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Racconto

(398 risultati)

Malpensa. Gli occhi del mostro

Esistono luoghi che sono punti di partenza e di arrivo insieme, luoghi fatti di strade che non hanno nome, luoghi in cui incontri persone che non sai da dove vengono né dove vanno. Luoghi che nascono solo per consentire a qualcuno di andare da qualche parte, luoghi che non accolgono, accompagnano solo, come qualcuno che ti viene incontro e non ti dice il suo nome, ma ti prende per mano e ti porta dove chiedi. Luoghi che non vogliono essere interpretati, conosciuti, studiati, luoghi che vogliono solo aiutarti a trovare la strada, come un estraneo che ascolta pa­zientemente la tua storia ma non ti racconta la sua.   Ce ne sono tanti di questi luoghi-non-luoghi, ma ce n’è uno in particolare che ha sempre esercitato su di me un fascino misterioso: l’aeroporto. Per chi vive nell’eterna incertezza se partire o restare, se incamminarsi su una via secondaria o seguire la strada maestra, l’aeroporto rimane uno dei più grandi “mostri” da cui guardarsi, da osservare con estrema attenzione e da affrontare solo quando il coraggio pesa un po’ più della paura. Per chi è lacerato tra il desiderio di certezze e...

Freelance ieri, oggi e domani

Non sono una freelance, ma ne conosco moltissimi. Uno di questi freelance che conosco è mio padre. Lo è ininterrottamente dal 1978, anno in cui ha lasciato un impiego a sua detta “da suicidio” in un’assicurazione e ha iniziato a esercitare come avvocato. Mio padre ed io viviamo in città diverse, quindi gli ho fatto un’intervista telefonica.   “Ciao, amore, come stai?” “Ciao, babbo. Sto bene, ma ti ho chiamato perché devo chiederti delle cose sul tuo lavoro per un pezzo che devo scrivere. Tanto per cominciare, sei consapevole di essere un freelance?” “Fri che? Possiamo parlare in italiano?” “Ce l’hai la partita IVA?” “Certo, se no come farei a emettere le fatture?” “Ecco, veniamo subito al dunque: ma queste fatture, poi, te le pagano?” “Eh?” “Intendo dire, ti è mai capitato che una fattura non ti venisse saldata?” “Eccome.” “E cosa hai fatto?” “Beh, di solito faccio fare un decreto ingiuntivo.” “E funziona?” “Non sempre.” “In questi anni...

Mia madre e l'Expo

Mentre scrivo un elicottero mi sorvola la testa. A poche centinaia di metri da me cerca di riposare Michelle Obama con le due figliole. È lei la prima rockstar ad arrivare in città per EXPO. In queste settimane sono passati Putin, con la sua auto blindata, insieme a Renzi e con il quale ha bevuto una kvas, David Cameron, il presidente dell’Irlanda, un poeta che pare abbia fatto un bellissimo discorso sull’importanza che questa generazione non scarichi sulla prossima il problema della fame nel mondo; è in arrivo Hollande e molti altri.   Quasi tutti vanno direttamente ad EXPO senza fermarsi in città. Diversa la scelta della first lady americana che ha requisito due piani di un albergo centralissimo, ha visitato il Cenacolo vinciano, ha preparato un’insalata di pollo con gli studenti della scuola americana di Milano, concedendo alle sue ragazze uno shopping tour nella zona di corso Como. I cronisti l’hanno descritta stanca, ma sorridente. In maniera non troppo percettibile il numero dei visitatori sta aumentando. Queste le principali tipologie da me ravvisate: solidi americani in short e zainetto, giapponesi in fila indiana...

A teatro

Di sera il sonno cala inesorabile sui miei occhi. Ma quando si apre il sipario (che spesso non c’è), a teatro, quando sono proiettato con niente, qualche parola, suono, luce, immagine, in un altro mondo, i miei sensi volano. Non so, veramente, se gli occhi rimangano aperti: certo vedo mondi, sprofondo in paure, acchiappo un filo, risalgo, mi perdo nei filtri, negli sdoppiamenti, nelle fughe scatenate da maghi che alla luce del giorno sono poco più che ciarlatani. Ballo, ragiono, cammino seduto, provo paura e mi salvo, come nel sogno, con quel minimo di certezza che forse non rimarrò ferito o ucciso, o forse chissà. Occhi aperti o chiusi, non so: la seduzione è grande, della voce carica di esperienza, che culla o pungola, accarezza e schiaffeggia. Delle immagini, delle invenzioni. A casa, se lo spettacolo è bello, mi toglie il sonno: leggo, rileggo quelle voci, altre voci, ad alta voce, mi cullo e mentre mi addormento torno a viaggiare, a pensare, a ingrovigliare. Ti toglie e ti dà respiro questa finzione che entra a giudicare, a scardinare la realtà. La sera davanti alla televisione chiudo semplicemente gli occhi e mi...

Locarno. V.B. telefono casa

Sono nato e cresciuto a Locarno, ma dalla fine del liceo ci torno solo di tanto in tanto; da sei anni, poi, vivo a Londra. Locarno entra spesso nelle mie poe­sie, ma per quanto precisi e reali possano essere i ri­ferimenti, hanno valenza di tono o di tonalità. Qual­cosa di calmo e cristallino, disarmato, illeso. Senza rientrare nella sfera della nostalgia, ha a che fare con le origini, con il tempo passato, a cui non si può tor­nare ma che continua a abitare il presente, con un luogo in cui si ritorna nel tempo. In due parole, un luogo dell’anima.   Trovarmi a scrivere di Locarno in termini de­scrittivi fa uno strano effetto. Forse perché per la pri­ma volta in un testo devo scindere il luogo dall’ani­ma. E allora inizio a scrivere del luogo senz’anima che è Locarno.   C’è chi dice che il nome venga dal celtico, «Loc ar on», luogo sul lago – e il nome del lago, a sua volta, rimanda alla parola: Verbano. Quindi partiamo da lì. Facendo i preparativi, ho ritrovato gli appunti per una poesia e, giusto per smentire quanto ho appe­na scritto, inizio cos...

Cani senza guinzaglio

Aradeo è un paese di seimila abitanti che si trova nell'entroterra salentino, a una decina di chilometri a Nord Est di Gallipoli. Qui sono nati e cresciuti i miei genitori, emigrati a Milano all'inizio degli Anni Sessanta, e qui c'è ancora la casa dove i miei nonni hanno abitato nell'ultimo periodo della loro vita, quando hanno lasciato il centro del paese per trasferirsi in un appartamento più tranquillo e più facilmente riscaldabile, a due passi dal supermercato dove potevano trovare tutti i generi di prima necessità senza dover fare troppa strada. In questa zona periferica sono spuntate in pochi anni una ventina di palazzine a tre piani, con i muri esterni lasciati al grezzo, affacciate su un enorme spiazzo circolare con un solo lampione al centro e qualche panchina con l'albero accanto nella zona perimetrale. Tutto intorno ci sono macchine parcheggiate, pini marittimi, tigli, alberi del pepe e aiuole di erba secca delimitate da siepi di melograno. Ci arriviamo ogni giorno con la cagnolina Ginni, dopo un breve slalom fra i vasi di piante grasse, perché questo è il posto dove si ritrovano tutti i cani del...

Perdersi

Quando mi prendo cura di me mi perdo.   Mi perdo volentieri e dimentico quasi tutto, nei luoghi sospesi dal tempo, come le sale d’attesa, gli uffici postali e, preferibilmente, i treni. Per mia natura entro in ansia quando non ho il controllo del tempo.   Il mio ritardo, prima di quello degli altri, mi destabilizza. Nei luoghi che si nutrono di imprevisti e ritardi invece mi rilasso; mi concentro sulla lettura meglio che in qualsiasi altra condizione e posso essere distratta solo dalle vite altrui, da discorsi che mi sfiorano, che ascolto e, a volte, annoto. Oppure perché resto incantata da un volto, che vorrei dipingere, ma non è quello il luogo e neppure il momento. Allora mi limito a schizzarlo a matita senza un fine, solo per perdermi.     Segue disegno sporco, molto sporco.

Ricordi macaonici

Gli stupendi affreschi del Beato Angelico che abbelliscono le celle dell’ex-monastero di San Marco a Firenze raggiungono il picco del capolavoro con la raffigurazione della Annunciazione. In quell’opera, la figura dell’arcangelo Gabriele spicca per la sua eleganza e purezza di stile, ma anche per la slanciata e appuntita forma delle ali multicolori, davvero straordinarie con quelle piume che paiono scaglie di ali di farfalla. Ad accorgersene fu anche Nabokov che in una nota riportata dal figlio scrive, a proposito del capolavoro dell’Angelico, che le ali dell’arcangelo sono: "reminiscenza di Iphiclides podalirius con un'esile traccia di Papilio machaon e forse un accenno di Panaxia quadripunctaria, la falena diurna...". E qui, in realtà, ci sarebbe da discutere a lungo. Alcuni, infatti, ritengono che le ali ricordino quelle della mediterranea Charaxes jasius e non altre specie.   Beato Angelico, Annunciazione, affresco del 1440-1450, convento di San Marco, Firenze, particolare   Ma tant’è. Ciò che affascina è che in una sola città si trovino due opere di grandi maestri della...

Paddy 100

Mentre sono in treno verso Verona leggo qualche pagina di Mani, considerato il capolavoro di Patrick Leigh Fermor, viaggiatore inglese, maestro di Chatwin e di molti altri travel writers inglesi del XX secolo. Luigi Licci, bravo libraio romano-veronese, ha organizzato una serata per celebrare il centenario della nascita di Leigh Fermor. A parlarne ha invitato Matteo Nucci, legato a PLF dal filo ellenismo, e William Blacker, ultimo rappresentante della grande tradizione odeporica britannica e autore di Lungo la via dorata, bellissimo resoconto di un'esperienza di vita nelle campagne rumene dopo la fine del comunismo e amico di Leigh Fermor. Paddy, come veniva chiamato dai numerosi intimi, ė noto per un leggendario viaggio a piedi dall’Olanda a Istanbul negli anni Trenta, ricreato artisticamente molti anni più tardi in una trilogia di cui ora esce in italiano l’ultima parte.   Arrivati a Verona ci dirigiamo verso il verde smeraldo della val Pantena (l'accento cade sulla e) in una serata di primavera col cielo che minaccia temporale. Ma prima dell'incontro bisogna mettere qualcosa sotto i denti, anche se gli orari sono quasi svizzeri. La mia...

Pomeriggi di maggio

Ho installato una app sul mio computer: lo schermo si scurisce con l'arrivare della sera e rende difficile la lettura notturna, costringendomi ad alzarmi e spegnere tutto. Così riesco ad andare a letto. Da quando l'ho fatto, leggo più libri. Quando viaggio in treno invece infilo il telefono nello zaino, così sono costretto a concentrarmi su un giornale o un libro. Ogni tanto, quando devo scrivere, stacco la wi-fi. Essere connessi in reti digitali è uno dei più grandi avanzamenti tecnologici della nostra società, ma non è facile separare il sé collettivo dal sé privato. Quando ci riesco riscopro all'improvviso il piacere adolescenziale per le ore di lettura immersiva, senza nessuna intrusione esterna. La pressione dell'esterno, sia sociale che digitale, è sempre molto alta ma per quel che posso sto re-imparando, come un atleta in riabilitazione, a fare quelle cose che un tempo sembravano la normalità e oggi sono un lusso, tipo uscire di casa un mercoledì sera per andare al cinema o ad un concerto. Nell'epoca di Netflix e di Spotify, gli spettacoli "dal vivo" (concerti,...

Expo e dintorni: c'è qualcosa di arlecchinesco

Sui sedili di Expo c’è posto per tutti. Chi non potrà permettersi il biglietto di entrata nel mega recinto che racchiude il mondo e il suo cibo migliore, potrà partecipare all’Evento da qui, dal Corso Vittorio Emanuele.   ph. Antonino Costa   Per chi resta fuori, c’è disponibile un libretto giallo e con dorso psichedelico in nero e bianco che in 159 pagine guida agli eventi in città. Commistioni tra moda e bellezza, design e cibo, cultura e innovazione; dialoghi tra chef e architetti/designer/fotografi, industriali e stilisti (e per mio vaneggiamento e immaginazione: tra pastori e zolfatari che mangiavano “pane e coltello”, tra contadini e muratori e magari tra pescatori e assessori). È il primo numero, relativo al mese di maggio. Qui di salvare il pianeta non se parla, ognuno ce la deve fare da sé, con creatività e col proprio lavoro. Usando la pubblicità, ma soprattutto con l’italianità.   ph. Antonino Costa   Io sono un po’ confuso, non so più cosa fotografare. Cos’è Expo? una grande fiera commerciale o un movimento...

La morte al Mercatone del Mobile

“Era già morto da tempo”, mi ha detto il dottore abbassandosi la mascherina. Solo in quel momento ho notato che aveva la barba di almeno due giorni e i capelli in disordine; il suo aspetto trasandato mi è sembrato appropriato all’annuncio che aveva appena fatto. “Da cosa l’ha capito?”, ho chiesto, angosciata. “Quando ho trapanato non è uscito sangue. C’è un’otturazione molto grossa su quel dente, è come se fosse stato soffocato.” L’idea di quella cosa morta silenziosamente, forse già da anni, dentro la mia bocca, mi ha disturbata. Poi, per una strana associazione di idee, ho pensato che, in particolari circostanze, anche io mi sento come quel dente: viva in apparenza, ma in realtà morta dentro. Per esempio, mi capita quando vado in giro per mobili. Non sono mai andata a vivere in una casa completamente da allestire; la mia pigrizia e la necessità di risparmiare mi hanno sempre spinta a scegliere appartamenti già ammobiliati (spesso con gusto assai discutibile); forse, se l’avessi trovata, avrei comprato una casa con già tutti i mobili...

Etologia e punto croce

Passavo le giornate a guardare gli animali. Ho vissuto settimane felici fissando le foto di Anzac e Peggy, australiani, lui canguro, lei vombato. In effetti, le amicizie tra specie diverse erano la mia passione. Esaurita l’offerta amatoriale di youtube, passai alle conferenze Ted: fu proprio durante una di quelle serate in pigiama con il fior fiore dell’etologia mondiale che decisi di farla finita con internet. La colpa è di un ricercatore giapponese. Dovete sapere, dice lui, che esiste una larva molto affezionata ai grilli. Intrufolatasi ben bene in un corpo ospite, vuole raggiungere l’acqua in età adulta. Per farlo, pilota il cervello dell’insetto cantante inducendolo al suicidio. Il grillo sa che annega, ma va dritto verso l’acqua; esasperato e rimbambito, in mancanza di fiumi, si getta nelle ciotole degli animali domestici. Il giapponese parlava, io fissavo atterrita quell’orribile tenia acquatica che usciva dal corpo sfiancato del grillo, morto per annegamento e per parto. Il giorno dopo recisi il contratto del telefono, murai le prese, regalai alla vicina gli adattatori multipli. Ora ricamo a punto croce: la fioritura del...

Da Ghiffa a Lugano

Se vi dovesse capitare, come capita a me, di vivere in due paesi (europei, Germania e Italia) e di insegnare in un terzo paese (quasi europeo, Svizzera), conoscereste anche voi gioie e dolori del pendolarismo interculturale. Condividereste inoltre con me la problematica dello spostamento tra i luoghi, la cui agevolezza è inversamente proporzionale alla distanza. La cosa bizzarra è infatti che l'arrivare dalla casa tedesca a Göttingen all'università della Svizzera italiana (denominazione ufficiale), benché il percorso su rotaia sia di circa 800 chilometri, è una faccenda sì lunga, ma anche semplice e lineare: due treni, cambio a Basilea, 8-9 ore di viaggio lisce filate: giornali, tablet, smartphone, libri da leggere, tesi da correggere, qualcosa da sgranocchiare, ed è subito Lugano. Niente aerei perché Göttingen non ha aeroporto e Lugano ne ha uno piccolo piccolo per voli quasi esclusivamente interni, e il viaggio sarebbe ben più costoso, faticoso e aleatorio.   Le cose non così semplici quando mi tocca spostarmi dalla casa italiana, in una frazione di Ghiffa, posta sui dolci pendii delle...

L'immaginazione pigra di un attivo disegnatore / Omaggio alla pigrizia di Barthes

Il mio segreto è che non so disegnare e sono pigro. Si tratta di una miscela di qualità che va trattata con una certa cautela ma che può garantire risultati accettabili. Provate a pensarci.  Un Pigro cercherà tutti i modi per realizzare qualcosa senza passare per la formazione canonica: un sistema semplice per avere la probabilità di scoprire qualche nuova tecnica.  La stessa persona è troppo pigra per cercare a lungo qualcosa da copiare: si affrancherà prima dalla “tirannide” dei modelli.  Non avendo talento naturale per il disegno, il Nostro si guarderà bene dall’applicarsi con costanza a un apprendimento faticoso evitando così i rischi di uno stucchevole virtuosismo.  Al contrario cercherà di produrre illustrazioni con il minimo numero di segni, costringendosi in tal modo alla riposante disciplina della sintesi.  Inoltre il dispendio energetico richiesto dissuaderà ben presto il Pigro dal futile proposito di seguire le mode.  Naturalmente, non potendo contare sul talento e su strabilianti mezzi tecnici, sarà costretto ad inventarsi qualcosa perché i suoi disegni possano piacere a qualcuno.  Per fortuna,...

Pushkar, la grande fiera, e l’hic et nunc

Gli zoccoli ancora da ferrare scalpitano a vuoto a Pushkar, Rajasthan, India del Nord, avamposto del deserto di Thar, e sono pistoni che infuriano senza scalfire il confine violento di una semi immobilità obbligata. Silenziosi, sentenziosi come colpi di martello, i calci demoliscono dune di sabbia e ne formano di nuove, il deserto è una creatura animata, e i frequenti nitriti sono disperati, grida poderose e garrule di femmine partorienti.     I purosangue in posta, e ce ne sono migliaia distribuiti per tende e padroni che paiono tutti predoni impavidi pronti alla bisboccia della notte, sono in piedi su tre gambe, perché una delle anteriori è piegata in due ed è legata, sollevata e paralizzata per mezzo di corde spesse e annodate con maestria. Solo l’equilibrio precario convince le bestie all’apparente mansuetudine.   La sensazione dell’arto reciso, dello scompenso di natura, sottomette persino il desiderio selvaggio di scatenarsi in furia, e d’altronde c’è bisogno di proteggere la mercanzia dal suo stesso istinto, dall’inaudita vitalità di una merce che è merce ma è viva, dai giochi tumultuosi che i puledri inscenerebbero se lasciati in possesso del candore...

Due cose (o tre)

Due cose. Non perdere mai di vista le bancarelle, e questa è la prima cosa. L’altra è passare un dito sulla schiena del libro prima di riporlo. Due cose che sono un percorso, una strada da fare, una strada che fin qui ho fatto volentieri. Mi è sempre parso che trovare (e poi comprare) un libro su una bancarella, magari tra vecchie tazzine o fotografie, come quella volta che trovai un Paul Éluard ingiallito in Campo San Maurizio, a Venezia, o quel Bertolucci a Port’Alba, fosse come rifare una carezza a mia nonna, o un altro modo di pensare a lei. E poi toccare il libro, con una leggera pressione sul bordo e spingerlo al suo posto nella libreria di casa. Entrambe le cose hanno a che fare con i gesti. Tra un gesto e l’altro si passa dalla rinuncia alla perdita, dalla pazienza alla scelta, dal tatto alla cura. Entrambi i gesti conducono qui: «Ecco, questo è il posto che ho scelto per te. Non ti dimenticherò». Tra le due cose, se va bene, accade la grazia, la faccenda più personale del mondo, perché riguarda solo te, te che ti meravigli e sottolinei, te che leggi.

Expo e dintorni: Expop

La parte migliore si è consumata nell’attesa. Cosa ci lascerà Expo? la darsena? spero che ci potremo nuotare o fare un giro in barca a remi (senza dover indossare obbligatoriamente dei giubbotti salvagente), godere a pieno dell’elemento liquido oltre ad essere, si capisce, facile pesca, in un bacino di spazi pubblicitari. In questo splendido giorno di sole a solcarne le azzurre acque sono il gommone della polizia municipale e quello della protezione civile.     La darsena è nuova di pacca, è aperta, ce l’hanno consegnata: muretti ancora immacolati fanno da contrasto ai “sentieri di città” che sembrano essere lì da sempre, invece si sono formati velocemente, per il valico di percorsi alternativi, per tagliare meglio gli spazi.     Ero andato a fotografare l’insegna di una pizzeria-kebab più giù a sud, fuori dalla porta Cicca; come nel primo articolo volevo trovare le risposte in posti come questo, defilati. Decisi di tornare al crepuscolo, quando l’insegna si sarebbe accesa.     Postilla   A proposito di muri puliti e ripuliti, ho...

Camminando. Ci siamo persi, ci siamo ritrovati

22 aprile 2014. Portree e Storr. Dall’alba allo zenit.   Walking, is made of dawn. L’avvicinamento a Erisco ruota intorno alla grande montagna che domina il Trotternish Ridge. Sarebbe delittuoso trascurare il laboratorio Storr, il Grande in lingua vichinga. Segni di cultura Norse ovunque parlano nel vento, in questa distesa nordorientale sull’Isola del Cielo. È il forte ricordo di dodici anni fa che risveglia in me la domanda – perché tralasciai lo Storr e il Quiraing? I resti di un’era glaciale sono nella flora; i resti di quel popolo sono nei paesaggi, custodi di una storia ancora fitta di misteri. Nonostante le differenze di latitudine, si respira Norvegia, si respira Islanda. Qui siamo in Caledonia.   Se hai viaggiato in questi tre punti cardinali dell’antico mondo e l’animo è pronto, l’occhio agile, il piede sveglio, non puoi evitare di agire secondo l’istinto che ci ha detto di cambiare piano. I due complici sono qui con me – ci siamo avviati in tre su quattro ruote con la Grande P, come in un viaggio di fine secolo ventesimo, sino a questa latitudine. L’alba ci è...

Xenophobia in South Africa

Here the column's introduction: Why Africa?     Versione italiana     “Afrophobia”? “Xenophobia”? “Black on black racism”? A “darker” as you can get hacking a “foreigner” under the pretext of his being too dark—self hate par excellence? Of course all of that at once! Yesterday I asked a taxi driver: «why do they need to kill these “foreigners” in this manner?». His response: «because under Apartheid, fire was the only weapon we Blacks had. We did not have ammunitions, guns and the likes. With fire we could make petrol bombs and throw them at the enemy from a safe distance». Today there is no need for distance any longer. To kill “these foreigners”, we need to be as close as possible to their body which we then set in flames or dissect, each blow opening a huge wound that can never be healed. Or if it is healed at all, it must leave on “these foreigners” the kinds of scars that can never be erased.   Kudzanai Chiurai, Iyeza, 2012, (detail), video still, Courtesy of the artist and the Goodman Gallery   I was...

Xenofobia in Sudafrica

Qui l'articolo introduttivo della serie: Why Africa?     English Version     “Afrofobia”? “Xenofobia”? “Razzismo dei neri verso i neri”? Se un nero come te può arrivare ad aggredire uno “straniero” perché la sua pelle è troppo scura, non è forse questa la manifestazione per eccellenza dell’odio verso se stessi? Di certo è l’insieme di tutte queste cose. Ieri chiedevo a un tassista: “Ma perché devono ammazzare in questo modo questi ‘stranieri’?” La sua risposta: “Perché durante l’Apartheid il fuoco era l’unica arma che noi neri avevamo a disposizione. Non avevamo munizioni né fucili né altro. Con il fuoco potevamo preparare delle bombe incendiarie e lanciarle contro il nemico a distanza di sicurezza”. Oggi non abbiamo più bisogno di stare a distanza. Per uccidere “questi stranieri”, dobbiamo essere il più vicino possibile ai loro corpi per darli alle fiamme o lacerarli, aprendo ad ogni colpo ferite così profonde che non potranno mai rimarginarsi....