Cinque ricordi felici del Felice

Il primo è di quando avevo 9 anni. La domenica pomeriggio del 2 settembre 1973 ero seduto nella sala TV dell'Hotel Beausejour di Laigueglia. Stavano trasmettendo in diretta il Mondiale di ciclismo e, all'ultimo giro del circuito del Montjuic, sentii il proprietario dell'albergo dire (con le “on” nasali da ligure di Ponente): "Oggi il Gimondi ha la gamba buona". Era la prima volta che sentivo dire "avere la gamba buona". Che cosa significasse lo scoprii qualche minuto dopo quando, nella volata a quattro, Gimondi, che era Felice ma certo non più veloce degli altri compagni di fuga, si mise alle spalle il belga Freddy Maertens, lo spagnolo Luis Ocaña – bello di fama e di sventura come l’Ulisse foscoliano – e Merckx. Per una volta, stremato dalla corsa tiratissima, l’Eddy – come lo chiamava Felice – non era riuscito a prendere la scia di Maertens che nello sprint aveva il compito di pilotarlo verso la vittoria. Quando Freddy si accorse di non avere il suo capitano a ruota, provò a fare tutto da solo ma Gimondi lo beffò sulla linea del traguardo con un colpo di reni degno di Maspes.
 

Il secondo risale all’università, metà anni Ottanta, facoltà di Lettere moderne a Pavia. Ci si iscriveva agli esami mettendo il proprio nome sopra foglietti appesi alla bacheca di sughero nel corridoio tra la biblioteca e gli studi dei professori. Ero compagno di corso di uno che poi ha fatto carriera come manager nel mondo della comunicazione web e quindi, se non sbaglio, nei giochi delle scommesse online (ma guarda un po’ le infinite strade della filologia pavese!) e che, evidentemente figlio di un tifoso ciclista, si chiamava (anzi, si chiama) Fausto Gimondi. Spesso accadeva che il mio nome, Gino Cervi, seguisse il suo, o viceversa, nella lista scritta a mano che poi veniva usata dal professore per fare l’appello il giorno dell’esame. Più di una volta capitò che il prof, pensando ai soliti buontemponi goliardi depennasse entrambi dalla lista giudicandoli uno scherzo. Così che dovevamo andare a chiedere di essere riammessi nell’elenco, spiegando che se ci chiamavamo così non era “colpa” nostra.

 

Il terzo sta dentro le pagine della Gazzetta dello Sport del 12 giugno del 1976. Quell’anno Gianni Brera era tornato, anche se per poco, a scrivere per la “Rosea”. Il giorno prima Gimondi aveva battuto Merckx in volata nella sua Bergamo. Alla vigilia dell’ultima tappa, quella che, dopo la vittoriosa cronometro di Arcore – all’epoca conosciuta solo perché sede della Molteni e mica per altro –, avrebbe condotto in maglia rosa Felice Gimondi a Milano, Brera scrisse un pezzo che era sì un “passo d’addio” a quella corsa, ma anche al suo scrivere da reporter al Giro (dopo quella volta, infatti, smise di seguire da inviato la “Corsa rosa”). Si leggeva: «La pedalata stanca di Merckx era pressoché simile al batticchiare stento e ormai doloroso dei miei polpastrelli sulla tastiera della portatile. Alle cinque di mattina guardavo l’incantevole Bergamo dal giardino di Luis Veronelli. Il Giro sarebbe partito per Milano, con Nuvola Rossa in rosa. La festa non era ancora finita ma tutti eravamo tristi quando di una festa anche bella ci si prefigura la fine. Addio, dunque, 59° Giro d’Italia». Di quel pezzo a restarmi nel cuore erano lo sguardo del suiveur sul “fuori corsa” (i tetti di Bergamo), i legami con gli amici di una vita (Luigi Veronelli, co-autore, tre anni prima, di La Pacciada. Mangiarebere in Pianura padana) e, soprattutto, l’immagine di Gimondi che, anche lui quasi al “passo d’addio” di una carriera onusta di gloria (quel Giro d’Italia fu l’ultima sua grande vittoria in una corsa a tappe), vi appare sotto le sembianze di un vecchio capo sioux, Nuvola Rossa. Epiteto che per semantica creativa, nel repertorio fanta-onomastico di Gianni Brera vale, almeno per me, tanto quanto il celeberrimo Rombo di Tuono per Gigi Riva.

 

 

Il quarto ricordo è un'intervista che, anni e anni dopo, sempre a causa dei contorti e imprevedibili sentieri della filologia pavese, a mia volta arrivai a fare a Gimondi. Molto ingenuamente avevo chiesto al Felice di raccontarmi l’Italia che per vent’anni, da corridore, aveva visto dalla sella della sua bicicletta.

 

Lui, da sotto in su, mi squadrò serio e poi mi rispose che no, che non ci aveva avuto mica tempo di guardarsi intorno quando correva. Che due occhi non bastavano neppure per fare attenzione all’asfalto, alle ruote, alle gambe, alle pedivelle e alle schiene dei compagni e degli avversari in corsa, figurarsi se ci aveva il tempo e la voglia di guardare il paesaggio intorno... Insomma: in due battute smontò tutto l’impianto della mia povera intervista. Per rimediare all’imbarazzato silenzio che ne seguì, dovevo trovare una soluzione. Il colpo di pedale che non so come mi salvò fu chiedergli di parlarmi di un episodio legato alla sua passione per la bicicletta però di quando lui non era ancora “Felice Gimondi”. Sulla sua dura, solcata faccia da capo sioux tra decine di rughe si aprì allora un sorriso. Di episodi me ne raccontò addirittura due: di quando il padre, Mosè Gimondi, professione autotrasportatore, all’alba ancora buia di un giorno di fine ottobre caricò lui, ragazzino di 12 anni, e altri del paese sul cassone telonato del suo camion per andare tutt’insieme a vedere sul Ghisallo il passaggio di un Giro di Lombardia (era il '54 e a Milano, al Vigorelli, vinse Coppi per la sua ultima volta); e poi di quando, qualche anno dopo, che già correva da allievo, di ritorno da un lungo e durissimo allenamento, lui e un suo compagno si fermarono stremati e affamati per saccheggiare una pianta di fichi; e di come dovettero saltare poi in sella in tutta fretta e "menare a tutta" quando da dietro a un angolo saltò fuori il contadino.

 

 

L’ultimo ricordo è del 2 agosto 1998. Sul gradino più alto del podio finale del Tour de France, salivano un uomo (anzi: un omino) in giallo e un uomo in elegante completo blu. L’uomo in blu alzava il braccio all’omino in giallo. Erano passati trentadue anni da quando l’uomo in blu, Felice Gimondi, era stato l’ultimo italiano ad aver vinto al Tour, prima che quel giorno toccasse a Marco Pantani, l’omino in giallo, ricevere dai francesi e dal mondo intero gli onori del successo. I due si sorrisero, composti, senza troppe effusioni. Tre anni più tardi, nel 2001, dopo l’esclusione dal Giro d’Italia che stava per vincere per la seconda volta (giugno 1999) e le accuse di doping, a Pantani era crollato il mondo addosso. Gimondi che nel frattempo era diventato il presidente della sua squadra, la Mercatone-Uno, non seppe fare nulla per evitarne la lenta, inesorabile deriva, dapprima sportiva e poi umana. I due non riuscivano più a parlarsi; forse non ci riuscirono mai, in verità. Qualcuno disse anche che Gimondi non aveva fatto abbastanza per “salvare Pantani”, come se fosse facile salvare qualcuno dalla sua stessa volontà di farsi del male. A chi gli chiedeva di Marco e del suo declino, Gimondi scrollava desolato la testa. Erano troppo diversi, troppo lontani nel tempo e nello spazio. “Nuvola Rossa” era figlio della guerra (1942) e di una mamma postina che in sella a una bicicletta lavorava per scacciare più lontano possibile quel ricordo ancora terribilmente vicino; il “Pirata” (1970) era nato in un’altra Italia, quella per la quale “pedalare” aveva smesso di essere sinonimo di “rimboccarsi le maniche” e, in un posto, Cesenatico, Riviera di Romagna, dove si va a dormire all’alba. Qui le montagne da scalare erano una scelta – e il Pirata le conosceva tutte, dal Carpegna in giù – ; a Sedrina, in val Brembana, Prealpi bergamasche, le montagne le trovi sull’uscio di casa. Per “Nuvola Rossa” la bicicletta era sempre stata un duro mestiere che non ammetteva distrazioni (tipo guardare il paesaggio del Giro d’Italia), per il “Pirata” era uno strumento per “abbreviare l’agonia” che probabilmente non era soltanto la dura salita su cui lasciarsi tutti gli altri alle spalle. Difficile che i due potessero avere un dialogo, addirittura una sintonia dopo quel breve, fuggevole momento fianco a fianco sul podio del Tour.

 

Da ieri, pedalando per altri Campi Elisi, chissà che non possano ritrovare il tempo e il modo per spiegarsi meglio le loro distanze e le loro differenze.     

 

 

Una nota, per quei lettori che forse non sanno chi era Felice Gimondi

 

Felice Gimondi è nato a Sedrina, bassa Val Brembana, il 29 settembre 1942. Da dilettante, nel 1964, vinse il Tour de l’Avenir, ancora oggi una delle più importanti e impegnative corse a tappe della categoria. Passato professionista l’anno successivo, nella Salvarani diretta dal romagnolo Luciano Pezzi – già ex comandante partigiano, poi buon gregario nel dopoguerra, ma soprattutto direttore sportivo e manager di molti campioni tra cui anche Marco Pantani –, Gimondi vince a sorpresa il Tour de France alla sua prima partecipazione. Si rivela negli anni a seguire tra i più promettenti corridori del panorama internazionale, nonostante l’affermarsi sulla scena di Eddy Merckx, di tre anni più giovane, che dominerà le corse ciclistiche, sia in linea sia a tappe, fino alla metà degli anni Settanta. Gimondi ne sarà fiero antagonista, riuscendo a collezionare a sua volta successi che ne fanno il campione italiano della seconda metà del Novecento più vincente dopo Fausto Coppi. Ciclista completo in tutti i campi, in salita come a cronometro, nelle classiche come nei Grandi Giri, Gimondi ha vinto infatti tre Giri d’Italia (1967, 1969 e 1976), un Tour de France (1965), una Vuelta a España (1968), un Campionato mondiale su strada (1973), una Parigi-Roubaix (1966), una Milano-Sanremo (1974) e due Giri di Lombardia (1966 e 1973). È il corridore che è salito per più volte sul podio al Giro d’Italia, nove volte nelle quattordici edizioni a cui ha preso parte. Il 16 agosto 2019 è morto per un arresto cardiaco mentre, lui, bergamasco di montagna, nuotava nelle acque del mare di Giardini-Naxos, in Sicilia.

 

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