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George Floyd. L’America brucia

Da giorni l’America brucia e nessuno può fingere di non vedere. La rabbia che scuote il paese dopo l’uccisione di George Floyd esplode sotto i nostri occhi con la potenza di una verità troppo a lungo taciuta. È stato un video ad accendere quest’incendio. Ed è un fiume gonfio di immagini a raccontarne gli intrecci, incontri, scontri. Basta un telefono oggi a illuminare la faccia della Storia – pochi frame a interrogare le coscienze. 

In quest’immenso racconto collettivo ogni volto, voce, gesto è necessario. La bimba di tre anni che in Indiana piange per i gas lacrimogeni. La polizia che a New York carica i manifestanti e gli agenti che da Portland a Oklahoma City simpatizzano con la protesta. I grandi magazzini Macy’s presi d’assalto e i manifestanti che altrove riparano i danni. I giornalisti presi di mira. La protesta sgomberata con la forza a Washington per l’ennesima photo opportunity di Trump. 

Un giorno, quando svolgeremo il filo di questo mare d’immagini, forse capiremo. Forse il quadro, oggi così mosso, si farà nitido. E ancora torneremo lì dove tutto è cominciato. A Derek Chauvin, il poliziotto bianco che per otto minuti e 46 secondi, il volto svuotato di ogni umanità, preme con il ginocchio sul collo di George Floyd. A George Floyd, 46 anni, steso in pieno giorno sul selciato di Minneapolis. Al suo I can’t breathe che si affievolisce finché si spegne insieme al respiro. 

 

Floyd non è la prima vittima della brutalità poliziesca. Prima di lui era successo a Breonna Taylor. A Travyon Martin, Michael Brown, Alton Sterling, Philando Castile. A Eric Garner, anche lui soffocato mentre implorava il poliziotto di allentare la presa – I can’t breathe.

La giustizia non è uguale per tutti, non negli Stati Uniti. Per gli afroamericani le probabilità di essere fermati, perquisiti e incarcerati aumentano in modo vertiginoso. Gli abusi sono una concreta possibilità. A un figlio afroamericano si insegna a tenere la bocca chiusa e le mani bene in vista davanti ai poliziotti. Lo chiamano The Talk – il discorso. Il giorno in cui spieghi a tuo figlio che non è come gli altri, che chi dovrebbe proteggerlo può mettere a rischio la sua vita. 

È l’aspetto più crudele di un pregiudizio così radicato da sembrare scontato. “Il razzismo in America è come la polvere nell’aria: sembra invisibile anche se ti sta soffocando, fino a quando non permetti al sole di entrare. Allora ti accorgi che è tutta intorno a te”, ha scritto la stella del basket Kareem Abdul-Jabbar sul Los Angeles Times. 

L’omicidio di George Floyd ha fatto esplodere il peso di quest’ingiustizia. Gli episodi di violenza che l’hanno preceduto hanno creato le condizioni per la tempesta perfetta – la morte di Breonna Taylor, 27 anni, uccisa dalla polizia che aveva fatto irruzione nel suo appartamento e quella di Ahmaud Arbery, 25 anni, braccato e ucciso da tre uomini bianchi mentre faceva jogging a Brunswick, Georgia. La pandemia ha fatto il resto. 

 

 

In questi mesi l’America ha scritto la sua Storia con numeri che la mente stenta a concepire – 100 mila morti, 40 milioni di disoccupati. Il sedicente baluardo dell’Occidente si è distinto per la gestione caotica di un’emergenza troppo a lungo negata, il veleno delle polemiche, le uscite strabilianti del Presidente che doveva fare grande l’America e oggi riesce solo a dividerla.

Siamo finiti in ginocchio e fatichiamo a rialzarci. L’epidemia non ha esaurito il suo corso. Anzi, le proteste minacciano di scatenare un’altra ondata di contagi. L’impatto di Covid 19 si sta intanto rivelando nella sua portata micidiale. I segnali economici sono contrastanti ma la distruzione di posti lavoro è stata immensa e non è detto che finisca qui. Se le strade fino a poco fa svuotate dal lockdown oggi si riempiono di manifestanti, se la violenza esplode e le vetrine finiscono in frantumi non c’è da stupirsi. Si capiva, fin dalle prime battute, che era un finale possibile – forse il più probabile. 

 

Il virus ha esasperato le abissali disparità che segnano il paese. Il contagio ha massacrato la comunità afroamericana – il 13 per cento della popolazione conta il 22 per cento dei casi e il 23 per cento dei morti. Molti hanno incolpato le vittime. Le hanno accusate di sottovalutare il pericolo e di coltivare abitudini malsane – l’input razzista ai tempi della pandemia suona così. La realtà è che mai come in questo caso i determinanti sociali della salute hanno mostrato il loro peso. 

A rivelarsi letale è stato l’intreccio storico di povertà, precarietà abitativa, pregiudizio e scarso accesso alle cure. E poiché la maggioranza degli afroamericani è impiegata in attività dove il contatto con il pubblico è frequente (trasporti, magazzini, servizi postali e sanitari, supermercati e farmacie), chi non ha perso il lavoro ha moltiplicato il rischio di ammalarsi e infettare i suoi. 

 

Non è un problema degli afroamericani, è il problema di un’intera società – il portato di secoli di razzismo e supremazia bianca. E la società, la sua parte migliore, si è mobilitata senza guardare al colore della pelle, i giovani in prima linea. È un attivismo spontaneo, senza leader, orchestrato sul filo dei social e documentato in diretta. Un supporto arriva dalle chiese, i gruppi per i diritti civili, le associazioni di base, ma per ora non si conoscono affiliazioni di sorta. 

È la lezione della Primavera araba, di Occupy e di Black Lives Matter che oggi, dopo anni di lavoro silenzioso sul territorio, sta tornando alla ribalta nazionale. I metodi del movimento, nato nel 2013 dopo l’uccisione del diciassettenne Travyon Martin, erano stati molto discussi nell’ultima fase della presidenza Obama. 

 

Trump deve la sua elezione anche a un elettorato bianco spaventato all’idea di una riscossa afroamericana capace di incrinare la tradizione del privilegio. Che il suo mandato volga al termine sullo stesso terreno da cui era partito la dice lunga sul progresso compiuto in questi anni in termini di diritti civili. 

Le violenze verificatesi in questi giorni in molte parti del paese rischiano di spostare l’attenzione dal tema del razzismo all’ordine pubblico. I provocatori e chi approfitta del caos sono una presenza scontata, in manifestazioni del genere. Trump però da giorni soffia sul fuoco. Attacca con furia gli attivisti di sinistra (“anarchici professionisti, violenti, incendiari, vandali, criminali”). Contro le proteste schiera la National Guard e perfino la Park Police. Minaccia l’uso della forza militare e promette di “schiacciare” e “dominare” i manifestanti – due attività non esattamente presidenziali. 

 

In abbagliante contrasto, in un raro intervento pubblico, Obama sceglie la via del dialogo. “C’è una maggiore consapevolezza che possiamo fare meglio. E non è la conseguenza dei discorsi dei politici, ma il risultato diretto della capacità di così tanti giovani di mobilitarsi”. “Voglio che sappiate che contate, che le vostre vite contano, che i vostri sogni contano”, conclude rivolgendosi ai giovani di colore. 

“Non vediamo alcun sogno americano. Abbiamo sperimentato solo l’incubo americano”, diceva nel 1964 Malcolm X. La rabbia che oggi spazza l’America è figlia di quell’incubo che la pandemia ha reso ancora più lacerante. È una richiesta di giustizia e uguaglianza. Lo sperdimento di un paese esausto che ormai stenta a riconoscersi. Il fallimento dell’American dream e la speranza che testarda risolleva la testa. Voltare lo sguardo è impossibile. 

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