Michel Bauwens. Le 4 dimensioni della sharing economy

La prima volta che incontrai Michel Bauwens fu all'interno di un chiostro di una chiesa trasformato in ostello della gioventù, a Cava dei Tirreni, sopra Salerno. Mi tenne sveglio fino alle tre del mattino raccontandomi la sua visione del mondo tra trent'anni, una visione in bilico fra l'apocalisse di un nuovo medioevo e l'utopia di una società fondata sulla “sharing economy”. Bauwens è un teorico dalla narrativa attraente e generosa ma è uno che sa anche ascoltare. I dialoghi con lui sono sempre partite di tennis dove entrambi i giocatori porgono palline in forma di domande da risolvere. Per questo qui ripropongo il formato del dialogo per provare a restituire il suo pensiero.

 

Oltre che un ottimo narratore Michel Bauwens è il fondatore della P2P Foundation, e da alcuni anni sta dedicando la sua vita alla diffusione della conoscenza intorno alle pratiche peer-to-peer e alla crescita della economia della condivisione. È un teorico dell'economia politica della produzione p2p e ha da poco pubblicato, insieme a Vasilis Kostakis il libro Network Society and Future Scenarios for a Collaborative Economy (in parte disponibile qui).

 

 

Internet sta trasformando i modi in cui le persone si informano, producono e distribuiscono contenuti e si connettono tra loro. Alcuni studiosi come te e Yochai Benkler descrivete questi fenomeni come l'ascesa dell'economia della condivisione, basata su un uso collettivo dei “beni comuni digitali”. Cosa intendi per “economia della condivisione”?

Ci stiamo muovendo da un'economia di scala, adatta ad un periodo storico in cui abbondavano l'energia e le materie prime, ad un'economia di scopo, basata sul principio della condivisione delle conoscenze (es. fare di più a partire dalla stessa risorsa). Questa economia si fonda sulla diffusione delle pratiche open source nei domini della cultura, dell'informatica (il software libero), del design (le automobili basate su progetti open source, oggetti basati su schede madri Arduino).

 

Le pratiche di consumo collaborativo (collaborative consumption) – più comunemente note come sharing economy – consistono nella condivisione di infrastrutture, beni e strumenti (per esempio piattaforme online per la condivisione peer-to-peer di spazi di lavoro, attrezzi, automobili ecc). Quando i due domini della comunità globale dell'open design che produce beni comuni materiali e immateriali e della comunità degli imprenditori etici e innovatori sociali che producono beni materiali attraverso mezzi di produzione distribuiti si fondono, accade sempre qualcosa di interessante e di positivo.. Il mio grande sogno è che gli attori delle economie no profit (cooperative, sociali e solidali) scoprano le pratiche della produzione peer-to -peer per un sistema cooperativo basato su pratiche open source.

 

Ma al momento è soprattutto il mercato orientato al profitto ad aver scoperto che le pratiche peer-to-peer sono iper-produttive, efficienti. Purtroppo in un sistema sotto il dominio della finanziarizzazione, la produzione peer-to-peer è vista soprattutto come un mezzo per esternalizzare i rischi (abbassare i costi di produzione ecc.). Quindi la società civile ha bisogno di risvegliarsi e difendere le pratiche produttive p2p dai tentativi di appropriazione delle corporation.

 

Ci puoi fare un esempio di nuovi modelli di produzione e distribuzione del valore in rete?

Mi piace il modello di Curto Café di Nitteroi, Rio de Janeiro, una comunità che vuole produrre del caffè di qualità senza sfruttare i produttori primari ed essere allo stesso tempo anche sostenibile. Sono una comunità non gerarchica, senza uno staff permanente. Hanno sostituito i costosi certificati fair trade (sarebbe meglio chiamarlo Feral trade) con una catena produttiva aperta, condividono pubblicamente la ricerca sulla composizione dei loro prodotti e le prenotazioni, utilizzano il crowdfunding per espandere la distribuzione e modificano, hackerandole, le macchinette del caffé per permettere di accogliere anche altri tipi di capsule.

Wikispeed è un altro modello interessante perché hanno inventato un metodo di manifattura estremo, che permette loro di rilasciare un differente design per automobili ogni settimana (attraverso lo sviluppo parallelo dell'open design) e produrre l'automobile all'interno di micro-fabbriche.

 

 

Immagina di avere una comunità globale di progettisti di automobili che realizzano macchine molto efficienti dal punto di vista energetico e quindi più sostenibili e di ottenere una produzione modulare dei componenti necessari attraverso la stampa 3D. E adesso immagina una rete globale di microfabbriche pronte a stampare queste macchine on demand (spostandosi così da un'economia dell'offerta a un'economia guidata dalla domanda) e queste microfattorie sono riunite in una cooperativa multinazionale, incentrata sulla comunità e di proprietà di un azionariato diffuso.

 

Questa è un'economia basata su un tipo di proprietà generativa, che genera valore per i beni comuni, al contrario della classica economia estrattiva, che distrugge i beni comuni.

 

Secondo te le attuali economie politiche della rete sono raggruppabili in quattro possibili scenari diversi, organizzati secondo due polarità, quella tra controllo centralizzato o controllo distribuito delle infrastrutture p2p, e quella tra un orientamento no profit o for profit.

Ci puoi fare degli esempi?

Nello scenario for profit e controllo centralizzato c’è il capitalismo “netarchico” (net + gerarchico), in cui i creatori di valore sono ipersfruttati dalle piattaforme proprietarie, che controllano reti e dati personali e guidano il nostro comportamento. Nello scenario for profit ma con controllo distribuito, che io chiamo capitalismo distribuito, ci sono mercati p2p, alcune piattaforme di crowdfunding, Bitcoin: rappresentano tutte la possibile realizzazione del sogno anarco-capitalista e liberista in cui ogni essere umano è un imprenditore che cerca il proprio profitto personale.

 

Lo scenario no profit e con controllo centralizzato (quello che chiamo local resilience scenario) è dove gruppi locali utilizzano piattaforme p2p per creare monete comunitarie, piattaforme di scambio di cibo locale ecc. Uno scenario in cui le tecnologie p2p sono al servizio di una comunità locale. Infine, nello scenario che preferiamo, quello dei beni comuni globali, ci sono grandi comunità globali che sviluppano progetti aperti come nel caso di Wikispeed, Linux e Wikipedia e dove la governance globale è più democratica, post-capitalista e post-statale.

 

Questi progetti si basano sull’open source: non traggono, cioè, il proprio valore da una scarsità indotta artificialmente attraverso gli strumenti legali per la tutela della proprietà intellettuale. Al contrario, rilasciano liberamente tutte le informazioni necessarie a replicare il prodotto, invitando altre persone a prendere parte al processo o a realizzarlo autonomamente. La loro caratteristica distintiva, quindi, è quella di perseguire un’idea di valore sociale, culturale e politico che va oltre quella strettamente economica.

Tutti questi scenari sono già in essere oggi. La domanda è: quale sarà dominante tra 20 o 30 anni?

 

Ecco, secondo te a questa domanda si può dare una risposta politica? L'ascesa delle economie della condivisione è un processo che può venire solo dal basso o pensi che per consolidarsi queste economie hanno anche bisogno di scelte politiche dall'alto che ne indirizzino il corso?

Ovviamente questi processi sono il frutto sia di spinte collettive dal basso, sia di scelte politiche che ne creano le condizioni. A me sembra che la domanda più interessante sia piuttosto questa: Qual è l'obiettivo? Penso che un buon esempio per risolvere il dilemma Basso/Alto lo rappresenti il caso di peers.org, una lobby americana che ha l'obiettivo di combinare assieme sia gli utenti che i proprietari dei mercati p2p. Peers.org sta cercando di imporre all'agenda comunicativa americana il tema della sharing economy e sta dimostrando come attraverso piattaforme p2p oggi sia più facile condividere beni e servizi, prestarsi mutuo soccorso. Quindi per “azione politica” immagino soprattutto l'attività organizzata degli utenti e dei proprietari delle piattaforme p2p.

 

Un altro tema importante è se il p2p emerga più facilmente all'interno di infrastrutture civiche molto sviluppate o in società come quella inglese ed olandese dove le pratiche p2p stanno diventando un sinonimo della retorica liberista “sei da solo al mondo, non contare sullo stato o sui servizi pubblici, non sono più in grado di aiutarti”. In quest'ultimo caso abbiamo davanti uno scenario neo-feudale, dove il p2p viene strumentalizzato a beneficio di forti interessi privati, a supporto dello smantellamento dello stato sociale.

 

 

Il dialogo finisce. Stacco il registratore. Me ne vado con l’idea che la cosiddetta “sharing economy” ha molte facce (secondo Bauwens almeno quattro dimensioni), e non tutte positive. Ecco, la prossima volta che userete la parola Sharing Economy pensate a Bauwens e ai suoi quattro modelli di economie p2p: a seconda che si tratti di Uber, Airbnb, coachsurfing, Blablacar o altro, non sono così buone per forza. Non basta il suffisso “sharing” per fare di un’economia una economia sostenibile.

 


Michel Bauwens discuterà di questi temi lunedì 20 ottobre con un doppio appuntamento a Milano all’interno di Laboratorio Expo, il progetto di Fondazione Giangiacomo Feltrinelli e Expo Milano 2015. Alle ore 11 presso Yatta (viale Pasubio, 14) e alle ore 18 presso l’InformaGiovani (via della Dogana, 2) in un incontro con Elanor Colleoni, Alessandro Capelli, Ivana Pais e Bertram Niessen. Per informazioni: www.fondazionefeltrinelli.it

 

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