Il meme della rosa

7 Febbraio 2026

Se un testo negli anni viene continuamente tradotto, trasposto, adattato e riadattato, è segno che mantiene vitalità e forza propulsiva. È sicuramente il caso di Il nome della rosa, romanzo di Umberto Eco pubblicato nel 1980 e da allora tradotto in molte lingue e poi riproposto in film, serie tv, opere liriche, fumetti, videogiochi, sceneggiati radiofonici, audiolibri. A queste forme di adattamento che sono state prodotte negli ultimi quarant’anni è stato dedicato un convegno nel settembre del 2022 presso il Centro Internazionale di Scienze Semiotiche “Umberto Eco” di Urbino, a cura di Nicola Dusi e Ruggero Eugeni, e ora è uscito il volume che raccoglie i lavori di quella giornata di studi (Il meme della rosa, La nave di Teseo) ma anche altri testi come per esempio un prezioso saggio di Jurij Lotman sul Nome della rosa scritto nel 1989 ma inedito in Italia e delle interviste fatte al regista Giacomo Battiato, al fumettista Milo Manara e al compositore Francesco Filidei nelle quali i tre artisti parlano delle loro esperienze di adattamento del Nome della rosa. I curatori del volume scelgono l’immagine del meme perché questo, da definizione Treccani, è “un elemento di una cultura replicabile e trasmissibile per imitazione da un individuo a un altro o da uno strumento di comunicazione ed espressione a un altro”. Si tratta però di trasformare conservando una riconoscibilità dell’elemento di partenza: un meccanismo che si addice al nostro caso. Se Eco per questi passaggi da un mezzo all’altro – dalla scrittura alla musica o al fumetto o all’audiovisivo – preferiva parlare di “adattamenti”, Dusi e Eugeni preferiscono parlare di “traduzioni intersemiotiche”, ipotizzando una traducibilità generale tra linguaggi e tra sistemi di significazioni anche molto diversi tra loro.

Fra le traduzioni intersemiotiche del Nome della rosa spicca ancora, a distanza di molti anni, il film di Jean-Jacques Annaud del 1986, un film che ha avuto un grande successo perché pur puntando sui motivi più appetibili per il grande pubblico, cioè sulla linea investigativa di Guglielmo da Baskerville e sulla relazione erotica tra il giovane Adso e la ragazza del villaggio, riesce anche a conservare (seppure in sintesi) il coté più intellettuale del racconto, cioè le discussioni teologiche sulla povertà della chiesa o il tema filosofico del riso. Ma soprattutto riesce a rendere l’atmosfera tetra e misteriosa dell’abbazia e degli omicidi grazie alla particolare lettura gotica e forse grazie anche alla colonna sonora che – come ricorda Lucio Spaziante nel suo intervento – unisce le sonorità antiche dei canti gregoriani con le campionature elettroniche della contemporaneità (anni Ottanta) elaborate da James Horner. Difficile, dopo quel film, non immaginare Guglielmo da Baskerville con le sembianze di Sean Connery e Jorge da Burgos con il volto spiritato di Feodor Chaliapin. Anche alcune soluzioni tecniche contribuiscono alla riuscita del film: Nicola Dusi, nel suo saggio, si sofferma sulla sequenza del portale e mostra l’abilità del regista nel tradurre l’ekphrasis del romanzo – esaminata in modo approfondito da Costantino Marmo – in un montaggio di immagini assai coinvolgenti dal punto di vista percettivo e affettivo. Nel vortice delle traduzioni intersemiotiche si inseriscono anche i documentari sul film, qui analizzati con molta attenzione da Giacomo Tagliani.

Quanto alla più recente serie TV di Giacomo Battiato, Giorgio Grignaffini e Andrea Bernardelli sottolineano da prospettive diverse la struttura multistrand del prodotto, in virtù della quale vengono portate avanti diverse linee narrative dedicate a diversi personaggi, sempre mantenendo una maggiore attenzione su Guglielmo da Baskerville. Tale struttura multilineare ha consentito l’aggiunta di due sottotrame: la storia della figlia di fra Dolcino e l’espansione della storia d’amore tra Adso e la ragazza. Forse è meno noto lo sceneggiato radiofonico sul Nome della rosa andato in onda su Rai 2 nei mesi di ottobre e novembre 2005 in trentacinque puntate (oggi ascoltabile su Youtube): Marta Perrotta analizza questo prodotto per valutare soprattutto come parole, voci, musica e suoni sono stati utilizzati per creare la geografia dei luoghi, gli effetti spaziali, ma giudica lo sceneggiato nel suo insieme troppo didascalico, orientato più che altro a rassicurare il pubblico. Ed è sicuramente meno noto che Il nome della rosa abbia ispirato dei videogiochi: Abadía del Crimen realizzato in Spagna nel 1987 e poi The Abbey of Crime Extensum realizzato nel 2016, un remake/aggiornamento del primo nonché un omaggio all’originale. In questo testo interattivo il protagonista è Guglielmo d’Ockam, non Guglielmo da Baskerville, e il suo obiettivo è quello di riconciliarsi con il papa attraverso Bernardo Gui.

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Il 27 aprile 2025 al Teatro alla Scala di Milano ha debuttato l’opera lirica di Francesco Filidei, tratta dal romanzo di Eco, e nella parte finale del volume il compositore, in conversazione con Anna Maria Lorusso, dà informazioni importanti su questo complesso lavoro traduttivo durato quattro anni. La partitura di Filidei è densa di citazioni e quindi di alta erudizione musicale, del resto il compositore ricorda come i romanzi di Eco siano in fondo come delle sinfonie mahleriane, cioè lunghissimi collage di citazioni più o meno nascoste. Alla fine di novembre 2025 è stato pubblicato, invece, il secondo volume di Il nome della rosa a fumetti di Milo Manara (Oblomov/La nave di Teseo). Non era facile trasporre in una graphic novel un romanzo così complesso, peraltro Manara doveva fare i conti con un ampio repertorio di immagini già presenti e diffuse: le immagini filmiche di Annaud e Battiato, certamente, ma anche i disegni preparatori di Eco che – come osserva Gianfranco Marrone nel suo saggio – costituiscono un ulteriore arricchimento del romanzo perché stimolano l’immaginazione e sollecitano ulteriori piste ermeneutiche. Eppure Manara riesce in una operazione straordinaria che nasce e si sviluppa innanzitutto nel segno della fedeltà: infatti tutte le linee narrative del romanzo vengono riprese (il giallo con gli omicidi, le discussioni sulla povertà e sul riso, le eresie, l’esperienza sessuale del novizio con una ragazza del villaggio, ecc.) e tutti i testi del fumetto sono tratti dal romanzo, scritti quindi – di fatto – da Umberto Eco. Ogni tavola ha colti riferimenti iconografici e, come dice Daniele Barbieri nel suo intervento sulle traduzioni fumettistiche, in Manara l’erudizione teorica del romanzo si traduce in erudizione visiva. Poi Manara cambia modelli e spariglia: Guglielmo da Baskerville non è più Sean Connery ma è Marlon Brando, l’affascinante e torbido protagonista di Ultimo tango a Parigi, e la fanciulla che fa tremare Adso come fosse un esercito schierato in battaglia è Miele, la nota protagonista di altre avventure fumettistico-erotiche di Manara.

Cosa dire al termine di questa interessante cavalcata tra le traduzioni intersemiotiche del Nome della rosa? Innanzitutto che il romanzo ha un impianto talmente solido e strutturato che offre linee-guida vincolanti per le sue traduzioni. In altri termini, Eco ha ammobiliato talmente bene il suo mondo narrativo che i suoi traduttori non possono che adeguarsi al progetto originario. Colpisce, poi, che all’erudizione citazionistica e post-moderna del romanzo i traduttori rispondano spesso con altre specifiche erudizioni – visive, musicali, storiche, iconografiche – producendo affascinanti effetti di arricchimento culturale. Come se la matrice originaria del romanzo fosse fatalmente destinata a riproporsi, sebbene in altre forme, nelle traduzioni intersemiotiche.

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