Difensori della madre terra

Negli ultimi mesi una serie di catastrofi, indotte da chi ha interessi nello sfruttamento di parti del pianeta ancora vergini, si sono abbattute sui territori sacri, e per questo protetti, di intere popolazioni native. Degno di attenzione è il fatto che “loro”, i nativi, questa volta hanno alzato la voce e si sono imposti sulla scena internazionale sensibilizzando coscienze e attirando l’attenzione di governi stranieri, facendo appelli continui anche con l’utilizzo dei mezzi di comunicazione più moderni. Mettendoci la faccia. Facendosi voce di quello spirito della natura di cui si autoproclamano i custodi e che ancora cercano di proteggere a dispetto della folle – e distruttrice – corsa economica che acceca i governi del mondo. “Loro”, alter ego culturalmente pregnante della più famosa Greta.

 

Per non perdere la memoria: nel luglio scorso era stata la Siberia a bruciare e, come annunciato dal Presidente del consiglio dell’organizzazione degli sciamani “Tengeri”, Bair Tsyrendorzhiev, quaranta di essi si riunirono sulla principale isola del lago Bajkal per invocare gli spiriti della natura e la pioggia in modo da mettere fine alla distruzione della regione dovuta ai devastanti incendi. Più recentemente sono stati i terrificanti incendi appiccati selvaggiamente nell’Amazzonia brasiliana – nel Brasile di Bolsonaro – a tenere tutto il mondo con il fiato sospeso. Di nuovo sono stati “loro”, i nativi, a far sentire alta la loro disperazione, a mettere i loro corpi in prima linea e a combattere il nichilismo del resto del mondo. Le ultime notizie ci hanno, poi, parlato della rivolta delle indigene ecuadoreñe – le donne dell’Amazzonia sostenute dalla Confederación de Nacionalidades Indígenas del Ecuador (CONAIE), e dalla Confederación de Nacionalidades Indígenas de la Amazonía Ecuatoriana (CONFENIAE) – che ha tenuto sotto scacco il governo del paese, incidendo il muro di gomma dell’opinione pubblica.

 

 

Tema centrale delle proteste, e degli scontri, nuovamente la difesa del territorio e della madre terra contro una politica estrattiva governativa scellerata. E, in questo caso hanno vinto “loro”, i nativi, anzi le native. 

Anche in Messico, per anni, si è portata avanti una battaglia altrettanto importante, anche se più silente. Una battaglia che ha visto sollevarsi e agire congiunti i nativi degli stati messicani di Nayarit, Jalisco, Durango, Zacatecas per salvaguardare il territorio sacro di Wirikuta nel deserto di San Luis Potosi, da anni svenduto dal governo messicano e sfruttato in modo irrazionale da compagnie miniere estere (canadesi perlopiù) che, nel tempo, ne hanno spolpato il cuore pulsante. Wirikuta, a Real di Catorce, fa parte della complessa cosmologia huichol – wixárika nella lingua nativa –, è il luogo dove ogni anno gli huichol tornano dopo un pellegrinaggio verso il deserto, l’alba e l’oriente, che ripercorre le orme mitiche degli antenati primordiali che, con questo loro andare, crearono il mondo. A Wirikuta raccolgono peyote, prezioso ingrediente di ogni cerimonia del fitto calendario rituale wixárika.

 

Fra i nativi che hanno lottato strenuamente cercando di portare le ragioni di questa battaglia in posti e momenti pubblici e internazionali c’è sicuramente un artista huichol, riconosciuto fra i migliori artisti wixárika: Xaureme Francisco Bautista. La sua foto appare in una delle vie più importanti del centro storico di Città del Messico, Paseo de la Reforma, una sorta di Hollywod Boulevard, insieme ad altri protagonisti della storia artistica e culturale messicana. La sua biografia è, citando Octavio Paz, “una tradizione fatta di interruzioni e nella quale ogni rottura è un inizio”.

 

 

Originario della Comunità di San Andrés Cohamiata, nel cuore della Sierra Madre Occidentale, nella parte denominata Sierra Huichola, Xaureme Francisco Bautista ha il pregio di aver aperto strade nuove nella storia dell’arte wixárika. Fin da giovanissimo emigrò per vivere a lavorare a Città del Messico e, successivamente, a Puerto Vallarta e a Guadalajara, pur continuando a frequentare assiduamente la Comunità natia per poter soddisfare i numerosi obblighi rituali della vita huichol. La sua arte è profondamente impregnata culturalmente, racconta della sua terra d’origine e della cosmologia huichol. Narra di luoghi sacri, di miti fondativi, di sincretismi e innovazioni culturali (come il vezzo di rifinire i quadri con una cornice e firmarli). Xaureme Francisco Bautista ha viaggiato ed esposto in mezzo mondo portando in giro la sua arte – una delle sue ultime creazioni, il Vochol – un maggiolino Volkswagen tutto decorato con perline, il cui nome è una composizione fra Vo(lkswagen) e (Hui)chol –, è stato esposto al Musée du quai Branly di Parigi, e con essa facendo conoscere e legittimando la storia culturale di cui è portatrice e rivelatrice. Pittore di “estambre” – la particolare tecnica che utilizza fili di lana incollati con tecnica magistrale con l’ausilio di cera d’api – Xaureme Francisco è un nepantla, partecipa appieno di due mondi: quello ancestrale e quello occidentalizzato. Nel corso degli anni ha sviluppato un proprio stile che ha ispirato molti giovani artisti a seguirne i passi. La sua arte è l’espressione della modernità e delle contraddizioni – culturalmente virtuose e creative – messe in atto dal suo popolo.

L’ho incontrato in occasione della chiusura della mostra Grandes Maestros del Arte Wixárika, dopo il Seminario Pueblos Indígenas de Jalisco organizzato dal Centro de Investigaciones y Estudios Superiores en Antropología Social – CIESAS – Occidentale in collaborazione con il Museo Cabañas di Guadalajara e la Cattedra di Estudios Regionales Guillermo de la Peña e gli ho chiesto di parlare della sua arte, del suo impegno politico e del rapporto con la sua comunità d’origine. 

 

 

Tu sei un artista riconosciuto fra la tua gente ma anche in Messico, e non solo. Che rapporti hai con altri artisti wixárika e altri artisti con origine indigena? E come ti vede la tua gente, come ti vedono nella tua Comunità d’origine?

Questa domanda è molto interessante perché anch’io mi chiedo sempre: come mi vedrà la mia gente? Che cosa causo loro? Che cosa pregiudico? Che benefici apporto loro? Che cosa ne pensa il mio popolo? Il mio Stato? La gente che mi conosce? Il paese intero? La gente che mi critica, che mi conosce, che conosce la mia opera… che cosa starà dicendo di me? 

Beh, non so cosa pensa la gente ma io cerco di relazionarmi bene con tutta la gente, è il mio modo d’essere, faccio amicizia con tutti. Mi piace convivere con gli altri artisti wixárika famosi che conosco. Ho sempre pensato di andare a conoscerli e a visitarli di persona ovunque si trovino. Ho visto le loro opere nel mondo e questo mi dà sempre molta energia e molto piacere nel vedere in giro le opere wixárika. Molte volte mi sono congratulato con loro, ovviamente conosco la loro opera, il loro lavoro. Ognuno ha il suo modo di lavorare, la sua tecnica, il suo modo di presentare le proprie opere, di esprimere ciò che sente attraverso l’arte, il suo modo di commercializzarla, il modo di presentarla e di esporla. Per esempio, a me piace vendere il mio lavoro a galleristi perché riconoscono immediatamente ciò che è arte e perché valorizzano il mio lavoro pubblicizzandolo.

 

 

Sono galleristi messicani normalmente? O stranieri?

In questo momento sono sia messicani sia stranieri. In effetti, anche in Messico adesso iniziano ad apprezzare questa forma d’arte in quanto arte distinguendola dall’artigianato. Fino a qualche tempo fa si pensava che rientrassero nel campo dell’arte solo le pitture di van Gogh o di Diego Rivera, l’arte wixárika non era assolutamente contemplata. Però adesso molta gente sa che cosa significa e che qualità e forza ha e, quindi, dà il giusto valore all’arte wixárika. Anche in Messico ho clienti molto speciali. Anche se, normalmente, io vendo molto di più all’estero. 

Dato che il tempo di realizzazione delle mie opere è abbastanza lungo, a volte faccio un quadro in due mesi, a volte ci metto un anno, non ho una produzione così grande da poter esporre. Mi capita, piuttosto, di prendere accordi direttamente con clienti che mi conoscono. Poi, ho donato alcune mie opere a diversi musei, per esempio al Museo Huichol di Zapopan, vicino a Guadalajara. 

 

E in Europa?

Il primo evento a cui ho partecipato è stata una Fiera internazionale dell’arte indigena nel 1984. Esposi in diversi posti, non ricordo il nome di tutti. Sono stato invitato a Gijón, Nancy, Lanzarote, in diversi posti negli Stati Uniti, Canada... In Italia sono stato a Torino, all’interno di un festival che si chiamava “Identità e differenza” dove, in collaborazione con alcuni studiosi dell’Università di Torino, feci una conferenza sull’Arte huichol, oltre ad esporre le mie opere. E poi sono stato a Milano dove ho esposto nella Galleria d’arte Etnica con il patrocinio del Consolato del Messico. Sono stato invitato in diverse università per esporre e parlare della mia arte.

Sono soddisfatto perché ovunque sia andato ho visto che la mia arte, l’arte wixárika, ha ricevuto molti apprezzamenti.

 

 

Quello che mi dispiace è che invece nel nostro stato – parlo di Jalisco – non siamo ancora molto conosciuti, e riconosciuti da parte del nostro governo. Questo mi provoca un po’ di sconforto.

Però devo dire che, in realtà, per me non esistono confini né frontiere, per esprimere la mia arte e neppure ne esistono per l’arte in generale. 

Adesso, per esempio, ho un sogno che ho presentato alla Segreteria di Cultura dello Stato di Jalisco e spero di riuscire a realizzarlo: si tratta di realizzare un’opera d’arte wixárika in perline nella quale racconto la storia e la mappatura di tutti i luoghi sacri che si incontrano sul territorio wixárika, il nostro paese. La immagino come una cosa importante per tutti coloro che ci visitano. Stiamo pensando ad un’opera di almeno cinque metri per quattro, o qualcosa del genere. Mi stanno dicendo che probabilmente si farà ma non sono ancora sicuro. Spero che diventi un progetto concreto.

Vorrei che anche la mia comunità mi appoggiasse perché io sto pensando a un’opera d’arte dalla quale non trarrò benefici personali ma, piuttosto, a qualcosa che rimanga nella storia della Comunità wixárika. Che faccia sentire orgogliosi di essere wixárika, di essere di Jalisco, di essere messicani.

 

 

Sì, è una bellissima idea. E dove hai pensato di realizzarlo?

Un’idea è quella di farlo (ed esporlo) a San Andrés Cohamiata, la mia Comunità d’origine, nel cuore della Sierra Madre Occidentale, in un museo che stanno realizzando lì. Però, sinceramente, mi piacerebbe che stesse in un posto dove il mondo la possa apprezzare. Ancora non so… La cosa importante è che si faccia un buon progetto per comunicare qualcosa di davvero importante.

 

Questo progetto è collegato alla proposta di far entrare i territori sacri wixárika nel patrimonio per l’umanità dell’UNESCO?

Sì, in qualche modo sì. Perché tutto il progetto si baserà su uno studio attento di tutti i luoghi sacri, del perché hanno un determinato nome, di come posso rappresentarli. Bisogna percorrerli punto per punto. L’intenzione è di fare uno studio approfondito del territorio con gli anziani, i marakate – gli sciamani –, le guide, andando di posto in posto per capire esattamente qual è l’ispirazione degli anziani, perché fanno certe cerimonie in certi posti. Man mano segneremo i vari punti per poterli riprodurre nell’opera d’arte che ho in mente.

È molto importante questo progetto per me e bisogna farlo con molto rispetto perché non è una cosa che verrà fatta per vendere o per guadagnarci ma per rimanere lì, per far sì che la gente ci conosca un po’ meglio, perché diventerà una vera e propria mappa per identificarci: dove siamo, dove sono i nostri luoghi sacri, dove sono i luoghi della nostra mitologia, da quanto tempo... Penso che questa opera possa servire anche a noi huichol per imparare qualcosa in più di noi stessi e del nostro territorio sacro. Penso anche che la comunità wixárika si riconoscerà in un’opera d’arte così profondamente studiata, accuratamente lavorata e voluta. Penso che a breve si parlerà in Comunità di questa opera d’arte.

 

 

Pensi di essere un punto di riferimento per la tua Comunità? Per la tua gente? Perché hai avuto anche un ruolo politico, vero?

Sì, ho partecipato a un partito politico. Sono stato (lo sono ancora, in realtà, perché non ho mai rinunciato all’incarico né me l’hanno tolto) nel Partito Verde Ecologista del Messico. Sono stato uno dei primi Presidenti del Partito Verde Ecologista a livello statale, dello stato di Jalisco. Non che mi piaccia la politica, lo feci perché mi piaceva l’ideologia che portava avanti, mi piaceva il programma elettorale, e le idee positive del leader, ciò che diceva, mi riempirono di molta speranza, il modo in cui parlava del mondo indigeno… Mi piaceva molto e per questo decisi di partecipare appieno. Ho imparato molte cose, cose che non immaginavo, dell’ecologia, della natura, dei fiumi, del mondo vegetale, degli animali. Non avevo mai pensato che l’essere umano sta distruggendo l’ambiente naturale in cui vive, che ha fatto così tanti danni, che è necessario salvare il nostro pianeta, la nostra casa. Non avevo mai immaginato queste cose, immaginavo che gli esseri umani avessero rispetto degli altri esseri viventi, della natura, un po’ come facciamo noi huichol. E, invece, mi sono reso conto di tante cose. Mi piaceva moltissimo come rispettava gli indigeni e il loro modo di vivere Jorge González Torres, mi piaceva come viveva e rispettava la natura, come si muoveva nella natura. Dopo aver conosciuto lui iniziai a rendermi conto che dovevo iniziare a occuparmi anche dei nostri territori sacri, del territorio sacro wixárika. Per questo lo portai in tutti i nostri luoghi sacri e lui venne con noi con molto rispetto, si adattò a tutto, dormivamo a terra, lui stava ovunque ci fermavamo noi. Con lui ho imparato che ci sono persone che ci insegnano cose con il loro comportamento, che ci insegnano facendo, non parlando. Per esempio, durante un dibattito gli chiesero perché parlava degli indigeni e di ecologia e lui rispose: “sono venuto qui non perché voglio che vediate me o la mia cravatta, sono venuto qui perché è urgente salvare la nostra madre terra, il nostro pianeta, sono venuto perché agli indigeni venga dato il giusto rispetto, il giusto diritto”.

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