aperto. E Adamo ed Eva non hanno da crescere, sono già grandi…    E senza genitori. Lo diventeranno, ma senza averli avuti. Metteranno su famiglia, senza averne mai vista una, senza sapere a cosa vanno incontro…    Quando si incomincia per davvero è così, Giuseppe. Forse anche Elohim fa, crea senza sapere a cosa va incontro....

Quaderno 8 / Salutare le parole

Lo sguardo è ghiacciato non bruciarti stai sotto il mantello cucito per te dagli anziani  e mentre raschi il vetro raccogli tutto il peso dell’attenzione tra le scapole e poi lancia lanciale lontano le belle parole.   Non voglio parole che mi spieghino e nemmeno che sgroviglino né chiariscano. Non voglio parole che mi riempiano e nemmeno che mi facciano sentire sciocca e con poca scuola alle spalle. Non voglio parole che complichino senza un cuore al centro. Non voglio parole che si diano arie. Ho bisogno di parole leggere eppure capaci di sfamare e dissetare, parole che mi domandino tanto, tutta la testa da mozzare e un cuore ingenuo da allenare al passo delle bestie nella foresta, vigile e sempre a casa, eppure sempre in pericolo. Voglio parole disobbedienti ma anche candide. Parole capriole e parole solletico, parole lampi, fulmini e tuoni, parole aghi che cuciono e parole che strappano la stoffa del discorso.   Parole silenziosissime che non svegliano i bambini della notte. Parole che conoscono i ring e non sferrano mai colpi bassi. Ma toccano. Rintoccano. Fanno percepire la pelle e vibrare le ossa. Le ferite si acquietano sotto le parole di fuoco, si...

Quaderno 6 / Il cane e la quattr'ossi

Oggi ho incontrato un cane magrissimo prima di inoltrarmi nel bosco, al buio. “Sei un osso?” “No, sono un intero cane.” “Dove vai?” “Oltre le cime degli alberi,  parallelo alla luna.” “Perché fa luce?” “No, perché fa scia. Di fiuto.” “Posso venire con te?” “Solo se stai zitta, quattr’ossi.”   Sono conversazioni così che ti cambiano la giornata. Arrivata qui da poco, quando poi in marzo hanno chiuso le porte della Lombardia e non potevo tornare, un uomo proprio vicino al bosco ha aspettato che lo raggiungessi e poi mi ha detto: “Lei non è di qui.” “Sì che sono di qui.” gli ho risposto. “Io non l’ho mai vista.” Allora, ho aspettato che continuasse a camminare per restare indietro per conto mio, bisbigliando: “Ci sono anche persone di là, signore. E poi non è che se lei non ha mai visto una persona, quella non può esistere lo stesso da un’altra parte.” Un’altra volta, ho salutato con la mano una vecchietta affacciata a una finestra, ma lei si è tirata indietro e ha detto: “Io non la conosco.” Allora ho preso al volo con la mano l’invisibile segno della mia voce e ho risposto: “E allora mi riprendo il saluto.”   Per fortuna però c’è il Giovanni S., un taglialegna con la...

Quaderno 5 / La morte non può farmi male

A me piacciono tantissimo le poesie tradotte da altre lingue, perché sono ancora più improbabili delle poesie nella lingua dell’autrice o dell’autore e l’improbabilità che diventa possibile è una mia grande passione, fa tremare i bordi della realtà, la sconfina e le fa accogliere variazioni prima impensabili. Quest’estate, grazie al mio amico RaiMondo, libraio in fondo alla città di Napoli, che l’ha pubblicata, e me l’ha mandata, leggevo Louise Glück e in Averno c’era scritto così:    […] la morte non può farmi male più di quanto tu mi abbia fatto male, amata vita mia.   E pensavo: “Già, e invece che estraneo inavvicinabile abbiamo fatto della morte.” Qualche volta, quando ci succede qualcosa di terribile, soprattutto se siamo piccoli, si cade fuori dalla storia e anche, qualche volta, dalla condizione umana. Un bambino che soffre moltissimo è perturbante e dunque cancellabile. Si diventa estranei a tutto e a tutti, anche alle parole, perché il terribile è spesso indicibile, anche alle immagini perché è inimmaginabile, non fa immagine, per questo non si dorme. Quindi l’estraneo non è che sia inavvicinabile, è che è caduto fuori dalla storia mentre noi siamo lì a...

Ferite / Irpinia, 23 novembre 1980

Ero dentro la mia stanza ma non potevo uscire. Avevo le mani seppellite dai mattoni, potevo solo mordere i muri.   °   Il Sud della terra è sotto di noi. È un mondo che parla poco, a volte sta zitto per secoli. Non ascolta nessuno, non ha niente da dire. Noi che portiamo le parole in bocca dobbiamo sempre ricordarci il silenzio enorme che c’è sotto.   °   C’è un attimo in cui il terribile ti entra negli occhi e nel cuore, passa nelle gambe, spezza le tue costole come se fossero coriandoli. Sono quei momenti in cui puoi sconfinare nella morte oppure restare nella vita, vederla, vederti come mai era accaduto prima. °   Quella notte ogni grido era senza firma, era senza ascolto. Ogni grido era lontano come il fiato delle stelle.   °   Avvicinati, ascolta. Questa voce spaccata non viene da una bocca ma da un muro.   °   Ora hanno un respiro rassegnato questi paesi. Non sono più luoghi del sangue, non ci sono più alberi e angoli segreti, e non c’è più una morte che sia solenne, sembrano morire come foglie, come semplici conseguenze di un affanno.   °   Guardami con le mani, vieni presto, non mi interessano i tuoi occhi, voglio che...

Quaderno 4 / L’insonnia infermiera

Le notti registrano tutto quello che ho perduto, lasciato a Milano o spazzato via dal virus, e poi svolgono il nastro impresso nei sogni. Ho perduto due gruppi di meditazione, trentaquattro persone. Da tanti anni incontravamo la meditazione insieme, con avvicendarsi di persone diverse ma con la stessa passione. Due sere alla settimana per sentire il diritto di cittadinanza del silenzio e della lentezza, del sentire del sottosuolo, dell’esitazione. Ho perduto la scuola, centinaia di bambine e bambini a cui portare semi di poesia e spuntavano parole indelebili dai più muti, dai non visti. Come J. che per una poesia sugli alberi, ha scritto solo, con scrittura tremolante: Lattuga.   E ho lasciato la mia casa piena di libri, la mia coinquilina amica, che sapeva di me e io di lei, i libri che ti vengono in mente in un preciso momento e non puoi aspettare, le finestre e tutta la piccola cattiveria umana che mi ha circondato nelle strade e nei negozi. E le vie, le piazze, le fontanelle vedovelle nascoste nei parchi, i passi sotto la luna con paura di donna e avventura di bambina. Le tante vite che ho vissuto, i morti, la famiglia che è scivolata via. La persona che sapeva ascoltarmi...

Quaderno 2 / Marina Cvetaeva e la tazza di mio padre

In questo momento, mi spaventa parlare e tanto più scrivere. Se dico che non voglio collaborare con i contagi e sto attenta a non andare in giro per non mettere a rischio gli altri ma anche me che sono vecchina e ho avuto varie polmoniti, mi abbaiano che però le persone devono lavorare, che chiudere i bar uccide chi ci lavora, che c’è chi vive di teatro, che i piccoli ristoranti … “Eh lo so”, rispondo timidamente a occhi bassi. Come se non lo sapessi … ma si sa che se dici una parola restano in disparte tutte le altre. Mi sento in colpa di essere delicatamente viva e di non uscire di scena per lasciare spazio a chi è forte e “il covid è solo un’influenza”. Se dico che la vita non può più essere ‘normale’ e che la rinuncia non è un danno permanente e forse insegna anche qualcosa e fa salire tutto l’incompiuto che stava assopito in noi, sbraitano che gli adolescenti non possono più toccarsi e diventeranno tutti autistici. Se accenno genericamente ai bambini, inveiscono che ci sarà una generazione di ignoranti. Spavento. Eppure, Marina Cvetaeva che ha vissuto sempre con la febbre a quaranta e a 200 all’ora, in un’epoca feroce, scriveva che tutta la sua poesia nasceva dalla Rinuncia....

Diario 9 / Fare scuola senza la scuola

Lunedì sono tornato a scuola, ma la scuola non c’era più. Dopo tutte queste settimane, dopo le parole, i sogni, i racconti di questo diario, dopo più di un mese di mascherine, distanze, disposizioni, fatica, incontri e scontri, dopo tutta l’attesa di una presenza, sono entrato in classe e l’ho trovata vuota. Ovviamente accolgo con convinzione profonda qualsiasi provvedimento sia necessario per salvaguardare la salute personale e collettiva, per arginare e per difendere. Ho deciso anche di non chiedermi più se altro poteva essere fatto, se i mesi di attesa potevano vedere altre scelte, altre azioni; esercizio inutile, il passato è una stanza inaccessibile. Ho finalmente preso atto che la scuola non è un presidio condiviso da tutti, che le sue frontiere sono difese da alcuni, ignorate da altri. Non è più nemmeno un pensiero ossessivo, ci abbiamo provato, è andata diversamente. La speranza, sempre, è che sia per poco, un piccolo intervallo spaziotemporale che riguardi solo alcune classi e solo per alcune settimane. Non posso però fare a meno di pensare che dietro un nome collettivo ci sia sempre una sequenza geometrica di individualità uniche, di volti, di occhi, di necessità singole...

Quaderno 1 / Imparare a salutarci

E così sta ricominciando. Abbiamo ricostruito per un po’ lo scenario di una vita ‘normale’ e ora si ricomincia con l’emergenza, con il non poter più fare come se.  Sono fortunata, non ho mai avuto una vita normale. Sempre fatto tanta fatica in tutto. Quelli come me erano da schivare perché sono quelli scassati che ti ricordano la fragilità e l’andare a pezzi, quelli che vedono il re nudo. Adesso che il re è evidentemente nudo non si può rivestirlo. Da otto mesi vivo in campagna, ma non basta, ho deciso di non tornare. Perché man mano è salita la solitudine gigante in cui vivevo. Quanto mi faceva male passeggiare facendomi timidamente largo tra i corridori. Una volta una signora dietro di me si è messa a sbuffare e poi mi ha detto: “Ma lei non tiene la carreggiata, va di qui e poi di là!” “Ma sono a piedi!” le ho risposto io esterrefatta, pensando mi avesse scambiata per un mezzo di trasporto. Quale poi? Sono piccolissima. Un monociclo?   Ora vivo in un piccolo paese piemontese, un paese senza case di villeggiatura ma con parecchie case abbandonate. In questi mesi ho sentito e pensato tanto e non ho dimenticato niente. Certe volte vedo delle immagini di Milano, strade...

Diario / Il lemma delle strette di mano

Di nuovo il diario, di nuovo un ricordo. Non leggo più niente, so che adesso la scuola è in bilico, come tutto e tutti. Non voglio che cada, allora lo faccio io per lei. Di nuovo il diario, di nuovo un tentativo di ricordare (raccontare è un orizzonte troppo ampio) la matematica, sponda e rifugio dal reale. Giovedì sono caduto a scuola. So che può sembrare stupido, goffo o forse patetico, ma mentre salivo trafelato le scale dell’atrio ho sentito un grido di richiamo alle spalle, mi sono distratto e un gradino ha saltato l’appuntamento. Mentre ruotavo scambiando il verticale con l’orizzontale ho anche pensato di essere in realtà fermo, ho immaginato che fosse la scuola a essere caduta, che non avesse retto il colpo di questi mesi e fosse alla fine inciampata. Attaccato alla scuola il terreno, poi la strada, Udine, lo spaziotempo tutto. Ho immaginato la gioia di Ernst Mach nel vedermi fermo e verticale aspettare l’impatto di un intero universo in rotazione mentre i libri che avevo in mano si distanziavano sulle scale seguendo una precisa e parabolica coreografia al rallentatore. A dire il vero non mi sono fatto male, nonostante abbia battuto la testa. Ricordo di aver aspettato un...

Storia d’Italia attraverso i sentimenti / Le paure di Napoli

Questa “Storia d’Italia attraverso i sentimenti” non è una Storia d’Italia, o non lo è nella sua forma più corrente: non segue la linea degli avvenimenti che hanno segnato il nostro paese, raccoglie invece i resti, le briciole rimaste sulla tavola: il vapore caldo dei sogni, l’alito acre dei fallimenti, i battiti ardenti delle speranze, gli sferzanti colpi delle pene, e tutti i suoni provocati dalla vita che passa, come un tremolio di vetri durante un temporale. Sono Storia le paure che nelle nostre vite si sono andate accumulando, i gesti di coraggio di cui occasionalmente siamo stati capaci, e le irruzioni di felicità, per quanto labili, o gli schianti di rabbia. Sono Storia il baratro dell’ansia, il morso dell’attesa, i lampi dello stupore, le improvvise scosse d’energia e il loro immediato rovescio: la colla appiccicosa dell’inerzia. È Storia l’accozzaglia dei nostri istanti irrequieti, e ogni cosa vissuta o immaginata; sono Storia tutte le nostre storie, e tutti i sentimenti che le hanno attraversate. Per molti anni mi sono portato appresso queste storie come un bagaglio ingombrante, che talvolta mi è parso una rete nella quale ero rimasto impigliato. Ora mi capita di pensare...

Diario 4 / Orbita di trasferimento

Riparto di nuovo dalla fine; per consuetudine di questo diario, perché riordinare è una forma di cura, perché il tempo aggiunge dettagli alla memoria dell’immediato. Inizio quindi dall’ultimo giorno, una domenica dedicata a riordinare i libri di casa, a togliere polvere da scaffali, pagine e ricordi. Una piccola fatica necessaria, quasi un appello per contare i presenti. Carla legge distrattamente alcuni titoli sparsi per terra in una pausa, i gatti costruiscono nuovi confini tra le torri di libri e gli scaffali inaspettatamente vuoti, il tempo scandito dalla consuetudine di un caffè preparato con calma, clessidra liquida di tante domeniche. Ripenso alla settimana conclusa, giorni attesi, misurati, invocati. Passati. Come tante volte nella mia vita di adulto gioco a immergerli nella matematica; passatempo per distrazione, piccolo trucco per leggere meglio il reale. Allora immagino traiettorie, scrivo equazioni, seguo geodetiche di un me più giovane, le sovrappongo ai miei cinquant’anni. Combaciano a stento. Per mesi ho calcolato i dettagli della mia orbita di trasferimento, la variazione di velocità, il carburante necessario, ogni singolo parametro. Per andare su Marte con la...

Diario 3 / Le forze di marea

Di nuovo domenica, di nuovo cerco un ordine necessario alle parole che sia il più isomorfo possibile con il tempo passato in questa settimana. Ci penso, al tempo, seduto per terra mentre ritaglio piccole etichette su cui scrivere le iniziali di AW per matite e pennarelli, segnaletica di confine per un nuovo mondo. Cerco di calcolare, da insegnante, quale sarà questo perimetro di salvezza, lo spazio di ogni bambino che è lo spazio di un’intera comunità. Anche i colori ordinatamente riposti nell’astuccio di mia figlia sembrano indicare un orizzonte di normalità di cui forse abbiamo tutti bisogno, a partire dagli adulti. Non è forse un necessario atto educativo costruire una serenità per figli e figlie? In classe e fuori? Con attenzione, rispettando la paura e la morte, anche con rigore prescrittivo, ma sempre con l’accogliente messaggio che noi adulti ci facciamo carico consapevolmente di loro. La cura è la prima lezione, il primo esame, il programma, il piano dell’offerta formativa, è sinonimo di scuola; non l’edificio che poco significa, ma la pratica. A volte sono convinto che basti, altre volte credo di non farcela. Come adesso in cui mi sembra che il pavimento tenda a...

L'estate in città / Altre forme di vita

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Diario 10 / Il fruscio di settantamila pensieri

Ho visto un documentario in tv sui due più veloci risolutori al mondo del cubo di Rubik: un ragazzo australiano e uno americano. L’australiano si chiama Feliks Zemdegs ed è stato il più longevo campione di Speedcubing. Il suo trono ora però è insidiato da Max Park, il nuovo fenomeno della specialità. Max è autistico, e nel documentario conosciamo la sua storia e quella dei suoi genitori. Tra Feliks e Max nasce un’amicizia profonda che trascende la rivalità. I due sono capaci di risolvere il cubo di Rubik in poco più di quattro secondi, muovendo le mani e la mente a una velocità inconcepibile. Riescono a manipolare il cubo anche con una mano sola, e dopo aver memorizzato la posizione iniziale delle varie facciate sono in grado di risolverlo bendati, nel tempo che io di solito impiego per versarmi da bere. Ho letto che la velocità con cui viaggiano le informazioni nel cervello è superiore ai quattrocento chilometri orari. Ogni giorno un essere umano riesce a elaborare settantamila pensieri. Feliks e Max spendono gran parte dei loro settantamila pensieri giornalieri per elaborare gli algoritmi che servono loro a risolvere il cubo. Io spendo i miei per maledire i rumori della mia...

SHIFT

Gli accadde dunque di spirare, morire come tutti, dopo una di quelle solite lunghe vite che si possono definire “senza costrutto”. E, con tutto il tempo che aveva avuto a disposizione, non era neppure riuscito a capire il perché delle gioie e dei dolori, della salute e della malattia. Concluso l’ultimo rantolo, svaniti i rimorsi e le vergogne di sé che tanto importunano i vecchi, si infilò anche lui nel Nulla. Se lo aspettava, ma non ebbe la possibilità di prenderne atto perché nel Nulla non c’è compiacimento né raccapriccio. Tutto lì. O meglio, nulla lì.   La morte, come si sa, è l’esperienza che tutti fanno, ma, contrariamente a quel che si pensa, si può addirittura raccontare proprio come esperienza soggettiva, sicché, tutto sommato, è quasi banale sperimentarla. Sono molte le esperienze di morte con ritorno. A parte il coma nei suoi vari gradi, il sonno senza sogni, gli svenimenti, chi nella vita non è stato anestetizzato almeno una volta? Mentre il librium o il pentotal, o qualche altra molecola, entra piano piano nella vena del braccio – e il medico si abbandona a vane chiacchiere da barbiere mentre chi sta per andare sotto i ferri, buono buono, si limita a guardargli...

Estate in città / La santa

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Estate in città / La casa del popolo

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