Est. Tartu, Lago Peipsi
Sto scrivendo degli appunti sul mio taccuino in un bar underground del centro di Tartu. È la seconda città per estensione dell’Estonia, posizionata non lontana dal confine con la Russia sul Lago Peipsi. Una musica punk-hardcore di sottofondo mi avvolge in un’atmosfera alternativa. Alzo lo sguardo e mi accorgo che su una finestra del bar è stata appesa una bandiera ucraina con rappresentato quello che sembra a tutti gli effetti un santo. In questo caso c’è una grande differenza rispetto all’agiografia tradizionale. Esattamente sotto il santo, sono state infatti disegnate delle batterie missilistiche mobili, poste sopra un mezzo blidato. Guardo meglio. Sono i missili M142 Himars a lungo raggio prodotti dalla Lockheed Martin per l’esercito americano. I missili sono cruciali per la difesa dell’Ucraina, fin dall’invasione russa su larga scala del 2022. Il santo è infatti “Sant’Himars”, santo protettore della resistenza di Kiev. È stato rappresentato mentre scruta l’orizzonte, pronto a sferrare i suoi colpi contro il nemico aggressore, la Russia di Putin. Non va dimenticato in questo senso che nel 2024 l’Estonia ha acquistato, proprio dalla Lockheed Martin per la difesa NATO, ben sei lanciatori Himars per il valore di mezzo miliardo di dollari. Mentre scrivo, ricorre inoltre l’anniversario dell’Indipendenza ucraina. In giro per la città vedo diverse bandiere blu e giallo innalzate sui pennoni, fatto non insolito tra gli Stati baltici, tra i più importanti sostenitori del paese di Zelensky e della sua resistenza.
Tra le bancarelle del pesce del mercato coperto di Tartu osservo delle grosse carpe e dei lucci dalla livrea verde-giallo che sembrano vivi. Mi metto a scattare delle foto, inquadrando alcune signore che parlano con i pescivendoli. Una di loro mi sorride e si mette in posa, cercando di convincere la madre più anziana a fare la stessa cosa. Lei però non vuole e si chiude a riccio, continuando a parlare con i pescivendoli, senza distogliere l’attenzione dalle carpe. Pensando troppo velocemente, memore di Narva e della russofilia di confine, con approssimazione mista a buone intenzioni, rivolgo loro due parole in russo. Mano sul petto per dire “io”, pronuncio “Italianski” (italiano) e “sbasiba”. In russo “sbasiba” vuol dire “grazie” e lo dico per ringraziarle di aver accettato di comparire nelle mie foto. La più giovane, inizialmente tutta sorrisi, alle mie tre goffe parole di russo, si irrigidisce e mi rimprovera. Non devo usare il russo, ma l’estone, e mi corregge nella lingua locale. Scopro così che “grazie” in estone si dice “tänan”. Il problema vero della situazione nella quale mi sono cacciato non è tanto la ragazza che nel frattempo se n’è già andata, bensì un’altra donna, bionda, di mezza età, simile per aspetto alla presidente del consiglio Meloni.
Questa mi rimprovera ad alta voce in inglese: “Estonia is not Russia!”. Ha ragione e con vergogna mi rendo conto che comportandomi come mi sono comportato do solo l’impressione di non saperlo. Per accorgermi infine che quasi tutto il mercato del pesce di Tartu mi sta guardando, tra il serio, lo sconcertato e il divertito. Non mi resta che offrire le mie scuse in inglese al pubblico sostenendo di non voler offendere nessuno e che erano le poche parole che conoscevo: cinque in russo e quasi nessuna in estone. La “Meloni di Tartu” alla fine quasi mi sorride, esclamando diplomaticamente ma rimarcando allo stesso tempo la mia ignoranza: “l’estone è una lingua difficile”. Esco dal mercato, paonazzo, dirigendomi a passo spedito verso il lungofiume. Non mi resta molto tempo e nel pomeriggio devo visitare il Lago Peipsi. Non è stato per nulla semplice trovare qualcuno disposto a portarmici, nonostante le tariffe in euro esorbitanti. Pur essendo di Tartu, città per tradizione russa che ha conosciuto l’ex-URSS, da millennial qual è, Kaido appartiene a una generazione che non ha subito il KGB, la sorveglianza e il grigiore dell’apparatchikt sovietico: la mia. La sua attività di autista gli ha permesso al contrario di viaggiare in lungo e in largo. Va verso i quaranta, ha visitato il Montenegro, la Serbia, ma anche la Thailandia, Bali e la Sardegna. Conversando, mi ricorda che gli estoni sono in tutto meno di 2 milioni. Milano con l’hinterland è sostanzialmente più popolosa dell’intera nazione estone. Un tempo Tartu era molto collegata alla Russia. Ebbe infatti un’importante Università oltre a un’Accademia delle Scienze direttamente collegate alle istituzioni zariste di Mosca e San Pietroburgo. Pur essendo molto vicina alla Russia, oggi, nella contea di Tartu, i russi però sono solo l’8% della popolazione a differenza del quasi 69% della contea Ida-Virumaa, quella di Narva. Ma lungo le sponde del Lago Peipsi, tra i suoi villaggi tradizionali, la popolazione è rimasta russa e si sente appartenente linguisticamente e culturalmente alla “Madre Russia”.
Io e Kaido ci stiamo dirigendo proprio lì, nella zona del lago, contrassegnata dalla località di Varnja. La zona è popolata dalla comunità dei Vecchi Credenti (come la babuška conosciuta sul treno per Narva). I Vecchi Credenti seguono i rituali e le credenze ortodosse più antiche. Avevano rifiutato infatti le riforme della Chiesa russa della seconda metà del XVII secolo, riforme volte ad allineare i rituali ortodossi a quelli greci. Secondo i Vecchi Credenti quelle riforme erano nient’altro che sataniche e gli antichi rituali russi non andavano toccati. Perseguitati dalle autorità religiose di Mosca, i Vecchi Credenti fuggirono e si rintanarono nelle foreste attorno al lago Peipsi. Lì fondarono delle comunità utopiche dove gli adepti si rifiutavano di radersi la barba o di indossare gli abiti occidentali. Si stima che nella nostra epoca in Estonia vivano all’incirca 15.000 Vecchi Credenti. Molte di queste sparute comunità (un po’ come del resto gli Amish negli Stati Uniti) tendono a musealizzarsi per poi scomparire se vengono a mancare i fondi europei. Inoltre, i giovani le abbandonano per il desiderio di vivere nelle grandi città; per stare a passo con il progresso tecnologico, ambito nel quale l’Estonia è uno degli stati all’avanguardia nella UE.
“Hai i documenti?”, mi chiede Kaido. Annuisco. ”Siamo entrati nella zona di confine vicina al Lago, spesso ci sono dei controlli di polizia e esercito da queste parti“. “Sì ho la mia carta d’identità italiana, il passaporto l’ho lasciato però in albergo”, rispondo. “Quello non serve!”, esclama con una risata. “Siamo in Europa!”. È un fatto inequivocabile, ma la Federazione Russa è solo dall’altra parte delle sponde del lago, a poche miglia nautiche, e la sua presenza si fa sentire non poco. Non mi sembra di essere così tanto “in Europa”. Soprattutto quando compaiono le poche case di legno dello sperduto villaggio di Varnja: un minuscolo villaggio tradizionale di pescatori e contadini. La popolazione del villaggio è chiaramente di etnia russa e lo comprendo subito dal chioschetto di una babuška di ottant’anni, tutta rughe, che indossa dei larghi abiti colorati. È intenta a vendere dei bric-a-brac di vario genere dalla sua bancarella, oltre a quello che rimarrà il tratto distintivo degli articoli in vendita sulle strade che costeggiano il Lago Peipisi: le collane fatte di cipolle e di pesci da lago secchi.
Le collane di cipolle sono talmente rinomate che da queste parti vi è persino una “Via delle cipolle” che inizia proprio a Varnja e va verso nord costeggiando il lago. I pesciolini secchi salati – mi spiega Kaido –, di solito si mangiano accompagnati a un aperitivo, tagliati a pezzettini e vengono considerati una prelibatezza. “Perfetti con la birra ghiacciata!”, sostiene. L’anziana parla solo russo. Appena mi vede cerca di vendermi un piatto souvenir che raffigura il duomo di Milano. Al mio rifiuto, dalle sue mani rugose compare come per magia un cetriolino sottaceto e lei si mette a tagliarlo con un coltellino a serramanico offrendocene delle rondelle.
Inizia a piovigginare. Risaliamo allora in macchina e continuiamo per queste stradine rurali che costeggiano qualche sparsa casa da un lato all’altro della strada. Passiamo vicino alle croci ortodosse nere dei cimiteri, nei pressi dei quali si aggira gente dall’aria ruvida, triste. Proseguendo in macchina, oltre le case dei pescatori, ci fermiamo a visitare una sorta di museo locale delle tradizioni dei Vecchi Credenti, dove vediamo tra le scale in legno massiccio degli oggetti d’epoca che un po’aiutano a immaginare come dovesse essere la vita in quel luogo: falci, rastrelli, ceste, setacci. C’è un odore intenso di pesce secco che ti penetra a fondo nelle narici e fa fatica ad andarsene. Mi dà un po’ la nausea e presto esco all’aperto.
Risaliti in macchina, sotto una pioggia che inizia a essere battente, oltre i canneti lungo la strada, scorgo finalmente il lago riflettere la luce in un bagliore sfuggente. Kaido, che fino ad ora se ne è stato abbastanza silenzioso, mi comunica che siamo arrivati. Ma arrivati dove? a un porticciolo di campagna con un molo. “Sì, perché di fronte c’è la sede della guardia costiera locale”, mi spiega: “non volevi vedere la zona di confine con la Federazione Russa? Beh, eccoci arrivati”. Di essere effettivamente in una zona di confine lo capisco da un gommone nero battente bandiera estone con due potenti fuoribordo. La scritta “Border Police” che risalta sul fianco dell’imbarcazione. Mi volto e sopra di me scorgo anche una torretta militare dotata di telecamere rotonde. Dietro quell’installazione c’è pure una camionetta mimetica dell’esercito. Finalmente vedo un po’ di armamentario NATO per difendere il confine.
Prima di iniziare a scattare delle foto, chiedo il permesso a Kaido… come se servisse a qualcosa e lui possedesse una qualche forma di autorità in merito. Mi dice di farle, senza problemi. Inizio allora a scattare. A un certo punto sento il rombo metallico di un’imbarcazione che sta per arrivare sotto il ticchettio della pioggia sulle lamiere dei capannoni militari. Mi immagino subito la guardia costiera estone, pronta a fermarmi. È invece una coppia, a bordo di un piccolo gommone a motore. Un uomo e una donna di etnia russa, appena tornati da una battuta di pesca sul lago.
Notiamo una targa commemorativa posta sull’edificio della Guardia costiera che ricorda alcuni militari caduti in quel luogo durante il periodo sovietico. Dopodiché, ripartiamo in auto e continuiamo a esplorare la zona, stando il più possibile in vista del lago. Ecco le solite stradine di campagna e gli ennesmi baracchini con le corone di cipolle e le carpe essiccate. Uno di questi, con due ante spalancate ha una cornice color violetto. Al baracchino mi trovo davanti un siparietto di anziani del villaggio. Tre donne con un vecchio con i capelli bianchi e i baffi: confabulano tra di loro. Faccio segno a Kaido di accostare. Loro sono un po’ intimiditi di vedere uno straniero da quelle parti, ma fino a un certo punto, e alla fine mi sorridono. Per un euro ciascuno, compro due pescetti secchi. Saluto in estone: “Tara = Salve”. Loro fanno allora una faccia strana e mi rispondono in russo: “Privet”. Il vecchio canuto con i baffi arriva e mi stringe la mano. Ma la conversazione langue per problemi linguistici; Kaido non conosce bene il russo e sono tutti intimiditi dalla mia macchina fotografica.
In una zona panoramica, scoviamo una specie di torretta di guardia di legno, quasi simile a quelle dei guardiacaccia nel Nord-Italia. È stata restaurata con i contributi della UE, sembra in buono stato e decidiamo di salirci sopra. Dal terzo piano, ammiriamo uno spettacolare arcobaleno sul Lago Peipsi, arcobaleno che “finisce dall’altra parte”, in Russia. Per la felicità di molti, penso tra me e me.
Ci rechiamo poi in un’altra zona naturalistica, nei pressi di un faro e di una chiesa ortodossa dei Vecchi Credenti al villaggio di Kolkja. A piedi arriviamo alle rive più basse del lago dove tra i canneti possiamo toccare con mano l’acqua. Kaido dice che l’acqua non è fredda e mi chiede se ho voglia di fare il bagno, cosa che non ho intenzione di fare. Dopodiché aggiunge: “è raro vedere il lago così tranquillo, di solito le acque sono molto più turbolente”.
Per l’ennesima volta in macchina, Kaido si apre di più e parla un po’di sé. Mi racconta di essere originario di Räpina, villaggio sulle rive del lago, più a sud. La sua famiglia è ebrea e sono originari di Kaunas in Lituania. Mi dice che ha una barca e che è un peccato che io me ne vada di già, perché mi avrebbe portato volentieri a fare un giro e che potevamo andare a pescare. Me lo immagino a bordo del suo motoscafo con le canne, le lenze e gli ami, nelle acque contese tra Estonia e Russia. Colgo l’occasione, per chiedergli se nelle sue battute di pesca si è per caso mai imbattuto nella guardia costiera russa o nelle loro forze navali. Lui mi dice di sì e che è meglio starsene alla larga. “Però a meno che non attraversi il lago entrando nelle loro acque territoriali a tutta velocità come se volessi varcare il confine, loro non ti fermano”, conclude. Viste le conversazioni di questi giorni, e lo stato delle cose, mi chiedo a quale estone verrebbe in mente un’idea del genere. Lui mi racconta allora di un episodio recente che conosce bene e che risale al 2024: “Il caso delle boe”. accaduto sempre nella zona del Lago Peipsi. Una notte di maggio di quell’anno, le guardie di frontiera russe rimossero intenzionalmente ventiquattro boe per la navigazione, posizionate proprio per impedire alle imbarcazioni di sconfinare in acque straniere. Le autorità estoni trattarono quest’atto come un incidente di frontiera e chiesero la restituzione delle boe, senza successo, ovviamente. “Il caso delle boe” è stato però considerato dagli estoni parte di una più ampia strategia di provocazioni da parte della Russia, verificatosi poco dopo la pubblicazione e la rimozione da parte del ministero della difesa russo di una proposta di ridefinizione dei confini marittimi. A Kaido preoccupa molto la situazione. Io cerco di rassicurarlo, dicendo che se c’è un problema in Estonia diventa sicuramente un problema per tutta la NATO, e che questo fa in un certo senso da garanzia di deterrenza. Lui però non ne è convinto e mi risponde confessandomi la sua più grande preoccupazione: Donald Trump. “Con lui non ci sono più certezze. Qui in Estonia non siamo più sicuri neanche con la NATO. L’America ormai sta dalla parte della Russia. Con Trump, la NATO non funzionerà. Noi qui siamo molto vicini e siamo preoccupati di questa cosa”.
In copertina, Chiesa ortodossa dei Vecchi Credenti, nei pressi della località di Nina, sulle rive del Lago Peipsi, Estonia. Foto di Gianni Dubbini Venier.
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