Cristopher Lasch: consumo, politica ed ecologia

Tornare a leggere Cristopher Lasch dopo anni, grazie alle riedizioni di Neri Pozza, è un’esperienza illuminante. Nonostante l’insieme di trasformazioni tecnologiche, organizzative e di mercato che hanno totalmente modificato la nostra cultura del consumo, il suo Io minimo ci spiega alcuni passaggi fondamentali per capire la vita nelle società globalizzate. Riprendendo alcune tracce già solcate in La cultura del narcisismo, in questo libro Lasch si cimenta con la relazione tra consumo e identità sociali, anticipando sotto vari aspetti la più rigogliosa produzione scientifica di Zygmunt Bauman (come sostiene Marco Belpoliti), in fatto di tempismo ma anche, forse, in fatto di profondità analitica. Il mix già sperimentato dai francofortesi tra una critica sociale del sistema e una lettura psicoanalitica delle strategie del desiderio è ancora un tratto distintivo di questo lavoro che non rinuncia a recuperare altri classici della sociologia, tra cui il Goffman di Asylums. Lo sguardo da conservatore di sinistra del sociologo americano ci aiuta a cogliere i paradossi della modernizzazione che, con pochi decenni di distanza, sono diventati i paradossi della globalizzazione. Come ad esempio l’esperienza dolorosa che l’individuo vive a causa dell’insopportabile senso di libertà, in base al quale egli percepisce di poter scegliere tra una gamma crescente di alternative, nella consapevolezza che tale vastità aumenta il suo senso di insoddisfazione.

 

Ovviamente tale dispositivo lavora non solo in termini spaziali (l’aumento dell’offerta) ma anche e soprattutto in senso temporale. Grazie all’obsoletismo (tema ripreso appunto da Bauman), il soggetto è indotto a scegliere e ad abbandonare dopo poco l’oggetto che ha scelto in funzione di un livello superiore di soddisfazione (o di insoddisfazione). Questo movimento pone una questione fondamentale: esso definisce la modernità come capacità di imprimere dinamismo alle cose e alle persone. Si tratta dunque di un sistema “polemico” (avrebbe detto anni fa Baudrillard), che utilizza la superficie delle immagini provocanti (alla Stuart Ewen), per attivare il desiderio nei consumatori e dirigerlo verso determinati oggetti. Ma Lasch aggiunge a tali analisi una chiave di lettura per così dire fenomenologica, in base alla quale il desiderio non è solo attivato dalle immagini pubblicitarie e dei consumi. Il sistema delle merci dà anzi la sensazione di esistere solo in funzione del desiderio dell’individuo. In questo sta la portata critica del pensiero laschiano. Come quando, riprendendo Hanna Arendt, il sociologo riflette sul passaggio marxiano dal valore d’uso al valore di scambio come chiave di una trasformazione ontologica del rapporto tra oggetti e individui: “gli articoli prodotti per l’uso, d’altro canto, senza alcun riguardo per la loro vendibilità, esauriscono la loro funzione solo quando sono stati completamente consumati” (p. 24). Parliamo ovviamente delle forme di produzione tradizionali, artigianali, comunitarie, che dispongono pertanto di un certo grado di “oggettività” e di “autonomia” dal soggetto, fungendo quasi da stabilizzatori dell’identità. Al contrario, quelli prodotti per lo scambio dispongono di una vena polemica capace di impattare sul senso di identità delle persone, creando una sorta di democrazia ontologica sulla base della quale cose e persone sono investite da un movimento analogo. Secondo Lasch in passato “la parola identità si riferiva sia alle persone che alle cose” mentre nella società moderna “entrambe hanno perduto la loro solidità, la loro determinatezza e continuità” (p. 25).

 

Anticipando il tanto discusso concetto di liquidità, Lasch insiste sul tema dell’identità facendo riferimento a parecchie immagini consolidate nell’immaginario di massa, come lo “specchio” che trasforma quasi mcluhanianamente “il mondo degli oggetti in una proiezione e in un’estensione dell’io” e allo stesso tempo trasforma il “soggetto in oggetto” (p. 24). Senza dover scomodare concetti classici come quello di alienazione o di mercificazione, l’analisi che Lasch sviluppa sul rapporto tra le cose e le persone è a ben vedere attualissima, nonostante i suoi continui riferimenti alla società di massa. Essa è addirittura applicabile anche al nostro mondo totalmente pervaso dai dispositivi della comunicazione digitale. Come nuovi specchi, gli schermi dei nostri smartphone svolgono una funzione analoga e ancor più radicale (come appunto Le tecnologie radicali di Adam Greenfield). Parliamo di un regime di obsolescenza ancor più serrato in cui il valore d’uso degli oggetti pare essersi totalmente dissipato nella continua necessità di aggiornamento dei sistemi operativi e delle app. Ma anche in questo caso la vera obsolescenza è quella che investe il soggetto che è modificato psicosomaticamente dalle stesse tecnologie cognitive e di personalizzazione che sembrano ritagliate sul suo profilo individuale. Il nesso tra identità, consumo e democrazia rappresenta pertanto l’aspetto più rilevante di questa riflessione.

 

 

Talmente attuale da poter essere collegato alla trasformazione della politica imposta oggi dai nuovi populismi. Nell’ammissione piena di scoramento dell’autore difatti “nessuno si interroga sullo svilimento del concetto di democrazia che viene ridotta, in pratica, a un esercizio di scelte di consumo. Nessuno pone in questione l’equazione che assimila la personalità alla capacità di interpretare una varietà di ruoli e di assumere una serie infinita di identità scelte a piacimento” (p. 44). Dunque il problema non è solo il rapporto tra politica e consumo ma anche la capacità di relazione tra la personalità e la moltiplicazione struggente di ruoli sociali che più recentemente ha raggiunto un livello paradossale e parossistico nell’ambizione a voler coniugare tutto e il suo opposto, producendo uno stile di vita contraddittorio e psicologicamente deflagrante (che discuto nel mio La mentalità neototalitaria, Apogeo 2008). Lasch prosegue il suo lavoro di demolizione dei pregiudizi teorici esaminando analiticamente diversi ambiti del sapere e della vita pubblica. Tra questi sceglie come obiettivi polemici i cavalli di battaglia di una visione ascendente e creativa che secondo altri autori avrebbe dovuto rigenerare la politica dal basso, ovvero la questione dei diritti civili e dei movimenti controculturali. 

 

La società di massa non è solo il contesto a cui fa riferimento l’analisi di Lasch ma anche la cifra che informa tutto il suo ragionamento. Per questo motivo nel capitolo sulla “Mentalità della sopravvivenza” e nelle “Lezioni sull’Olocausto” egli insiste, forse un po’ eccessivamente, sul ruolo paradigmatico della Shoah nell’informare alcuni aspetti chiave della società e della cultura di massa. Il culto della sopravvivenza difatti, che nasce da una sorta di darwinismo sociale molto diffuso tra i businessmen, è riconfigurato nel recinto goffmaniano delle istituzioni totali di cui l’azienda sarebbe una coerente prosecuzione. Non più dunque la sopravvivenza del più forte ma quella del più debole che come nei lager è costretto a sviluppare strategie di resistenza a una macchina atroce e totalitaria.

 

Una “banalità della sopravvivenza” che è rappresentata esemplarmente dall’immagine finale di Pasqualino Settebellezze di Lina Wertmüller riletta da Vincent Canby (p. 63) secondo cui il sopravvissuto ha scoperto che “l’idealismo è perdente”. La medesima logica pragmatica, anti-idealista e anti-eroica pervaderebbe insospettabilmente altri contesti, come quello del pacifismo contro cui Lasch muove una critica ancor più serrata. Secondo l’autore, l’ammissione che “non c’è nulla per cui valga la pena morire” è condivisa sia dal movimento pacifista sia da quello ecologista (p. 66). Tale concezione richiama difatti quella che emerse nel dialogo tra Mumford e un “liberale” che sosteneva che “tutto il tempo guadagnato al godimento privato gli sembrava un successo” (p. 65) e che quindi occorreva se non evitare perlomeno procrastinare il più possibile l’eventualità di una guerra proprio per far vivere la popolazione il più possibile. Al di là della lettura idealistica di Lasch, che segue Mumford secondo cui “una vita sacrificata al momento giusto sia una vita ben spesa” (p. 65, 69), ciò che più ci colpisce è il modo in cui il conservatorismo illuminato di Lasch anticipi l’avversità all’ecologismo tipica di alcuni populismi contemporanei ma utilizzando argomentazioni ben più sofisticate di quelle dei populisti. Nella parte finale del testo difatti emerge una posizione davvero alternativa dell’autore, sia nei confronti della società “strumentale”, industriale e dei consumi, sia dei movimenti di emancipazione che hanno grande valore nell’aiutare a ripensare la politica, ma che inciampano nei medesimi ostacoli ideologici che vanno criticando. “Credo negli obiettivi di questi movimenti e mi unisco a loro nella richiesta di un rinnovamento delle forze politiche, nell’abbandono delle vecchie ideologie politiche…

 

Una nuova politica di tutela deve fondarsi su solide basi filosofiche e non su una critica della ragione strumentale che si estende a ogni forma di attività rivolta a uno scopo. Deve fondarsi sul rispetto, e non sull’adorazione mistica della natura” (p. 27-28). I movimenti degli anni settanta (in primis l’ecologismo ma anche il femminismo) sono per l’autore vittime della stessa sindrome narcisista che essi mirano a contrastare. Entrambi infatti, anche se in modo speculare, accettano il primato della ragione strumentale come separata da una dimensione pratica. Il partito di Narciso, a cui del resto aderiscono inconsapevolmente, è troppo vocato alla “privatizzazione e alla banalizzazione delle idee morali” e pertanto non è in grado di “aggredire in modo organizzato le difficoltà ecologiche e morali in cui si trovano le nazioni moderne” (p. 229). Ciò che il pensiero critico ecologista, femminista ecc. non riesce a comprendere della società dei consumi è il fatto che quest’ultima corrisponde perfettamente a un desiderio di spiritualità dell’uomo moderno che nel frattempo è passato dalla centralità biologica dei bisogni a quella simbolica dei desideri. Ne consegue che è “pertanto inutile esortare l’uomo a rinunciare ai piaceri materiali a favore di un’esistenza più spirituale” perché proprio “il lato spirituale dell’esperienza… fa sì che egli desideri più di quanto gli sarebbe sufficiente” (p. 230). Il tentativo di superare la contrapposizione tra il nichilismo della tecnica e il misticismo della controcultura, colloca Lasch in una posizione altra che egli cerca di sostanziare ricorrendo alla tradizione del pensiero greco e in particolare al concetto di phronesis. Ovvero a una ragione pratica non schiacciata sul rapporto mezzi/fini imposto dall’agire tecnico, che ha come fondamento una moralità concreta della persona rispetto alla comunità. Una soluzione alquanto improbabile già quando usciva il libro nel pieno del decennio reaganiano, travolto dalla nascente vulgata neoliberista ma anche da rigurgiti di populismo neo-comunitario, come spiegato perfettamente dallo stesso Lasch in Il paradiso in terra (si veda la mia recensione per doppiozero). 

 

Oggi, la soluzione proposta dall’autore per sanare questo immane conflitto culturale è in effetti seguita da orientamenti politici che fanno di tutto per definirsi “postideologici”. Come ad esempio gli stessi populismi che, al di là delle etichette sbiadite di destra e sinistra, si distinguono soprattutto rispetto a questioni specifiche. Rispetto alla questione ecologica, essi si dividono in quelli che la rinnegano totalmente e quelli che invece intravedono nella decrescita felice una possibile risoluzione pragmatica del problema (dunque né mistica né romantica come i vecchi movimenti ma più vicina alla soluzione laschiana). L’ossessione per la semplificazione della complessità che accomuna le formazioni populiste potrebbe dunque assomigliare alla soluzione del Nostro se non fosse che il tentativo di risolvere questioni complesse si scontra invece con dinamiche di polarizzazione che investono dall’interno gli stessi movimenti citati. Per questo oggi la soluzione laschiana pare ancor più disperata, visto l’acuirsi dei conflitti interni al processo di globalizzazione, nonché la polarizzazione economica, cognitiva, comunicativa e sociale che pare essere la cifra della nuova epoca. In questa società iper-polarizzata e dominata dalla forma logica dell’aporia, l’idea laschiana di una nuova phronesis rischia di essere troppo ottimista o forse ancor più elitista delle stesse élite che egli in varie occasioni ha criticato. 

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