Lee Miller, dal fronte
Una delle figure più poliedriche e audaci del Novecento: icona della moda, musa surrealista, corrispondente di guerra. Questa è stata Lee Miller (1907-1977), tra le più grandi fotografe del Ventesimo secolo, capace di attraversare, con il suo spirito fieramente libero, molti generi: fotogiornalismo, moda, ritratti e pubblicità. Legata a personalità di spicco quali Pablo Picasso, Max Ernst e Paul Éluard, ha realizzato immagini emblematiche sia dal punto di vista artistico che documentaristico.
Inizia la carriera a New York come volto di “Vogue”, scoperta da Condé Nast, proprietario del colosso editoriale americano, che la salva da un incidente sulla Fifth Avenue. Trasferitasi a Parigi nel 1929, diventa collaboratrice di Man Ray, con il quale riscopre la tecnica della solarizzazione. Durante il secondo conflitto mondiale, è accreditata come corrispondente per l'esercito statunitense. Documenta eventi cruciali come il bombardamento di Londra, la liberazione di Parigi e l'orrore dei campi di concentramento di Buchenwald e Dachau. È celebre l’immagine che la ritrae nella vasca da bagno di Hitler a Monaco.
Alcuni dei servizi più impressionanti usciti proprio al termine della Seconda guerra mondiale sono apparsi nelle versioni inglese e statunitense del mensile “Vogue” a firma di Lee Miller. Una duplice sorpresa, poiché dalla più celebre e venduta rivista di moda al mondo ci si aspettano abiti e lifestyle, in misura minore anche riflessioni sull’attualità, ma non forni crematori e gerarchi nazisti suicidi in primo piano; e da una grande fotografa di cultura surrealista non ci si attendono reportage di tanta cruda oggettività. Ma quella di Lee Miller è una storia unica di una donna fuori dal comune, che ha vissuto “molte vite”, per citare il titolo della biografia scritta dal figlio Antony Penrose (Le molte vite di Lee Miller, Contrasto books, 2022). Di lei si diceva che fosse un vero enigma, con la sua personalità prorompente, le sue difficoltà, i suoi amori. Certo, Lee Miller sfugge a ogni semplice definizione e la sua vicenda personale, il suo lavoro, le sue fotografie, perfino il suo corpo, sono elementi che, insieme, compongono l’immagine complessa e unica di una donna indipendente e un’artista di talento.

È uscito in questi giorni per l’editore Mimesis il libro Atmosfere di guerra. Articoli e fotografie dal fronte (1944-1945), a cura di Anthony Penrose (pp. 270, euro 36,00), che mette in luce lo straordinario lavoro di Lee Miller come corrispondente durante la Seconda guerra mondiale, capace di documentare con forza e lucidità la tragedia del conflitto e gli orrori dei campi di concentramento.
Questo libro, attraverso una prospettiva intima e diretta sulla guerra, è il resoconto dell’avanzata degli Alleati nell’ovest dell’Europa, dall’ospedale da campo dietro Omaha Beach in Normandia nel luglio del 1944 all’incendio del bunker alpino di Adolf Hitler in Baviera, sino alla fine della guerra in Europa l’8 maggio 1945, mostrando il coraggio e l'abilità di una donna che ha saputo raccontare storie invisibili. Il volume è stato scrupolosamente composto mettendo insieme documenti ritrovati in America e in Inghilterra: le foto sbiadite, i dispacci redatti in tutta fretta su carta sottile e bucherellata, con i fori intagliati dal censore, principalmente per proteggere l’identikit delle unità combattenti o i nomi degli uomini uccisi in azione prima che le loro famiglie fossero informate in via ufficiale.
Nel 1944 l'Europa era un continente lacerato dalla guerra e oppresso dall'occupazione nazista. Durante la vasta offensiva contro le forze tedesche da parte degli Alleati, il lavoro di Lee Miller, al tempo inviata di guerra per "Vogue", la distinse come fotografa e scrittrice di notevole abilità. Le sue parole combinano immediatezza, capacità di osservazione e profondo coinvolgimento personale, come testimoniano i reportage riuniti in questo volume, insieme alle fotografie realizzate tra Francia, Belgio, Germania, Lussemburgo e Austria. Le immagini raccontano il viaggio di Miller al seguito delle truppe americane attraverso città e paesaggi devastati dal conflitto, ma soprattutto ritraggono persone che resistono alla guerra: soldati, generali, medici, sfollati, prigionieri, feriti, antagonisti ed eroi. Nei suoi brillanti dispacci si percepiscono la cruda realtà del combattimento e l'incredulità, l'indignazione, nel testimoniare le vittime di Dachau. L'orrore della guerra è alleviato dallo spirito della Parigi post-liberazione, dove Miller registra conversazioni memorabili, contenute nel libro, con Picasso, Cocteau, Éluard, Aragon e Colette.
Così scriveva Miller il 2 agosto 1944 nel reportage I soldati inermi: «Non appena arrivammo in volo sulla Francia ricacciai indietro quelle che volevano essere delle lacrime e mi venne in mente l’attrice di un film che baciava un pugno di terra. Ma misi da parte il mio momento di autoanalisi a favore di un attento esame del paesaggio, morbido e ricoperto da un cielo grigio: migliaia di chilometri quadrati di Francia, di Francia liberata. Il mare e il cielo si fondevano come in una campitura di acquerello – sotto, due convogli come macchie sulla superficie fragile e setosa del Canale. Cherbourg era un’ansa coperta di nebbia lontano a destra, e davanti tre aerei stavano tornando dopo aver sganciato delle bombe che avevano alzato colonne di fumo altissime. Questo era il fronte. Acri di terreno rosso-marrone sfregiati, ricoperti da crateri in lontananza grandi come coriandoli, erano stati bombardati dalla marina».
Una scrittura empatica e “fotografica”, quella dell’autrice americana, per la capacità di cogliere e di evocare con precisione i dettagli, anche minimi, che osserva. Partendo dalle microstorie racconta la grande storia, diventando così una delle testimoni più vere e sensibili del Novecento.
Come scrive Walter Guadagnini nella postfazione: «Gli articoli di Lee Miller sono, come le sue fotografie, ampiamente descrittivi, raccontano gli eventi quasi si trattasse di un diario, mettendo in luce i protagonisti umani delle vicende narrate, uniti alle reazioni e ai pensieri della scrittrice, a comporre un quadro il più possibile completo della situazione. Giornalismo e fotogiornalismo si fondono nella stessa persona, condizione possibile ma non così comune, a testimoniare una volta di più l’eccezionalità dell’esperienza di Miller». Che non è stata soltanto una “giornalista” in senso stretto, ma una fotografa-corrispondente di guerra di grande impatto, le cui immagini e testimonianze, combinando precisione storica e narrazione emotiva, continuano ad essere studiate e celebrate per il loro valore storico, umano e artistico.
Miller è ricordata come una delle pioniere donne nel fotogiornalismo di guerra, capace di rompere gli stereotipi di genere e lavorare in prima linea in un campo dominato dagli uomini. Non è un caso che nelle sue cronache non si è limitata a raccontare le battaglie, ma ha documentato il ruolo delle donne, le infermiere al fronte, le collaborazioniste punite e la loro resistenza, spesso sottolineando la frustrazione per il sessismo e la marginalizzazione. Il movimento di liberazione femminile sarebbe iniziato trent’anni dopo.
In copertina, fotografia ©Lee Miller.
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