Colei che andava sola: Amalia Guglielminetti
Non so se sono il più indicato a parlare del libro di Emanuela Canepa; o, chissà, forse è vero il contrario. La ragione è che anch’io, come lei (e da un tempo ancora più lungo: sette anni), nutro una specie di ossessione per Amalia Guglielminetti. Non siamo in molti a condividerla, credo, eppure un secolo fa Amalia era una poetessa popolarissima. Oggi pochi si ricordano di lei, se non per la sua storia di non-amore con Guido Gozzano (Serge Gainsbourg avrebbe definito la loro relazione un anamour): eppure, ai suoi tempi, lei era più famosa e celebrata di lui. Oggi, invece, una passeggiata per le vie di Torino fotografa brutalmente la damnatio memoriae che la riguarda: a Gozzano è intitolata una bella e larga piazza del precollina, con una elegante targa in marmo; Guglielminetti si deve accontentare di una via anonima dalle parti del quartiere Pozzo Strada, contraddistinta da una tipica, brutta insegna in bianco e blu, di quelle che popolano le vie nazionali. Perché Amalia è stata dimenticata? E perché narratori come Canepa e me (ma non solo), imbattendosi in lei, finiscono per rimanerne stregati? Provo a spiegarlo con un piccolo aneddoto personale. Come ho detto, la mia passione per Amalia si esplica da sette anni nel tentativo di fare un film su di lei, finora senza successo; ma non dispero. In questo periodo ho scritto alcune versioni della sceneggiatura, che peraltro non riguarda tutta la sua vita ma si limita al periodo di maggiore popolarità, tra il 1905 e il 1916.
Recentemente, per pura curiosità, dopo avere fornito le informazioni necessarie, ho chiesto a ChatGPT di scrivermi un trattamento alternativo. Il risultato è stato interessante, anche per riflessioni generali sull’affidabilità della IA. ChatGPT è stata piuttosto accurata e corretta nella ricostruzione dei rapporti tra Gozzano e Guglielminetti (e mi ha dato anche un consiglio brillante per il casting); ma quando si è passati al contesto storico, ecco la sorpresa. Mi ha proposto la vicenda di una scrittrice giovane e audace (vero), in aperto conflitto con lo spirito dei tempi rispetto al ruolo femminile (vero) e per questo osteggiata dagli editori e costretta alla marginalità (falsissimo), una specie di Frida Kahlo nazionale. ChatGPT si è fatta prendere dal bias quasi automatico del politicamente corretto per cui se sei donna, autrice e irregolare sei condannata a un immeritato insuccesso. Balle. Nella realtà storica avvenne proprio il contrario.
Amalia Guglielminetti fu una donna e una scrittrice radicalmente indipendente e allo stesso tempo un personaggio famoso, seguito, imitato (e discusso). Racconto questa storia perché mi pare che proprio qui si annidi l’arcano: Amalia è irriducibile a uno schema e quindi poco consumabile per la cultura di massa. Era femminista, ma in maniera individualistica e con un tocco di snob: di Sibilla Aleramo diceva con perfidia che vestiva malissimo. Pubblicava raccolte di poesie con titoli intriganti come Le vergini folli o Le seduzioni ma al contenuto audace corrispondeva una forma letteraria tradizionalmente petrarchesca. Infine, dal punto di vista personale, fu una donna che usò i maschi come di solito i maschi usano le femmine: ma si fece poi imbrogliare in maniera ignobile da un losco figuro come Pitigrilli, finendone umiliata non per questioni d’amore ma per pura furbizia. Insomma, Amalia fu davvero, come voleva fosse scritto sulla sua lapide, “Colei che va sola”. E non è un caso che nemmeno in questo fu accontentata. Sulla sua tomba al cimitero di Torino sta scritto un anodino “Per sé e per i suoi”.
Con questo personaggio Canepa ingaggia una specie di corpo a corpo letterario, che mescola ricostruzione romanzata ad autofiction, caratterizzato da una scrittura che cambia continuamente punto di vista. In alcuni casi ricostruisce fatti reali, in altri inventa di sana pianta (dichiarandolo) episodi mai avvenuti. D’altra parte, è l’ambiguità che caratterizza ogni rievocazione di personaggi storici, in particolare se scrittori: ci interessano in parte per quello che sono stati, in parte per quello che di loro ci piace immaginare. Non stupisce che l’incontro casuale con Amalia abbia scatenato l’interesse di una scrittrice che aveva esordito nel 2017 con L’animale femmina, Premio Calvino di quell’anno. Per quanto Guglielminetti e Rosita, la protagonista di quella storia, siano agli antipodi esse pongono in qualche modo le stesse domande sulla condizione femminile. Tema che è al centro della modernità ma che per lo scrivente, ormai settantenne e cresciuto da giovane col femminismo più radicale, è sempre stato viziato da una specie di inconsapevole pregiudizio: quello che alla fine della parabola emancipatoria della donna tutto sarebbe andato bene, o quantomeno meglio. Un vizio forse inevitabile per il fatto che l’emancipazione femminile è storicamente cresciuta in modo automatico dentro la tradizione socialista, con il suo inevitabile ottimismo e fiducia nel progresso.
Ora, è evidente che non si possono fare né distinguo né sottigliezze sulle battaglie sociali per l’uguaglianza di genere nella società, e tantomeno sulla violenza del patriarcato. Ma mi sembra che la maggior luce gettata in questi decenni sulla natura interiore delle donne e i tanti studi sulla “differenza” rivelino proprio una ricchezza specifica del mondo femminile, che è quella di saper convivere con contraddizioni che invece sono inconciliabili per i maschi. Voglio dire che se qualche decennio fa la rivolta delle donne poteva sembrare preludere a una rivoluzione palingenetica, oggi constatiamo qualcosa di diverso. E cioè che dare voce all’altra metà del cielo rende anche la società migliore, ma soprattutto ci aiuta a capire meglio l’irriducibilità della condizione umana a una qualsiasi teleologia. Se questo è vero, è quasi commovente vedere come Canepa cerca di ricostruire un ritratto “logico” di Amalia sbattendo la testa contro enigmi irrisolvibili e facendo di questo fallimento un altro elemento della narrazione. Non a caso finisce per intitolare il suo libro Amalia, l’obliqua. Al di là del posto che oggi Guglieminetti potrebbe occupare nella storia della letteratura nazionale, resta – come personaggio – una sfinge da interrogare senza sperare in una risposta univoca.