Speciale
Le biblioteche del Sahara
“Amalia”: un nome che evoca magia, saranno le reminiscenze infantili di “Amelia la fattucchiera che ammalia”… No, è un acronimo: Archivi, MAnoscritti e LIbri Antichi, e a dirigerla non è una maga, ma una giovane donna di Torino, che da una decina di anni si occupa della conservazione dei molti manoscritti antichi e moderni conservati nelle biblioteche di città sahariane come Timbuctu, Djenné, Chinguetti, Oualata…
Maria Luisa Russo si è laureata in restauro, specializzandosi nel recupero di libri antichi e il suo rapporto con l’Africa inizia dopo il 2012, quando gruppi di jihadisti occuparono Timbuctu, devastandone alcune tombe monumentali e cercando di distruggere parte della immensa raccolta di testi che quella città conserva dai tempi antichi.
«Dopo che alcuni volumi conservati presso il Centre Ahmed Baba furono bruciati, ONG e istituzioni locali organizzarono lo spostamento di buona parte delle raccolte da Timbuctu a Bamako per proteggerli da questa situazione di conflitto – racconta Maria Luisa – In quel momento ci fu un grande clamore internazionale attorno al patrimonio culturale minacciato.
L'evento in sé mi aveva colpito molto, il fatto che venisse ferito il cuore culturale di una città che per me, come per molti, era mitica, anche se non c’ero mai stata. Io ero appassionata ai libri in scrittura araba, su cui avevo lavorato in altri contesti, ma non a Timbuctù, che è sempre stata la città del sogno, insomma erano i libri del deserto».
Per molti appartiene alla fantasia, nemmeno esiste o come scrive Bruce Chatwin: «è l’altrove per eccellenza o banale facezia?»
Nel 2014 Maria Luisa vince un bando dell'Università di Amburgo, che ha un importante centro di studi sulle culture manoscritte di tutto il mondo – il Centre for the Study of Manuscript Cultures – e inizia a lavorare a un progetto di conservazione e restauro delle tante raccolte tombouctiennes.
Quattro anni dopo fonda Amalia.
Le chiedo in cosa consiste il suo lavoro: «Io sono restauratrice di libri e materiale documentario, quindi la mia prima attività è operare sulla materia: restaurare il libro, il manoscritto, la carta, il supporto… Ma l’intervento di restauro non è l’unica soluzione, anzi: spesso la priorità non è intervenire sul singolo manoscritto, bensì agire sulla raccolta nel suo insieme. Lo si fa con azioni di conservazione, che sono ugualmente necessarie: riordinare le raccolte, pulirle, realizzare delle scatole di conservazione, controllare gli ambienti affinché i libri non siano danneggiati dall'acqua o dagli insetti. Soprattutto quando hai a che fare con grandi biblioteche e grandi emergenze, intervieni in quel modo, per stabilizzare la raccolta».
Poi si passa al restauro su pezzi selezionati. «Ovviamente non posso fare tutto da sola, né voglio farlo; quindi, una forte componente del mio lavoro è formare il personale locale». Questo spesso si scontra con la difficoltà delle istituzioni locali nel mantenere sul posto le persone formate, che finiscono per fare altro. Una situazione instabile con cui Maria Luisa deve fare continuamente i conti.
Il restauro in Italia è una laurea magistrale a ciclo unico di cinque anni, mi dice, perché richiede l’acquisizione non solo di abilità tecniche e conoscenze storiche, ma anche di competenze in scienze quali la chimica, la biologia, la fisica. Questa complessità riflette il ruolo del restauratore: un professionista che interviene sui beni culturali per garantirne la conservazione e il recupero, rispettandone i valori storici, artistici e materiali.
Il restauratore deve affrontare svariati fenomeni di degrado, che possono essere dovuti all’uso, all’invecchiamento dei materiali, agli ambienti di conservazione; deve saper valutare il danno, selezionare le sostanze, gli adesivi, i solventi, i materiali adatti.
Senza contare che occorre anche conoscere la storia locale, di quell’Africa subsahariana, e di quei testi che, riscritti, copiati e tramandati, sono giunti fino a noi. Noi occidentali siamo abituati a pensare a un libro come a un oggetto compatto, rilegato, ma a volte quei manoscritti sono composti da fogli sciolti, di cui occorre ristabilire l’ordine.
E poi c’è il lato umano: bisogna ascoltare e conoscere le persone, le storie, i valori e le sensibilità delle comunità che hanno prodotto e che custodiscono il patrimonio di cui ci occupiamo. Per questo, il mio lavoro non è solo tecnico, ma anche relazionale: richiede ascolto, capacità di mediazione e attenzione alle dinamiche culturali e sociali in cui di volta in volta intervengo.
Le chiedo come è stato visto questo suo lavoro dai locali. In generale bene, dice, anche se l’essere una donna qualche problema all’inizio lo ha creato. Anche perché Maria Luisa non è lì solo come restauratrice esperta di conservazione, ma anche come project manager, il che comporta il confronto con i responsabili delle istituzioni su finanziamenti, attività, stipendi, e altri aspetti gestionali.
«Non è stato facile essere accettata: a volte mi sedevo a un tavolo in cui c'erano dieci uomini. A me non dava nessun problema, però percepivo che avrebbero preferito interloquire di questi temi con un uomo».
Maria Luisa ha lavorato e lavora non solo con le biblioteche di Timbuctu, ma anche con quelle di Djenné, anch’essa in Mali e con le città di Chinguetti, Tichitt, Oulata e Ouadane in Mauritania, tutte antiche città carovaniere. Le chiedo se esistono altre biblioteche in località sahariane.
«Sì, ma non è facile lavorarci. Per esempio, la biblioteca di Djenné ha cercato di riunire al proprio interno tutta una serie di biblioteche sparpagliate sul territorio. Ne sono venute fuori tantissime, in piccoli villaggi, che però si trovano in zone veramente difficili. Inoltre, per poter lavorare occorre riunire queste raccolte in luoghi in cui si possa effettuare davvero una conservazione efficace, ma ci sono famiglie che non vogliono separarsi dalla propria biblioteca. Dicono: “No, ce l'abbiamo qui, la teniamo qui”».
Accade anche che certi manoscritti antichi vengano venduti per necessità o per opportunità, ma c’è un ulteriore problema: il cambiamento climatico porta a un avanzamento del deserto e di conseguenza a un fenomeno di insabbiamento, che minaccia le abitazioni e i luoghi ove sono custoditi i libri.
Il lavoro porta Maria Luisa a trascorrere metà dell’anno nei luoghi africani in cui opera. Le chiedo qual è l’aspetto più bello del suo lavoro: «La soddisfazione più grande, quella che le racchiude tutte, è di fare il lavoro che ho sempre desiderato fare, la restauratrice, e di farlo viaggiando: aiutare le comunità locali a salvaguardare il patrimonio in pericolo».
«La passione per l'Africa l'avevi già prima di andarci?»
«Nel mio immaginario sì, e ad attirarmi era proprio il deserto».
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