Zanzotto decabrista

Nella poesia, diceva Andrea Zanzotto, “si trasmette per una serie di impulsi sotterranei, fonici, ritmici, ecc. Pensate al filo elettrico della lampadina che manda la luce, il messaggio luminoso, proprio grazie alla resistenza del mezzo.” Il filo sottile oppone resistenza alla corrente elettrica ed è proprio questa specie di attrito che produce il fatto strano della luce.

 

Per quanto riguarda la poesia di Zanzotto, ripercorrendo l’opera con l’ausilio della lunga e attenta introduzione di Stefano Dal Bianco a Tutte le poesie, che la sorte con geometrica tempestività ha fatto uscire da Mondadori nei giorni in cui l’autore se ne andava, trovo tutti gli argomenti di questo effetto dispiegati in bell’ordine, un panorama composto e pacificato di un’umanità straordinaria. Lalìe primordiali messe in gioco con i nervi tesi di certi by-pass mentali, vertigini e shock della lingua, che hanno costruito brani di mondo, attraverso vere e proprie prove d’esistenza a cui il poeta, che ha pagato non poco in termini di dazio psichico, si è sottoposto per portare in salvo il paesaggio, direbbe lui.

 

Senza entrare in alcuno degli specifici dell’opera (Dal Bianco e, aggiungo, Stefano Agosti, lo hanno saputo fare con tutta la perizia possibile) io vorrei solo ricordare quanto icona di sé Zanzotto sia stato, quanto quell’“effetto di resistenza” si producesse in (e con) chi aveva modo di starlo a guardare e sentire nelle circostanze più o meno casuali della vita.

Credo sia stata esattamente la lontananza che si era creata negli ultimi anni tra la mia vita e quella di Andrea Zanzotto a produrre su di me uno stranissimo (e straniante), effetto il giorno in cui ho saputo della sua morte. Era come un’estraneità che si era formata ed era cresciuta, e che tuttavia mi teneva a lui legato, ecco. Il filo del contatto si era assottigliato, e con la sua scomparsa, ho avvertito chiaramente quel certo proficuo effetto di resistenza.

 

Quel che lega la mia vita a quella di Zanzotto è una ormai abbastanza remota frequentazione in cui capitava di incontrarsi, con altri comuni amici, perlopiù in occasioni pubbliche, magari legate alla sua opera o a quella del suo (e mio) buon amico Goffredo Parise. Di Andrea (l’ho sempre chiamato così, ma senza mai oltrepassare la soglia del Lei) ho molti ricordi minuti, micro-azioni che lui ha prodotto in tante diverse occasioni. L’ho conosciuto nel 1983 o nell’84 e ci siamo visti diverse volte fino al 1996, grosso modo il periodo che va da Fosfeni a Meteo, e l’idea che mi sono fatto è che egli abbia costruito un orizzonte ulteriore di senso esattamente con il suo comportamento. Mi è venuto in mente pensando ai decabristi.

 

Negli anni Venti dell’Ottocento il movimento dei decabristi russi aveva adottato un singolare sistema di comunicazione, una sorta di codificazione del comportamento, per poter mandare in incognito, poiché erano una società segreta, i loro messaggi a coloro che dovevano e potevano intenderli. Il loro comportamento significava, non era il semplice frutto casuale di estrazione sociale mista a intelligenza personale ed esperienza di vita. In un saggio del 1975, riferendosi al comportamento dei decabristi, il semiologo Jurij Lotman scriveva: “Il comportamento acquista un senso sovraquotidiano, diventa […] oggetto d’attenzione, e a essere valutati non sono gli atti, ma il loro senso simbolico.” Più in là aggiungeva: “Comparare il comportamento dei decabristi alla poesia non è un esercizio retorico ma un’operazione seriamente fondata. La poesia con l’elemento inconscio della lingua costruisce un testo cosciente, provvisto di un secondo, più complesso significato, un testo in cui tutto acquista rilevanza semantica, persino ciò che nel sistema della lingua in quanto tale aveva un carattere puramente formale”.

 

Ma per i membri del movimento decabrista il comportamento era un dato pienamente cosciente e finalizzato a propugnare un programma politico-ideale di liberazione dalla schiavitù zarista. Vivevano e si muovevano consapevoli di dire e mostrare altro. Al punto che, dopo il fallimento del loro tentativo insurrezionale del dicembre 1825, durante l’istruttoria a porte chiuse, essi si posero il problema di non avere davanti un “pubblico idoneo” a intendere il loro gesto.

 

Mi interessa ciò che Lotman evidenzia, ovvero come i decabristi riuscissero ad attuare una “trasposizione della libertà dalla sfera delle idee e delle teorie nel ‘respiro’, nella vita, e in questo era l’essenza e il significato del loro comportamento quotidiano”. È così. Un qualche cosa di analogo al “meccanismo” decabrista si poteva osservare nel comportamento di Zanzotto. Fatte le dovute distinzioni, credo che la vita concreta di un poeta come Zanzotto, non potesse non contenere una potenzialità di significazione anche nei suoi tratti più umili e secondari, involontari, per così dire. Il filo sottile che “oppone resistenza” al passaggio della corrente produce inevitabilmente un effetto conoscitivo, il semplice osservare Zanzotto (non nel suo privato più intimo, che sarebbe un’altra cosa) era una esperienza precisa, di suggestione ed evocazione che si incrociava con i suoi testi. Provare a parlare, a interloquire in qualche modo, con un uomo che aveva in testa la materia, la “nautica celeste”, da cui sono scaturiti Vocativo, La Beltà, Pasque, Il Galateo in Bosco, Fosfeni, Idioma produceva un gioco di rifrazioni inesauribili. Il suo “disordine lavorato” contro il tuo piccolo “disordine disordinato”. E sarebbe opportuno, credo, dimensionare questo tema, circoscriverlo e situarlo.

 

Quando Andrea parlava della sua formazione, lo interrogai in proposito durante un viaggio in auto, diceva “Noantri se savea le robe” (Noi, le cose le sapevamo): era la sua presa sul mondo.

Una volta alla presentazione di un libro di Parise eccepì sul fatto che il tagliando SIAE che compariva sul volume portava come nome dell’autore quello del curatore, il sottoscritto, “Ma l’autore non è questo”, disse: era il senso dell’esattezza.

A una prima al Festival del Cinema di Venezia, finiti la proiezione del Prete bello tratto da Parise e l’applauso al regista, Carlo Mazzacurati, Andrea si alzò – gli sedevo abbastanza vicino – e mi disse “Questo è un Prete bello.”: era il senso della tolleranza.

All’uscita di un suo saggio, un testo che accompagnava Arsenico di Parise, si accorse di un refuso brutto brutto e subito cercò di chiedere se si poteva “almeno inserire un foglietto di errata corrige”: era il senso dell’integrità.

 

Per il titolo del catalogo a lui dedicato di una mostra in cui esponevano Mario Schifano, Giosetta Fioroni e Lina Sari, ci eravamo spesi in lunghe discussioni. Ricordo la più divertente assieme a Giosetta Fioroni e a Raffaele La Capria, in cui lui, richiesto di dire la sua, al telefono, di botto stabilì che doveva essere “idrargirii stellari”: era il suo modo di apporre il proprio sigillo.

Una sera, dopo un incontro con il vecchio amico Giuseppe Bevilacqua, a tavola, in un vortice di citazioni fittissime e rigorosamente in tedesco (Hölderlin, Celan, Rilke…– era come se Andrea volesse esercitarsi ancora un po’ col fine germanista), cominciò a estrarre dalla memoria le scorribande in vespa dei primi tempi, su e giù dalle colline per fare il supplente nelle scuole del trevigiano, e l’appetito funzionava e ridevano: era la sua (loro) tenera gioventù.

 

A Parigi, all’Istituto Italiano di Cultura, sempre a proposito di Parise, dopo che Arbasino aveva concluso il suo intervento commuovendosi nel canticchiare Wanda Osiris, Zanzotto fece la sua relazione in un francese raffinato ma “coperto” dal film protettivo dell’accento del suo dialetto: era la placenta di Pieve di Soligo.

Dopo una singolare e un po’ strampalata tavola rotonda al Teatro Accademia di Conegliano, dove erano ospiti Fernanda Pivano, Fabrizio De André, Allen Ginsberg, Jay McInerny, ne scrisse i giorni successivi su un quotidiano parlando di una piccola serata in un teatro di provincia: era il senso della misura.

Quando gli chiesi di far parte di un comitato scientifico mi rispose “se tu te vol”: era la sua indipendenza dal mondo.

 

Come i decabristi Zanzotto invitava a un dialogo, a una discesa dalla sfera delle idee e delle teorie al “respiro della vita”. Col suo essere “senza affettazione, in modo organico e naturale, “di casa” in un salotto del gran mondo, coi contadini al mercato e coi bambini” (Lotman), costringeva, in un qualche modo, a un esercizio di autocoscienza. Perché, sempre Lotman, “il dialogo precede il linguaggio e lo genera”. Un dialogo che, prima, si instaura senza linguaggio. Il linguaggio viene dopo, e la poesia. Talvolta.

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