Jonathan Galassi: l’alchimia dell’editoria

16 Aprile 2026

Jonathan Galassi è una delle figure più autorevoli del panorama letterario internazionale, capace di coniugare il rigore editoriale con una profonda sensibilità poetica. Iniziata la sua carriera nel 1973 presso Houghton Mifflin e passata poi per Random House, è approdato nel 1986 alla Farrar, Straus and Giroux, storica casa editrice di New York, una delle più prestigiose di tutti i tempi, che ha guidato come direttore editoriale, presidente, di cui ricopre tuttora la carica onoraria. Il suo percorso è segnato dal legame con Elizabeth Bishop: ne fu allievo ad Harvard e in seguito ne divenne l’editore, custodendone l’eredità letteraria. Sotto la sua egida sono passati autori fondamentali come Marilynne Robinson, Jamaica Kincaid, Roberto Bolaño, Adam Zagajewski e voci italiane di grande spessore come Natalia Ginzburg Sapienza e Fleur Jaeggy fino a Roberto Saviano. A questa attività ha affiancato la traduzione magistrale di classici come Eugenio Montale e Giacomo Leopardi in inglese. Come autore, ha pubblicato raccolte liriche di fine fattura, tra cui Left-handed e il recente The Vineyard (Il Vigneto), oltre al romanzo Muse, un’arguta riflessione sulle dinamiche del mondo dei libri. Intellettuale di rara misura, incarna l’unione tra la gestione della parola altrui e la libertà della propria espressione artistica, offrendo grazie alla sua esperienza di mezzo secolo una prospettiva privilegiata sul futuro della letteratura. 

Lei è editore – da oltre cinquanta anni, ma anche romanziere e poeta nonché traduttore, fra l’altro, di Eugenio Montale. Proprio Montale distingueva il primo mestiere, quello della creazione, dal “secondo mestiere”, di critico e recensore. Quale considera il Suo primo mestiere e perché?

Sebbene sognassi di scrivere poesia fin da giovane e la continuo a coltivare, l'editoria è diventata la mia prima professione. Un percorso iniziato quasi per caso, in cui ho trovato nella cura dei testi altrui una fiducia che non sapevo ancora riporre nelle mie parole. Abbandonata l'accademia per il dialogo con gli scrittori contemporanei, ho scoperto che dare forma fisica a un libro è, dopotutto, come assistere a una nascita. Mi affascinava l'idea dell'editoria come impresa: la sua natura razionale e commerciale non soffocava l'espressione, ma ne garantiva la rilevanza nel mondo. Nel frattempo, tra traduzioni e versi, poi anche narrativa, la mia scrittura ha continuato a svilupparsi. Ho appena pubblicato un breve poemetto, The Vineyard, sul quotidiano abitare un giardino. Ma il mio accostarsi alla scrittura è stato un cammino lento e incerto — tra aspirazione e ansia — come ogni cosa appare quando si è giovani. Procedendo, è diventato tutto un po’ più lieve.

In che modo i differenti mestieri si sono influenzati?

Non ho mai sentito che il talento degli scrittori che ammiravo — o con cui collaboravo — mi intimidisse; non più di quanto abbiano fatto i grandi maestri della mia formazione. L’editore, in fondo, deve tutto allo scrittore: la sua missione è porsi al servizio della sua opera. Eppure, anche l'autore trae una linfa vitale dall'intuito di chi lo accompagna. Come scriveva Montale, ogni scrittore cerca il "suo" lettore; se è fortunato, l'editore è tra i primi a rispondere a questa chiamata. Spesso, gli autori più affermati soffrono di una paradossale solitudine: si pensa che non abbiano bisogno di cure, o se ne ha timore. Al contrario, essi fioriscono proprio grazie a quella lettura minuziosa che è il cuore più nobile del nostro mestiere.

Lei è considerato uno dei maggiori esperti di letteratura italiana in America. Quali conoscenze specifiche della letteratura italiana Le sono risultate utili per il Suo lavoro editoriale?
Il mio amore per la lingua italiana è un'eredità che risale a mio nonno, giunto in America tredicenne nel 1900. Sono cresciuto immerso in libri e immagini che esaltavano, forse con un pizzico di sciovinismo, le meraviglie della cultura italiana; eppure, questa fascinazione è rimasta latente fino al mio arrivo a Firenze e Roma. Lì, sono stato affetto dalla “sindrome di Stendhal", comprendendo che quel patrimonio mi apparteneva nel profondo. Seguendo la sollecitazione di T.S. Eliot, ho iniziato a leggere Dante, e da allora non ho più smesso, restando un appassionato dilettante piuttosto che un esperto. Ho avuto il privilegio di pubblicare straordinari autori italiani — l’ultimo progetto mi vede accanto alla voce limpida di Antonella Anedda — pur consapevole, con un sorriso, di quanti grandi libri mi siano sfuggiti. Il mio approccio alla traduzione è stato, come sempre, indiretto. Prima di affrontare Montale, pilastro della poesia moderna, ne ho esplorato i saggi. Quel corpo a corpo con i suoi versi è durato anni ed è stato la mia vera formazione. Oggi continuo a misurarmi con la complessità delle sue opere tarde: osservare l’Italia attraverso lo sguardo disilluso di Montale — poeta sommo e cronista acuto — significa immergersi in una visione che tutto vede e tutto comprende, senza mai cadere in facili indulgenze. Vedere la cultura italiana attraverso gli occhi disillusi di Montale è un'esperienza formativa fondamentale. Ho scoperto di non condividere il suo conservatorismo – mentre sono un ammiratore del suo nemico Pasolini – ma nel bene e nel male Montale si trova al centro assoluto della cultura italiana del ventesimo secolo.

Dalla sua prospettiva privilegiata nell'editoria newyorchese, ritiene che il trentennio tra i Settanta e i Novanta sia stato l'età d'oro del settore? E quali figure hanno lasciato un'impronta indelebile nel suo percorso?

La mia fortuna è stata l’incontro con Roger Straus alla Farrar Strauss & Giroux, un sodalizio con la casa editrice che dura da quarant’anni. Roger non possedeva solo un ottimismo contagioso, ma un autentico internazionalismo dello spirito. Superate le iniziali resistenze del dopoguerra, grazie all'influenza di Inge Feltrinelli, seppe tessere una rete di complicità con i grandi editori europei: dai Gallimard a Calasso, da Herralde a Michael Krüger, a Matthew Evans di Faber & Faber. In quel microcosmo di solidarietà e cameratismo, che ho avuto il privilegio di osservare da vicino, risiedeva la vera età d’oro. Era un'epoca in cui l’editoria indipendente non era un fenomeno marginale, faceva parte integrale del mercato. Oggi quella stagione appare lontana: la grande editoria letteraria è stata in gran parte assorbita dai colossi industriali, diventando un filone di nicchia. Sebbene esistano ancora oggi "intrepidi avventurieri" che tentano la via dell’indipendenza con contributi preziosi, le regole del gioco sono diventate spietate. Resta la memoria di un mondo dove il libro era ancora il centro di una costellazione di affinità elettive. Roger non era un editore nel senso tecnico, ma un acuto conoscitore della natura umana con un fiuto straordinario per il talento. Sotto la sua guida, figure come Moravia e Yourcenar, Roth e Sontag, hanno reso la FSG una famiglia elettiva irripetibile. Quell’eredità vive ancora oggi con una nuova generazione di autori — da Franzen e la Gluck fino a Sally Rooney e Rachel Cusk.

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Jonathan Galassi at Le Conversazioni in Capri, 2015, fotografia di Alessio Jacona from Rome, Italy - Wikimedia Commons.

Dalla scrittura a mano all’intelligenza artificiale: le rivoluzioni tecnologiche hanno scardinato l'essenza del mestiere editoriale o esiste una formula immutabile per essere un buon editore?

L'unico elemento che il tempo non ha scalfito è l’intima relazione tra autore ed editore. Sebbene i mezzi di comunicazione mutino con velocità vertiginosa e le abitudini dei lettori si facciano sempre più frammentate, il cuore del nostro mestiere resta invariato: comprendere il lavoro dello scrittore e saperlo tradurre per il mondo. Scrivere rimane un atto profondamente solitario che esige, oggi come ieri, il bisogno di essere ascoltati. L’intelligenza artificiale potrà certamente snellire i processi tecnici, ma non potrà mai sostituire quell'alchimia della comprensione che è il fondamento della nostra professione. L'intelligenza artificiale non può sostituire questo, anche se faciliterà il processo editoriale.

Umberto Eco paragonava il libro di carta alla forbice: un’invenzione perfetta e insostituibile. Condivide questa visione di fronte all'avanzata del digitale?

L’esperienza ci ha confermato che l’e-book non ha soppiantato quello che considero il "vero" libro. C’è una verità innegabile in quella battuta secondo cui nessuno regalerebbe mai un file a sua madre per Natale: il libro reclama la sua fisicità. Persino i più giovani sembrano riscoprire il fascino del tascabile, segno che l’oggetto cartaceo non è affatto al tramonto. Oltre alla lettura, i libri possiedono una funzione quasi architettonica: essi arredano una stanza perché, prima di tutto, sono la testimonianza visibile dell'arredamento della mente di chi li ha scelti. Il libro di carta resta un presidio essenziale, un'estensione tangibile del nostro pensiero che nessuna tecnologia può davvero rimpiazzare.

Come giudica il panorama sia della narrativa che della poesia attuale? È vivace come quaranta anni fa – o si notano cambiamenti?

La letteratura è in continua evoluzione perché scrittori e lettori invecchiano. Non sono il lettore ideale per gli scrittori che oggi hanno tra i venti e i trent'anni. Come potrei esserlo? – anche se ammiro moltissimo alcuni di quegli autori di autofiction che hanno avuto un impatto così forte sulla scrittura in tutto il mondo, quando non vengono sopraffatti dal solipsismo. Il velo tra autore e soggetto viene costantemente squarciato, e a volte i risultati sono sbalorditivi. Pensate a Houellebecq, Carrere, Louis, Cusk, Lerner, o a una delle mie preferite, Catherine Lacey. Mi colpisce quanto sia vivida e variegata la poesia contemporanea in inglese, anche se sono molto meno al corrente delle altre culture. La poesia sembra essere ovunque. Cosa sappiamo del suo pubblico? Forse la vera forza della letteratura attuale non risiede nei grandi numeri, ma nella capacità dei lettori moderni di trasformare in maestri autori non tanto apprezzati durante la loro vita, leggendoli con una sensibilità che a noi era preclusa. Noto tuttavia con una certa nostalgia come il mercato internazionale stia progressivamente omogeneizzando la scrittura. Parte della narrativa italiana, ad esempio, sembra aver ceduto alle convenzioni anglosassoni, perdendo quelle preziose idiosincrasie che la rendevano unica. È un paradosso dei nostri tempi: mentre il mercato uniforma i gusti, riscopriamo con occhi nuovi autrici come Natalia Ginzburg o Alba de Céspedes, che trovano oggi all'estero un notevole riconoscimento.

Quale consiglio darebbe a un giovane editore, se dovesse scrivergli una lettera –  come a suo tempo fece Rilke con il  giovane poeta – cercando di incoraggiarlo verso una professione il cui futuro si prospetta incerto?

Stiamo lavorando a un nuovo libro di Edmund de Waal, How to Begin (Come iniziare), che esplora il legame tra sua nonna Elisabeth e Rilke. Elisabeth non divenne mai la poetessa che sognava di essere, eppure quel seme creativo ricevuto dal poeta alimentò la sua intera esistenza, finendo per fiorire, decenni dopo, nell'arte visiva del nipote. È la prova che l'impulso alla creazione modella una vita in modi imprevedibili, anche quando non si traduce in un'opera propria. Proprio seguendo questa scia, se un giovane mi chiedesse consiglio, cercherei di scorgere la passione che lo guida. Nonostante la mia età, lavoro ancora con ragazzi che vivono nel mito della creazione, anime che, come noi, hanno "bevuto il filtro" dell'entusiasmo. Quel desiderio di rendersi utili, di onorare e custodire ciò che è necessario, è un fuoco difficile da estinguere. Sebbene il mercato sia mutato, le ragioni profonde del nostro mestiere — e i suoi ostacoli — restano le medesime di un secolo fa. Presto visiterò il castello di Duino, dove Rilke ricevette la sua "dettatura angelica". Egli scriveva che «ogni angelo è terribile»: oggi forse non crediamo più alle creature celesti, ma restiamo soggiogati dal fulgore della grandezza artistica. Se chi mi scrive possiede la dedizione e la pazienza per farsi scudo di questa bellezza, scoprirà che l'editoria non è solo un mestiere, ma un modo meraviglioso di abitare il mondo.

Intervista condotta da Piero Salabè, in occasione del conferimento del Premio internazionale Cesare De Michelis per l'editoria, Venezia 16.4.2026.

In copertina, Jonathan Galassi at Le Conversazioni in Capri, 2015, fotografia di Alessio Jacona from Rome, Italy - Wikimedia Commons.

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