Le antiche città del deserto

6 Luglio 2026

Le regioni sahelo-sahariane rivelano anche importanti testimonianze di urbanesimo delle sabbie. Sebbene sia la più celebre, Timbuctu non fu l’unica città sahelo-sahariana né la città per eccellenza dell’Africa occidentale. Le cronache precedenti la sua nascita e il suo sviluppo, infatti, ci parlano di importanti centri urbani, che rappresentavano dei fondamentali snodi commerciali lungo le rotte carovaniere.

Se per città si intende un centro abitato dotato di mura e edifici pubblici e che sia sede di un’attività “di palazzo”, di potere, sia esso politico e religioso, possiamo affermare che lo spazio sahariano e saheliano medievale contava molti centri urbani, dove sorgevano palazzi reali e moschee. Una città, inoltre, è tale quando si pone come “centro”, inteso non solo come coordinata spaziale, ma anche come dimensione di tipo politico, nel caso di una capitale, economico, dovuto alla presenza di importanti centri di commercio o di produzione o religioso se inteso come riferimento per i fedeli.

Alla domanda: esistevano in Africa città prima dell’arrivo degli arabi e degli europei? La risposta non può che essere affermativa. In molti casi, però, l’idea di città nell’Africa occidentale antica, non corrisponde sempre al modello citato da molti autori europei. Per esempio, spesso la nascita delle città è associata all’introduzione della scrittura, ma questo non sempre è vero nell’Africa occidentale antica, sono sorte culture urbane anche complesse, capaci di esprimere una raffinata arte metallurgica in epoca molto antica, senza necessariamente adottare la scrittura. Alcune città nacquero e rimasero essenzialmente omogenee sul piano etnico, mentre altre divennero via via cosmopolite, come nel caso di Timbuctu, grazie all’arrivo e all’insediamento stabile di “stranieri”. Questo ha fatto sì che alcune di loro si ponessero in una posizione di continuità con le realtà precedenti, perpetuando le tradizioni locali, mentre in altri casi hanno finito per creare una vera e propria frattura sociale, culturale ed economica, spezzando il legame con i costumi precedenti e dando vita a nuovi modelli.

Anche l’immagine della città in cui gli abitanti sono dediti ad attività come l’artigianato, il commercio, lo studio, ma non all’agricoltura, non corrisponde a molte delle realtà urbane dell’Africa antica, in cui la popolazione cittadina coltivava regolarmente in campi circostanti. Parlando dei berberi prima dell’arrivo dell’islam, Leone Africano li descrive, spesso in lotta tra di loro: «Avendo costoro fatto lunga guerra insieme, quelli che rimasero perditori, divenuti vassalli dei vincitori, furono mandati ad abitar nelle ville, e i vettoriosi si fecero padroni della campagna e là redussero le loro magioni». Un’immagine, quella del grande cronista del XVI secolo, apparentemente ribaltata rispetto alla visione occidentale in cui la città è dominante sulle campagne. In questo caso i vincitori sarebbero i nomadi, che avrebbero relegato nei centri urbani contadini, artigiani e mercanti. Gli stessi nomadi che poi rivendicavano diritti sulla produzione agricola, in particolare quella di datteri.

Questa visione dicotomica nomade/sedentario va però letta in un’ottica più dinamica e meno schematica. La diffusione dell’islam, infatti, non solo contribuì a stemperare questa opposizione, ma al contrario favorì una fusione in nome di una unità fondata sulla dar el islam, “la casa dell’islam”. Al contrario dell’immagine diffusa in Occidente, che spesso la associa alla vita del deserto, quella islamica antica, come fa giustamente notare Pietro Laureano, è una civiltà fondamentalmente cittadina in cui la città è vista come snodo fondamentale delle rotte percorse dai nomadi: «La storia umana, nel Corano, è la storia delle città, che nel loro insieme, lontane, ma collegate da strade carovaniere, costituiscono un mondo. La fitta trama di commerci struttura la relazione tra i diversi centri e l’organizzazione itinerante – assicurando i collegamenti – ha un ruolo e un valore pari alle componenti stabili del sistema». Lo stesso Profeta perseguì il processo di unificazione del mondo nomade partendo dalla città di Medina. In uno spazio poco definito come quello desertico, la città costituisce un dispositivo territoriale per l’uso e il controllo dell’intera area desertica. Ne emerge l’idea di uno spazio territoriale reticolare tenuto insieme dalle rotte commerciali di collegamento.

La nascita delle prime città in Africa occidentale è stata fortemente influenzata da fattori diversi e a volte concomitanti: ambiente ecologico, posizione strategica, congiunture sociali ed economiche, centralità religiose o militari. Un caso esemplare è quello di Sidjilmâsa, sorta nell’oasi del Tafilelt, una regione che godeva di eccezionali risorse idriche, sia sotterranee sia di superficie, soprattutto durante lo scioglimento delle nevi primaverili dell’Atlante. Non a caso vi si registrano insediamenti antichissimi, anche perché il periodo di umidità, che caratterizzò l’epoca tra il III e il VII secolo, favorì la crescita di piante di vario tipo e in particolare di palme da datteri. Non solo l’acqua era abbondante, ma veniva sfruttata e distribuita al meglio, grazie alle foggare, sofisticati sistemi di irrigazione, che utilizzano canali sotterranei e hanno anche la funzione di dividere l’acqua in parti uguali. Le foggare hanno origini antichissime, furono introdotte nel IV secolo a.C. e a detenerne la tecnologia costruttiva erano in particolare gli ebrei, insediatisi nella regione in tempi lontani. Nella regione del Tafilelt, così come nel Touat, erano numerose le comunità ebraiche, insediatesi prima dell’arrivo degli arabi nell’VIII secolo e Sidjilmâsa stessa era un importante centro di cultura ebraica, come confermano le parole del poeta e rabbino andaluso Abraham Ibn Ezra (1092-1167), era: «una città di saggi e Gueonim, che mantenevano continui contatti con le scuole talmudiche di Mesopotamia, Egitto, Marocco del nord e Spagna».

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Sidjilmâsa.

Questo sistema di irrigazione consentì di incrementare non poco l’agricoltura e la conseguente nascita di insediamenti stabili, che costituiranno l’embrione da cui nasceranno delle città, anche perché intorno alla metà dell'VIII secolo una serie prolungata di siccità (medieval warm period) causò forti prosciugamenti del terreno, riducendo l’equilibrio idrico della pianura per circa un secolo. Questo cambiamento colpì relativamente le oasi, che continuarono a produrre frutta e verdura; a subire il colpo furono, invece, le popolazioni pastorali, che videro i loro pascoli impoverirsi e i punti d’acqua prosciugarsi. Costretti a cambiare stile di vita, si trasferirono nelle oasi dando inizio alla costruzione di nuovi centri urbani il cui sviluppo sarà parallelo all'espansione dei sistemi idraulici nel IX secolo. L’elevata concentrazione demografica, infatti, spinse, le persone a adottare grandi cambiamenti nel loro stile di vita e a dare vita a una nuova era agricola attraverso l'irrigazione su larga scala. La maggiore produzione di cibo, la posizione strategica e la necessità di darsi una nuova organizzazione sociale portò alla nascita di una città.

In ogni caso non c’è dubbio che la spinta principale alla creazione di centri urbani venne dai traffici transahariani. L'intenso commercio a lunga distanza attraverso il deserto, così come quello tra il Sudan e le aree forestali a sud, hanno contribuito in modo fondamentale alla nascita e all'ascesa di numerose città, molte delle quali erano situate al margine settentrionale del deserto come Sidjilmâsa, Ouargla, Kairouan; altre lungo la sponda meridionale come, Awdaghast (Teg-daoust) Oualata, Kumbi-Saleh, Tadmekka, Timbuctu e molte altre. Città che svolgevano la fondamentale funzione di emporio per il commercio con il Nord Africa e di stazione di appoggio per le carovane che affrontavano il viaggio attraverso il deserto. Allo stesso modo sorsero città sulla fascia ancora più a sud, quella della savana, il cui sviluppo è stato influenzato dal commercio interregionale con le aree di foresta.

Anche l’ecologia ha determinato in modo significativo questi eventi, per esempio si nota come la posizione della maggior parte di queste città sia vicina al 12° parallelo nord, che segna il limite meridionale del trasporto con i dromedari e quello settentrionale della mosca tse-tse. La tripanosomiasi, malattia veicolata dal morso di questa mosca, impedisce agli equini e ai camelidi di vivere e questo ha condizionato fortemente l’avanzata dell’islam e altri eventi storici.

«Gli abitanti dei climi temperati sono favoriti dalla natura, mentre quelli dei climi estremi sono lontani da qualsiasi equilibrio per l’insieme dei loro modi di vivere». Così si esprimeva Ibn Khaldun, tracciando una linea tra popoli “civilizzati” e no. Per il grande studioso, nonché padre della sociologia, la discriminante tra la civiltà e i modi di vivere arretrati è la città, con le sue case in muratura, i suoi palazzi del potere. La città è strettamente associata all’umran, lo stato di civilizzazione, come risultato di un processo storico.

Una visione peraltro condivisa da molti altri suoi colleghi musulmani, i quali vedevano un nesso quasi automatico tra l’islam e l’urbanizzazione, per cui, di conseguenza, il nomadismo e l’abitare in dimore non fisse e permanenti erano visti come indici di vuoto di civilizzazione. Nelle molteplici cronache arabe relative al Sudan, infatti, gli autori tentavano di dimostrare come le città fossero islamiche fin dalle origini e che il loro insieme creasse uno spazio islamico. Tant’è che, come sostiene Jean-Louis Triaud: «Parlando del Sudan, cioè dell’Africa subsahariana, i geografi arabi, in particolare, a partire dal X secolo, vedono città dappertutto. Ne recensiscono una profusione impressionante».

Se è vero che l’islam a partire dal IX-X secolo ha favorito l’intensificarsi delle reti di scambi a lunga distanza, e di conseguenza allo sviluppo urbano, è altrettanto vero che prima dell’islam esistevano già importanti centri commerciali a sud e a nord del Sahara. Abbiamo testimonianze di città preislamiche o di città in cui convivevano comunità diverse: per esempio, un centro importante come Djenné-djeno, che già nell’800 d.C. aveva 15.000 abitanti perlopiù pagani o come Sidjilmâsa, fondata nel 728, negli stessi anni in cui il regno di Ghana era già fiorente e contava su città come Kumbi-Saleh e Awdaghast a lungo governate da popolazioni animiste. Va detto che in genere le città islamiche si configuravano come comunità di credenti, ma è altrettanto vero che, in seguito alla vasta e rapida espansione della religione, le città occupate o fondate spesso si svilupparono sulla base di una convergenza delle tradizioni politico – amministrative delle culture preesistenti con cui l’islam venne a contatto. 

In copertina, fotografia di Elektra Klimi - Unsplash.

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