Peter Hujar: questi siamo noi

15 Luglio 2026

«Vorrei che la gente parlasse di me sussurrando», confessò una volta a un’amica. In questa frase c’è tutto lo spirito e la sensibilità artistica e umana di Peter Hujar, fotografo simbolo della New York degli anni ‘70 e inizio ‘80, figura di punta della scena artistica e letteraria della Lower Manhattan, muovendosi nello stesso ambiente di Andy Warhol e Robert Mapplethorpe.

Morto di Aids nel 1987, a 53 anni, non ha mai cercato la fama, riscuotendo per l’assoluta irremovibilità del suo atteggiamento nei confronti del lavoro e della vita grande rispetto dagli altri autori e intellettuali già famosi. Hujar, che non ha mai accettato di condurre un’esistenza costretta all’interno di schemi predefiniti, apparteneva a quella stirpe di artisti che vivevano ai margini, lontani dai riflettori del mainstream, dove l’arte era una questione di verità, non di mercato.

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© The Peter Hujar Archive / Artists Rights Society (ARS).

Per lungo tempo la sua figura è stata dimenticata dalla critica e dal grande pubblico, salvo diventare negli ultimi anni un artista cult, anche grazie all’importante lavoro di sistematizzazione del suo archivio, per le cure di David Wojnarowicz che è stato suo compagno in vita. In Italia ha guadagnato l’attenzione dopo che le immagini tratte dal suo unico libro fotografico Portraits of Life and Death del 1976 sono state esposte in una mostra durante la Biennale di Venezia del 2024, in cui erano presenti i temi cardine del suo lavoro basato sulla dualità: vita e morte, presenza e assenza.

Nonostante la sua breve vita, la sua produzione è stata copiosissima, come dimostra il libro Hujar: Contact, da poco pubblicato dall’editore inglese MACK in occasione dell’omonima mostra (fino al 25 ottobre) alla Morgan Library & Museum di New York, a cura di Joel Smith. Questo progetto offre un’ampia panoramica sui numerosissimi provini a contatto di Hujar (la Morgan’s Peter Hujar Collection ne include più di 5700 prodotti dall’autore).

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© The Peter Hujar Archive / Artists Rights Society (ARS).

Questi project print rappresentano una fase di riflessione, osservazione e selezione che si colloca tra lo scatto e la stampa. Anche per questo il volume costituisce un affascinante documento visivo del processo creativo dell’artista. Lo sguardo empatico di Hujar si concentra su soggetti diversi – folle in protesta, reliquie danneggiate, paesaggi metropolitani – ma soprattutto ritratti delle cerchie sovrapposte di artisti, scrittori e figure di spicco della scena underground della Grande Mela. Hujar ha cercato di produrre immagini che costruissero una nuova realtà attraverso scambi sottili tra lui e i suoi soggetti. Ha creato ritratti enigmatici di persone e animali, immagini di performer e nudi maschili, in stretta sintonia con la scena che caratterizzava l’East Village negli anni ‘70, dove emergeva il linguaggio della performance. Ballerini e attori prima dell’entrata in scena, mentre si trasformano nei loro personaggi, sul confine tra arte e vita, tra realtà e artificio, tra maschile e femminile – un attimo prima che quel mondo fosse travolto dall’epidemia dell’Aids. Come in un canto del cigno dolente e dolcissimo di quella controcultura effervescente, l’attrice transgender Candy Darling emana tutta la sua irresistibile bellezza persino dal suo letto d’ospedale, circondata da mazzi di fiori.

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© The Peter Hujar Archive / Artists Rights Society (ARS).

A ben vedere, per Hujar, l’ossessione per la rappresentazione del corpo umano ha il principale scopo di soddisfare, almeno per il breve istante in cui brucia ogni gioia, due delle pulsioni più irrefrenabili dell’uomo: il bisogno di comunicare con gli altri e quello ancora più forte di ricercare sé stessi in tutte le cose.

Il volume è arricchito dagli album di lavoro realizzati dallo stesso artista, tra il 1954 e il 1986, che costituiscono un’affascinante testimonianza visiva del suo processo creativo, con più di mille servizi fotografici. Questi documenti, trascritti e annotati da Olivia McCall, fanno luce sui provini a contatto, ricchi di immagini inedite e delle prime versioni delle sue opere più iconiche, tra cui i ritratti di Susan Sontag, David Wojnarowicz, Gary Indiana, Fran Lebowitz e Paul Thek. Questo volume offre una visione affascinante di un maestro all’opera, costituendo una cronaca coinvolgente degli sforzi intensi di Hujar per entrare in contatto, attraverso la fotografia, con le comunità creative che hanno definito la sua vita, la sua visione del mondo e la sua arte, con una sensibilità che trasformava ogni immagine in un incontro. Era interessato al labile confine fra arte e vita, maschile e femminile, forza e vulnerabilità. Del suo lavoro diceva: «Realizzo fotografie chiare e dirette di soggetti complicati e difficili. Fotografo chi si spinge all’estremo e chi si aggrappa alla libertà di essere sé stesso».

Nel libro troviamo anche un interessante apparato di testi critici a cura di Joel Smith, che traccia una cronologia dei provini a contatto di Hujar, presentando un artista che sviluppa, sperimenta e affina la propria pratica artistica sullo sfondo delle tumultuose dinamiche politico-culturali e dei profondi cambiamenti nella vita gay evocati dai termini «Stonewall» e «AIDS». L’artista ha sempre ritratto solo persone con le quali si sentiva in connessione, le fotografie che ci vengono tramandate sono di amici, amanti e conoscenti, che poi sono una costellazione di scrittori, artisti, drag queen appartenenti alla New York dell'East Village di quegli anni, una scena creativa di cui facevano parte tra gli altri Nan Goldin e Fran Lebowitz. Questi ritratti possono intendersi come un tentativo di sottrarre la comunità dei suoi amici all’oblio, per conferire perennità a quel che è effimero per eccellenza, la condizione umana.

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© The Peter Hujar Archive / Artists Rights Society (ARS).

Lavorando esclusivamente in bianco e nero e con generi classici come il nudo, Hujar ha esplorato la sessualità, la malattia, la vita e la morte di persone che conosceva da vicino, evocando in un certo modo lo stesso spirito che prima di lui avevano incarnato August Sander e Diane Arbus. Ha lavorato soprattutto in studio e con il medio formato, spesso quadrato, per controllare ogni dettaglio. Nonostante questo approccio, le fotografie che ha realizzato non sono fredde, ma dichiarano subito il rapporto che si instaura tra soggetto e fotografo, riuscendo a cogliere l’essenza della persona che posa per lui. Uno stile asciutto e privo di orpelli, il suo, con un’attenzione speciale per la luce e per i dettagli, che il fotografo perfezionava in camera oscura, cercando di produrre immagini che costruissero una nuova realtà, viva e in grado di evolversi nel tempo.

Le sue immagini, senza aderire a canoni convenzionali di bellezza, non raccontano solo ciò che si vede: raccontano ciò che si sente. E questo libro è una riflessione sul potere della fotografia di tessere legami, qualche volta suscitando sgomento ma sempre muovendosi nel profondo. Perché ogni immagine è un dialogo silenzioso, un pezzo di vita che ci dice chi siamo e chi potremmo essere. In fondo Hujar, con la sua macchina fotografica, non faceva altro che sussurrare: «Guarda. Questo siamo noi».

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