Filottete: rubare l’anima

Come «squittenti bestiole del senso»

Non c’è bisogno di conoscere il mito al completo e nemmeno gli antefatti della storia per godere dell’antica tragedia Filottete di Sofocle. Nel Prologo infatti Odisseo spiega a Neottolemo, che lo accompagna nell’impresa, tutto quello che il pubblico di ascoltatori o lettori ha bisogno di sapere: che Filottete è figlio di Peante, che Odisseo ricevette dai comandanti dei Greci l’ordine di abbandonarlo sull’isola di Lemno con una piaga purulenta al piede; e che Odisseo è venuto per riportare Filottete a Troia perché la città non può essere conquistata senza il suo arco. Nel dialogo il pubblico è informato anche del fatto che Neottolemo è figlio di Achille e che Odisseo ha bisogno del suo aiuto per condurre l’operazione.

 

Grazie a queste informazioni siamo in grado di seguire la storia e di godere dei versi di Sofocle anche senza essere specialisti della materia. Né specialista in quanto grecista o esperta di drammaturgia sono io che qui mi permetto di affrontare l’argomento, e nemmeno, paradossalmente, l’autore dello splendido commento introduttivo alla tragedia, e della traduzione in lingua italiana, Enrico Testa, le cui parole fanno risonare per noi la voce di Sofocle, secondo lo stile della sezione «La voce degli antichi» della collana Intersezioni del Mulino (Enrico Testa, Sofocle, la solitudine di Filottete,  Bologna 2021, pp. 184). Così Testa ci propone di cogliere insieme a lui alcuni motivi della vicenda di Filottete interpretato da Sofocle che giacciono acquattati, come «squittenti bestiole del senso» nelle pagine della tragedia.

 

Rumore e fetore

Già da subito vengono spiegate da Testa le ragioni per le quali Filottete è abbandonato nell’isola di Lemno che fronteggia Troia, e che viene descritta come rocciosa, brulla e disabitata. È perché il fetore della piaga inguaribile disturba i guerrieri e i lamenti di sofferenza dell’uomo minano il loro morale. Altro che offrirgli cura amorosa e assistenza medica e spirituale: i greci si sbarazzano rapidamente di Filottete facendolo sbarcare sull’isola arida e inospitale, fornito soltanto di qualche straccio e di un po’ di cibo, insieme al suo prezioso possesso, quello che gli dà il nome: φίλος  κτῆμα (phílos ktema), cioè l’arco e le frecce di Eracle. Filottete li ricevette in ricompensa dallo stesso semidio per aver appiccato  fuoco alla sua pira mettendo fine alla tremenda sofferenza dell’eroe causata dal manto di Nesso. Per il suo gesto di cura Filottete è premiato da Eracle, mentre dai guerrieri achei non riceverà la stessa pietà. E alla fine della tragedia sarà proprio Eracle a intervenire per salvare a sua volta il suo salvatore. Ma non anticipiamo.

 

Filottete soffre dunque fisicamente del dolore di un male per il quale non porta responsabilità né per il quale debba provare vergogna, grida e si lamenta. Ma la sua voce disturba e il «nudo offrirsi del suo dolore» sgomenta e distrae i compagni. È questa una tragedia, sottolinea Testa, in cui sono intensificati gli aspetti linguistici, dal grido selvaggio, quasi una invocazione al padre (pappai, pappai) al peso delle interiezioni e del silenzio o assenza di parola, che può essere soltanto la sua voce o l’eco della stessa («Quante volte, dal monte di Ermes/a me tornava – ripercosso gemito della mia tempesta – l’eco della mia voce!»); ma anche dal risuonare improvviso alle orecchie di Filottete, dopo quasi dieci anni di solitudine, di una parlata, non una parlata qualsivoglia ma una «parlata carissima», la lingua greca, il saluto di un Greco in greco, la φωνή, la voce umana, quella che identifica inconfondibilmente la persona, e lo sapeva bene la Sfinge quando pone l’enigma a Edipo: chi è che, avendo una e la stessa voce, si trasforma in quadrupede, bipede, tripede?

 

 

Ma Filottete soffre anche del fetido odore della piaga al piede, che disturba pesantemente le narici dei Greci. L’odore del dolore, poco se ne conosce. L’odore del miserabile, del malato, del povero. L’odore della stanchezza, della miseria, della paura. L’odore del reietto e dell’oppresso. Poco di questo si parla, ma è bene ricordare che i discorsi razzisti insistevano e insistono anche sul cattivo odore dei neri, degli schiavi, dei migranti, o anche dei meridionali degli anni ‘50. Puzzavano, puzzano. Vorrei saperne di più, vorrei avere letto un libro, sull’odore del dolore, sul fetore di Filottete e sul cattivo odore di coloro che non sono i nostri.

 

Devi...rubare l’anima a Filottete

 

Filottete è stato dunque allontanato dal consesso dei Greci perché la sua sofferenza espressa come fetore e come grida li disturbava. Come si comporta ora che gli viene proposto di ritornarvi? E come Odisseo? Odisseo non sarebbe Odisseo se non ricorresse all’inganno: fagli credere che gli sei amico – raccomanda a Neottolemo – prendilo con l’inganno, digli che lo riporteremo alla casa del padre, «rubagli l’anima», giacché, esclama Odisseo qui volonteroso discepolo di Bentham, «dire il falso non è cosa vergognosa se porta al successo». È necessario, δεῖ, dice il testo greco. È il comando imperioso di Odisseo a Neottolemo: vedi di riuscire a rubargli l’anima, ψυχήν... ἐγκλέψεις. Non è grave, non è un furto vero e proprio, è una specie di furto metaforico, sembra voler dire Odisseo. E tuttavia di fatto la ψυχή è la vita, è l’essenza della persona; non un organo del corpo ma in qualche modo la persona stessa, la sua essenza vitale e, dopo la morte, la sua immagine, la sua ombra.

Neottolemo, conquistata la fiducia di Filottete prima con l’inganno e poi con sincerità, avendogli svelato l’inganno, non solo non gli ruberà l’anima ma ne diventerà amico, anzi «l’amico più prezioso di ogni ricchezza», in un’altra e più empatica etimologia del nome, φίλος  κτῆματος, phìlos ktèmatos  (J. Daly, The Name of Philoctetes, in «American Journal pf Philology», 1982, 103, pp. 441-3). Eppure Filottete non seguirà neanche l’amico – il suo rifiuto di tornare presso chi lo aveva scacciato è adamantino – dimostrandogli di amare la propria dignità più della propria vita: non tornerà a Troia nemmeno in nome del bene comune dei Greci, i suoi fratelli di lingua, la sua gente.

 

Deus ex machina

Se le cose cambieranno alla fine della tragedia è perché interverrà nientemeno che Eracle, il deus ex machina per eccellenza, quello che nell’Alcesti di Euripide riporta ad Admeto (il cui nome significa letteralmente e paradossalmente il cavallo indomato, l’uomo non unito in matrimonio) la sua generosa sposa.

Nel suo discorso Eracle dice di riportare a Filottete i voleri di Zeus, e gli promette che a Troia sarà guarito dalla piaga, ucciderà Paride e distruggerà Troia. Eppure, piuttosto che un lieto fine, l’epifania del semidio solleva più che altro, nota acutamente Testa, parecchie questioni. In primis evoca un legame di solidarietà non tanto con i guerrieri achei quanto tra quattro figure (Eracle, Achille, Filottete e Neottolemo), quasi un arcaico legame prepolitico. Non spiega poi la sofferenza di Filottete, neanche un dio sceso dal cielo può farlo; il dolore nella visione greca, a differenza di quella che sarà la visione cristiana, non è salvifico e non viene messo in scena e esibito con grande enfasi, come farà Gesù Cristo – la lettura è di Galimberti, ma la facciamo nostra. Se la vita ti è favorevole, espandila, altrimenti esci di scena, come farà Socrate con grande dignità. Ma soprattutto non permettere che nessuno ti rubi l’anima.

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