Amos Oz, amore, ironia e passione civile

Gli anni avevano pietrificato il volto di Amos Oz in un paesaggio di rughe, brunito dal sole e illuminato dall’azzurro degli occhi. Come se il deserto che tanto amava avesse finito per imprimersi nei suoi tratti oltre che nell’anima. Il grande scrittore israeliano mancato ieri a 79 anni, ogni mattina alle sei, estate e inverno, camminava per quaranta minuti nel deserto di Arad, la cittadina nel Negev al sud di Israele, dove ha vissuto oltre trent’anni. Nella luce abbacinante di quel luogo millenario, il senso delle cose si schiariva mentre le storie e i personaggi prendevano forma.

In Italia i suoi libri erano arrivati negli anni Novanta – Conoscere una donna, Michael mio, Fima, Soumchi, Una pantera in cantina. Era il periodo in cui la letteratura israeliana, fino allora un fenomeno di nicchia, si stava svelando nella sua piena fioritura e conquistava pubblico e critica. Ad aprire la strada era stato Abraham B. Yehoshua, presto seguito da David Grossman con lo stupefacente Vedi alla voce: amore e, appunto, Amos Oz.

 

In questa triade di gran talento, di cui nei discorsi spesso si fa un solo fascio, Amos Oz ha subito mostrato un tratto inconfondibile. Le sue storie non sono fiumi in piena come quelle di Yehoshua, né la sua ispirazione è esplicitamente politica come spesso in Grossman. Radicati nella vita di tutti i giorni eppure sospesi in un’atmosfera senza tempo, i suoi personaggi ci portano invece in un mondo dove il fantasma del sogno corre in filigrana e lo sberleffo dell’ironia è sempre in agguato.

 

Nato a Gerusalemme da genitori emigrati dall’Europa, Amos Oz non si è mai sottratto alla politica o alle prese di posizione impopolari. Al contrario, una profonda passione civile l’ha portato a giocare sulla scena pubblica un ruolo che, con il crescere della sua reputazione letteraria, è diventato sempre più incisivo.

Dopo la Guerra dei sei giorni, nel 1967, è fra i primi a schierarsi pubblicamente in favore della soluzione due popoli-due stati per il conflitto israelo-palestinese. Tra i fondatori di Peace Now, il principale movimento pacifista israeliano, critica con asprezza sia l’occupazione dei territori palestinesi (“Anche l’occupazione che non si può evitare è un’occupazione che corrompe”) sia gli insediamenti nel West Bank.

Sostenitore degli accordi di Oslo e vicino al premier laburista Shimon Peres, che al momento di ritirarsi lo aveva indicato fra i suoi possibili successori, negli anni 90 si sposta a sinistra e diventa il volto più celebre del partito Meretz. Malgrado ciò sosterrà, in nome del diritto all’autodifesa, sia la seconda guerra del Libano sia le due guerre di Gaza – una logica impeccabile dal punto di vista israeliano ma non troppo digeribile dalla sinistra fuori del Paese.

 

 

Tradotti e pubblicati in tutto il mondo, i suoi commenti sul Medioriente ne hanno fatto la voce più autorevole e riconoscibile della sinistra sionista. Per lo sconcerto di certa critica, la vena politica elude però la sua narrativa. “Nessuno si aspettava che Virginia Woolf scrivesse degli accordi di Monaco, ma tutti danno per scontato che i miei romanzi siano parabole sulla nuova intifada”, nota in un’intervista al Guardian dopo l’uscita del bellissimo Lo stesso mare (Feltrinelli, 2000, trad. di Elena Loewenthal).

È il prezzo che si paga quando si viene da un’area in costante turbolenza, ma “anche in un paese colpito da un tornado, la gente si preoccupa delle tasse, pensa alla promozione, sogna la moglie del vicino – anche mentre il prossimo uragano è in arrivo. Gli israeliani non esistono solo nello spazio soffocante fra gli insediamenti e i luoghi sacri, sefarditi e ashkenaziti, laici e religiosi”.

 

È una scelta poetica che Oz matura già a vent’anni, come si legge in Una storia di amore e di tenebra (Feltrinelli, 2002, trad. Elena Loewenthal), l’autobiografia in forma di romanzo subito diventata un classico che è forse il suo capolavoro.

Amos, che ha rinunciato al cognome Klausner per l’ebraico Oz, allora vive a Hulda, il kibbutz nella Galilea nord orientale dove si è trasferito dopo la morte della madre. Studia, lavora, legge. Sogna di diventare uno scrittore ma ha quasi perso le speranze.

“Per scrivere come Remarque o come Hemingway, bisognava andarsene di qui verso il mondo intero, verso luoghi in cui gli uomini erano virili come pugni e le donne femminili come una notte e i ponti tesi lungo grandi fiumi e la sera baluginavano le luci delle bettole in cui si ricamava la vita vera, davvero. Chi non si fosse cimentato con quella vita, non avrebbe avuto nemmeno una mezza patente temporanea di scrittura per racconti e romanzi”.

 

Ad aprirgli gli occhi è un lavoro, allora poco conosciuto, di Sherwood Anderson, Winesburg, Ohio (1919). Quei racconti, ambientati nella profonda provincia americana, fitti di personaggi presi dalla vita di tutti i giorni, lo consegnano alla sua vocazione più autentica. Non più il mondo secondo Dostoevskij o Hemingway. “Il mondo scritto non dipende da Milano a Londra, e invece gira sempre intorno alla mano che scrive, nel luogo in cui si scrive: dove sei tu – quello è il centro dell’universo”.

 

Seguendo questo filo Oz ritrova ciò che ha lasciato indietro quando, pochi anni prima, se n’è andato da Gerusalemme: “Avevo capito da dove venivo: una matassa sfilacciata di tristezza e finzione, di nostalgia e sogghigno e miseria e sussiego provinciale, di educazione sentimentale e ideali anacronistici e paure soffocate e rassegnazione e disperazione”.

 

Una storia di amore e di tenebra dipana questa matassa in un affresco indimenticabile. Sono pagine in cui incontriamo l’uomo, lo scrittore e l’epopea di un Paese che nasce. Amos Oz ci conduce in una Gerusalemme poverissima, fra gli anni trenta e cinquanta. Siamo al crocevia della Storia ebraica: la seconda guerra mondiale è finita da poco, il Mandato britannico è agli sgoccioli, il 14 maggio 1948 David Ben Gurion proclama la nascita dello Stato d’Israele e si apre la straziante infinita stagione delle guerre.
Il mondo pulsa di novità, ma i Klausner sono stretti in una vita povera, soffocante. Il padre Yehuda Arieh è originario di Vilnius, la città lituana che, per il suo fervore culturale, prima della Shoah era considerata la Gerusalemme d’Europa. Viene da una famiglia di eruditi, è uno studioso di letteratura ebraica, ma le sue aspirazioni sono destinate a restare deluse. La madre Fania è nata a Rovno, allora polacca, in una famiglia benestante e ha studiato storia e filosofia a Praga.

Emigrati in Palestina negli anni Venti, prima che montasse la furia antisemita, Arieh e Fania non hanno mai smesso di rimpiangere ciò che hanno lasciato alle spalle. “Nella scala di valori dei miei genitori, tutto ciò che era occidentale stava culturalmente più in alto”, scrive Oz. I Klausner coltivano i rituali dell’educazione borghese, le buone letture, le buone maniere. Poliglotti, insistono perché il figlio parli solo ebraico: la lingua che sta rinascendo, l’unica che li vede balbettare.

Gerusalemme a quel tempo ribolle di vita culturale: sono gli anni di Martin Buber, Gershom Scholem e del grande Shmuel Josef Agnon, unico israeliano Nobel per la letteratura nel 1966. Ma Kerem Abraham, il quartiere dove vivono i Klausner, è popolato di “bibliotecari, insegnanti, impiegati e rilegatori”. Più che a Tolstoj e Dostoevskij è un universo che, scriverà Oz, appartiene a Cechov. Natalie Portman, nella doppia veste di regista e interprete, l’ha ricostruito con grande cura dei dettagli nel film Sognare è vivere (2015), ispirato al memoir di Oz.

 

Amos cresce in quest’ambiente carico di silenzi senza fratelli, sorelle o amici. Passa il tempo con la madre che adora. Infelice della vita matrimoniale e sopraffatta dalle sfide di una vita così diversa da quella che aveva sognato, Fania inventa per il figlio storie di viaggi e avventure destinate a segnarlo per tutta la vita, lo immagina scrittore, lo spinge a crescere.

Quando l’indipendenza d’Israele non porta quel rinnovato senso della vita che aveva sperato, Fania scivola nella solitudine e nella depressione fino all’atto estremo del suicidio. “Se fossi stato laggiù accanto a lei in quella stanza che dava sul cortile... avrei pianto avrei implorato senza pudore avrei abbracciato le sue gambe e forse fatto finta di svenire e picchiato e graffiato me stesso fino al sangue come avevo visto fare a lei nei momenti di sconforto”, scrive Amos Oz alla fine di Una storia di amore e di tenebra.

Spezzato dal dolore, a tredici anni non ancora compiuti, il ragazzo si reinventa nell’atto più radicale che riesce a immaginare. Abbandona il mondo del padre, cambia nome (Oz in ebraico significa coraggio) e abbraccia la vita del  kibbutz. È il passaggio a un’altra dimensione, quella dei pionieri. L’uscita dall’Egitto delle memorie e l’ingresso nella terra d’Israele dove sta maturando una nuova “razza di ebrei-eroi” abbronzata e robusta, rivolta al futuro, lontana anni luce dall’ebreo diasporico. L’addio al mondo dell’erudizione e delle discussioni che ha ucciso sua madre.

 

Amos Oz si ferma a Hulda quasi trent’anni. Qui si sposa, qui nascono i suoi tre figli. La maggiore la chiamerà Fania. Non sarà mai il kibbutznik che sognava di diventare. Non riuscirà a sottrarsi ai doni di sua madre – l’amore per i libri, la scrittura, la lingua. E quando grazie a Sherwood Anderson capirà di essere il centro del suo stesso universo diventerà uno scrittore immenso.

Pubblicherà quaranta libri, fra cui 14 romanzi (l’ultimo, Giuda, nel 2014), cinque raccolte di racconti, due volumi per bambini, numerosi saggi dedicati al conflitto israelo-palestinese. Sarà tradotto in decine di lingue. Andrà a Milano e a Londra – come sognava da ragazzo. Diventerà di casa nel mondo – come Remarque, come Hemingway. Insegnerà in Inghilterra e negli Stati Uniti – ma la sua casa resterà sempre laggiù, nel cuore d’Israele. Prima a Hulda, poi nella luce abbacinante del cielo sopra Arad.

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