Distopia

L’uccisione, ieri mattina a Parigi, di dodici collaboratori del settimanale satirico “Charlie Hebdo”, è molto più di un’ennesima, tragica impresa di terroristi islamici intenzionati a punire la Francia e l’intero Occidente per la sua empietà. Nelle ore convulse in cui in molte città francesi manifestazioni spontanee portavano in piazza migliaia di cittadini dietro lo slogan “Je suis Charlie”, non ha smesso di infittirsi il senso di angoscia per un evento, temuto e in qualche modo anche pronosticato, che segna l’irruzione violenta sulla scena politica europea non tanto di un avversario già noto, ma di una nuova e più sinistra distopia, di fronte alla quale lo scontato richiamo alla difesa della libertà di espressione, e della libertà tout-court, suona retorico e inefficace come le immancabili, “belle” immagini di passanti con cartelli e candele accese che hanno invaso le prime pagine dei giornali.

Non ci troviamo in effetti solo in presenza della triste ripetizione di un copione già visto – l’attentato sanguinario, la strage di vite innocenti –, non della “semplice”, erratica recrudescenza di una logica della vendetta, o di qualsiasi altra motivazione gli assassini abbiano voluto attribuire alla loro impresa. In qualche modo, dobbiamo ammettere che l’uccisione di un gruppo di celebri, irriverenti, radicali e fieri vignettisti nella sede del loro giornale presenta un tratto nuovo e inquietante, qualcosa che le reazioni di solidarietà e l’indignazione civica che si respirano in queste ore nelle strade parigine non riescono a dissipare.

Nell’Europa smarrita e inquieta di questi anni, nel vuoto di pensiero, di iniziativa, di energia si direbbe, conseguenza avvelenata di una crisi sociale ed economica ancora senza sbocchi, e sullo sfondo dell’interminabile tragedia mediorientale, il terrorismo islamista rappresenta molto più di una deriva violenta e intollerante che sembrerebbe facile dismettere come rigurgito di una brutale irrazionalità. Esso manifesta invece l’irruzione di una forza essenzialmente politica, e non religiosa, una forza indecifrabile e nondimeno semplificatrice, magnetica, potenzialmente inarrestabile, capace di imporre un esempio contagioso di risolutezza, ancorché delirante, di distacco feroce rispetto alle ipocrisie, alla decrepitudine, al falso rigore e alla vera immoralità attribuita in toto più che alla “corrotta” democrazia, all’intero mondo occidentale. Ciò che questa forza appare capace di proporre agli individui che attira verso di sé, e ai giovani europei, non solo musulmani, in special modo – e qui sta la sua inquietante, funesta potenza –, è una mobilitazione di energie virtualmente inesauribili, in altre parole uno scopo, per quanto inconsistente, perverso, inaccettabile questo ci possa apparire. Qualcosa di impensabile, di rimosso, un residuo fossile nella scettica, reificata, atomizzata vita contemporanea, alieno alle sue “avventure personali” e anzi intenzionato a riscattarle in una nuova escatologia collettiva.

La linfa vigorosa delle utopie di liberazione che aveva percorso il tronco del Novecento appare così oggi rovesciata in un’imprevedibile negatività: una distopia appunto, che sembra occupare, e temo occuperà sempre più, quel tempo particolare della vita individuale in cui si raccoglie e arde l’energia che muta ciclicamente faccia alla storia: l’adolescenza. L’amore per il male, il bricolage della morte, ma non più come autodistruzione, come rivolta impotente, come patetismo o sentimentalità. Invece, una collezione macabra e irresistibile di vere teste di morto, come i frutti delle decapitazioni accuratamente coreografate dallo Stato Islamico in Siria e Iraq. O anche invenzioni nere e letali, e queste sì davvero riuscite, degne dei makers più abili: bombe improvvisate, gadget esplosivi telecomandati, ma anche siti web, campagne di comunicazione e trailers a effetto per incutere paura e reclutare forze fresche. Quanti giovani occidentali, quanti cattivi studenti, ma ipersensibili, nervosi, percettivi, vulnerabili e sognatori, poveri di esperienze, o poveri e basta, precocemente destituiti di ogni prospettiva sociale, e anzi dileggiati per questo, non sarebbero oggi disponibili a scambiare il proprio “non essere”, la propria irrilevanza, con un credo senza sfumature, dalla seducente capacità semplificatrice, insieme narcisista e deresponsabilizzante oltre che fantasticamente violento?

Con ragionevolezza, il “Guardian” di ieri invitava a guardare in faccia la realtà: il terrorismo islamista non è in grado di rovesciare i governi, e la sua minaccia si è rivelata, in tre decenni ormai, sostanzialmente improduttiva. La sua forza simbolica, al contrario, è stata accresciuta dalla reazione ispirata alla sola logica della guerra, al culto della potenza dell’epoca Bush. Sconfitto nei fatti, il terrorismo vince, vien detto, perché gli si permette di imporre limitazioni, di violare quelle stesse libertà che detesta e cerca di abbattere. Ma forse oggi, e per la prima volta dall’11 settembre 2001, appare in modo più chiaro come interpretare gli attacchi islamisti solo nei termini di un’aggressione a valori occidentali ipoteticamente compatti e inestirpabili, voglia dire rimuovere il profondo discredito in cui quegli stessi valori versano non fuori, ma dentro l’Occidente, colpiti mortalmente dall’aggressività di un neocapitalismo travolgente e famelico, dall’alleanza di fatto tra il sempre più irresistibile modello economico asiatico, autoritario ed efficiente, e le tecnocrazie al potere nei paesi occidentali.

La distopia islamista non è un nuovo fascismo al modo dei regimi totalitari novecenteschi. Esso è piuttosto il sintomo prepotente del ritorno sulla scena politica di quel terribile amore per la morte che dei fascismi fu il lievito essenziale: il mito dell’azione, la volontà di potenza, lo slancio purificante contro la decadenza della falsa e corrotta democrazia, l’estasi sanguinaria delle armi, il senso di una fratellanza capace di sfidare il destino. Più che al 1939, l’Europa di oggi – l’Europa impoverita e spaventata che si appresta a votare in massa i partiti xenofobi – somiglia a quella di giusto un secolo fa, al continente che entrava nella fornace della guerra al suono dei canti patriottici intonati dalla sua gioventù.

La domanda, ambigua quanto essenziale, di un senso, di un’identità, di uno scopo, è ciò che muove l’esistenza di un personaggio contradditorio e affascinante come l’Eduard Limonov ritratto da Emmanuel Carrère. Bisogno di purezza, di autenticità, ancora. E allucinazione, e paranoia, certo. Ma qualcosa anche che l’universo delle merci e della pubblicità – il vero, paradossale discorso morale del nostro tempo secondo Emanuele Coccia – può cercare di emulare, di saziare forse temporaneamente, o magari anche a lungo, ma mai davvero estinguere. Il paradosso di Limonov è che non si può fare a meno di ammirarlo mentre lo si condanna, non si può non riconoscere la sua integrità mentre si attesta senza sconti il suo egotismo e il suo fallimento. Ma il capo del fantomatico partito Nazional-Bolscevico è stato anche il profeta di una generazione perduta, l’unico nel marasma post-sovietico degli anni novanta a immaginare qualcosa di radicalmente diverso dall’affarismo canagliesco e dal cinismo dispotico che inghiottiva la Russia tutto intorno. Una tipica idea sbagliata, una causa persa la sua, ma come dice Carrère, un’idea autentica, cioè qualcosa che si è radicata, calata, nel terreno lercio della vita e lì ha attecchito, imprevedibilmente. Ed è già molto.

È questo essenziale, ambivalente, scandaloso bisogno di purezza, di ingenua, inconcepibile verità, che strappa gli adolescenti europei alle loro vite, alle loro assuefazioni, alle routine dell’emarginazione culturale e li trasporta nel pianeta sanguinario, primitivo e trionfante dell’islamismo. Desiderio di avventura, di conquista, certo, e immaturità, ignoranza, esaltazione, nihilismo. Ma anche ansia di realizzazione, fuori dall’illusione che il dominio sulle cose sia sufficiente a se stesso, che la struttura sociale sia estranea alla richiesta di un senso individuale. Come può una forza che corrompe, uccide, umilia, depreda, sradica e nega alla vita ogni dignità apparire così seducente in nome di questa stessa vita? Nella risposta a questa domanda, una risposta autentica, cioè di pensiero e di prassi, sta la possibilità per l'Occidente di vincere la battaglia che divampa, ancora segretamente, nel suo stesso seno.

Non è difficile immaginare che all’azione del fanatismo integralista segua una reazione di segno opposto, una violenza speculare che additi nei diversi, nei musulmani, negli immigrati, nei più deboli, i nemici da isolare, da scacciare, da eliminare; avvisaglie in questo senso si colgono in tutta Europa. Ciò che è in gioco è in effetti molto più della tenuta del sistema politico ed economico dell’Europa attuale, ma la stessa idea di una civiltà messa a confronto con la possibilità di vedere brutalmente rimessi in discussione secoli di emancipazione, di libertà di pensiero, di autodeterminazione individuale. È possibile anche, come ha scritto ancora Carrère commentando l’uscita dell’ultimo romanzo di Michel Houellebecq, Soumission, che dallo scontro in atto esca imprevedibilmente una nuova cultura, un sincretismo pacificato che proietti nel futuro ciò che oggi appare fossilizzato e pressoché spento. È più probabile però che la mancanza di uno spazio politico percorribile, di alternative alla gestione tecnocratica dell’esistente, cronicizzi i sintomi e renda endemico, ancorché ineffettuale, l’esercizio della violenza. Una situazione in cui l’erosione delle libertà tradizionali sarebbe certamente salutata come un male necessario, e il perfezionamento di meccanismi di controllo  sempre più raffinati rimuoverebbe indefinitamente la necessità di nuove forme di inclusione, di nuovi armistizi simbolici, di inedite forme di convivenza.

Nello stretto interstizio tra l’illusione mortifera della potenza e la sordità callosa del potere, lo spazio dell’intelligenza, della tolleranza – e sì, lo spazio della satira, e dell’irriverenza –, si combatte una battaglia decisiva per l'avvenire della nostra democrazia.

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