Speciale
Fini del mondo
Stiamo alterando il pianeta in innumerevoli modi e infiniti sono gli scenari di devastazione che si offrono ai nostri occhi. E confrontarsi con le preoccupazioni e le angosce suscitate dalle minacce incombenti e dalla nostra vulnerabilità diventa inevitabile per uno psicologo sociale come Adriano Zamperini nel suo recentissimo (Disagio ambientale. Dai traumi della guerra all’ecoansia, Einaudi). Dentro queste macerie si è rafforzata la consapevolezza della necessità di una nuova psicologia in grado di connettere l’ambiente planetario, si pensi anche al rischio atomico, con il mondo della psiche. I disastri ambientali in particolare hanno i propri scenari: si parla non a caso di luogo del disastro. E più volte l’accento cade sulla devastazione di un paesaggio che, per il tramite del corpo, risale sino alla mente, avvelenandola. Oggi le catastrofi ecologiche sono picchi acuti del sismografo di una cronica tossicità ambientale. Muovendo dal lutto ecologico e dall’angoscia da pre-trauma, Zamperini si sofferma su emozioni inedite. Stati d’animo che parlano di crisi tra le persone e il loro mondo: paure che hanno un nome, “ecocidio”, morte del mondo che ci sta intorno, tanto più per mano umana. E usa anche un neovocabolo “solastalgia”, ovvero nostalgia del conforto, che viene ormai comunemente usata per indicare la sofferenza causata dal degrado del contesto di vita. Ha a che fare col dolore avvertito per la percezione che il territorio in cui si abita è sottoposto a un’aggressione violenta: comporta l’erosione del senso di appartenenza e sfocia in un sentimento di angoscia.
Eppure, ci racconta un filosofo eccentrico come Federico Campagna nel suo recente Altrimondi. Lezioni dal passato per sopravvivere alla storia, sempre Einaudi, i mondi sono finiti già tante volte: in particolare osservando uno scenario antichissimo e sempre sopravvissuto come il Mediterraneo. Sopravvivenza che passa attraverso l’impiego, anche qui in fondo di segno psicologico, dell’immaginazione letteraria, filosofica, politica; inventando un sincretismo in grado di favorire, oltre ai conflitti, l’incontro tra immaginazioni differenti. Mostrandoci, fin dalla mitologia, che noi stessi siamo “storie”, e che, come tutte le storie, esistevamo prima del nostro inizio e sopravviveremo alla nostra fine. L’idea di un conflitto cosmico ritorna spesso nelle cosmologie mediterranee. Un’antica frattura di inimicizia si apriva, del resto, fin dalle origini, tra un padre e il suo primogenito (la psicologia di nuovo...) e proprio il conflitto era uno dei processi attraverso cui il mondo aveva preso forma sin dall’origine. Figli dell’angoscia divina, gli uomini erano legati al destino e ai tormenti degli dèi. Ogni volta che gli eventi della Storia rendevano il loro mondo invivibile, i popoli del Mediterraneo sapevano attingere dall’immaginazione le risorse necessarie per creare attorno a sé un mondo nuovo. Oltre la paura, per tutelare la non facile condizione umana, sorgevano l’astrologia, le profezie e in ultimo, con la religione cristiana, la promessa beatitudine postuma per i giusti. I mondi nascevano e morivano e con essi i miti, rivivendo ogni volta attraverso processi sincretici (si pensi al mito di Alessandro Magno che inaugurò il termine stesso di cosmopolitismo).

Finì anche Roma. Il mondo intero è morto dentro una sola città – scrisse san Girolamo. – “Chi avrebbe mai creduto che Roma, la madre delle nazioni, sarebbe diventata la loro tomba?” Ma che insieme la civiltà altomedievale sarebbe sorta dal sincretismo romano-germanico… O che pur in seguito alle Crociate non si sarebbero interrotti i legami tra il mondo cristiano e quello islamico. I mondi si ricreavano attraverso il linguaggio. A questo proposito Campagna ricorre all’intuizione cabalistica secondo cui il linguaggio ha un tale potere creativo sulla realtà che Dio stesso lo avrebbe scelto come strumento per creare l’universo – un’intuizione che si avvicina alla nostra esperienza degli ambienti digitali immersivi – e riflette un tema ricorrente nell’immaginazione mediterranea (cosí come in quella di culture vicine, come l’India vedica). Sebbene non sia in grado di trasmettere la «verità» sulla realtà, il linguaggio crea le «cose» del mondo attraverso un’opera di separazione e organizzazione del continuum della realtà, e cosí facendo trasforma il caos dell’esistenza nella forma di un cosmo ordinato. Il passato e l’altrove: fautori di un sincretismo inedito gli intellettuali del Rinascimento esplorarono l’«altrove», fosse esso nello spazio, nel tempo o nella cultura. Vecchi mondi quelli del Mediterraneo, appannati dalla scoperta dell’America, rinascono nei piccoli mondi delle nazioni: divinità nuove e terrificanti, capaci di dividere l’umanità in comunità prive di legami comuni.
Finora, abbiamo visto – osserva Campagna – come la maggior parte dei protagonisti del nostro viaggio mediterraneo avesse cercato di sfuggire alla propria sconfitta storica attraverso distinti canali di migrazione: la fuga fisica dalla propria società (come i rinnegati europei che popolarono gli Stati corsari della costa barbaresca), oppure il tentativo di autonomizzare la propria immaginazione dall’idea di «realtà» vigente (come fecero gli ultimi pagani, gli gnostici e i manichei della Tarda Antichità). E tuttavia, va detto, questi fuggitivi avevano potuto contare sul fatto che le società del passato non possedevano ancora i mezzi tecnologici per esercitare un controllo totale sulla vita e sul pensiero degli individui oltreché per distruggere lo stesso pianeta. Nell’epoca contemporanea, dunque, la lotta per l’autonomia significa anzitutto dover decolonizzare la propria interiorità dalle idee dominanti, dal «senso comune» e dai diktat sociali che ne influenzano l’idea della realtà. È in questo contesto che gli scrittori, gli studiosi assumono un ruolo di punta nel garantire la sopravvivenza della tradizione anarchica propria dell’immaginazione mediterranea. Lo spazio della pagina scritta offre ancora – secondo Campagna – un rifugio in cui l’individuo possa dedicarsi a quel lavoro alchemico di costruzione di un terreno fertile per la nascita di altri mondi. E conclude che oggi non ci chiediamo più quali saranno i nuovi sogni e le visioni del mondo che incontreremo nella prossima tappa. O, peggio, se il pianeta esisterà ancora. Non viaggiamo più spinti dal desiderio di scoprire qualcosa, ma spinti dal bisogno di portare dentro di noi forse qualcosa che appartiene ai sopravvissuti dei naufragi di oggi, veicoli di una tradizione di cui, finora, siamo stati soltanto i testimoni. Il nostro compito è di portare quella scintilla là dove continuerà a crescere: “tra i migranti che resistono all’identificazione, tra coloro che sono stranieri in ogni terra”. Tra coloro che l’ecoansia la sperimentano non solo sul piano psicologico ma nelle proprie vite, sempre più complicate dai cambiamenti climatici in “patria”, dalle carestie, dallo sfruttamento energetico…
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