Cristiano Poletti, Temporali

Temporali di Cristiano Poletti è un libro scisso, un libro che incarna poeticamente l’io diviso dell’autore, la frattura della sua visione. Da una parte c’è la storia, il viaggio, l’avventura, il respiro del nostro tempo, persino lo sport, che Cristiano Poletti ha praticato a lungo come atleta e come appassionato…da una parte dunque c’è un mondo aperto, vitale, curioso, continuamente in cammino, con una prospettiva di speranza o di utopia. Dall’altra invece c’è l’anima buia di Cristiano Poletti, l’anima smarrita, brancolante, assediata dal nulla, l’anima che si avvicina a Lucrezio, Leopardi, Celan – per citare tre autori presenti in questo libro – l’anima ossessionata dal tema del suicidio, della vita che si interrompe senza ragione e senza pietà, pura ingiustizia dell’essere. 

 

E tutto questo è insolito, tanto più in un autore come Cristiano Poletti, legato al Cristianesimo e a una lettura religiosa della nostra esistenza, conoscitore ed esploratore di libri e luoghi biblici. Ma è uno strano cristianesimo, quello di Poletti, un cristianesimo che si nutre di ombra e turbamento, l’antitesi della fede che tende all’inno o alla celebrazione. È un cristianesimo semmai legato a Kierkegaard, a Jaspers, a Bernanos, a Bresson, a Luzi, a Ermanno Olmi, autori drammatici e interroganti, solitari, lontani dalle consolazioni della comunità, autori semmai vicini a Dreyer e a Bergman e alle loro solenni domande sul destino dell’uomo e sulla sua incerta trascendenza. E devo dire che le poesie del libro più legate a quest’ultima dimensione, a questa zona spinosa e trafitta dell’esistenza umana, sono le poesie che preferisco. Le troverete soprattutto nella prima sezione e in quella intitolata Un luogo. Ma a ben guardare queste poesie spezzate e portatrici di una lesione appaiono in tutto il libro. Anche nella sezione più storica e contingente, intitolata appunto Storia, dove domina il tema del viaggio e dello sguardo esploratore, un testo come Fino a un pallone gonfiato ci getta all’improvviso in mezzo ai corpi che non respirano, ai corpi annegati o sfracellati. E può anche accadere che nella stessa poesia ombra e luce, rinascita e precipizio si stringano in un abbraccio inseparabile. Penso a testi come Referto; Fuga, o ritorno; Altitudine; Quadro, lago; Segmento; Otto anni, testi percorsi dal tema del viaggio, con tutti i suoi chiaroscuri e le sue ambivalenze. 

 

Il viaggio in Poletti può essere conoscenza e scoperta, visione entusiasta di nuove terre ma anche un girare a vuoto, una falsa partenza, un falso movimento o peggio un pretesto per non guardare se stessi e restare immobili dietro la maschera di un altro luogo, secondo le celebri parole di Orazio: caelum, non animum mutant qui trans mare currunt (“mutano soltanto il loro cielo e non il loro animo, quelli che attraversano i mari”). Il motivo del viaggio è svolto in tutte le sue forme, nelle sue riuscite come nei suoi fallimenti. Può essere un viaggio in Nepal, in Germania o in Palestina, ma più spesso è un’arrampicata in montagna – sulle montagne bergamasche o ticinesi care a Cristiano Poletti – che trova la sua espressione più compiuta nella sezione del libro intitolata Altitudini.

 

 

Prendiamo ad esempio due poesie come Luglio 2017 e Aprile, dove le ombre del male chiamano il nostro nome e nello stesso tempo udiamo un canto orientale di origine e di grazia e restiamo lì sospesi, aggrappati a una roccia, in bilico tra la vetta e il precipizio (pagina 70). Ogni scalata è un’avventura nella parte ignota di noi e del mondo, esperienza di solitudine e silenzio, cammino verso il limite delle proprie forze fisiche e spirituali, intreccio zen di anima e corpo: i chiodi piantati nella roccia formano un sentiero della conoscenza, duemila metri della nostra vita, come ha scritto Cesare Maestri, il grande scalatore degli anni cinquanta, il ragno delle Dolomiti, creatura solitaria e coraggiosa che si arrampica verso il cielo attraverso l’urlo pietrificato della montagna.

 

E poi, strettamente connesso al tema del viaggio, appare il tema del ritorno, colto anch’esso in tutta la varietà delle sue forme. Può essere un ritorno sterile, pura conferma di ciò che abbiamo lasciato, tempo inerte che ha bloccato la metamorfosi e gira a vuoto nell’ingranaggio guasto della sua identità. Ma può essere, al contrario, un ritorno fruttuoso che riesce a trovare cose mai viste prima, riesce a svelare un segreto. E quello del segreto, della parte nascosta, dell’altro volto di ogni cosa, è un motivo caro a Cristiano Poletti, un motivo musicale direi, un basso continuo che attraversa le pagine di questo libro, il motivo del volto celato di una cosa, il volto invisibile a un primo sguardo frettoloso, quello che resta in ombra e ci invita dal profondo. Ecco, tornare forse significa fermare lo sguardo, metterlo a fuoco, cogliere la totalità del suo oggetto, il percepito e insieme l’impercepibile, ciò che sfugge a una comune ispezione e si offre soltanto agli occhi del conoscitore. Ecco, svelare un segreto. Non a caso, nella poesia citata in precedenza, Poletti mette in epigrafe una frase del Petrarca latino, che in una lettera del 1336 scrive solus ergo in partem domus abditam perrexi (“da solo perciò mi inoltrai nella parte nascosta della casa”) aggiungendo che lì e solo lì avrebbe potuto scrivere una lettera. Il luogo nascosto, il secretum, come luogo della scrittura e della verità. 

 

È un tema agostiniano – e infatti nella lettera si parla di Sant’Agostino – ed è un tema che riguarda molti autori cari a Poletti, da Tasso a Leopardi, Pascoli, Campana, Caproni, tutta una linea notturna della nostra poesia di cui Cristiano si è nutrito, aggiungendo qui che il ritorno è un formidabile strumento per penetrare in questa oscurità, un vero e proprio cammino iniziatico, dove le cose che non avevamo visto nel viaggio di andata si manifestano nel viaggio di ritorno attraverso la rimembranza che aveva preparato a lungo questo incontro. Incontro con le cose ritrovate e con noi stessi. Tra le poesie animate da questo tema – e ce sono molte nel libro – vorrei ricordare Una persona (pag.42) che riprende la bella Lettera dallo stesso luogo (pag.57) letta da Cristiano all’inizio di questo incontro. Per concludere, vorrei accennare a un breve poesia, quasi un frammento, che appartiene anch’essa al regno dell’invisibile (Una tua domenica, p. 62) ed è l’esempio perfetto di uno sguardo che avviene da un luogo riparato e sapiente, sguardo che coglie al volo una fanciulla sull’altalena e sente che lei è felice di essere raggiunta. E questo sguardo rimane lì, senza venire allo scoperto, senza esibire il suo autore: puro sguardo amoroso che percepisce la bellezza e pura bellezza lieta di essere percepita, scena infantile senza identità, senza vanto e senza nome.

 

Nella cavità di una tua domenica, Padova, ero lì. E lei, come realtà o no. Era nell’ombra come dentro un colore, sull’altalena ad aspettare l’angelo. Il mio onore è essere stato lì per un istante, sotto l’argine, vederla e capirne il desiderio. Quella ragazza, il suo sentirsi raggiunta, o raggiungibile. Aspettiamo quel che non si vede, ali che non si vedono. E lui ci ascolta.

E non piove, ci dondola nel caldo.

                                                                                                                                                                                          Questo testo nasce da una presentazione del libro di Cristiano Poletti alla Casa della Poesia di Milano, 6 novembre 2019, di cui conserva il tono orale con tutti gli strappi, le ripetizioni e a volte anche le inesattezze del parlato.

 

Cristiano Poletti, Temporali, Marcos y Marcos 2019.

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