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Racconto

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28 e 29 maggio Gianni Celati a Reggio Emilia / Esercizio autobiografico in 2000 battute

  Nato nel 1937, a Sondrio,  due passi dalla Svizzera. – Sei mesi di vita a Sondrio. – Padre usciere di banca,  litiga col proprio direttore. – Padre condannato per punizione a trasferimenti da un capo all’altro della penisola a proprie spese. – Famiglia viaggiante. – Tre anni a Trapani. – Sette anni a Belluno. – Tre anni a Ferrara – Liceo a Bologna. – Fine della vita in famiglia. – Viaggio in Germania e quasi matrimonio. – Ritorno a Bologna, studi di linguistica. – Passa il tempo. – Servizio militare. – Grazie a un amico psichiatra si concentra a studiare le scritture dei matti. – Nevrosi da naja, ospedale militare. – Tesi di laurea su Joyce. – Epatite virale, isolamento. – Raptus di scrivere come un certo matto che lo appassiona. – Italo Calvino legge il testo su una rivista, propone di farne un libro. – Passa il tempo. – Vita in Tunisia. – Matrimonio. –   Prime traduzioni. – Bologna, impiegato in una ditta di dischi. – Studia logica con Enzo Melandri ma risulta incapace. – Borsa di studio a Londra 1968-70. – Pubblica libro. – Parte per gli U.S.A. – Due anni alla Cornell University. – Vita nel falso, tutto per darla da bere agli altri. – Passa il tempo. –...

Un'anteprima dei libri in lavorazione / Fratelli

Inauguriamo con Marco Balzano - vincitore del Premio Campiello 2015 con L'ultimo arrivato - il nuovo speciale «Cantiere»: le opere che saranno. Una anteprima dei libri in lavorazione: incipit di libri futuri di scrittori, saggisti, filosofi e conferenzieri.     I   Quando è squillato il telefono ero a casa a tradurre. Fuori il sole abbrustoliva la città deserta. Il silenzio delle vie lo faceva rimbalzare più forte contro i muri, l’asfalto, i cartelli stradali. Mi sono affacciato alla finestra a fumare e il fiato mi si è accorciato ancora di più. Ho guardato per tutto il tempo della sigaretta la saracinesca del bar di Sergio. La notte prima l'aveva abbassata fino a farla sbattere sul marciapiede, facendo sfollare dai tavoli di plastica gli ultimi ubriachi, me compreso perché senza accorgermene mi ero scolato cinque Campari. Poi aveva tirato un sospiro di sollievo e attaccato con soddisfazione un foglio: “ci vediamo a settembre”. Gli ho fatto notare che è la frase che dicono i professori agli alunni rimandati e allora lui ha prima sorriso e poi sbadigliato. Anche quel 21 giugno ho allungato il ritorno a casa. Al posto che i soliti trenta passi ho girato attorno alla...

Ad ascoltare il fascistone risparmiato dalla giustizia popolare / I fatti di Piazza Carlo Alberto

Sarà stato il 1949 o il 1950, quando la mia mamma fu presa da un accesso di collera contro un certo Ezio Maria Gray, suo nemico personale. A causa di un titolo di giornale che diceva inoltre: “…parlerà stasera in piazza Carlo Alberto”. Infatti, nel già preistorico, allora, 1938, in una dotta conversazione all’EIAR, il fascistone aveva dimostrato la necessità di espellere dalla vita nazionale gli ebrei. Non certo dalla vita in generale perché il Gray, per quanto fascista, era un moderato, e forse di famiglia cattolica: lo avevano chiamato anche Maria. Bastava per lui che ogni ebreo diventasse disoccupato.   La mamma inoltre era una fanatica risorgimentale e non escludo che la scelta della Piazza dedicata al Re titubante innescasse il suo furore incendiario. Chi conosce il luogo può comprendere il sacrilegio: armonicamente unisce palazzi dell’Ottocento, come il retro fastoso di Palazzo Carignano e la settecentesca austera Biblioteca Civica attorno alla statua del Sovrano, il quale, per quanto “amletico”, ebrei e valdesi nel 1848 li aveva emancipati lui, seppure, dicono, dietro una certa insistenza di Massimo D’Azeglio.    La Biblioteca, per la verità, era bombardata e...

Disegnare per brevi tratti / Lo studente e il lavoratore

Tratta Udine - Mestre, ore 07.07 (andata)– Ciao! Ti ricordi?– Sì, sì, certo, Riccardo vero?– No! Rinaldo.– Ahhh, già! Rinaldo! E dove stai andando di bello?Rinaldo: Sto andando a Treviso. Per lavoro...Dialogano a distanza per altre tre "botta e risposta" prima che Rinaldo decida saggiamente di avvicinarsi al suo interlocutore.Rinaldo: ... Luigi, vero?Luigi: Aaaah, tu sì che ti ricordi! Eh sì che eri piccolo quando venivi a casa mia con tuo fratello a giocare a ping pong! In garage, ricordi? Eravamo veramente tremendi! Non potevi neppure guardare le nostre racchette. Che lavoro fai a Treviso?Continuano la conversazione restando in piedi nel vagone vuoto. Il treno parte con uno scossone, Rinaldo perde l’equilibrio e rischia di cadere, ma non molla il filo del discorso. Continua inesorabilmente a parlare del suo lavoro. Non c’è da sforzarsi molto per capire che è più che precario, faticoso, e pure mal pagato. Inizia così la lunga giaculatoria sulla crisi e si sgrana anche il rosario di esempi di amici di amici e parenti di conoscenti altrettanto mal pagati, se non addirittura disoccupati. Un paio di "Eh, sì, sì, lo so, eeeeh già, già. Poi Luigi blocca...

Sul deserto delle nostre strade (Pigneto)

La notte che ha preceduto il giorno del mio giro al Pigneto mi è venuto qualche pensiero, perché il giro al Pigneto avevo deciso di non volerlo fare, perché del Pigneto non si può più scrivere né se ne può parlare, il Pigneto è come uno che gli è venuto un esaurimento nervoso e non sai mai come ti si presenterà all’appuntamento. È un problema che a me pare complicatissimo ma che tuttavia mi tocca affrontare se ho questa pretesa di mappare i quartieri di Roma.    Io ci vado spesso al Pigneto, ci vado la sera, come più o meno tutti, ne ho perciò una visione non già astratta, bensì pragmatica, ma comunque vagamente allucinata. È di questa morfina che devo sgombrare la mente. Perciò ho chiesto a N. di accompagnarmi, le ho detto: “Scegli un giorno un po’ meno sfavorevole”, e lei ha scelto un venerdì, le ho chiesto di supplire alle manchevolezze della cronaca e del costume e di mostrarmi il quartiere nella sua versione metafisica, ossia al mattino, e lei mi ha scritto: “Io purtroppo devo consegnare un pezzo entro la giornata, quindi non ho moltissimo tempo. Però sarebbe bello se venissi presto, appena lasciato tuo figlio a scuola. Insomma, alle nove”.  N. abita al Pigneto...

Seconda parte / Nuove cartoline dai morti (II)

La signora che faceva la chemioterapia vicino a me leggeva sempre i fotoromanzi.  Mi piacerebbe che qualcuno lo facesse sapere a Tonino, il carpentiere siciliano che lavorava con me in Svizzera. Non mi ricordo di che paese era e non mi ricordo neppure il cognome. Aveva i baffi e gli piacevano gli spaghetti col tonno.   ***   Tenevo la mia mano stretta nella sua. Lei guidava, mi stava portando in ospedale. Ci stavamo amando e ora io stavo morendo. Fuori pioveva, la pioggia bucava il vetro, arrivava ghiacciata sul mio petto.   ***   Nella tomba vicina alla mia c’è uno che ogni tanto fa un colpo di tosse.   ***   Lo sapevo che sarei morto a marzo. Lo avevo capito a ottobre che sarebbe stato il mio ultimo inverno. E ora sono qui senza cappotto, con un vestito elegante che non mi ero mai messo.   ***   Mia moglie ha aperto l’armadio e io ho chiuso gli occhi.   ***   Chi mi veniva a trovare sotto sotto sperava che io non guarissi, e così è stato.   ***   La malattia mi ha cambiato la faccia, me l’ha fatta più grossa. Sembrava che avessi due facce. Due giorni in ospedale e poi mi hanno rimandato a casa. Sognavo di morire...

Gela: realtà e condizione umana

Lo scritto di Leonardo Sciascia su Gela pubblicato sul “Gatto Selvatico”, la bella rivista dell’ENI diretta dall’amico Attilio Bertolucci, ci riporta ai toni e allo stile del suo primo libro, Le parrocchie di Regalpetra. Vi riconosciamo, pur nella brevità del testo, la stessa capacità di restituire la storia di una comunità cittadina per scorci essenziali, che saldano la ricerca del dato statistico e d’archivio alla minuziosa conoscenza dei testi canonici sulla “questione meridionale” e, soprattutto, allo sguardo attento del testimone.  Un testimone che si vuole non oggettivo ma partecipe, anzi impregnato, di volta in volta, di pietà e indignazione: sentimenti, questi, che possono provocare delle impennate liriche nella scrittura. Si leggano qui le parole di Sciascia sulla miseria che «scendeva dentro di voi, si faceva peccato d’origine e specchio del destino: inalienabile e irredimibile in voi come in quell’umanità dolente ed attonita», oppure quelle sul mare «vuoto, che quasi batte alle sue case, aggiungeva riflessi di allucinazione, note di fonda desolazione»....

L’ultimo anello della catena, una storia di mala accoglienza

Con un astrobalzo nello spazio-tempo che la commissione per il pansessualismo, l’ambiguità e il diritto d’asilo e d’adozione ha finanziato tassando le scommesse del contribuente patito di videopoker e corse dei cavalli, stamattina ho raggiunto il nostro pianeta gemello, la buona, vecchia Terra 2, per la precisione l’inclito reame di Cicilia. Avrei dovuto trascorrervi un periodo di studi sul campo dedicati alle società autolesioniste, ma giunto a destinazione mi sono accorto di aver dimenticato i documenti dall’altro lato del multiverso e la polizia di frontiera mi ha subito spedito in un centro per l’accoglienza degli extraterrestri non autorizzati.     “Lasciate ogni speranza”, recitava il cartello all’entrata del centro di accoglienza. Ma poi un addetto fornito di ramazza e paletta mi ha detto che quello era il nome della cooperativa e che non dovevo preoccuparmi. “Fatti i fatti tuoi e tutto filerà liscio”. “Grazie, amico”, gli ho risposto; e quello a sentire la parola “amico” è scoppiato in lacrime e mi ha raccontato la storia della sua vita....

Il pozzo numero quattordici

“Lavorò in Italia, fuori d’Italia: in Argentina, in Francia, in Germania, nel Belgio”. Così scrive di sé Carlo Emilio Gadda, rievocando le fatiche “ingegneresche”, imposte dalle difficoltà finanziarie della famiglia (la sorella e la madre), a cui si aggiungevano le spese per l’odiosamata villa di Longone al Segrino, vera protagonista de La cognizione del dolore. Dubbia vocazione quella di ingegnere, forse in obbedienza alla volontà materna di imitare le felici carriere dei cugini. Ma negli Abbozzi autobiografici, il Gran Lombardo dirà che era “stato condotto a far l’ingegnere dalla ‘passione’ (è il caso di dirlo) di veder muratori a costruire e sterratori a tracciare canali e opere”. Ed eccolo iscritto, era il 1912, alla Sezione Ingegneria del Regio Istituto tecnico superiore (dal ’37 Regio Politecnico, “ul noster Pulitenik”), ma la frequenza è interrotta dalla partecipazione, come volontario, alla Grande Guerra. Le tragedie che lo travolgono (la morte del fratello, la disfatta di Caporetto e la prigionia in Germania) gli consentono di...

La targa del “Pasticciaccio”

A Milano una ne ricorda la nascita, «nei pressi della casa del Manzoni»; a Firenze un'altra ne ricorda il decennale soggiorno, fra «anni bui» e «scelte amicizie»; ma a quanto mi dicono, nessuna targa è stata posta sull'ultimo domicilio di Gadda in via Blumenstihl 19, nella zona di Monte Mario a Roma: «luogo ameno e salubre», scriveva l'Ingegnere, «presso il manicomio di Nostra Signora della Pietà, che confido abbia pietà anche di me».   Esclusa la tomba al cimitero degli inglesi, per trovare una testimonianza di Gadda nella Capitale non rimane quindi che visitare il luogo dove volle ambientare il suo romanzo più celebre.   Poche settimane fa, durante una visita-lampo a Roma in compagnia di alcuni amici, decidiamo insieme di recarci al “Palazzo degli Ori”. Puntiamo sicuri verso il 219 di via Merulana: ci troviamo davanti un videonoleggio e una copisteria, ma nessuna traccia di lapidi o targhe. Percorriamo la strada in su e giù; qualcuno di noi rispolvera persino sepolte competenze storico-filologiche, ricordando che nella prima versione del...

Prima parte / Nuove cartoline dai morti (I)

La signora che faceva la chemioterapia vicino a me leggeva sempre i fotoromanzi.   ***   Mi piacerebbe che qualcuno lo facesse sapere a Tonino, il carpentiere siciliano che lavorava con me in Svizzera. Non mi ricordo di che paese era e non mi ricordo neppure il cognome. Aveva i baffi e gli piacevano gli spaghetti col tonno.   ***   Tenevo la mia mano stretta nella sua. Lei guidava, mi stava portando in ospedale. Ci stavamo amando e ora io stavo morendo. Fuori pioveva, la pioggia bucava il vetro, arrivava ghiacciata sul mio petto.   ***   Lo sapevo che sarei morto a marzo. Lo avevo capito a ottobre che sarebbe stato il mio ultimo inverno. E ora sono qui senza cappotto, con un vestito elegante che non mi ero mai messo.   ***   Chi mi veniva a trovare sotto sotto sperava che io non guarissi, e così è stato.   ***   La malattia mi ha cambiato la faccia, me l’ha fatta più grossa. Sembrava che avessi due facce. Due giorni in ospedale e poi mi hanno rimandato a casa. Sognavo di morire nell’ambulanza. E invece sono rimasta altri tre mesi nel letto. Sono morta una sera di febbraio. Tirava un vento fortissimo. Sentivo che quel vento mi stava...

Eco e il libero arbitrio

Salve, signore della rosa – innamorato della Borroni, la bella, la rara, la prima presentatrice della televisione italiana, la rosa gentile. Salve, maestro. Se domandavano a me, quelli di Stoccolma, avrei detto: ma sia dato a Umberto Eco, a nome delle semiotiche, del narrare aneddoti, del fare tecnico, del suonare il flauto, della sapienza e dell’ironia: e anche del narrare. Chi più di lui diligente, attento, sempre presente a lezione, sempre attorniato dai migliori, a seguire tesi difficili e ben fatte? Chi più di lui severo e ridente, maestro della ricerca e della didattica?   Porca miseria, non mi aspettavo che andasse via adesso.   L’ho incontrato la prima volta poco dopo il 1950, io ero forse in prima liceo, o prima, avevo 16 anni. Eravamo al passo Falzarego, immersi nella neve alta, giovani raccolti per quindici giorni in ritiro da tutta Italia con l’Azione Cattolica dei tempi di Carretto, Mario Rossi e don Arturo Paoli, già ormai lettori di Gramsci e Gobetti e altri autori pericolosi come Simone Weil e Bernanos. Umberto aveva vent’anni, faceva il secondo anno di filosofia a Torino, lavorava con Pareyson. Al...

“Com’era nuovo nel sole Monteverde Vecchio”

Ho chiesto a T. di fare una passeggiata con me a Monteverde. L’ultima volta che ci siamo visti è stato a Torino sette mesi fa. Siamo andati a cena in un ristorante vicino alla stazione di Porta Nuova. Il cameriere ci portava le cose e ci diceva: “Grazie”. Noi provavamo a dire “grazie” prima di lui, ma il suo “grazie” era prevaricatore, era un “grazie” che non lasciava scampo. T. è uno scrittore. “Ci torniamo anche quest’anno”. Intende dire nel ristorante vicino a Porta Nuova. Intende dire durante i giorni del Salone del Libro. Lo dice mentre mi indica la strada. Sono passato a prenderlo in macchina a casa sua perché fa freddo e lui abitualmente si muove in motorino. È domenica mattina, e c’è il mercato di Porta Portese, ma T. conosce le scappatoie per raggiungere Monteverde senza restare intrappolati nelle deviazioni del traffico. “Cominciamo da via di Donna Olimpia?” dice, dove i ragazzi di vita di Pasolini passavano i pomeriggi “a giocare al pallone lì sullo spiazzo tra i Grattacieli e il Monte di Splendore, tra centinaia di maschi che...

La poliomielite e il Popolo eletto

C’è oggi ancora qualcuno, molti anni dopo i vaccini Salk e Sabin, che ricordi il vecchio mondo di poveri sciancati nel quale si viveva sul finire degli anni Trenta? Compagni di scuola, amici, cugini che stavano stretti con noi arrancando verso il futuro comune.   C’erano le epidemie di poliomielite, un fatto quasi nuovo nel XX secolo che colpiva i Paesi che erano usciti dal fetore infetto di quella realtà oggi scomparsa ma rimpianta da troppi. Era successo questo: da generazioni la poliomielite, il suo virus assaliva l’umanità, ma la mancanza di igiene, i rivoli fetidi per le strade, i cibi malconservati, lo trasmettevano a tutti, che, inconsapevolmente, si vaccinavano e lasciavano in eredità gli anticorpi ai loro figli che contraevano, sì, la poliomielite, ma la sopportavano trasformata in qualcosa di simile a una lieve, innocua, influenza.   Poi iniziò uno dei miracoli della modernità: l’igiene pubblica. Nessuno più contrasse il virus in Canada, Australia, Stati uniti, Inghilterra, nei Paesi civili e evoluti, perfino un po’ nel nostro per la blanda efficacia della rozza igiene del...

Balduina, Roma. Che cosa sono venuto a cercare?

Due giorni fa mi ha scritto F.: “Ci vediamo a Belsito. C’è un’edicola, si chiama Lo Strillone, è in viale delle Medaglie d’Oro 429. Non ci sarà nessuno, sarà bellissimo”. F. è la mia guida, è cresciuta fra queste strade, ha insistito affinché ci vedessimo di domenica per fare il giro del quartiere: “A Balduina è una perenne domenica pomeriggio”. Belsito è la zona di piazzale delle Medaglie d’Oro che si affaccia sulle pendici del parco della Vittoria, rientra nella categoria dei toponimi confidenziali (Roma ne è piena: “piazza Quadrata”, “l’Esedra”, “la Rotonda”…), ossia è uno di quei nomi propri di luogo che fanno riferimento ad antiche definizioni sopravvissute al progresso, in genere chi ne fa uso tende a rimarcare la propria appartenenza territoriale. Ma F. non è tipo da “appartenenza territoriale”, il sentimento che prova verso il clima sonnacchioso che ammanta il quartiere è netto: “Qui l’atmosfera è da strage nella bifamiliare”.    ...

Parise in stazione

Un giorno ho incontrato il grande Jaufrè, come lo chiamava Montale:   Jaufrè passa le notti incapsulato
 in una botte. Alla primalba s’alza un fischione e lo sbaglia. Poco dopo c’è troppa luce e lui si riaddormenta   Quando un incontro importante resta unico, ogni gesto, ogni parola, ogni dettaglio della scena prende un’aria poetica. Era l’estate del 1982. Non avevo ancora diciannove anni. Ero seduto al bar della piccola stazione di San Donà di Piave. L’eterna provincia veneta! Aspettavo un treno per Venezia, concentrato sulle Poesie d’amore di Nâzim Hikmet, il poeta turco, amico di Majakovskij. Leggevo un rubai (molto tempo dopo ho appreso che si trattava di una forma metrica tradizionale arabo-persiana), scritto da Hikmet nel 1933 a Istanbul, esattamente trent’anni prima di morire stroncato da un infarto sul pianerottolo del suo appartamento moscovita. Estate del 1963. L’estate in cui sono nato. Coincidenze. La fame di coincidenze è il pane quotidiano della giovinezza. Ne ricordo una quartina:   Finito, dirà un giorno madre Natura finito di ridere e...

Aristide Rossi in Borgo Paglia

Aristide Rossi aveva ventiquattro anni, compiuti giusto da qualche giorno, quando fu freddato Oltretorrente dagli ultimi fuochi dei fascisti alla macchia e dei tedeschi in fuga. Era il 24 aprile 1945: ancora poche ore e Aristide, come tanti suoi compagni partigiani, avrebbe potuto vedere coi suoi occhi la libertà, votare al referendum costituzionale, costruirsi la vita giovane dopo aver contribuito a liberare il proprio Paese. Combatteva con la brigata Parma Vecchia, tra le prime a costituirsi in città l'indomani dell'armistizio con gli angloamericani. Lo ricorda una lapide in borgo Paglia, mentre la stele apposta al sacrificio del giovane Volontario per la Libertà sta all'angolo tra strada Bixio e via Benassi, i colori un po' erosi dal tempo, muta testimone di ignari aperitivi e schermaglie liceali.

Quasi una favola di Natale

C’era una volta, in un paese non meglio precisato, un uomo politico. Lui era un vecchio uomo politico, uno che ne aveva viste di tutti i colori in tanti anni di attività. Il paese, che non nomino, era un paese dove tutti telefonano urlando per la strada, sia che vadano a piedi in macchina o in bicicletta, e dove la televisione trasmette in continuazione esclusivamente due tipi di servizi: o cronaca nera o gastronomia. Sicché in quel paese tutti, oltre a telefonare vociando, pare che non facciano altro che due cose: ammazzare o cucinare (e/o mangiare).   Il vecchio politico era rimasto, non si sa come, un idealista. E ciò per tutta la durata della sua lunga carriera. Aveva fatto la gavetta, nel suo partito. Perché allora, quando aveva cominciato lui, i partiti c’erano ancora, e c’era anche la politica. Ora non ne era più sicuro, che ci fossero politica e partiti. Il suo partito, per esempio, aveva cambiato nome e simbolo svariate volte. Ma sempre rimanendo, il simbolo, nell’ambito vegetale-mangereccio: partito del carciofo, del cavolo-rapa e, ora, del cavolo e basta.   Il nostro politico aveva l’...

Natale: una bizzarra adozione

Si può raccontare questa storia per Natale? Una storia poco natalizia, alla fin fine, ma che qualcosa ci insegna circa la bontà e la generosità degli uomini e delle donne. Il Natale è questo? Non so. Ma state a sentire. Decisero di fare un viaggio in Turchia, nell'estate del 1988; erano due coppie di amici, con due moto di grossa cilindrata. Una volta nel paese, puntano direttamente sulla città storica di Bursa. Mentre stanno per entrare nella moschea verde, la Yeşil Camii, gioiello dell'architettura ottomana risalente al 1400, vengono avvicinati da un ragazzo turco che in un italiano più che decoroso si offre di far loro da guida. Flavio e Annalisa, entrambi liguri, di Savona, ma residenti a Genova, professore di filosofia lui, ricercatrice di botanica lei, accettano, Annalisa con un leggero fastidio perché avrebbe preferito muoversi a suo piacimento. Il ragazzo li guida nella visita al mausoleo, è gentile ed educato. Quando vede la moto con cui i nostri eroi erano arrivati fin lì, una Yamaha 750, si entusiasma, e a quel punto Flavio gli fa fare un bel giro su per la montagna. Al ritorno il ragazzo, che si...

Garibaldi, Carducci e l'Aspromonte

Il Mausoleo garibaldino che ricorda il celebre ferimento del Generale, avvenuto il 29 agosto 1862, si trova nel territorio di Sant’Eufemia d’Aspromonte, a 1200 mt di altitudine. Il luogo è bello e desolato, il pino secolare presso il quale venne fatto appoggiare Garibaldi ferito c’è ancora, protetto da una cancellata corrosa dalla ruggine. Sulle pareti del Mausoleo lapidi antiche e militaresche (cadorniane) e patriottiche più recenti (spadoliniane); sul basamento quella del Carducci, al “Magnanimo Ribelle”, ormai quasi a pezzi. Anche le selve circostanti, infestate dalla processionaria, non godono di buona salute.   L’episodio ha segnato il momento più drammatico dello scontro fra le due anime politiche del Risorgimento, quella monarchica e istituzionale e quella repubblicana: durante la sparatoria le Camicie Rosse gridavano “Roma o morte” e in effetti ci furono parecchi morti, sette garibaldini e cinque bersaglieri al comando del Colonnello Pallavicini. Curioso e tragico il destino del Tenente Luigi Ferrari, responsabile del famoso ferimento: quel giorno fu ferito anche lui e gli fu amputata una...

Berlinesi

Vive in tre stanze della vecchia Milano un’antica signora, alta, diafana e bella, profilo di cammeo e figura sottile. È tedesca di Berlino, ma dal 1945 si rifiuta, come mite vendetta, di parlare la sua lingua natale, pur conservando in questi lunghissimi anni una spiccata cadenza berlinese. È inflessibile, non racconta mai le sue esperienze e non vuole neppure sentir parlare della sua antica Patria. Un giorno mi fece questo strano racconto:   «Mi trovavo in villeggiatura al mare, credo fosse all’isola del Giglio, oh! Che bellissimo posto! E prendevo i pasti di fronte a un’immensa specchiera con la cornice dorata che rifletteva, inclinata, la grande sala piena di sole e signori allegri e spensierati. Ach! Purtroppo anche turisti tedeschi. Quattro di loro, credo padre, madre e due figlie grandicelle, quasi signorine, forse carine ma non so, sedevano proprio accanto al mio tavolo solitario.   Parlavano fitto fitto e allegri nel loro dialetto berlinese che tu, per fortuna, non conoscerai mai, ogni tanto guardavano me sola al tavolo perché, mistero delle lingue e della psiche umana, capivano che capivo. E io invece ero muta e...

Lungo la Via Traiana

Anno 109 d.C., Calende di giugno       Il cavallo si impennò. Se Quinto Pompeo Falco[1] non fosse stato un cavallerizzo provetto, lo avrebbe di sicuro disarcionato. «Buono, buono» gli mormorò accarezzandogli la folta criniera nera lucente. Il magistrato era uscito in ricognizione lungo la strada, fortemente voluta dall’imperatore Traiano, che si stava costruendo per collegare Benevento a Brindisi con un tracciato perfettamente rettilineo in grado di dimezzare i tempi di percorrenza richiesti dalla Via Appia, più lunga e più tortuosa. Per ora ne erano state messe in cantiere due sole tratte, quella che da Benevento arrivava ai Monti della Daunia e quella che da lì si dipartiva per raggiungere Aecae[2]. Ma i lavori fervevano.     Quinto Pompeo era a Benevento da due sole settimane e già non vedeva l’ora di ritornarsene a Roma: la vita di provincia lo annoiava. Si era imbarcato a Miseno e il suo naviglio, solcato un breve tratto di mare, aveva imboccato il fiume Volturno alla sua foce, navigandolo poi controcorrente sino a poche miglia dal capoluogo sannita, dove, deviato per il suo...

Kafka e Morgenstern a Merano

La cosa più strana", scriveva Robert Musil negli anni Trenta, "è che non si notano affatto". Eppure basterebbe alzare per un momento lo sguardo per incontrarne una, magari lungo una strada che facciamo tutti i giorni. Che siano grandi o piccole, seminascoste o ben visibili, sbiadite dalla pioggia o dall'incuria, le lapidi di marmo disseminate per il nostro Paese narrano ciascuna la propria storia. Bella o brutta, indimenticabile oppure ordinaria, ma sempre interessante. Attraverso queste discrete macchine del tempo, fessure aperte sul nostro passato, si potrebbe addirittura raccontare una Storia d'Italia parallela. Vogliamo farlo insieme?   Spedite foto di buona qualità (e belle!) all'indirizzo redazione@doppiozero.com, con indicazioni dettagliate sulla collocazione della lapide (paese, città, strada, piazza, territorio) e un breve testo di accompagnamento (non superiore alle 1500 battute).     Una è la lapide posta a ricordare la morte del poeta Christian Morgenstern, avvenuta a Merano il 31 marzo del 1914. L’altra ricorda il trimestrale soggiorno di Franz Kafka, sempre a...

Andare nel posto sbagliato

Giulia   In coda, adesso, dietro la lunga fila al banco dei check in, sentiva che aveva fatto male ad accettare. Sì, perché non aveva detto di no? Le sue colleghe che le mostravano un’amicizia invidiosa le avevano cantato alle orecchie tutto il mese precedente che lei era veramente fortunata, che se fosse accaduta loro la stessa cosa non avrebbero esitato. E lei invece ci aveva pensato su ogni notte con le palpitazioni che aumentavano e con l‘insonnia solita che si era trasformata in pura preoccupazione. Il professore glielo aveva detto che non poteva perdere quell’occasione, che erano le ultime borse che la facoltà poteva offrire. In fin dei conti mica si trattava dell’America! Era un periodo piuttosto breve, ma molto proficuo per accumulare punteggio, per stringere buoni contatti, per andare avanti nella carriera. Lei però sapeva che Vienna era lontana, che non poteva andarci in treno dalla Sicilia, che di fronte alle 30 ore di treno avrebbe dovuto prendere un aereo, anzi due. E qui era il punto. Lei aveva un terrore sacro dell’aereo, una paura totale, solida, fisica che la riduceva in uno stato catatonico molto...