Domiziano, imperatore calunniato

31 Gennaio 2026

È dura avere la stampa contro. Figuriamoci la storia! Detto altrimenti: se le fonti storiche sono concordemente ostili a un dato personaggio risulta assai arduo ristabilire la verità.

Umberto Roberto, ordinario di storia romana all'università di Napoli, con questa sua bella e accuratissima monografia (trenta pagine di indicazioni bibliografiche!), da poco uscita per Salerno Editrice, ha inteso darci un profilo dell'imperatore Domiziano quanto più possibile lontano dai luoghi comuni negativi e più vicino possibile al vero.

Domiziano (l'ultimo dei Flavi, imperatore dall'anno 81 al 96) rappresenta notoriamente l'incarnazione più compiuta del tiranno, forse anche più di Nerone. “Immanissima belua” secondo Plinio il Giovane, che Roberto traduce ora con “bestia orribile e spietata” (p.13), ora con “mostro feroce” (p.206). Lo vediamo, nelle pagine di Svetonio, aggirarsi nel suo splendido palazzo sul Palatino, la tana del mostro, con le pareti coperte di fengite, pietra lucida, in modo da consentirgli di vedere rispecchiate le ombre di chi avesse osato avvicinarglisi. Passato da un'iniziale clementia a una successiva, aperta ferocia (saevitia), eliminò a uno a uno i principali esponenti dell'opposizione senatoria, soprattutto quelli che traevano ispirazione dalla filosofia stoica: Elvidio Prisco, Aruleno Rustico, Salvo Cocceiano, Mettio Pompusiano, il retore Ermogene di Tarso. Quest'ultimo non gli bastò ucciderlo, ordinò di far crocifiggere anche i copisti della sua opera.

Tacito rievoca, dal canto suo, la triste vicenda del suocero Gneo Giulio Agricola. Domiziano, invidioso dei successi di questo valoroso generale che stava procedendo alla conquista della Britannia, lo richiamò a Roma, subito dopo la battaglia del Mons Graupius (settembre 83). “La Britannia venne del tutto soggiogata e subito abbandonata” (perdomita Britannia et statim amissa). Agricola fu costretto a rientrare a Roma di notte, quasi in segreto; nessuno avrebbe dovuto festeggiarlo, tanto meno celebrarne il trionfo. Di notte venne convocato a Palazzo. Giunto al cospetto dell'imperatore, il generale ricevette un bacio frettoloso e subito capì che era meglio dileguarsi tra la turba dei cortigiani.

Un'analoga esemplare umiliazione notturna è riferita da Cassio Dione (LXVII 9). In occasione del trionfo su Catti e Daci (novembre dicembre 89), dopo aver offerto giochi e divertimenti al popolo, l'imperatore organizzò un banchetto privato per i principali membri dell'aristocrazia. Fece allestire un'intera abitazione rivestita di colore nero, dal soffitto alle pareti fino al pavimento. Poi mandò a chiamare gli invitati, senatori e cavalieri. Anche loro, come Agricola, si dovettero presentare di notte. Soli, senza servitù. A ciascuno fu assegnato un posto, segnalato da una stele di tipo funerario. I letti tricliniari erano neri anch'essi. Vennero serviti piatti che ricordavano piuttosto offerte funebri. A un certo punto entrarono giovani danzatori nudi e tinti di nero. Gli ospiti, data la macabra messinscena, erano convinti di essere prossimi alla morte. Invece il Despota, una volta congedatili, inviò loro, a casa, gli arredi funebri, preziosi, della stanza nera dove avevano passato le ultime ore. L'imperatore voleva semplicemente dimostrare, con questo singolare banchetto, che non poteva esistere uguaglianza tra il dominus e i suoi sottoposti. Nemmeno quella momentanea che può talvolta nascere nelle occasioni conviviali.

Questi sono solo alcuni particolari ricavati dal quadro totalmente fosco e negativo fornito dalle fonti storiche di tradizione senatoria, ossia, come ricordato: Plinio il Giovane, Tacito, Cassio Dione. Svetonio non era senatore, bensì di ceto equestre. E in effetti, benché l'insieme della sua trattazione sia scopertamente ostile, qua e là traspare comunque qualche lato positivo nella figura di Domiziano.

Lo storico che cerchi un'altra verità, che non sia questa a senso unico, deve allora rivolgersi altrove, a fonti diverse: monete, iscrizioni, papiri, testimonianze archeologiche e anche certe esigue voci di contemporanei che riescano a rendere giustizia alle capacità del princeps, e magari anche alle imprese dei suoi soldati.

In effetti è proprio dall'ambito militare che pare delinearsi una versione alternativa a quella offerta concordemente dalla storiografia di parte senatoria. Se si leggono gli Stratagemmi di Sesto Giulio Frontino, uno dei più autorevoli servitori dell'impero all'epoca flaviana, console, legato, proconsole, si trova che per ben cinque volte vi è citato Domiziano. In questo testo, che presenta una nutrita serie di episodi relativi a imprese e espedienti di grandi generali, capaci di risolvere situazioni militari insidiose, il nostro imperatore assurge addirittura al rango di modello. Domiziano, in effetti, condusse nell'anno 83 una campagna vittoriosa contro i Catti, abitanti sulla riva destra del medio corso del Reno, non lontani da Mogontiacum (Mainz). Un popolo che Tacito, nella Germania, definisce intelligente e ingegnoso, nonostante si trattasse pur sempre di Germani. La storiografia di parte senatoria sminuisce l'impresa. Cassio Dione accusa l'imperatore di aver attaccato un popolo alleato. Plinio il Giovane parla apertamente di sconfitta. Svetonio definisce la campagna inutile. Tacito è sarcastico: questi Germani sono stati oggetto di trionfo ma non di vittoria, magis triumphati quam victi. Del resto è sua la famosa frase, il cui senso suona: è almeno da due secoli che stiamo vincendo la Germania (tam diu Germania vincitur).

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Domiziano invece, secondo Frontino, in Germania si comportò bene. La sua fu una condotta di guerra accorta. Non ripeté l'errore di Varo che portò alla famigerata disfatta di Teutoburgo contro Arminio, nell'anno 9. Egli seppe fronteggiare adeguatamente quello che Strabone definisce il topomachein dei Germani. Cioè la loro guerriglia, il rifiuto dello scontro aperto, frontale. Non solo: Domiziano preferì giungere a stringere un'alleanza con il popolo dei Cubii, per evitare che facessero fronte comune con i Catti. Evitò quindi inutili spargimenti di sangue. Inoltre riordinò amministrativamente la Germania (dividendola in due: Inferior e Superior). Costruì un complesso di infrastrutture che si rivelò fondamentale per il controllo della regione. Una rete di forti e torri di guardia, e anche di strade con connessa riduzione di boschi e paludi.

Anche in Dacia, nelle varie campagne condotte con esiti alterni degli anni dall’84 all’89, Domiziano seppe ben destreggiarsi, ora mediante compromessi ora con scontri aperti (accordo con Decebalo e successiva vittoria di Tapae). Ma senza Domiziano Traiano non avrebbe risolto la questione dacica circa vent'anni dopo (106). Il Tropeum Traiani, il mausoleo cilindrico che si trova presso Adamclisi in Dobrugia è costruito nello stesso luogo di analoghi monumenti domizianei, a segnalare la continuità tra i due imperatori. Non è un monumento destinato alla pietà dei parenti dei soldati caduti. Sarebbe anacronistico aspettarsi qualcosa di simile dalla mentalità romana. Però è la testimonianza di un rispetto verso tutti i soldati morti nell'impresa, non solo i comandanti o i rappresentanti dei ceti aristocratici. È con Domiziano che comincia la consapevolezza che il potere dell'imperatore si regge sulla fedeltà dei soldati, ovunque essi si trovino, sul Reno o sul Danubio o altrove, e non più tanto sul senato e popolo di Roma. Già Tacito definisce ciò come arcanum imperii. Tra un paio di secoli Erodiano potrà dire che Roma è dove è l'imperatore (e il suo esercito). Quello che Domiziano aveva cura di chiamare pius exercitus fidelis come attestano i diplomi militari dei soldati congedati.

Nonostante ciò, a quest'altezza, Roma continua ad essere il centro del mondo e con Roma l'Italia. Domiziano fu un sagace amministratore dell'Italia. Theodor Mommsen, forse ancor oggi il più grande tra gli storici dell'antichità, definisce così il nostro imperatore: “uno dei più capaci amministratori tra quelli che ebbero l'impero”. Anche per la sua decisione di circondarsi di ottimi collaboratori, scelti non più soltanto tra i senatori o tra i liberti, ma anche tra i cavalieri. Il suo consilium principis, benché satireggiato da Giovenale nella satira quarta (dove viene descritto come tutto preso a decidere il destino di un enorme rombo e della padella degna di cucinarlo) era efficiente e parecchi dei suoi membri continuarono la loro carriera con gli imperatori successivi, Nerva e Traiano.

Anche Svetonio riconosce che egli annullò sentenze date per favoritismi, notò d'infamia i giudici venali e mai come con lui i magistrati urbani come quelli provinciali furono moderati e giusti. Dopo la sua morte invece ce ne furono tantissimi accusati d'ogni specie di delitti.

Esemplare, secondo Agennio Urbico, un gromatico (agrimensore) del quarto secolo, è il modo in cui Domiziano risolse l'annosa disputa tra la comunità di Firmum e quella di Falerium (territorio del Picenum, più o meno le odierne Marche) a proposito dei cosiddetti subseciva, lembi di terreno rimasti non assegnati durante le distribuzioni ai veterani. Qualcosa di simile all'odierna occupazione di pezzi di terre demaniali. Egli non proseguì l'opera di suo padre, Vespasiano, che imponeva la restituzione dei terreni abusivamente presi, ma lasciò ai Faleriesi il beneficio di questi appezzamenti, per una sorta di diritto di usucapione, visto che erano ormai tanti anni che vi si erano insediati. Agennio Urbico per questo lo definisce praestantissimus, validissimo.

Anche gli abitanti di Puteoli (Pozzuoli), come attestano varie iscrizioni, furono felicissimi della via Domitiana, che, collegandoli a Sinuessa e quindi all'Appia, li rendeva più vicini a Roma, la “sua” città (eius Urbs), la città di Domiziano, celebrato perciò come maximus et divinus.

E proprio la Roma domizianea è riconoscibile ancor oggi: basti per tutti la universalmente nota piazza Navona, modellata sulla forma del grandioso stadio voluto intorno all'anno 90 dal nostro imperatore.

Al proposito Marziale, lodando la decisione di Domiziano di combattere l'indiscriminata occupazione di suolo pubblico cittadino da parte di commercianti, bottegai e ristoratori, così si espresse nell'epigramma 61 del settimo libro: Nunc Roma est, nuper magna taberna fuit. Ora è Roma, prima era solo una grande bottega.

Infine una breve annotazione che ha a che fare con l'attualità. L'attuale presidente degli Stati Uniti viene paragonato spesso a certi imperatori descritti da Svetonio, Tacito e anche dall' Historia Augusta. Caligola, Nerone, Eliogabalo. Bisognerebbe però sempre chiedersi, anche sulla scia di quanto scrive Umberto Roberto in questo saggio, quanto siano attendibili Svetonio, Tacito e gli autori (o l'autore) dell'Historia Augusta. Forse non era poi molto lontano dal vero il giovane Nietzsche quando scriveva che la “verità è solo un mobile esercito di metafore”.

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